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www.ildialogo.org RISPONDERE ALL’ “APPELLO-PROPOSTA PER UNA COSTITUZIONE DELLA TERRA” “PERCHE’ LA STORIA CONTINUI”,di <strong>Raffaello Saffioti</strong>

Editoriale
RISPONDERE ALL’ “APPELLO-PROPOSTA PER UNA COSTITUZIONE DELLA TERRA” “PERCHE’ LA STORIA CONTINUI”

di Raffaello Saffioti

Un “Appello” che c’interpella
L’ “Appello-Proposta” firmato da un gran numero di persone di varia estrazione culturale, pubblicato il 27 dicembre 2019, nel 72° anniversario della promulgazione della Costituzione italiana, interpella la nostra coscienza di cittadini del mondo, per molteplici ragioni ed esige una risposta.
I firmatari dell’“Appello”, “nel pieno della crisi globale…hanno lanciato il progetto politico di una Costituzione per la Terra e promosso una Scuola, ‘Costituente Terra’, che ne elabori il pensiero e prefiguri una nuova soggettività politica del popolo della Terra, ‘perché la storia continui’”.
E’ gravissima la crisi globale del nostro tempo: per la “terza guerra mondiale a pezzi”, per usare l’espressione di Papa Francesco, per il fenomeno delle migrazioni e per l’emergenza climatica. Nel pieno di questa crisi, il costituzionalismo statuale non basta più. La crisi esige un cambiamento d’epoca che è possibile, ha bisogno non di un nuovo Leviatano, ma di una Costituzione per la salvezza della Terra.
Leggiamo nel documento dell’“Appello-Proposta”:
“Il diritto internazionale è già dotato di una Costituzione embrionale del mondo, prodotta in quella straordinaria stagione costituente che fece seguito alla notte della seconda guerra mondiale e alla liberazione dal fascismo e dal nazismo. […] Riprendere oggi il processo politico per una costituzione della Terra vuol dire tornare a prendere sul serio il progetto costituzionale formulato settant’anni fa e i diritti in esso stabiliti. E poiché quei diritti appartengono al diritto internazionale vigente, la loro tutela e attuazione non è soltanto un’urgente opzione politica, ma anche un obbligo giuridico in capo alla comunità internazionale e a tutti noi che ne facciamo parte”.
Che cos’è una Costituzione?
L’ “Appello” non ignora “un’obiezione formulata a partire dalla tesi di vecchi giuristi secondo la quale una Costituzione è l’espressione dell’«unità politica di un popolo»; niente popolo, niente Costituzione. E giustamente si dice che un popolo della Terra non c’è; infatti non c’era ieri e fino ad ora non c’è. La novità è che adesso può esserci, può essere istituito; lo reclama la scena del mondo, dove lo stato di natura delle sovranità in lotta tra loro non solo toglie la «buona vita», ma non permette più neanche la nuda vita; lo reclama l’oceano di sofferenza in cui tutti siamo immersi; lo rende possibile la vetta ermeneutica raggiunta da papa Francesco e da altre religioni con lui, grazie alla quale non può esserci più un dio a pretesto della divisione tra i popoli […].
Per molti motivi perciò è realistico oggi porsi l’obiettivo di mettere in campo una Costituente della Terra, prima ideale e poi anche reale, di cui tutte le persone del pianeta siano i Padri e le Madri costituenti”.
Una politica dalla parte della Terra”: con quali strumenti prendere parte?
C’è la “riluttanza all’uso di strumenti già noti”, come il “partito”, per l’avvio del processo costituente.
“Ma ancor più che la riluttanza […] ciò che impedisce l’avvio di questo processo costituente, è la mancanza di un pensiero politico comune che ne faccia emergere l’esigenza e ne ispiri modalità e contenuti”.
La politica e la scuola
Quello che proponiamo”
[…] quello che proponiamo è di dar vita a una Scuola che produca un nuovo pensiero della Terra e fermenti causando nuove soggettività politiche per un costituzionalismo della Terra. Perciò questa Scuola si chiamerà ‘Costituente Terra’”.
Una Scuola per un nuovo pensiero”
“Certamente questa Scuola non può essere pensata al modo delle Accademie o dei consueti istituti scolastici, ma come una Scuola disseminata e diffusa, telematica e stanziale, una rete di Scuole con aule reali e virtuali. Se il suo scopo è di indurre a una mentalità nuova e a un nuovo senso comune, ogni casa dovrebbe diventare una scuola e ognuno in essa sarebbe docente e discente. Il suo fine potrebbe perfino spingersi oltre il traguardo indicato dai profeti che volevano cambiare le falci e le spade in aratri e si aspettavano che i popoli non avrebbero più imparato l’arte della guerra.
