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www.ildialogo.org Educare se stessi e la Comunità cristiana al dialogo e all’ ascolto nei confronti del “prete sposato”.,di p. <i>Nadir Giuseppe Perin </i>

Educare se stessi e la Comunità cristiana al dialogo e all’ ascolto nei confronti del “prete sposato”.

di p. Nadir Giuseppe Perin

Una riflessione, in vista della riunione del movimento internazionale preti sposati che si terrà a Bruxelles dal 4 al 7 luglio 2012, sulla necessità di educare se stessi e la comunità ecclesiale al dialogo, all'ascolto e all'accompagno dell'altro ( in questo caso il prete sposato) nel cammino della vita, anche e soprattutto nei momenti di grande difficoltà.


Quale comunità ecclesiale ( parrocchiale, diocesana, regionale, nazionale, internazionale...)  non ha mai sentito parlare di “preti che si sposano” ? Forse nessuna perché all’interno di queste comunità esistono dei movimenti, delle associazioni e dei gruppi di preti sposati che cercano di mantenere vivo l’interesse della Comunità Ecclesiale su questo tema.

Ma, certamente, non tutti quelli della comunità che sanno, riescono  a comprendere le motivazioni che spingono un prete a scegliere la via del matrimonio, dopo aver accettato “il ruolo di presbitero” nella comunità ecclesiale.

Ho appreso da internet, tramite amici, che dal 4 al 7 luglio 2012 a Bruxelles ci sarà la riunione del “Movimento internazionale” di tutte le organizzazioni dei preti-sposati”

Ma non conosco l’obiettivo che il movimento, attraverso questa riunione si prefigge di raggiungere. Certamente si parlerà del “prete sposato” e dei suoi problemi e delle loro possibili soluzioni.

Ma, da dove si partirà e secondo quale ottica ?

Partire, seguendo l’ottica del superamento dell’obbligo del celibato per i presbiteri della chiesa latina, affrontando la questione dal punto di vista biblico, storico, teologico, pastorale, spirituale, canonico ed ecumenico ? Ripensando la figura e il ruolo del presbitero nel quadro del rinnovamento ecclesiologico inaugurato dal Concilio Vaticano II  ? Eliminando l’incompatibilità tra sacramento dell’ordine e matrimonio, per andare incontro ad un diritto soggettivo dei preti - cioè quello di potersi sposare- secondo il diritto naturale, valevole per ogni uomo e donna ? 

Sono stati scritte “biblioteche”  di volumi su questi argomenti, ma  sempre con  scarsi risultati. Perché la fede è fare, non un semplice sentire; è dare, non dire; è anche parlare, ma soprattutto agire, costruire cioè il regno di Dio sulla terra, il luogo dell’uguaglianza, della fraternità, della felicità di tutti e di ognuno.

Se da una parte, è vero che  l’attuale ordinamento della Chiesa Cattolica sancisce l’incompatibilità tra l’esercizio del ministero ordinato e l’esperienza di coppia, per cui o si rimane celibi, prendendo le distanze da esperienze affettive colpevolmente coltivate o si sceglie di allontanarsi dal ministero, imboccando un’altra strada, dall’altra, in coloro che hanno emanato gli ordinamenti contenuti nel Diritto Canonico, ed hanno, nello stesso tempo, la “responsabilità del ministero” per la comunità ecclesiale, si nota una mancanza di disponibilità all’ascolto e una chiusura “quasi totaleal dialogo.

Ma, questa mancanza e chiusura non è verso tutti indistintamente, ma solo verso alcune categorie di fedeli, in modo mirato e particolare, verso quei preti che hanno lasciato il ministero per sposarsi e nei confronti di tutte quelle associazioni o gruppi o movimenti che raccolgono le sofferenze e le speranze dei preti sposati e delle loro famiglie.

Non sarebbe forse bene che il dialogo, la disponibilità all’ascolto e all’accompagno nel cammino di formazione, coltivato nella stagione celibe, tra il proprio Vescovo, attraverso un suo rappresentante ( il cosiddetto P. Spirituale) ed il presbitero ordinato, potesse continuare anche dopo la conclusione della formazione seminaristica e l’ordinazione presbiterale, quale segno di una Chiesa che si fa carico dei suoi preti giovani, fornendo loro un percorso di formazione permanenteanche nella stagione degli affetti di coppia ?

Sarebbe senz’altro di grande e valido aiuto per quanti hanno abbandonato il ministero per aver scelto di non restare celibi.

