- Scrivi commento -- Leggi commenti ce ne sono (0)
Visite totali: (503) - Visite oggi : (1)
Questo giornale non ha scopo di lucro, si basa sul lavoro volontario e si sostiene con i contributi dei lettori Sostienici!
ISSN 2420-997X

Canali social "il dialogo"
Youtube
- WhatsAppTelegram
- Facebook - Sociale network - Twitter
Mappa Sito

www.ildialogo.org Parlano d'altro. Superbonus, ma non solo lui.,di Gianni Mula

Parlano d'altro. Superbonus, ma non solo lui.

di Gianni Mula

Leggendo sul Fatto Quotidiano (26/9/2012) l’ultimo articolo di Superbonus, qualche lettore di questa rubrica potrebbe chiedersi se non farei meglio a cambiare opinione rispetto all’accusa, rivolta più verso Il Fatto che verso Superbonus, di contribuire a confondere il dibattito sulla politica economica dell’attuale governo. In quest’ultimo articolo, in effetti, Superbonus è ancor più lucido e tagliente del suo pur alto standard, ed evidenzia in maniera ineccepibile come il governo dei professori non solo non sappia far di conto ma copra i suoi errori con “miglioramenti” nella spending review e con richieste di contributi straordinari, cioè con nuove tasse.

Non c'è nessun motivo, tuttavia, per cambiare opinione. Queste critiche di Superbonus al governo Monti, come spesso quelle di Michele Boldrin, sono perfettamente valide ma danno per scontato che dalla crisi si esca solamente con dei robusti tagli alla spesa pubblica, considerata nel suo insieme, senza alcuna differenziazione, come il male originale. Questo significa dare per scontato che le spese per istruzione, sanità e pensioni vanno tagliate, per l'ottimo motivo che "non possiamo più permettercele". Quanto sia vero che "non possiamo più permettercele" rimane così sullo sfondo, come cosa ovvia che non vale la pena di discutere.

Mentre invece è un presupposto assolutamente falso, tanto falso che l'unica maniera di farlo passare per vero è fare in modo che in giro si parli d'altro, dai festini pecorecci alla Regione Lazio alle vacanze di Formigoni pagate da altri, o magari ci si appassioni alla battaglia con la quale Antonio Ingroia e gli altri magistrati della Procura di Palermo pretendono, pensate un po’, di applicare la legge senza guardare in faccia nessuno, contro un universo di benpensanti che li esortano a non violare la sacralità della presidenza della Repubblica.

Intendiamoci: gli scandali della Regione Lazio gridano vendetta e vanno puniti secondo le leggi in vigore, e, sempre ai sensi delle leggi in vigore, l’azione legittima e doverosa della Procura di Palermo non deve essere fermata da interferenze esterne. Ma dividersi su chi per primo ha iniziato la fase di corruzione sistematica alla quale assistiamo, o sul modificare o meno il grado di protezione che la Costituzione accorda al capo dello stato, serve soltanto a far passare in secondo piano la necessità e l’urgenza di rendere innanzitutto tollerabili e poi di far cessare le immense sofferenze che una gestione disumana dell'economia sta infliggendo, direttamente e indirettamente, alla gran parte del popolo italiano.

Veramente serve anche a lasciare, in buona coscienza, a un governo di improvvisati tecnici (per prendere in prestito le parole di Diego Della Valle su Sergio Marchionne) un problema ben al di sopra delle loro capacità: quello di traghettare il sistema verso un punto d’approdo, magari provvisorio, ma nell’unica direzione giusta, quella di diminuire le sofferenze di tutti, a partire da coloro che più soffrono. Invece la sola cosa che questi “tecnici” sembrano in grado di fare è gestire le sofferenze secondo l’unica modalità che conoscono: l’austerità per chi lavora e la conservazione del capitale per chi ce l’ha.

Nella nostra epoca dominata dalla scienza un riflesso automatico di chiunque abbia studiato almeno un po’ è pensare che per aiutare davvero i sofferenti bisogna prima scoprire le cause della crisi economica e poi intervenire con gli opportuni rimedi. È un ragionamento che non fa una grinza, e oltretutto in condizioni normali funziona bene, anche se talvolta i tempi necessari perché le cause vengano obiettivamente accertate sono molto lunghi.

Ma se le leggi di uno stato riducono oggi in miseria una parte della popolazione negandone il diritto al lavoro, che cosa dovrebbero fare gli altri cittadini di quello stato? Solo cercare di capire le cause della crisi, o del perché di quelle leggi, sinché non tocca a loro? E se si vede oggi che altre leggi dello stesso stato hanno già gettato nella miseria, consapevolmente, tante famiglie, attribuendo la qualifica di “privilegio non più sopportabile” a pensioni, in generale non ricche, risultanti da accordi regolarmente sottoscritti al ministero del lavoro, gli altri cittadini dovrebbero forse compiacersi che finalmente è stata fatta giustizia? E quando il diritto a un’assistenza sanitaria universale e decente si vanificasse, come tanti segni lasciano intravedere, bisognerebbe sorridere, anche se a denti stretti, e accettare che la gente possa anche morire purché il pareggio del bilancio dello stato non si tocchi?

