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www.ildialogo.org Si può essere in ritardo per la fine della storia?,di Gianni Mula

Si può essere in ritardo per la fine della storia?

di Gianni Mula

Gianni Mula“Si può essere in ritardo per la fine della storia? È un problema per oggi”. Questo si chiedeva una ventina d’anni fa Jacques Derrida, il grande filosofo della decostruzione, parlando delle tesi dello storico americano Francis Fukuyama sulla fine della storia. In un saggio del 1992 (La fine della storia e l'ultimo uomo - Rizzoli) Fukuyama aveva scritto che dopo il crollo del muro di Berlino anche le parti del mondo dove regnavano dittature e teocrazie avrebbero finito con l’arrendersi alla superiorità della moderna democrazia liberale. La sua tesi era infatti che con quel crollo la storia dell’evoluzione ideologica del genere umano si fosse definitivamente conclusa con la sconfitta del comunismo marxista. Derrida, decostruendo questa tesi (Spettri di Marx - Cortina 1994), dimostrò che l’idea di Fukuyama della fine della storia altro non era che uno strumento retorico per delegittimare ogni dissenso verso la propria idea di democrazia liberale: se la storia è finita, infatti, non ha più senso cercare di migliorare quell’idea. Ora la stessa retorica riappare in un campo diverso, quello dell’economia: questa volta non è più il crollo del muro di Berlino ma quello della base teorica delle politiche di austerità. Che questa base sia a pezzi è ora evidente a tutti (ne ha parlato perfino Crozza). Ma per un giornalista economico come Stefano Feltri, responsabile per l’economia del Fatto Quotidiano, accorgersene solo oggi e limitarsi a sostenere, come uno appena caduto dal pero, che “Le basi teoriche dell’austerità sono crollate, ora serve un approccio alternativo. Che ancora non si vede”, significa usare questo crollo per decretare la fine della storia, cioè delle discussioni sul passato, e delegittimare (molto convenientemente) i tanti economisti altamente qualificati, tra cui premi Nobel come Krugman e Stiglitz, che, ben prima che si scoprisse che le politiche di austerità contenevano anche errori banali di programmazione (e discutibili criteri di selezione dei dati), le avevano criticate in quanto concettualmente sbagliate.

In altri termini significa voler ricominciare evitando di riconoscere che la causa principale dell'instabilità del capitalismo occidentale è lo smantellamento del sistema di vigilanza bancario creato dopo la crisi del ’29, sistema che prevedeva l’obbligo di separazione tra banche commerciali e banche di investimento. È stata infatti l’abolizione di quest’obbligo, avvenuta nel 1999, che ha scatenato i mercati al grido di “Si arricchisca chi può!”. E non sorprende che chi può coincida con chi è già molto ricco (come non sorprende che molti trovino tante buone ragioni per paragonare chi governa cercando di guadagnare la fiducia dei “mercati” a chi gestisse l’AVIS cercando di compiacere Dracula).

Per chi fosse invece convinto che questa mia ricostruzione sia solo la critica di una minoranza in cerca di facile notorietà che si contrappone al pensiero economico dominante, indicherò alcuni link che potranno aiutare il formarsi un’opinione propria. Anzitutto il sito sbilanciamoci.info (in generale molto consigliabile per chi voglia informarsi in maniera affidabile sui temi economici) su cui si può trovare l’articolo Il peggio non ha mai fine che dimostra in maniera incontestabile che nessuna storia è finita visto che la scoperta dell’inconsistenza teorica delle politiche di austerità non ha avuto alcun rilievo nei luoghi dove la politica economica, anche italiana, viene decisa. In particolare nell’articolo vengono demoliti due miti sugli effetti dell'uscita dalla procedura di deficit eccessivo, il primo che l'Italia entri così nell'élite dei paesi virtuosi dell'Unione Europea, il secondo che quest’uscita sancisca la fine dell'austerity e apra margini per politiche fiscali espansive.