Partire, seguendo l’ottica di riconfigurare un’ immagine di Chiesa che esprima effettivamente il carattere di “popolo di Dio” e sia capace di coniugare “fedeltà” al messaggio evangelico e “risposta” alle esigenze del nostro tempo ?  Si tratta di prendere coscienza di un nuovo rapporto interpersonale e sociale, ma soprattutto di viverlo, anche a proprio discapito.  E’ paradossale che mentre nella società esistono istituzioni pubbliche (la scuola) e private (la famiglia) che si impegnano nella crescita delle persone e le accompagnano verso l’autonomia e la responsabilità, nell’ambito ecclesiale, invece, non sembra essere consentito “essere cristiani” da persone adulte.

Si può essere esperti nella propria professione, ma si deve rimanere analfabeti in campo religioso e se si vuole restare nell’istituzione, guai a dissentire pubblicamente dalle dottrine correnti!

Infatti, ognuno di questi punti è stato studiato, discusso, affrontato in sedi e in modi diversi, ma sempre con scarsi risultati e coloro che hanno  promosso questi studi e animato le discussioni, sono stati “emarginati”....

Che cosa bisogna fare, allora ? Continuare a parlarne tra di noi e nelle comunità parrocchiali dove viviamo, allo scopo di riuscire a riconfigurare una nuova immagine di “Chiesa” ? Oppure bisogna esporre  il cartello, come sugli autobus o tram di linea, con il quale si vieta “ di parlare al conducente”, cioè a coloro che hanno la responsabilità del ministero per la comunità ecclesiale e in primo luogo al Papa e poi ai vescovi diocesani, sull’argomento dei  “preti sposati” ?

Prima ancora di riaprire la disputa sul celibato dei preti, sull’interpretazione del dato biblico e della tradizione ecclesiastica, sulle attuali strategie ecclesiali, gli sforzi di tutti i Movimenti internazionali, nazionali, regionali e forse anche diocesani di preti-sposati dovrebbero essere orientati, a mio avviso, a “ riaccendere il dialogo e la disponibilità all’ascolto” tra il Vescovo diocesano – mediante un suo rappresentante – e tutti i sacerdoti della diocesi, sia quelli che sono ancora attivi nel ministero e coloro che si “trovano in difficoltà”  o hanno già lasciato il ministero per sposarsi - continuandolo nel tempo, nonostante tutto, secondo uno stile evangelico affinché alla stagione dello scontro e della condanna non segua quello dell’indifferenza.

Non si tratta di  tattiche pastorali per evitare le critiche di chi si sente respinto o per usufruire di appoggi indiretti quando ci si trova sul mercato, senza competenze specifiche e senza reti protettive, ma di uno stile relazionale evangelico (dialogo, ascolto, accompagno) da parte del Papa, dei vescovi, nei confronti del “gregge” affidato alle loro cure, ma anche delle singole comunità ecclesiali, per poter essere credibili.

Il prete che lascia ha bisogno di “dialogo, ascolto, accompagno” perché quando abbandona il ministero, si apre per lui uno scenario molto complesso, fatto di interrogativi, di paure, di dubbi, di confusione ed emerge, nello stesso tempo, in lui, una  “sete di relazioni vere” che lo facciano sentire ancora in una casa, nella quale  “qualcuno si prenda cura di lui”...;  per non disperare perché non è facile - a trenta-quarant’anni- crearsi un nuovo modo di vivere nel mondo. Spesso la depressione, figlia del fallimento, è dietro l’angolo perché il fallimento della propria esperienza ministeriale, non significa soltanto fallimento umano, ma fallimento nello Spirito. E la persona che abbandona si sente, a sua volta, abbandonata....;  perché è l’unica immagine di amore che  può conservare e perché solo così la persona riesce a percepire un senso profondo di pace che riaccende nel suo cuore e rilancia, in lui, il desiderio che l’esperienza cristiana continui a dar volto anche alla sua nuova situazione di vita, nel matrimonio....; per esorcizzare la “sindrome da ex” che lo porta a dipingere a tinte fosche la stagione precedente come se le scelte compiute antecedentemente fossero tutte viziate dalla inconsapevolezza personale o dall’inganno ecclesiale, allo scopo di affermare la bontà della nuova stagione.

La sindrome da ex , molto spesso, germoglia per risentimento, legato al fatto  di essere passato di colpo, dalla condizione di leader di una comunità ad un’altra più  marginale; di ritrovarsi in precarie condizioni economiche; di percepire un clima giudicante, spesso senza appello.