Ciò voleva dire che la guerra non era in natura: per farla, bisognava prima impararla. Senonché noi l’abbiamo imparata così bene che per prima cosa dovremmo disimpararla e a questo la scuola dovrebbe addestrarci, a disimparare l’arte della guerra, per imparare invece l’arte di custodire il mondo e fare la pace”.
Ricordiamo Martin Luther King:
“Noi dobbiamo usare le nostre menti per pianificare la pace in modo altrettanto rigoroso di quanto abbiamo fatto finora per pianificare la guerra”
E ricordiamo pure La lezione di Maria Montessori.
L’ Appello prosegue indicando “molte aree tematiche da perlustrare”.
I firmatari “propongono che si uniscano a questa impresa”, le “persone di buona volontà e di non perdute speranze”, gli “esponenti di associazioni, aggregazioni o istituzioni già impegnate per l’ecologia e i diritti”.
A quelli che ne condividono in linea generale l’ispirazione, chiedono di iscriversi al Comitato promotore dell’iniziativa, e danno le necessarie indicazioni.
“Un’assemblea degli iscritti al Comitato sarà convocata non appena sarà raggiunto un congruo numero di soci, per l’approvazione dello Statuto dell’associazione, la formazione ed elezione degli organi statutari e l’impostazione dei programmi e dell’attività della Scuola”.
***
Per la Scuola “Costituente Terra”
Il filosofo calabrese Domenico Antonio Cardone (Palmi, 1902-1986) scrisse nel 1957:
Tutti siamo vicendevolmente maestri e discepoli nel comune e solidale sforzo di migliorare la condizione umana”.
Fu candidato al Premio Nobel per la Pace del 1963 con la seguente motivazione:
Il Cardone, con una serie ininterrotta di scritti ed iniziative, soprattutto rimarchevoli dal 1948 in poi, ha cercato e cerca non solamente di lottare per la pace e l’abolizione del pericolo nucleare, affiancandosi a quanti lottano nello stesso senso, ma per di più: a) ha cercato di giungere alla radice di ciò che alimenta l’incomprensione e il contrasto fratricida tra i popoli; b) ha mostrato come, pur partendo da ideologie e interessi diversi, gli uomini possano giungere a consensi e fraterni accordi su punti determinati di natura etica, tali da eliminare ogni pericolo per tutti; c) ha instaurato una concezione della pace diversa da quella consueta, semplicemente statica e conservatrice, avente nel suo seno, come tale, i germi di sempre nuove guerre, in quanto per la sua concezione la pace assume l’aspetto di clima morale determinante un continuo progresso civile in tutti i settori della vita sociale. Per una simile opera egli ha richiesto anche la solidarietà dei filosofi di tutto il mondo, cercando di realizzare, per primo, tra essi, un’intesa etica, quali che fossero le metafisiche di ciascuno ed altresì quella degli scienziati, cui ha cercato di mostrare la grave responsabilità da essi assunta con le loro scoperte e con il consentire alle applicazioni belliche di esse, oltre che quella degli spiriti religiosi di ogni credenza e degli uomini politici delle tendenze progressiste, anche se tra loro divergenti su alcuni postulati”.1
Il Premio fu assegnato non a persone, ma a delle istituzioni di carattere internazionale.
La cultura della pace e della nonviolenza
Il teologo Hans Küng scrisse:
Non vi può essere pace tra le nazioni senza la pace tra le religioni; non vi può essere pace tra le religioni senza il dialogo tra le religioni”.
Nesso tra religione e politica: concetto di laicità
Ha scritto Rocco Altieri:
“Laicità è parola di origine greca e indica l’appartenenza al popolo di Dio. Laicità e religiosità non vanno quindi intesi come termini antitetici, ma collegati insieme stanno a indicare una posizione di coscienza che si sottrae all’imperio dei poteri di questo mondo, affermando l’inviolabile valore della coscienza individuale”.2
Tra le varie “tematiche da perlustrare”, suggerite dal documento dell’Appello-Proposta, sono da evidenziare e studiare la “Dichiarazione di Nuova Delhi” del 27 novembre 1986 e, per il “caso Bergoglio”, il “Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune”, del 4 febbraio 2019, “preannuncio di una nuova fase della storia religiosa e secolare del mondo”.
Dichiarazione di Nuova Delhi” del 27 novembre 1986
Questo documento venne firmato dai dirigenti dell'URSS e dell'India, Mikhail Gorbaciov e Rajiv Gandhi. Venne pubblicato dalla rivista "bozze 87" (bimestrale, edizioni Dedalo, gennaio/febbraio 1987, anno decimo, numero 1).
Il Direttore, Raniero La Valle, nell'articolo di apertura "Lo scoop" scrisse:

"Lo scoop consiste nel fatto che ciò di cui parliamo è ignoto quasi a tutti, il meccanismo dell'informazione non l'ha recepito né trasmesso come qualcosa di rilevante, di inconsueto (...); il documento relativo benché accessibile a tutti, non è stato pubblicato da nessuno; e insomma la notizia in questione è stata ignorata, censurata, rimossa, scartata, un po' come accadde alla notizia della prima bomba atomica su Hiroshima, che i giornali del tempo liquidarono in una «breve» di poche righe.