Mi pare poi utile segnalare un articolo riassuntivo di Paul Krugman, recentemente pubblicato sulla New York Review of Books e citato da Feltri solo per protestare contro le sue conclusioni, giudicate chissà perché non utili per capire la situazione europea. Ecco un brano particolarmente significativo di quest’articolo: “A tutti piacciono le storie con una morale. Dire "Perché il salario del peccato è la morte" suona molto meglio che dire "Le disgrazie capitano", perché tutti vogliamo che gli eventi abbiano un senso. Nel caso della macroeconomia questo bisogno di trovare un significato morale crea in tutti noi una sorta di predisposizione a credere alle storie che attribuiscono le sofferenze create da una recessione agli eccessi del boom che l’ha preceduta e, forse, rende anche più naturale di vedere le sofferenze come parte inevitabile del processo di purificazione. Quando Andrew Mellon al tempo della depressione del ’29 suggerì a Herbert Hoover di lasciare che la crisi seguisse il suo corso senza interventi dello stato, in modo che potesse purificare il sistema dal marciume accumulato, forniva un parere disastroso dal punto di vista economico ma che però suonava (e suona ancora) psicologicamente confortante per molte persone.

Per l'economia keynesiana, al contrario, in macroeconomia non ci sono significati morali da ricercare, e le depressioni sono essenzialmente un malfunzionamento tecnico. È rimasta famosa la dichiarazione di Keynes "abbiamo problemi all’accensione”, cioè i problemi dell’economia sono come quelli di una macchina con un piccolo ma fondamentale problema nel sistema elettrico, e il lavoro dell'economista è quello di capire come riparare questo problema tecnico. Il capolavoro di Keynes, La teoria generale dell'occupazione, dell'interesse e della moneta, è degno di nota - e rivoluzionario - perché non dice quasi nulla di ciò che accade durante i boom economici. I teorici del ciclo economico prima di Keynes amavano soffermarsi sugli eccessi che si verificano nei tempi buoni, ma avevano relativamente poco da dire sul perché questi eccessi diano luogo a momenti difficili o di ciò che si dovrebbe fare quando lo fanno. Keynes ha invertito questa priorità; quasi tutta la sua attenzione si è concentrata su come le economie restano depresse, e su che cosa si può fare per renderle meno depresse.

Keynes aveva assolutamente ragione, ma non c'è dubbio che molte persone trovano il suo approccio profondamente insoddisfacente sul piano emotivo. E così non dovremmo stupirci che molte interpretazioni della crisi ritornino, che gli autori ne siano o meno consapevoli, allo stile istintivo, pre-keynesiano, di occuparsi degli eccessi al tempo del boom piuttosto che dei problemi creati dalla recessione.”

Voglio infine segnalare come raro esempio di civile ma reale confronto fra opinioni molto diverse, una lettura critica del libro "Sbilanciamo l'economia. Una via d'uscita dalla crisi" di Giulio Marcon e Mario Pianta, offerta da Michele Salvati, e la replica dei due autori. Per comodità di chi legge riporto entrambi i testi alla fine di questo post.

Tuttavia l’aspetto più significativo di questa vicenda non è strettamente economico ma politico. Sia l’annuncio della fine del marxismo, e quindi della storia, come conseguenza del crollo del muro di Berlino, che l’annuncio della fine delle politiche di austerità come conseguenza della scoperta degli errori di Reinhard e Rogoff, sono infatti tentativi di manipolazione dell’opinione pubblica. La manipolazione sta nella pretesa di ricondurre ogni storia a un’alternativa preconfezionata e fasulla. Nel primo caso si trattava dell’alternativa tra il bene e il male, tra il comunismo sovietico negatore di Dio e della libertà e la democrazia liberale occidentale. Nel secondo caso si tratta dell’alternativa tra un presunto partito della spesa pubblica e quello del cosiddetto buon senso. In entrambi i casi si tratta di alternative che già nella loro formulazione definiscono quale sia l’opzione vincente. Che queste posizioni, nonostante il loro essere palesemente infondate e insostenibili, abbiano trovato e trovino ampio spazio e sostegno sulla generalità dei mezzi di informazione non sorprende. Fa magari un po’ specie trovare questa distorsione della realtà sul FQ: ad es. Feltri nel suo ultimo post ribadisce che il problema di oggi è che “ ... Draghi, che finora ha permesso all’euro di sopravvivere e all’Europa di progettare un minimo di futuro, sembra imbrigliato dalla Germania che, bloccando l’unione bancaria, lo indebolisce”. In altri termini se venissero dati pieni poteri a Draghi, cioè a uno che condivide interamente la strategia economica della Merkel e di Monti (anche se sarebbe forse meno pasticcione) l’economia si riprenderebbe subito!? (Per approfondimenti rimando a ciò che ho scritto alla fine di Requiem per un partito mai nato)

