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www.ildialogo.org La liberazione di un lebbroso,di Dino Biggio

La liberazione di un lebbroso

di Dino Biggio

Gianni Mula Ho chiesto al mio caro amico Dino Biggio di raccontare per questa rubrica come ha vissuto la giornata della visita a Cagliari di Papa Francesco. Dino, come i lettori ricorderanno dai post Essere cristiani oggi e La gioia della liberazione, è curatore prima e poi coautore degli ultimi libri di Arturo Paoli, libri nei quali il lavoro di Dino è stato, nelle parole di fratel Arturo, “intelligente e direi quasi necessario” perché trasmette alle sue parole “una nuova vitalità, una vitalità rinascente”. Dino, che sapevo aver vissuto intensamente quella giornata, in risposta al mio invito mi ha fatto avere queste tre brevi storie, che nel loro insieme mi pare diano un'immagine un po' insolita degli avvenimenti di quel giorno e ci possano dire qualcosa di più e al di là dei semplici fatti che presentano. È difficile dire i sentimenti che la loro lettura suscita, perché sono storie così lontane dal nostro normale modo di vedere la vita che non possono costituire modelli o insegnamenti per nessuno. E sono forse anche troppo semplici per scopi agiografici o apologetici. Forse il loro senso profondo, se ce l’hanno, è che ogni momento della nostra vita deve essere aperto alla contemplazione, a quell’intuizione gioiosa che, per usare le parole di quel grande uomo di Dio ultracentenario che ho prima citato, permette a tutti, anche a persone fuori dall’area religiosa, di “superare la situazione esistenziale dell’«io sono con» (vale a dire io sono con i miei simili, faccio parte di un sistema) per assumere quella dell’«io per» (io vivo per gli altri).” (Arturo Paoli - Della mistica discorde - Edizioni la meridiana 2002). Perché, magari un po' paradossalmente, solo la contemplazione ci permette di cogliere il senso di quello che non vediamo e pure è sotto i nostri occhi.
Sia come sia: la prima è la storia di un prete, la seconda la storia di un hanseniano, la terza racconta un momento particolare di una giornata particolare nella vita di una città.
Buona lettura!
Gianni Mula

La liberazione di un lebbroso
Dino Biggio
Il prete
Il “pugno sullo stomaco” che il Signore ci ha inferto portandoci via il nostro amato don Efisio Spettu – per dirla col suo vescovo, Mons. Miglio, – è stato troppo improvviso e violento per essere assorbito rapidamente. Ci vorrà del tempo, e per molti non sarà facile, perché la sua presenza e il suo rapporto umano e sacerdotale erano profondamente radicati nel cuore delle molte persone per le quali aveva donato la sua vita.
Nei giorni successivi alla sua morte sono stati pubblicati diversi articoli nei quali è stata puntualmente tratteggiata la figura poliedrica di questo grande sacerdote, che abbiamo avuto la fortuna di conoscere e di frequentare, godendo della sua amicizia. La sua vita è stata così ricca, piena e intensa, che merita di essere ripercorsa e rivisitata con calma, per mantenerne viva la memoria e la solida testimonianza. Sono state ricordate alcune delle “fedeltà” di don Efisio, fedeltà alle quali non è mai venuto meno e che hanno illuminato il suo cammino esistenziale. La prima e più importante è stata quella verso il Signore, e racchiude tutte le altre: il suo servizio nel Seminario (14 anni da Rettore del Seminario Regionale sardo), quello nell’UNITALSI, di cui è stato per lunghi anni assistente spirituale, la Comunità di San Rocco, da lui fondata con alcuni amici nel 1974; la sua dedizione per gli ammalati in generale, e in particolare per quelli che ha incontrato come cappellano dell’Ospedale Oncologico, condividendo con loro l’esperienza dolorosa della malattia, fino alla fine.