Quello che noi facciamo è di tirar fuori questa notizia dall'occultamento e di pubblicare questo documento, già pubblico ma inedito, perché ciascuno possa giudicare se si tratta di una notizia importante o no, di un documento significativo o irrisorio.
Si tratta della «Dichiarazione di Nuova Delhi» con cui il 27 novembre scorso, il Segretario del Pcus, Mikhail Gorbaciov, e il Premier dell'India, Rajiv Gandhi, hanno proposto i dieci principi per «un mondo libero dalle armi nucleari e non violento», e hanno assunto come progetto politico la costruzione di un nuovo ordine di rapporti umani sul presupposto che «la non violenza dev'essere alla base della vita della comunità umana»".
Il documento, con una mia nota introduttiva, venne ripubblicato dal giornale on line “il dialogo” del 23 marzo 2015.3
Il “Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune” del 4 febbraio 2019
Il “Documento” venne firmato, durante il viaggio apostolico negli Emirati Arabi Uniti, il 4 febbraio 2019 ad Abu Dabhi, da Papa Francesco e dal Grande Imam di Al-Azhar Ahmad Al-Tavveb.
Documento storico, tra religione e politica
Il Documento, non solo segna la storia dei rapporti tra Cristianesimo e Islam, ma vale anche per i rapporti con le varie confessioni religiose, vuole essere un passo per l’attuazione del Concilio Vaticano II e mette in gioco le varie interpretazioni dei testi religiosi.
Novità del Documento
Nella Newsletter n. 135 di “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri”, del 6 febbraio 2019, col titolo “L’alleanza è con tutti”, leggiamo:
“La novità sta precisamente nella riproposizione dell’annunzio che il Verbo si è fatto carne per tutti, non importa se ebrei o stranieri, cretesi od arabi, medi o elamiti, cattolici o protestanti, sunniti o sciiti, cinesi patriottici o clandestini, milanesi o barbari, credenti o non credenti, ossia nel proclamare che la salvezza, ammesso che una salvezza religiosa ci sia, è universale e non fa eccezione di persone, non lascia naufrago alcuno.
Questo però per la Chiesa cattolica non era possibile affermarlo da quando essa si era incatramata nel regime di cristianità, che non solo travisava la sua identità nell’ibridismo politico-religioso del potere temporale, ma delimitava rigorosamente il cristianesimo nei confini fisici della Chiesa cattolica, in base all’assioma teologico che fuori della Chiesa non c’è salvezza. In tal modo era amputata la carne del Verbo e frantumata la carne dei popoli.
Se oggi invece si può proporre “l’arca della fratellanza” in cui si ricomponga “l’unica famiglia umana voluta da Dio”, è perché il Concilio Vaticano II, l’Europa e papa Francesco sono usciti dal regime di cristianità”.
Il Documento può essere letto e interpretato da vari punti di vista, e si può fare una scelta tra i molteplici temi che in esso vengono posti. Può essere anche definito un documento contro l’integralismo di ogni tipo, sia religioso che civile.
Nella parte conclusiva del Documento si legge:
Al-Azhar e la Chiesa Cattolica domandano che questo Documento divenga oggetto di ricerca e di riflessione in tutte le scuole, nelle università e negli istituti di educazione e di formazione, al fine di contribuire a creare nuove generazioni che portino il bene e la pace e difendano ovunque il diritto degli oppressi e degli ultimi”.
La novità di Papa Francesco che ha richiamato il nome di Dio
Papa Francesco ha richiamato il nome di Dio e il rapporto di Dio con l’uomo, dopo che il Concilio Ecumenico Vaticano II si era ripiegato sulla Chiesa, con la Costituzione dogmatica “Lumen gentium”, e sul rapporto della Chiesa col mondo, con la costituzione pastorale “Gaudium et spes”.
Padre David Maria Turoldo aveva scritto:
«Uomini, non invocatemi più!»
«Uomini, non invocatemi più». E’ il primo dei tuoi comandamenti: «Non nominate il nome di Dio invano».
Cosa abbiamo fatto del tuo nome, Signore! Cosa dice ormai questo nome agli uomini? A che serve?
E’ ancora la sua voce: «Non nominatemi invano, non disturbatemi con le vostre ciance». Infatti ci sono preghiere che possono essere bestemmie (le mie forse). Come possono esserci bestemmie da disperati (secondo il nostro giudizio, secondo il giudizio di Elifaz, di Baldad, e di Sofar, amici di Giobbe), le quali invece sono preghiere. «Io non so cosa farmene dei vostri incensi. Non continuate più a recare offerte inutili. Il novilunio, il sabato e le altre feste comandate non le posso soffrire. Le vostre solennità mi sono di peso, sono stanco di sopportarle: finché regna l’iniquità nelle vostre riunioni. Lavatevi, mondatevi, togliete via dagli occhi miei la malizia delle vostre intenzioni».