Il che mi riporta alla citazione di Derrida riportata all’inizio. Derrida ha una tale fama di essere un filosofo oscuro che tra i suoi detrattori circolava la storiella che la differenza tra la mafia e la decostruzione era che mentre la prima fa offerte che è impossibile rifiutare la seconda fa offerte che è impossibile capire. In realtà, per quanto la filosofia della decostruzione non sia particolarmente oscura (almeno non in confronto alla tradizione filosofica che nei paesi anglosassoni è chiamata continentale), è indubbio che Derrida abbia fatto largo uso di ogni tipo di espediente retorico, con largo uso di giochi di parole e di affermazioni già a prima vista assurde e provocatorie, per sconvolgere e costringere i suoi lettori a pensare.

Chiedersi se si può essere in ritardo per la fine della storia è appunto una provocazione, il cui senso è il rifiuto di ripartire ex novo da una data situazione di fatto, cioè il rifiuto di dimenticare tutta la storia che ha determinato quella situazione.

Certo, leggere in questo modo le posizioni di Feltri significa accusare l’intera politica editoriale del Fatto Quotidiano, che rimane peraltro l’unico quotidiano italiano di informazione ancora ragionevolmente affidabile, di prestarsi a un’azione di disinformazione e di manipolazione dell'opinione pubblica. Quest’accusa può sembrare ingiusta, eccessiva, immotivata, magari anche semplicemente folle. E non c’è dubbio che in generale sia tutte queste cose. Da sempre, tuttavia, l’informazione in campo economico del FQ non si discosta gran che da quella di Repubblica e oggettivamente fa da supporto al pensiero economico dominante. Sono osservazioni che con Valerio Gigante e Giovanni Sarubbi avevamo già fatto un paio di anni fa in Una domanda al Fatto Quotidiano: perché ospitate articoli di Michele Boldrin?, naturalmente senza registrare la benché minima reazione. Oggi la situazione sembrerebbe cambiata, almeno a leggere quello che di Michele Boldrin scrive nel suo blog sul FQ Pierfranco Pellizzetti, vecchio liberale senza partito di riferimento, acuto e brillante sociologo e opinionista di MicroMega e del FQ. Ecco qualche frase indicativa: “ ... il mercatista da centri sociali, l’economista picchiatore Michele Boldrin. Quel patavino emigrato in America, che ritorna di tanto in tanto per farci la lezione maccheronica alla Sante Baylor, alias Alberto Sordi americano a Roma: that’s american that’s all right. E già, quello che se la tira da cattedratico di Washington giocando sull’equivoco: insegna nel Midwest, in una facoltà intitolata al primo presidente degli Stati Uniti”. E, in un post più recente, “Inutile sperare in un’autocritica da parte dei liberisti/mercatisti, fanatici propagandisti delle privatizzazioni mirabolanti, alla luce di quanto emerge dalla vicenda dell’Ilva di Taranto. Ossia quei signori che – veri bolscevichi venuti da Chicago – hanno occupato in massa le pagine del commento economico sulle principali testate giornalistiche italiane spiegandoci con insuperabile prosopopea che da noi le cose andavano male perché c’erano troppi controlli e non si lasciava totale mano libera alla funzione salvifica del “mercato autoregolantesi”: gli Alberto Bisin, gli Alessandro De Nicola, i Michele Boldrin, i Franco Gavazzi & Alberto Alesina, i Luigi Zingales (in questo caso, quelli che si facevano belli dello smascheramento strombazzato, tipo rogo di Torquemada, del sodale di fino a un attimo prima: il patetico Oscar Giannino).