A me, in questa occasione, piace ricordare la straordinaria fedeltà di don Efisio nei confronti del minuscolo gruppo di hanseniani ricoverati nell’Ospedale SS. Trinità di Cagliari. La frequentazione di quel reparto, di cui i più ignorano l’esistenza, abbraccia tutto l’arco temporale del ministero sacerdotale di don Efisio, cinquant’anni appunto, e non si è mai interrotta per nessuna ragione, neppure nei momenti in cui gli venivano affidati compiti impegnativi e gravosi. In mezzo secolo, ogni mercoledì e per tutte le più importanti festività, non ha mai mancato di celebrare la Messa nella cappellina ricavata in un angolo della corsia, trovando il tempo per dialogare con i ricoverati da una vita, con i quali ha saputo instaurare un rapporto di intensa amicizia, fino a considerare quella, con convinzione, la sua “famiglia”.
Con quella sua famiglia don Efisio celebrava, il 29 giugno di ogni anno, giorno anniversario della sua ordinazione sacerdotale, la messa di ringraziamento. Anche quest’anno avrebbe voluto rinnovare la celebrazione, ma la malattia non glielo ha permesso. In occasione del suo 44° anniversario di ordinazione, il 29 giugno del 2007, nell’esortazione iniziale don Efisio disse: «Iniziamo questa celebrazione eucaristica col canto “Mi sono lasciato sedurre, Signore, da Te”. Questo canto, in occasione del mio 25° di sacerdozio, nel 1988, lo scelsi come canto di introduzione da inserire in un libretto da utilizzare in quella circostanza importante. Con molta libertà vi dico perché lo scelsi: perché allora, dopo venticinque anni, ero ancora “sedotto” dal Signore. Oggi, nonostante tutto, credo di poterlo ancora dire, e credo di poterlo testimoniare di fronte a voi che “siete la mia famiglia”. Siete voi la mia famiglia! A voi dico le cose prima di dirle agli altri, di tutto ciò che riguarda la mia situazione, il mio cammino. È con voi che ho vissuto il sacerdozio. Spiegavo a delle persone che io posso aver avuto la fortuna, per il ministero che mi è stato dato, di poter venire qui in questi 44 anni – e prima ancora – perché le situazioni mi hanno permesso che potessi, insieme agli altri impegni sacerdotali, rispettare anche questo. E allora è con voi che voglio dire ancora questo: a 70 anni sono ancora innamorato di Gesù Cristo. Perciò cantiamo il ritornello: “Mi sono lasciato sedurre, Signore, da Te. M’hai fatto violenza, mi hai preso la vita, Signor”».

Lettera di un hanseniano a papa Francesco
Cagliari, 23 giugno 2013
Mio caro e amato Papa Francesco,
certamente questa mia lettera ti giungerà inattesa, forse ti sorprenderà un pochino, ma sono certo che con la tua grande sensibilità e premura per le necessità dei fratelli, soprattutto dei più deboli e dei più bisognosi di tutto, la leggerai con attenzione e ti sarà di consolazione e di sostegno nel gravoso servizio che sei stato chiamato ad esercitare come Vescovo di Roma e Pastore della Chiesa universale.
Fin dal primo momento della tua elezione, quando ti sei affacciato alla loggia delle benedizioni per presentarti a Roma e al Mondo, ascoltando alla televisione la tua voce, che esprimeva il tuo modo semplice e diretto di comunicare con la gente, mi hai aperto il cuore e mi hai fatto esclamare: che bel dono ci ha fatto il buon Dio! Ci ha dato il Papa giusto per guidare la Sua Chiesa in questi tempi così turbolenti e difficili. Poi, seguendoti ogni giorno attraverso le notizie della televisione, mi ha conquistato il tuo modo di parlare e di rapportarti con le persone: sei sceso in mezzo a noi, sei come uno di noi, sei un Papa che fa sentire il suo affetto, la sua prossimità a chi lo avvicina. E tu con gioia e senza alcun timore ti avvicini a tutti con gesti e modalità finora sconosciute.
Mi sono detto più volte: come sarebbe bello per me poterlo avvicinare, conoscere e abbracciare, per dirgli “grazie Papa Francesco, ti voglio bene anch’io”. Ma come fare per realizzare questo mio sogno? Forse sarà difficile.
Ti do qualche notizia sul mio conto: mi chiamo Antonio Aste, sono nato in Sardegna, a Carloforte – nella bella isola di San Pietro – il 31 ottobre del 1923, perciò, fra quattro mesi, compirò 90 anni.