«Non nominatemi più almeno per molti anni. Avete fatto scudo di me ai vostri orgogli, avete coperto col mio nome cose innominabili. Avete innalzato nel centro delle vostre città il vitello d’oro e lo avete adorato come vostro Dio. E nel mio nome avete tenuto buoni tutti i poveri della terra, miei veri tabernacoli di carne: invece di vendicarli. Nessuno che almeno preghi insieme ai miei poveri nelle vostre chiese.
«Non invocate più il mio nome quando assumete le cariche del governo del mondo, o quando celebrate i vostri processi. E poi non siete capaci di trasformare una spada in vomero e una lancia in falce, o gente fomentatrice di guerre, uomini perennemente in guerra contro i vostri fratelli: gente divisa in mille religioni. Voi non siete che giudici di parte, e sempre nel mio nome. E non pensate che ai vostri diritti […]. Il diritto per me è solo di colui che è umiliato e offeso ed è senza lavoro e senza pane; il diritto è di quanti voi scartate dalle vostre assemblee e rapinate coi vostri sistemi che dite civili.
«Non nominatemi più fino a quando un solo fanciullo è rovinato da voi grandi; fin quando milioni e milioni di figli miei sono esclusi dai vostri guadagni, ridotti alla fame e alla morte. E poi non date a me la colpa, poiché ci sono più ricchezze sulla terra che astri nel cielo. Voi non sapete che cosa è un uomo, un solo uomo per me: ogni uomo che soffre è il mio Cristo, grumo di fango e lacrime del Figlio mio.
«A me basta che ci sia qualche giusto sulla terra per perdonarvi, quelle creature semplici che voi non sapete neppure se esistono; è solo per costoro che non mi pento di avervi creato. La mia gloria è l’uomo, e però questo non l’avete ancora capito. Ma non abbiate paura: per questi figli miei, un resto (il piccolo resto d’Israele!), io salverò ugualmente la mia creazione.
«Solo non voglio, non voglio che vi facciate belli col mio nome. Ci sono atei – così voi li chiamate – che mi sono più vicini di voi. Voi non sapete dove mi nascondo.
«Non nominatemi più, uomini, almeno per molti anni. Quale altro nome fu così macchiato e deturpato? Quanto è il sangue innocente versato in mio onore? E quante le ingiustizie che fui costretto a coprire?
«Per favore non nominate il mio nome invano».
(David M. Turoldo, da «Madre», maggio 1967, in Il Guastafeste, a cura di Alessandro Pronzato, Piero Gribaudi Editore, Torino, pp. 17-18)
E il filosofo e teologo Martin Buber:
«Dio», la parola più macchiata»
«Quale altra parola del linguaggio umano fu così maltrattata, macchiata e deturpata? Tutto il sangue innocente, che venne versato in suo nome, le ha tolto il suo splendore. Tutte le ingiustizie che fu costretta a coprire hanno offuscato la sua chiarezza. Mi sembra una diffamazione nominare l’Altissimo col nome di “Dio”».
E’ la parola più sovraccarica di tutto il linguaggio umano. Nessuna è stata talmente insudiciata e lacerata. Generazioni di uomini hanno scaricato il peso della loro vita angustiata su questa parola e l’hanno schiacciata al suolo; ora giace nella polvere e porta tutti i loro fardelli. Generazioni di uomini hanno lacerato questo nome con la loro divisione in partiti religiosi; hanno ucciso e sono morti per questa idea e il nome di Dio porta tutte le loro impronte digitali e il loro sangue.
… Essi disegnano smorfie e scrivono sotto «Dio»; si uccidono a vicenda e dicono «in nome di Dio». Ma quando scompaiono ogni illusione e ogni inganno, quando gli stanno di fronte nell’oscurità piena di solitudine e non dicono più «Egli, Egli», ma sospirano «Tu, Tu» e implorano «Tu», intendono lo stesso essere; e quando vi aggiungono «Dio», non invocano forse il vero Dio, l’unico vivente, il Dio delle creature umane? Non è forse lui che li ode? Che li esaudisce? La parola «Dio» non è forse proprio per questo la parola dell’invocazione, la parola divenuta nome, consacrata per tutti i tempi in tutte le parlate umane?
Possiamo rispettare coloro che lo disprezzano, perché troppo spesso altri si coprono con questo nome per giustificare ingiustizie e soprusi; ma questo nome non dobbiamo abbandonare e sacrificare. Si può comprendere che vi sia chi desidera tacere per un periodo di tempo delle «cose ultime», perché vengano redente le parole di cui si è fatto cattivo uso. Ma in tal modo non si possono redimere.