Ma siccome Feltri, responsabile per la politica economica del FQ, ancora oggi non mostra la minima consapevolezza del carattere a dir poco discutibile degli scritti di personaggi di questo calibro, bisogna concludere, come già scrivevo nella nota che accompagna Le marce della follia, che per il FQ ancora oggi non c’è alcunché da obiettare a "trattare formalmente nello stesso modo economisti come Luciano Gallino e Michele Boldrin, incurante del fatto che le proposte economiche del primo siano radicate in una seria analisi dei fatti e quelle del secondo, invece, in un’adesione dogmatica al pensiero unico dell’establishment economico internazionale. Si vede che per il quotidiano di Travaglio e Padellaro essere neutrali tra guardie e ladri non è lecito (giustamente) in campo politico, ma lo è invece nel campo delle teorie economiche. Mah ...”.

Gianni Mula


La sinistra pensante

Michele Salvati, 27 maggio 2013

Nelle prossime righe eviterò commenti sull’attuale situazione politica ed economica italiana, che, se il duo Letta-Napolitano non troverà le forze per un colpo di reni, si trascinerà tra una micro-crisi e l’altra fino a quando non verrà abborracciata – se mai accadrà – una legge elettorale, e il Parlamento potrà essere nuovamente sciolto.

Vorrei invece prendere in considerazione un breve ma denso libretto che ho letto nel fine settimana (Giulio Marcon e Mario Pianta, Sbilanciamo l’economia. Una via d’uscita dalla crisi, Laterza, 2013): un’ottima rassegna su che cosa pensa l’estrema sinistra pensante, riprendendo il termine dal titolo di un bel testo di Salvatore Biasco.

Le cinquanta pagine iniziali, che costituiscono il primo capitolo, contengono un’analisi della crisi mondiale ed europea che in buona misura condivido: Mario Pianta è un economista competente, e in questo caso ha il vantaggio di giudicare la situazione col senno di poi, col benefit of hindsight, direbbero gli inglesi.

Il resto del libro riguarda anzitutto le proposte per contrastare la crisi nel caso in Italia riuscisse a prevalere un governo di estrema sinistra (secondo capitolo, Sette strade per uscire dalla crisi), e descrive soprattutto i modi per costruire il “blocco sociale post-liberista” – così è definito – che potrebbe sostenere quel governo (terzo capitolo, La politica che ci vorrebbe, probabilmente scritto da Giulio Marcon, il coordinatore del movimento “Sbilanciamoci”).

Dopo una premessa critica su ciò che passa oggi per democrazia, questa seconda parte del libro è un lungo, dettagliato e appassionato resoconto sulla democrazia dal basso nel nostro Paese e sui movimenti riguardanti temi di politica e di economia che combattono il pensiero neoliberista prevalente, da quello per l’acqua pubblica ai no-Tav. Anche in queste pagine alcune proposte e analisi sono condivisibili da chi ha una visione diversa di quella che dovrebbe essere la politica idonea al nostro Paese: lo sforzo di documentazione degli autori è notevole (anche se in prevalenza limitato a una letteratura radicale), e da parte mia confesso una spontanea simpatia per chi cerca di sfondare il muro delle opinioni dominanti alla luce dei valori di democrazia, solidarietà ed eguaglianza presi sul serio.