«Un bel traguardo!», mi dirai sicuramente. E avresti ragione. Il problema è sapere come ho raggiunto questo traguardo, quali strade tortuose e impervie la vita mi ha costretto a percorrere.
Da 63 anni combatto una battaglia che mi ha sfiancato, troppo dura per essere portata da fragili forze umane: all’età di 26 anni, nell’Anno Santo 1950, sono stato colpito dal morbo di Hansen (scusami, ma non ho il coraggio di riportarlo col nome con cui sempre è stata ed è tuttora chiamata questa orrenda malattia, che assale e deturpa non solo il fisico, ma cerca di mangiarti anche lo spirito).
Per circa un decennio dall’insorgere del male ho trascorso i miei giorni alternando periodi di degenza nel reparto dell’Ospedale SS. Trinità di Cagliari – riservato esclusivamente agli hanseniani – a periodi vissuti in famiglia coi miei cari genitori e con mio fratello. Poi, dal 1960, sono stato ricoverato/internato in modo definitivo in questo reparto, da dove non sono mai più uscito, e dove tutt’ora mi trovo, insieme ad un’altra amica ammalata, che ha contratto la malattia nei primi anni ’50. Siamo gli ultimi due!
La mia esistenza – come per tutti coloro che vengono colpiti da questo morbo – è stata infernale: espulso dalla società, segregato in un luogo opprimente, condannato senza colpe. Questa esclusione sociale che dura da più di sei decenni è pesante da sopportare. È una vita per la quale è difficile trovare il senso!
Mio amato Papa Francesco, posso e devo tuttavia confidarti che in questo luogo, dove in molti abbiamo sperimentato il dolore estremo, abbiamo avuto la fortuna di fare esperienza anche di tante espressioni d’amore, che ci hanno sostenuto nei momenti più dolorosi. Anche nell’inferno della vita si può assaporare l’amore. Quello che viene manifestato con gesti semplici, come un sorriso, una carezza, una telefonata, la vicinanza senza paura; gesti che fanno sbocciare un’amicizia vera, che radica profondamente rendendo solido il rapporto.
Potrei raccontarti tanti episodi a sostegno di quanto affermo. Mi limito a riferirti di uno, che dura da cinquant’anni, che ha reso possibile la nascita di tante relazioni che perdurano tuttora: il suo nome è don Efisio Spettu. È stato per noi il nostro Angelo Custode, l’unico sacerdote che non ci ha mai abbandonato, che è rimasto sempre fedele all’impegno di seguirci e di non lasciarci mai soli. Così è stato. Don Efisio, per cinquant’anni, ogni mercoledì e per le più importanti festività è venuto a celebrare la messa solo per noi – quando altri preti non mettevano piede nel reparto per paura del contagio. Non è mai mancato all’appuntamento, per noi motivo di grande conforto. È venuto fino a qualche settimana fa, nonostante la grande debolezza causata dalla chemioterapia cui è sottoposto per un cancro che lo ha colpito. E così lui, che svolge il suo ministero come cappellano dell’Ospedale Oncologico di Cagliari, vi si trova ora ricoverato, come tanti altri ammalati. Il prossimo 29 giugno ricorre il 50° della sua ordinazione sacerdotale e spera tanto di avere le forze sufficienti per celebrare la Messa. Noi preghiamo in ogni momento per lui il Signore perché gli dia questa gioia e gli ridoni la salute, anche per continuare a sostenere la nostra vita. È sempre stato un fedele testimone dell’amore e della tenerezza misericordiosa del Padre. Sapessi quanto ti vuole bene!
Per concludere, mi sono detto: caro Papa Francesco, poiché hai deciso di venire a Cagliari il prossimo 22 settembre per pregare la Madonna di Bonaria, forse il mio sogno di incontrarti e di abbracciarti, in compagnia di don Efisio, si può realizzare. Pensa come sarebbe bello! Tu forse un hanseniano qualche volta avrai avuto modo di abbracciarlo, io un Papa non l’ho mai potuto avvicinare. Ora è diverso, il Papa sei tu Francesco, e il desiderio di incontrarti è veramente grande e sincero. So che mi aiuterai a farlo diventare realtà.