… Non possiamo lavare da tutte le macchie la parola «Dio» e nemmeno renderla inviolata; possiamo però sollevarla da terra e, macchiata e lacera com’è, innalzarla sopra un’ora di grande dolore.
(Martin Buber, L’eclissi di Dio, Edizioni di Comunità, in Il Guastafeste, cit. pp. 20-21)

 
Come non ricordare il libro di Danilo Dolci, Il Dio delle zecche (Mondadori, 1976)?
Non solo la visione urge mutare / di Dio: / mutare Dio, / il suo rapporto con le creature - / non scoprirlo diverso: / che divenga diverso”.
***
Se si riapre la questione di Dio”
Questo è il titolo del capitolo 3 del libro di Raniero La Valle, col titolo Chi sono io, Francesco, e il sottotitolo Cronache di cose mai viste (Ponte alle Grazie, 2015).
La Valle ha scritto:
“Oggi, trascorsi cinquant’anni dal Concilio, si è visto come non sia bastato riaprire la questione ecclesiologica. La riforma della Chiesa ha travolto vecchi residui temporalisti e premoderni, ha aperto delle strade, ma senza una riforma del papato, che il Concilio non aveva osato sfiorare, non poteva andare troppo lontano, e di fatto non ha funzionato. La ricezione del Concilio, fin dall’inizio contrastata nell’urbe e nell’orbe, si è alla fine impantanata nel gioco delle ermeneutiche, in modo tale che la posta in gioco non fosse più l’attuazione del Concilio, ma il falso problema della sua interpretazione in termini di continuità o di rottura. La crisi della Chiesa è esplosa poi su derive che il pontificato ratzingeriano non poteva controllare e di cui era incolpevole, ma aveva cause più profonde. E intanto il mondo gemeva.
Che fare per il mondo
A un nuovo pontificato si presentava pertanto non solo il problema di che cosa si dovesse fare per la Chiesa, ma di che cosa si dovesse fare per il mondo; in verità non erano due, ma un solo problema, il genio sarebbe stato di capire che il vero e solo problema della Chiesa era quello del mondo, come lo era stato per il Figlio di Dio, suo fondatore. Ma allora bisognava partire da lì. Ed è per questo che bisognava riaprire la questione di Dio” (pp. 35-36).
La novità di Papa Francesco
Perché il nome “Francesco”?
Papa Francesco ha più volte raccontato la motivazione che l’ha portato a scegliere come nome nuovo quello del “Poverello” di Assisi. Dopo l’elezione, il 16 marzo 2013, in occasione del suo incontro con i giornalisti nell’Aula Paolo VI, ha spiegato che ha scelto questo nome perché Francesco d’Assisi è l’uomo della povertà, l’uomo della pace, l’uomo che ama e custodisce il creato.
Altra scelta significativa: quella di risiedere nella Domus Sanctae Marthae, anziché nell’appartamento papale del Palazzo Apostolico. E’ nella cappella di Santa Marta che il Papa celebra la Messa, frequentata da ospiti e persone diverse e tiene l’omelia.
“Ed è lì che si dipana il suo discorso su Dio e progredisce il suo pontificato. […] sono meditazioni ad alta voce sulle Scritture che diventano pubbliche passando attraverso le coscienze, come faceva san Gregorio Magno con le sue «Omelie sui Vangeli» al popolo romano.