Detto questo, purtroppo, alcune cose non tornano, e sono relative a questioni importanti. Mi limito qui a segnalare le due che si scontrano con molte delle proposte di riforma avanzate da Pianta e Marcon, e dai movimenti che loro stessi appoggiano. La prima riguarda le possibilità di azione del governo italiano nei confronti di una crisi che è di origine internazionale ed europea. Come sappiamo, il nostro governo ha poca "capacità di movimento" in Europa, e ancor meno a livello internazionale, attraverso le armi della politica estera: strumenti, questi, che si rivelano infatti poco efficaci per un Paese, come il nostro, dallo scarso peso politico e che oltretutto non hanno alcuna utilità nei confronti dei mercati.

Ciò significa che dobbiamo tener conto delle ripercussioni in campo economico e, in Europa, delle nostre scelte politiche e delle policies che ne conseguono: è come se la nostra democrazia avesse due constituencies, una nazionale e una internazionale, e di ciò è inutile lamentarsi. Se domani riuscissimo a costruire un’Europa federale, crediamo forse che la situazione sarebbe più favorevole ai nostri ideali di maggior benessere e di democrazia partecipata? Che gli elettori degli altri Paesi ci lascerebbero sostenere senza obiettare maggiori spese di Welfare senza copertura finanziaria nazionale?

Per fortuna i nostri due autori, pur consapevoli che le regole dell’euro ci fanno vivere in una situazione di asfissia, non arrivano a sostenere la strategia catastrofica del default sul nostro debito pubblico. Catastrofe sempre possibile, anche se non siamo intenzionati a produrla. Se però è così, allora l’attenzione al rigore di bilancio è necessaria e questa è piuttosto scarsa in Sbilanciamo l’economia, come lo stesso titolo fa capire.

Col senno di poi, anch’io mi sono convinto che l’adesione alla moneta unica, nella speranza che questa servisse a forzare un’unione politica, è stata una scelta sbagliata: ma quali sono, oggi, le vie d’uscita meno traumatiche per il nostro Paese e per i suoi ceti più bisognosi? Dire che l’assenza di analisi su questo tema centrale mi ha sorpreso è un eufemismo che rasenta l’ipocrisia. Ma c’è un'altra questione la cui scarsa considerazione mi ha stupito ancor di più. I movimenti sono una bella cosa, sollecitano partecipazione democratica, esprimono (quando le esprimono) esigenze di eguaglianza e solidarietà, ma sono, per definizione, single issue, anche quando non si limitano a problemi strettamente locali.

Il nostro Paese deve però affrontare un gigantesco problema di efficienza, di risparmio, di produttività, di competitività, di innovazione a livello generale, per tutto il sistema che produce beni e servizi, sia pubblici sia privati. Mario Pianta ha scritto in passato cose intelligenti sulla scarsa capacità di innovazione delle nostre imprese, e ce n’è traccia anche in questo libretto.

Manca, invece, un’analisi adeguata della straordinaria inefficienza del nostro sistema pubblico, cui i vari movimenti vorrebbero affidare compiti sempre maggiori. E soprattutto non c’è la consapevolezza che i guai nei quali siamo oggi derivano soprattutto dal fatto che in passato abbiamo distribuito più di quanto abbiamo prodotto, o dal fatto che non abbiamo misurato le esigenze della domanda alle capacità di un’offerta che non cresceva per assenza di riforme, così creando un enorme debito pubblico. Anche se la restituzione del debito è scaglionata nel tempo e gli interessi non sono troppo gravosi, questo comporta necessariamente un lungo periodo di vacche magre. È un problema o no?

Non c’è politica macroeconomica, di breve periodo, che possa porre rimedio al fatto elementare che sono i risultati della capacità produttiva e competitiva di un Paese quelli che determinano la sua ricchezza e il benessere dei suoi cittadini, se viene escluso il ricorso al debito. Se un Paese produce poco o male, allora è un Paese povero. È povero anche se può svalutare, cosa che la moneta unica oggi ci preclude: a prezzi più bassi gli altri Paesi comprerebbero più merci, è vero, ma le ragioni di scambio si rovescerebbero a suo sfavore lasciando i cittadini poveri come prima. E probabilmente in preda a una spirale di inflazione/svalutazione dovuta al rigetto di una povertà scoperta improvvisamente dopo anni di illusioni sostenute dal debito.