Il problema è che non esiste sistema di regole che possa essere applicato indipendentemente da un sistema di interpretazione. Talvolta si dice che in Italia abbiamo due costituzioni, una formale, quella del 1948, e una materiale che è quella formale più tutta la storia delle sue interpretazioni e applicazioni. Ovviamente la costituzione materiale, nella sua evoluzione storica, può diventare molto diversa da quella formale, talvolta anche opposta. Così oggi un ministro di questa repubblica (Elsa Fornero, tanto per non far nomi), che pur ha giurato di essere fedele alla Costituzione, può permettersi di dire che "Il lavoro non è un diritto, deve essere guadagnato, anche attraverso il sacrificio", trasformando così una repubblica fondata sul lavoro in una repubblica fondata sul sacrificio (dei lavoratori).

Di fronte a simili sfrontatezze (sistematiche con i ministri e il presidente del consiglio che ci ritroviamo) che cosa può fare la gente comune? La crisi è certo dovuta alla globalizzazione ma proprio per questo il cittadino si sente impotente e disarmato, in balia di forze incomprensibili e incontrollabili. Forse c’è qualcosa che si può e si deve fare subito, prima che venga il temuto tempo dei forconi. Puramente e semplicemente, bisogna smettere di accettare l'aria fritta che viene gabellata come discorso politico responsabile, rifiutarsi di parlare d’altro che non sia il problema della miseria crescente, e dire invece ad alta voce che il problema della miseria è un problema di distribuzione del reddito, non solo un problema di sprechi o di malaffare. Certo gli sprechi e il malaffare ci sono, e sono tanti, ma la miseria così drammaticamente crescente è semplicemente il risultato di troppi soldi che vanno al capitale e troppo pochi che vanno al lavoro. O, se si preferisce, di una globalizzazione usata come pretesto per una gigantesca operazione di spoliazione della classe media su scala planetaria.

Le riforme si potranno fare solo se la classe media diventerà consapevole delle dimensioni del problema e soprattutto del fatto che altrimenti, più prima che poi, la miseria la riguarderà direttamente. Da situazioni di questo genere non si esce alla "io speriamo che me la cavo" ma con la solidarietà verso i più deboli.

Con questa consapevolezza si potrà discutere sulle azioni concrete da fare, ad esempio sul come e a quali condizioni stare nell’euro e sul come trovare le risorse per superare la crisi rimanendo tutti vivi. La via proposta ai francesi da Hollande è una possibilità, ma non è l’unica.

Può sembrare eccessivo usare questi toni per un problema che, tutto sommato, è certamente molto pesante per coloro che vi si trovano immersi, ma in fondo riguarda solo una minoranza degli italiani. Ma tacere e non dire oggi ad alta voce le cose come stanno ci potrebbe portare, parafrasando la famosa frase del pastore protestante Martin Niemöller, a constatare che:

Quando hanno tagliato le pensioni sono rimasto in silenzio perché non ero pensionato.

Quando hanno tagliato gli insegnanti sono rimasto in silenzio perché non ero insegnante.

Quando hanno tagliato l’assistenza sanitaria sono rimasto in silenzio perché non ero malato.

Quando le piccole imprese hanno cominciato a chiudere sono rimasto in silenzio perché non lavoravo in una piccola impresa.

Quando le grandi imprese hanno cominciato a trasferirsi altrove sono rimasto in silenzio perché non lavoravo in una grande impresa.

Quando hanno portato via anche a me gli ultimi soldi, non c’era più nessuno che potesse parlare in mio aiuto.

Non siamo la Grecia, e neanche la Spagna, ma dopo di loro ci siamo noi.




Giovedý 27 Settembre,2012 Ore: 17:18
 
 
Ti piace l'articolo? Allora Sostienici!
Questo giornale non ha scopo di lucro, si basa sul lavoro volontario e si sostiene con i contributi dei lettori

Print Friendly and PDFPrintPrint Friendly and PDFPDF -- Segnala amico -- Salva sul tuo PC
Scrivi commento -- Leggi commenti (0) -- Condividi sul tuo sito
Segnala su: Digg - Facebook - StumbleUpon - del.icio.us - Reddit - Google
Tweet
Indice completo articoli sezione:
Scienza e Umanita'

Canali social "il dialogo"
Youtube
- WhatsAppTelegram
- Facebook - Sociale network - Twitter
Mappa Sito


Ove non diversamente specificato, i materiali contenuti in questo sito sono liberamente riproducibili per uso personale, con l’obbligo di citare la fonte (www.ildialogo.org), non stravolgerne il significato e non utilizzarli a scopo di lucro.
Gli abusi saranno perseguiti a norma di legge.
Per tutte le NOTE LEGALI clicca qui
Questo sito fa uso dei cookie soltanto
per facilitare la navigazione.
Vedi
Info