E se questo seme del risentimento riesce a svilupparsi, produce frutti amari, destinati a compromettere la fiducia di chi lascia e la credibilità della Chiesa

Tutte queste difficoltà non hanno a che fare soltanto con la inevitabile e traumatica cesura con la vita precedente di prete, ma provengono anche dalla “vita di coppia”  appena iniziata, dentro la quale, marito e moglie devono arrivare ad una sintonia operativa, per  fare delle scelte condivise e trovare  dei segni di continuità che possano dare unitarietà alla loro vicenda umana e cristiana.

E’ vero che il Vescovo che manifesta la sua disponibilità al dialogo e all’ascolto  non conosce quale sarà l’esito....Potrebbe, anche, essere negativo, nel senso che, nonostante il dialogo e l’ascolto, i percorsi si possono dividere e  il reciproco ascolto interrompere. Ma, il dialogo sarà comunque servito a dare voce ad un disagio  che, in tal modo,  non è stato  rimosso o nascosto in quella “regione dei silenzi assordanti” nella quale “prevalgono gli spiriti muti e sordi” e non certo il fascino liberatore della persona di Gesù di Nazareth.

Infatti, il dialogo tra chi lascia il ministero e vive un cammino di famiglia e l’interlocutore ecclesiastico è molto di più che un auspicio. Dovrebbe essere uno “stile” che presiede un modo  di rapportarsi” che rispecchia quello evangelico anche in situazioni divenute difficili e dentro sentieri vocazionali che si interrompono.

Conservare uno stile evangelico, nelle relazioni tra i credenti, anche quando le differenze tendono a giustificare i toni della condanna e del risentimento, è molto importante, perché non si tratta di rimettere in discussione scelte già avvenute, ma di discernere quella volontà salvifica divina che nessuno possiede e della quale siamo tutti discepoli.

Infatti, di fronte al chiarimento delle posizioni, alla durezza e alla differenza di valutazioni che necessariamente  accompagnano la rottura, l’interlocutore ecclesiale potrebbe interrogarsi, non solo sui percorsi formativi e sulle condizioni di vita offerte ai propri preti, ma anche su che cosa, lo Spirito Santo, voglia dire alle Chiese, attraverso le singole vicende di preti che si sposano.

Bisognerà, tuttavia, mettere in conto che ci vorrà un tempo per parlare ed uno per tacere, rispettando i ritmi e le stagioni delle singole vicende, perché il discernimento si deve misurare sulla singolarità delle vicende, difficilmente allineabili; perché ci si deve interrogare sulle strane scelte che Dio opera nella storia di tutti e quindi anche nei preti che s’innamorano e delle loro compagne; perché  non si deve ridurre il “matrimonio del prete” ad un caso pastorale o ad una patologia da curare, quanto piuttosto un’occasione di stimolo per domandarsi  quale sia il vero volto della fede e della Chiesa ed avere poi il coraggio di rispondere...

Chi accompagna da vicino, questi preti nel loro percorso di vita dovrebbe avere la capacità di suggerire, attraverso l’ascolto, prassi ed atteggiamenti capaci di arricchire il volto solidale e fraterno della chiesa. Infatti, attraversare insieme dei passaggi difficili che spesso scuotono dalle fondamenta la vita di persone brave e generose, come sono quanti hanno scelto di dedicarsi al Signore e al suo vangelo, offre un’occasione di profondo arricchimento interiore.

Si impara a formulare le domande da porre ai percorsi della formazione seminaristica e degli inizi del ministero, in modo più giusto ed appropriato;  si affinano i modi per aiutare a non “cambiare rotta” nella vita, anche quando si rimettono in gioco scelte vocazionali vissute come definitive; ci si adopera  affinché il desiderio di continuare a servire e ad amare la propria Chiesa, rimasta “ferita”, che in molti preti sposati rimane ancora vivo, possa trovare sbocchi oltre che discreti, anche e soprattutto, significativi.

Una Chiesa locale che si attrezzasse anche a questo livello diventerebbe un segno ancor più convincente del volto di Gesù perché al di là delle rivendicazioni di categoria dovrebbe rimanere decisiva la sfida di una comunità cristiana capace di favorire un dialogo franco tra diverse modalità di vivere il Vangelo che non dovrebbe essere considerato come un “copione già scritto da declamare”, ma come una “proposta di vita” da riscoprire nella sua “ricchezza” e  da vivere in pienezza, valida anche per il nostro tempo.

Se da una parte è vero che “quando un prete incontra ed ama una donna,  è solo perché ha già abbandonato il ministero”, dall’altra, è altrettanto vero che una comunità ecclesiale (diocesana, parrocchiale) che non contempliquesto genere di carità”- cioè  essere disponibili al dialogo e all’ascolto delle persone,  nei vari percorsi vocazionali (presbiterale, matrimoniale), anche quando in questi si manifesta “una condizione di crisi” – tale comunità  non è credibile, perché la serietà dell’amore che anima la comunità si distingue quando è amore nei confronti dell’uomo peccatore. E noi siamo una Chiesa di peccatori, come lo stesso Benedetto XVI affermò. Di comunità che accompagnano solo i figli buoni è pieno il mondo.