Questo è il problema centrale della nostra democrazia: per carenza di riflessione la sinistra estrema, per motivi elettoralistici la destra e la sinistra di governo non vogliono o possono fare un discorso di verità ai cittadini. E soprattutto i cittadini non lo accetterebbero da parte di politici così disprezzati. Concludo e ribadisco. Per coloro i quali vogliono sapere che cosa bolle nella pentola dell’estrema sinistra pensante questo libro è un must. Tuttavia, anche se molti suggerimenti sono utili e gran parte delle critiche all’attuale fase del capitalismo condivisibili, la mia personale conclusione è che l’estrema sinistra non “pensa” abbastanza a fondo agli effetti imprevisti, ma prevedibili e non di rado perversi, delle politiche che suggerisce.


Europa, liberismo, sinistra

Giulio Marcon e Mario Pianta

Una replica alle critiche di Michele Salvati.

Ringraziamo Michele Salvati, direttore della rivista “il Mulino”, che ha commentato sul sito della rivista (1) il nostro libro “Sbilanciamo l’economia. Una via d’uscita dalla crisi” (Laterza, 2013). Abbiamo apprezzato il suo interesse e la sua sottile cortesia nel definirlo “un’ottima rassegna su che cosa pensa l’estrema sinistra pensante”. Vogliamo cogliere quest’occasione di confronto su questioni essenziali per l’economia e la politica italiana.

Michele Salvati concorda su alcune delle nostre proposte e noi concordiamo con la sua conclusione che “sono i risultati della capacità produttiva e competitiva di un paese quelli che determinano la sua ricchezza e il benessere dei suoi cittadini”. Accogliamo volentieri le sue osservazioni sui problemi della “straordinaria inefficienza del nostro sistema pubblico” che nelle nostre proposte deve assumere nuove responsabilità per guidare uno sviluppo equo e sostenibile e sull’esigenza di pensare agli “effetti imprevisti, ma prevedibili e non di rado perversi” delle politiche che proponiamo, tutti temi su cui dobbiamo continuare a riflettere e a cercare le proposte migliori. Vorremmo replicare solo a tre questioni.

La prima riguarda “il senno del poi” che guiderebbe la nostra analisi della crisi mondiale ed europea. In realtà, le stesse cose le avevamo già scritte nel “Rapporto 2002” di Sbilanciamoci!: “I limiti delle politiche neoliberiste di questi anni sono stati resi evidenti dall’aggravarsi della recessione negli Stati Uniti (…). È finita una lunga fase di consumi opulenti finanziati da un enorme debito delle famiglie e dalle aspettative di una crescente ricchezza grazie al rialzo delle quotazioni di borsa”, mentre sull’Europa spiegavamo che “l’avvio dell’euro apre nuove margini di manovra per la politica economica europea, offre una maggior autonomia nei confronti del dollaro (…). È un’occasione che non va sprecata inseguendo le vecchie politiche di liberalizzazione indiscriminata, riflesso condizionato del modello di globalizzazione neoliberista in Europa” (Manifestolibri, 2001, p.18).

E per quanto riguarda il declino italiano, già nel primo “Rapporto sulla Finanziaria 2001” che aprì il lavoro della Campagna Sbilanciamoci! scrivevamo che: “nell’ultimo decennio l’economia italiana è cresciuta appena dell’1,5% l’anno (…) e l’occupazione è caduta dell’1% l’anno in media. L’economia italiana (…) si è trovata in una spirale di bassa crescita, senza creazione di occupazione, incapace di modificare la propria struttura produttiva e la logica della spesa pubblica (…). Per tutti questi fattori appaiono scarse le possibilità che questo modello economico, e la politica che lo sostiene, abbiano successo nel conseguire una nuova fase di sviluppo” (Lunaria, 2000, pp.16-17).