E’ questa la scelta che ha fatto Francesco: aprire il Vangelo e raccontarlo alla Chiesa. Ogni mattina, sette giorni alla settimana, trecentosessantacinque giorni all’anno. Come aveva detto papa Giovanni nel Giornale dell’anima: «Al di sopra di tutte le opinioni e i partiti che agitano e travagliano l’umanità intera, è il Vangelo che si leva; il papa lo legge e poi coi Vescovi lo commenta». Francesco lo fa ogni mattina, e con quello governa la Chiesa e gli uomini. Parla con il Vangelo, ma non è fuori tema, entra nel merito”. 4
La Scuola “Costituente Terra” e la ricerca di una nuova soggettività politica
Di straordinaria attualità oggi appare un testo di Aldo Capitini, scritto dopo le elezioni politiche del 18 aprile 1948:
“In una vera democrazia i partiti come formazioni chiuse, dogmatiche e quasi militari, non dovrebbero esserci; ma solo associazioni tecniche, culturali, morali, religiose e stampa libera: ogni cittadino si formerebbe autonomamente; e soltanto per le elezioni potrebbero costituirsi comitati per la designazione di persone. Bisogna fare tutto un lavoro di aggiunta al vecchio schema partiti-parlamento-governo, di un nuovo schema di una democrazia integrale che arriva fino alla periferia, e dal basso si autoeduca e si autoamministra. Soltanto una società di questo genere è sopportabile, soltanto essa realizza quell’andare oltre la politica, in nome di una liberazione infinita e una solidarietà popolare.”5
Popolo e democrazia
Oltre la democrazia formale
Dal Discorso di Papa Francesco ai partecipanti al I incontro mondiale dei movimenti popolari (Roma, 28 ottobre 2014):
“I movimenti popolari esprimono la necessità urgente di rivitalizzare le nostre democrazie, tante volte dirottate da innumerevoli fattori. E’ impossibile immaginare un futuro per la società senza la partecipazione come protagoniste delle grandi maggioranze e questo protagonismo trascende i procedimenti logici della democrazia formale. La prospettiva di un mondo di pace e di giustizia durature ci chiede di superare l’assistenzialismo paternalista, esige da noi che creiamo nuove forme di partecipazione che includano i movimenti popolari e animino le strutture di governo locali, nazionali e internazionali con quel torrente di energia morale che nasce dal coinvolgimento degli esclusi nella costruzione del destino comune. E ciò con animo costruttivo, senza risentimento, con amore”.6
Il tema del rapporto tra popolo e democrazia è stato ripreso da Papa Francesco col discorso ai partecipanti al III incontro mondiale dei movimenti popolari (Roma, 5 novembre 2016)
“Il divario tra i popoli e le nostre attuali forme di democrazia si allarga sempre più come conseguenza dell’enorme potere dei gruppi economici e mediatici che sembrano dominarle. I movimenti popolari, lo so, non sono partiti politici e lasciate che vi dica che, in gran parte, qui sta la vostra ricchezza, perché esprimete una forma diversa, dinamica e vitale di partecipazione sociale alla vita pubblica. Ma non abbiate paura di entrare nelle grandi discussioni, nella Politica con la Maiuscola, e cito di nuovo Paolo VI: «La politica è una maniera esigente – ma non è la sola – d vivere l’impegno cristiano al servizio degli altri» (Lett. Ap. Octogesima adveniens, 14 maggio 1971, 46).
[…] Vorrei sottolineare due rischi che ruotano attorno al rapporto tra i movimenti popolari e la politica: il rischio di lasciarsi incasellare e il rischio di lasciarsi corrompere. Primo, non lasciarsi imbrigliare […]. Così la democrazia si atrofizza, diventa un nominalismo, una formalità, perde rappresentatività, va disincarnandosi perché lascia fuori il popolo nella sua lotta quotidiana per la dignità, nella costruzione del suo destino.
Voi, organizzazioni degli esclusi e tante organizzazioni di altri settori della società, siete chiamati a rivitalizzare, a rifondare le democrazie che stanno attraversando una vera crisi. […] In questi tempi di paralisi, disorientamento e proposte distruttive, la partecipazione da protagonisti dei popoli che cercano il bene comune può vincere, con l’aiuto di Dio, i falsi profeti che sfruttano la paura e la disperazione, che vendono formule magiche di odio e crudeltà o di un benessere egoistico e una sicurezza illusoria.
Sappiamo che «finché non si risolveranno radicalmente i problemi dei poveri, rinunciando all’autonomia assoluta dei mercati e della speculazione finanziaria e aggredendo le cause strutturali della inequità, non si risolveranno i problemi del mondo e in definitiva nessun problema. L’inequità è la radice dei mali sociali» (Esort. Ap. Evangelii gaudium, 202).
[…] Il secondo rischio, vi dicevo, è lasciarsi corrompere. Come la politica non è una questione dei «politici», la corruzione non è un vizio esclusivo della politica. C’è corruzione nella politica, c’è corruzione nelle imprese, c’è corruzione nei mezzi di comunicazione, c’è corruzione nelle chiese e c’è corruzione anche nelle organizzazioni sociali e nei movimenti popolari”.7
Abbiamo bisogno di un cambiamento
“Riconosciamo che le cose non stanno andando bene quando esplodono molte guerre insensate e la violenza fratricida aumenta nei nostri quartieri? Sappiamo riconoscere che le cose non stanno andando bene quando il suolo, l’acqua, l’aria e tutti gli esseri della creazione sono sotto costante minaccia?
E allora, se riconosciamo questo, diciamolo senza timore: abbiamo bisogno e vogliamo un cambiamento.
[…] Mi chiedo se siamo in grado di riconoscere che tali realtà distruttive rispondono a un sistema che è diventato globale. Sappiamo riconoscere che tale sistema ha imposto la logica del profitto ad ogni costo, senza pensare all’esclusione sociale o alla distruzione della natura?
Se è così, insisto, diciamolo senza timore: noi vogliamo un cambiamento, un vero cambiamento, un cambiamento delle strutture. Questo sistema non regge più, non lo sopportano i contadini, i lavoratori, le comunità, i villaggi… E non lo sopporta più la Terra, la sorella Madre Terra, come diceva san Francesco.