Sono certo che vorrà aiutarmi anche il nostro stimato Arcivescovo di Cagliari, mons. Arrigo Miglio, al quale doverosamente trasmetto questa mia lettera. Desidero precisare che ho già avuto l’autorizzazione del primario del reparto a partecipare alla manifestazione in luogo pubblico.
Grazie per la tua pazienza e scusami per il disturbo. Ricordaci nelle tue preghiere, noi ci ricorderemo di te nelle nostre. Dio ti benedica, ti accompagni nel tuo ministero e ti aiuti ad essere sempre un Papa Buono, al sevizio soprattutto dei più bisognosi.
Antonio Aste

Un momento della visita di un papa
Dal 14 luglio gli ultimi due ricoverati nel reparto degli hanseniani dell’Ospedale SS. Trinità di Cagliari erano molto tristi perché in quel giorno era morto colui dal quale per cinquant’anni avevano ricevuto la tenerezza e il conforto di una sincera amicizia: don Efisio Spettu. Ma sapevano anche che don Efisio sarebbe sempre stato accanto a loro attraverso il gruppo di amici sinceri che nel corso degli anni era riuscito a far crescere attorno a loro, attorno a persone che per tanti anni avevano sperimentato sulla propria pelle le sofferenze derivanti dalla malattia e, soprattutto, dalla emarginazione sociale. Perché la malattia si può sopportare e accettare, anche se con sofferenza, ma il marchio infamante che bolla per sempre un essere umano no! Perché esso è all’origine dell’esclusione e dell’emarginazione sociale.
Ma la tristezza per la morte di don Efisio era temperata anche dalla speranza e dall'eccitazione che l’annuncio della visita a Cagliari di Papa Francesco aveva generato in loro: sin dalla sera dell’elezione Antonio era rimasto affascinato dalla voce di Francesco e conquistato dal suo modo semplice e cordiale di rapportarsi con tutti. Da quel momento aveva iniziato a sognare di poter incontrare, lui che non era mai uscito dal reparto se non per esigenze di carattere sanitario, Papa Francesco, di poterlo abbracciare e di poter così finalmente liberarsi dallo stigma dell'esclusione che da tanto, troppo, tempo la società gli aveva cucito addosso, a lui come a tanti altri.
Don Efisio aveva ben presenti i drammi creati dall’emarginazione sociale e si sforzava in ogni modo di lenirne gli effetti. Per questo motivo aveva colto al volo l’occasione per sostenere e incoraggiare l’amico Antonio, quasi novantenne, ammalato dal 1950 e ricoverato dal 1960, ormai cieco, nella sua idea di inviare al papa una lettera nella quale gli chiedeva di poterlo incontrare.
Questo sogno è finalmente diventato realtà lo scorso 22 settembre, nella Basilica di Bonaria, in occasione della visita di Papa Francesco a Cagliari. La realizzazione del sogno di una vita del suo amico sofferente è stata così, in un certo senso, l’ultimo “dono” di don Efisio. Anche per Papa Francesco, forse, questa è stata una giornata particolare, la prima volta, nello svolgimento del suo ministero petrino, che ha avuto la possibilità di incontrare e abbracciare un hanseniano, un episodio di grande valore simbolico perché fa riaffiorare alla mente l’episodio narrato nei Fioretti di San Francesco d’Assisi, del suo incontro col “lebbroso” appunto: «… Francesco scese da cavallo e lo baciò».
Com'è normale per tutti gli incontri di un papa, ma molto insolito per papa Francesco, l’incontro con Antonio è stato preparato a lungo e accompagnato in ogni momento dalla discreta e preziosa vicinanza dell’arcivescovo mons. Miglio che, per sostenerlo in vista di quell’abbraccio tanto desiderato, ha anche voluto intrattenersi a lungo con lui in cordiale colloquio.