In quegli anni si parlava – ricordiamolo – di “nuovo miracolo italiano”; il boom della finanza e le promesse della “new economy” dipingevano di rosa i commenti economici. Per vent’anni privatizzazioni, deregolamentazioni e flessibilità del lavoro sono state stelle polari della politica di tutti i governi, e tuttavia questo non ha portato a quell’espansione della “capacità produttiva e competitiva del paese” che tutti avremmo desiderato. È un fatto, questo, che ci sembra difficile ignorare.

La seconda osservazione di Michele Salvati ci richiama al rigore di bilancio necessario a un’Italia che non può cambiare le priorità europee. Nel nostro libro non c’è alcun programma di spese folli, – e Sbilanciamoci! ha da sempre fatto proposte che prevedono un saldo di bilancio pari a zero, o accantonamenti per la riduzione del debito.

C’è invece il riconoscimento che senza una ripresa della domanda – che nell’immediato non può che venire dall’azione pubblica – la nostra recessione ci porta – come ha segnalato il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi nei giorni scorsi – “sull’orlo del baratro”. Gli stessi argomenti sono sostenuti da anni da personaggi come Stiglitz e Krugman. La via d’uscita che indichiamo, nel breve periodo, è un allungamento dei tempi del consolidamento fiscale – proposto da quattro istituti di ricerca nordeuropei di area socialdemocratica – e l’uso di risorse aggiuntive che non aggravano il carico fiscale né sottraggono domanda interna, per una manovra di stimolo che potrebbe arrivare intorno ai 50 miliardi di euro e tirarci fuori dalla crisi. Le risorse potrebbero venire da un prelievo ulteriore sui capitali “scudati” da Tremonti, da un accordo con la Svizzera per compensare i mancati introiti fiscali per i 150 miliardi di capitali italiani esportati illegalmente, dal ricorso a fondi della Cassa Depositi e Prestiti, dallo spostamento della tassazione dal lavoro ai patrimoni. Tutto senza modificare deficit e debito pubblico.

Perché, poi, essere più realisti del re? Perfino il presidente della Commissione europea Manuel Barroso ha riconosciuto un mese fa che la politica di austerità ha raggiunto i suoi limiti politici, e il Commissario all’economia Olli Rehn ha ammesso che “il rallentamento del consolidamento è possibile”. Con la fine della procedura d’infrazione contro l’Italia per il deficit eccessivo si apre uno spazio politico che perfino l’inesistente politica internazionale del nostro governo potrebbe utilizzare.

Infine, l’etichetta di libro di “estrema sinistra”, seppur “pensante”. Abbiamo passato al setaccio le buone idee “di sinistra”, le proposte di finanzieri illuminati, imprese della “green economy”, economisti liberal americani, sindacati europei, socialdemocratici di tutti i paesi, ambientalisti, verdi, associazioni laiche e cattoliche – non abbiamo citato l’enciclica di Papa Ratzinger, ma l’ha fatto Mario Pianta nel suo libro dell’anno scorso “Nove su dieci. Perché stiamo (quasi) tutti peggio di 10 anni fa (Laterza, 2012). E Sbilanciamoci! lavora da 15 anni con 50 associazioni di tutti gli orientamenti. Perché mettere tutto questo nel ghetto de “l’estrema sinistra”?

Forse perché è estrema in senso temporale: l’ultima che è rimasta, dopo una resa ideologica che ha affermato “la fine della storia”, “il liberismo è di sinistra”, “tanto non si può cambiare nulla”. Non la pensiamo così: la storia non è finita, il liberismo è di destra e senza cambiare non si esce dal disastro che ci hanno lasciato trent’anni di adorazione del dio mercato.

(1) L’articolo di Michele Salvati è apparso su rivistailmulino.it.

Informazioni e materiali su “Sbilanciamo l’economia. Una via d’uscita dalla crisi” sono disponibili su www.sbilanciamoci.info, www.giuliomarcon.it e www.novesudieci.org.




Domenica 09 Giugno,2013 Ore: 07:10
 
 
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