Vogliamo un cambiamento della nostra vita, nei nostri quartieri, nel salario minimo, nella nostra realtà più vicina; e pure un cambiamento che tocchi tutto il mondo perché oggi l’interdipendenza planetaria richiede risposte globali ai problemi locali. La globalizzazione della speranza, che nasce dai Popoli e cresce tra i poveri, deve sostituire questa globalizzazione dell’esclusione e dell’indifferenza!
[…] Potete fare molto! Voi, i più umili, gli sfruttati, i poveri e gli esclusi, potete fare e fate molto. Oserei dire che il futuro dell’umanità è in gran parte nelle vostre mani, nella vostra capacità di organizzare e promuovere alternative creative nella ricerca quotidiana delle «tre t»>, d’accordo? – terra, casa, lavoro – e anche nella vostra partecipazione attiva ai grandi processi di cambiamento, cambiamenti nazionali, cambiamenti regionali e cambiamenti globali. Non sminuitevi!
Voi siete seminatori di cambiamento. […] Il cambiamento concepito non come qualcosa che un giorno arriverà perché si è imposta questa o quella scelta politica o perché si è instaurata questa o quella struttura sociale. Sappiamo dolorosamente che un cambiamento di strutture che non sia accompagnato da una sincera conversione degli atteggiamenti e del cuore finisce alla lunga o alla corta per burocratizzarsi, corrompersi e soccombere. Bisogna cambiare il cuore. Per questo mi piace molto l’immagine del processo, i processi, dove la passione per il seminare, per l’irrigare con calma ciò che gli altri vedranno fiorire sostituisce l’ansia di occupare tutti gli spazi di potere disponibili e vedere risultati immediati. La scelta è di generare processi e non di occupare spazi. Ognuno di noi non è che parte di un tutto complesso e variegato che interagisce nel tempo: gente che lotta per un significato, per uno scopo, per vivere con dignità, per «vivere bene», dignitosamente, in questo senso.
[…] La storia la costruiscono le generazioni che si succedono nel quadro di popoli che camminano cercando la propria strada e rispettando i valori che Dio ha posto nel cuore”.
Proposta di “tre grandi compiti”
“Vorrei, tuttavia, proporre tre grandi compiti che richiedono l’appoggio determinante dell’insieme di tutti i movimenti popolari.
[…] Il primo compito è quello di mettere l’economia al servizio dei popoli: gli esseri umani e la natura non devono essere al servizio del denaro. Diciamo NO a una economia di esclusione e inequità in cui il denaro domina invece di servire. Questa economia uccide. Questa economia è escludente. Questa economia distrugge la Madre Terra.
L’economia non dovrebbe essere un meccanismo di accumulazione, ma la buona amministrazione della casa comune. Ciò significa custodire gelosamente la casa e distribuire adeguatamente i beni tra tutti. […] Questa economia è non solo auspicabile e necessaria, ma anche possibile. Non è un’utopia o una fantasia. E’ una prospettiva estremamente realistica. Possiamo farlo. Le risorse disponibili nel mondo, frutto del lavoro intergenerazionale dei popoli e dei doni della creazione, sono più che sufficienti per lo sviluppo integrale di «ogni uomo e di tutto l’uomo» (Paolo VI, Lett. enc. Populorum progressi [26 marzo 1967], 14: AAS 59 (1967), 264).
[…] La destinazione universale dei beni non è un ornamento discorsivo della dottrina sociale della Chiesa. E’ una realtà antecedente alla proprietà privata. La proprietà, in modo particolare quando tocca le risorse naturali, dev’essere sempre in funzione dei bisogni dei popoli.
[…] Il secondo compito è quello di unire i nostri popoli nel cammino della pace e della giustizia.
[…] Nessun potere di fatto o costituito ha il diritto di privare i paesi poveri del pieno esercizio della loro sovranità e, quando lo fanno, vediamo nuove forme di colonialismo che compromettono seriamente le possibilità di pace e di giustizia, perché «la pace si fonda non solo sul rispetto dei diritti dell’uomo, ma anche su quello dei diritti dei popoli, in particolare il diritto all’indipendenza> (Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Compendio della dottrina sociale della Chiesa, 157).
[…] Il colonialismo, vecchio e nuovo, che riduce i paesi poveri a semplici fornitori di materie prime e manodopera a basso costo, genera violenza, povertà, migrazioni forzate e tutti i mali che abbiamo sotto gli occhi… proprio perché mettendo la periferia in funzione del centro le si nega il diritto a uno sviluppo integrale. E questo, fratelli, è inequità, e l’inequità genera violenza che nessuna polizia, militari o servizi segreti sono in grado di fermare.
Diciamo NO, dunque, a vecchie e nuove forme di colonialismo. Diciamo SI’ all’incontro tra popoli e culture. Beati coloro che lavorano per la pace.