Così tutto si è svolto nel modo migliore: alle otto del mattino una spaziosa macchina messa a disposizione dal Comando dei Vigili del Fuoco, era già al cancello del reparto Hanseniani dell’Ospedale SS. Trinità di Cagliari; i vigili, con gentilezza e con disponibilità davvero encomiabili, hanno aiutato Antonio a sistemarsi nell’automobile rossa; oltre ad Antonio e ai due vigili, nell’auto c’ero anch’io e l’amica Greca che ha messo al collo di Antonio, con sua grande gioia, un cordoncino con la bella fotografia di don Efisio; ci siamo quindi diretti verso il Santuario di Bonaria.
La città era percorsa da una marea di gente che si recava verso la Basilica, verso Piazza dei Centomila, o in cerca di un posticino lungo le strade che avrebbe percorso il corteo papale.
La Basilica di Bonaria alle 8,30 era già gremita dagli ammalati accompagnati da parenti e assistiti dal personale medico, infermieristico, e da numerosi volontari delle varie associazioni. La navata laterale destra era riservata a quelli colpiti dalla SLA, quella centrale agli altri infermi non barellati. Tanti i bambini affetti da gravi malattie.
Quanto dolore era racchiuso nel Tempio! Ma stranamente il clima era di festa, colmo di gioia, nell’attesa dell’arrivo di Papa Francesco. Sull’altare maggiore era stato sistemato un maxi-schermo per consentire a tutti di seguire gli spostamenti del pontefice dal momento in cui è sceso dall’aereo, fino al suo ingresso nella Basilica.
Antonio è stato sistemato nella navata centrale, accanto al primo banco, proprio davanti all’altare maggiore, dove il Papa sarebbe dovuto passare due volte (al suo ingresso, e poi, al termine della cerimonia, al rientro dalla Messa sul sagrato). Io e Greca eravamo al suo fianco.
Come il Papa ha messo piede dentro la Basilica, si è levato come un boato misto di applausi, di “evviva il Papa”, di “Francesco… Francesco”. La gioia di tutti è esplosa, incontenibile. Noi vedevamo da lontano la sua figura, la sua veste bianca, che avanzava lentamente, fermandosi accanto ad ogni ammalato di SLA, accarezzando la fronte di ciascuno, baciandola teneramente tenendo il viso tra le mani, scambiando qualche parola con i parenti.
Dopo aver percorso tutta la navata laterale, Papa Francesco si è diretto verso la navata centrale, dove era già da un po’ ad attenderlo, con un bouquet di fiori da deporre ai piedi di N.S. di Bonaria, mons. Miglio, sistematosi accanto ad Antonio. Con un discreto gesto della mano l’arcivescovo ha indicato al Papa l’uomo che stava seduto da ore, in attesa, su una carrozzina: Antonio. In quell’attimo mi è sembrato chiaro che il Papa fosse già informato di quella presenza e, forse, avesse anche letto la lettera di Antonio. Infatti, senza alcuna esitazione, ha deviato dalla sua traiettoria e si è diretto verso Antonio che, come poteva, applaudiva per la gioia dell’incontro tanto desiderato e ormai a portata di mano. Avevo appena fatto in tempo a sussurrargli “il Papa viene da te”, che le mani del pontefice già stringevano vigorosamente, ma con una dolcezza che non potrei descrivere adeguatamente, quelle di Antonio, che non ha saputo trattenere le lacrime. Antonio avrebbe voluto dire tante cose al Papa, ma nel timore di non farcela per la commozione, mi aveva raccomandato cosa sussurrargli all’orecchio: «Papa Francesco, ti ringrazio di cuore per aver esaudito il mio desiderio di incontrarti e di abbracciarti. Grazie di questo bel momento che mi hai donato. Come sai, mio caro Papa, io sono un lebbroso, ma oggi accanto a te mi sento un uomo libero». Il Papa lo ha stretto in un lungo abbraccio, poi lo ha baciato sulle guance. Antonio era finalmente felice, il Tempio non riusciva a contenere la sua gioia di sentirsi finalmente “un uomo libero”.
Grazie Francesco, che Dio ti benedica sempre e faccia risplendere su di te la luce del Suo volto.



Sabato 28 Settembre,2013 Ore: 16:22
 
 
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