[…] Il terzo compito, forse il più importante che dobbiamo assumere oggi, è quello di difendere la Madre Terra.
La casa comune di tutti noi viene saccheggiata, devastata, umiliata impunemente. La codardia nel difenderla è un peccato grave. […] I popoli e i loro movimenti sono chiamati a far sentire la propria voce, a mobilitarsi, ad esigere – pacificamente ma tenacemente – l’adozione urgente di misure appropriate. Vi chiedo, in nome di Dio, di difendere la Madre Terra”.
(Papa Francesco, Discorso ai partecipanti al II incontro mondiale dei movimenti popolari, Santa Cruz de la Sierra, Bolivia, 9 luglio 2015)8
***
Anno nuovo, vita nuova
“L’anno si è aperto con l’idea nuova che sia possibile una Costituzione della Terra, un costituzionalismo mondiale, una famiglia umana che diventi anche soggetto politico e giuridico, onde la Terra e la storia possano essere salvate”.9
Quanto tempo ci vorrà per il processo costituente?
Quanto tempo sarà necessario per la gestazione e il parto della Costituzione della terra, dopo che l’idea è stata concepita?
Dipenderà dalle risposte che saranno date all’Appello.
Il filosofo Cardone, già citato, ha scritto:
“La cultura della pace, di cui oggi tanto si parla al di là del settore politico, nelle scuole, nelle associazioni femminili, nel giornalismo, implica un nuovo senso della storia. […] Dunque è il senso della storia che va radicalmente mutato per la coltivazione (come io tradurrei meglio il termine “cultura”) della pace. […]
Si è detto che l’uomo è un animale razionale e sociale (Aristotele), ma poi anche che l’uomo è lupo all’uomo (Hobbes). Nella storia pragmatica sono coesistite le due qualifiche nel senso che l’uomo si è associato con i suoi simili familiari, tribali, nazionali e spesso contemporaneamente ha cercato di essere lupo per gli uomini di altre associazioni. […]
Pertanto cultura della pace vuol dire oggi coltivazione intensa ed estesa di un nuovo senso, morale, della vita che porti alla solidarietà, se non del tutto all’amore, universale. Ciò è tanto più oggi possibile perché, grazie ad alcuni settori della Scienza (diversi da quelli che costruirono l’atomica, contro cui io scrissi nel 1954 un Procès aux savants) c’è grande possibilità di benessere per tutti. […]
Dunque la coltivazione della pace deve cominciare nello spirito dei privati e via via risalire a coloro che essi eleggono come governanti, se proprio non vogliono scegliere l’autogoverno. La cultura della pace deve, dunque, espandersi tra le cosiddette “masse”, rese coscienti della solidarietà cosmica tra tutti gli uomini. E tale cultura risolverebbe anche tutti i problemi della cosiddetta “economia” (la fame, la povertà, l’assistenza etc.) in una specie di sua “spiritualizzazione”. […]
Solo in questo supremamente evoluto spirito di pace possono scomparire nel mondo – oltre che la guerra – la fame, il senso privatistico degli “spazi vitali”, delle pretese di “Verità” assoluta, per guardare al relativo, alle alte sfere delle conquiste scientifiche che – come quelle nel campo della medicina – contribuiscono alla migliore sopravvivenza umana su questa Terra, nel cui destino cosmico siamo tutti, di ogni nazione, di ogni razza, di ogni colore, di ogni religione (istituzionale o laica) ugualmente coinvolti”.10
***
Roma, 4 gennaio 2020
Raffaello Saffioti
Centro Gandhi – PALMI (RC)
raffaello.saffioti@gmail.com
 
1 Da: SOCIETA’ FILOSOFICA CALABRESE, Atti Dal 1948 al 1979, Stab. Tip. Editoriale C. Biondi, Cosenza, 1980
2 ROCCO ALTIERI, Religione e politica in Gandhi, Supplemento al n. 36 della rivista “Quaderni Satyagraha”, Centro Gandhi Edizioni, p. 9.
4 RANIERO LA VALLE, Chi sono io, Francesco? Cronache di cose mai viste, Ponte alle Grazie, 2015, p. 59.
5 ALDO CAPITINI, Opposizione e liberazione, Linea d’ombra edizioni, 1991, p.123.
6 PAPA FRANCESCO, Terra Casa Lavoro, Ponte alle Grazie, 2017, p. 31.
7 PAPA FRANCESCO, Terra Casa Lavoro, cit., pp. 74-77.
8 PAPA FRANCESCO, Terra Casa Lavoro, cit., pp. 35-36, 39, 43, 45-50, 53-54, 56-57.
9 Da: Newsletter n. 176 del 3 gennaio 2020.
10 DOMENICO ANTONIO CARDONE, Si vis pacem para pacem, Editori del Grifo, Montepulciano, 1984.



Domenica 05 Gennaio,2020 Ore: 09:51
 
 
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