Invece, in molte comunità ecclesiali di oggi ( sia parrocchiali che diocesane) c’è una demonizzazione del dissenso e la ricerca di una unità  che è solo di facciata, rischiando così di venir meno alla conversione ad una Parola che rimprovera quelli che ama, mentre la sapienza evangelica non teme di domandare ai credenti il paradosso di “fare frutti” anche fuori stagione.

Se attraverso i vari gruppi, associazioni e movimenti di preti sposati si riuscisse a raggiungere l’obiettivo di dar vita, nelle varie diocesi ( tra il Vescovo e i suoi presbiteri e la comunità ecclesiale), ed in modo continuativo nel tempo, al dialogo, all’ascolto e alla disponibilità di accompagnare i preti nel loro percorso di vita sia durante il tempo della formazione al ministero che dopo, anche in situazioni divenute difficili e dentro sentieri vocazionali che si interrompono, sarebbe un obiettivo da “guiness dei primati” che potrebbe rivelare al mondo intero, in tutto il suo splendore, il volto nuovo di una Chiesa che si converte e crede al Vangelo.

Oggi le persone hanno più bisogno di ascolto che di parole. Abbiamo imparato tutti a parlare, magari anche più lingue, e non siamo più capaci di ascoltarci. Soltanto quando diamo ascolto all’altro con attenzione e non distratti, con pazienza e non di fretta, con meraviglia e non annoiati, acquistiamo il diritto e l’autorevolezza di parlargli al cuore.

Efficientisti come siamo diventati, a volte crediamo che il tempo dedicato all’ascolto sia perso; in realtà, se pensiamo così, forse è perché non abbiamo tempo a disposizione per altri, ma soltanto per noi stessi e per i nostri interessi.

Non di rado il “parlare” esprime voglia di potere sull’altro, nasconde i nostri sentimenti di sfiducia e rifiuto e un susseguirsi di razionalizzazioni e scuse per giustificarsi, è pieno di ambiguità  contraddizioni.

Mentre un ascolto attento diventa un grande servizio ed un effettivo aiuto che si offre al fratello.

La gente ha bisogno di raccontare i propri problemi a qualcuno che li capisca, per sdrammatizzarli, per non sentirsi sola di fronte a situazioni angoscianti, per confrontarsi sui modi di uscirne. I problemi personali, quando non si trova a chi manifestarli, possono diventare giganteschi, paurosi, affievoliscono il senso della vita, soffocano la speranza.

P. Giuseppe dall’Abruzzo



Sabato 30 Giugno,2012 Ore: 10:20
 
 
Commenti

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Autore Città Giorno Ora
Giuseppe Zanon Cottolengo-Brescia 05/7/2012 15.55
Titolo:Complimenti
Carissimo Nadir,

cone al solito, complimenti per il tuo nuovo pezzo ''Educare se stessi...' sui preti sposati e sul loro raduno internazionele a Bruxelles.
Mia impressione: voli alto, voli alto perchè dici benissimo quello che si dovrebbe fare per applicare pienamente il Vangelo, perchè la Chiesa applichi la legge del confronto, dell'amore, dell'apertura indicata da Concilio Vaticano. Dici bene (come già nel tuo libro 'Uomini senza collare...') ma le cose, per i preti sposati, stanno un pò differentemente (almeno secondo me) e la loro lotta si infrange contro un muro di gomma; la controparte non ci sente, solo la speranza ci sorregge.
Provo a fare una chiacchierata su questo, riprendendo alcune tue affermazioni.
1 '..a Bruxelles ci sarà la riunione del Movimento internazionale di tutte le organizzazioni dei preti sposati'
No, a Bruxelles ci saranno alcune oraganizzazioni internazionali, per l'Italia l'organizzazione più solida e antica 'Vocatio' con il valido rappresentante Franco Brescia, ma quanti anche da noi parlano di preti sposati e a loro modo: Barbero,Serrone,Miragoli, Gennari (il fondatore di Vocatio), Sante Sguotti, Bollettini Federico, per non parlare di te e di Giovanni Sarubbi, per non parlare, nel mondo, di Milingo.... et omnis spiritus laudet Dominum, son convinto che ognuno ha qualcosa di valido da portare avanti....
2 '...superamento dell'obbligo del celibato...dal punto di vista biblico, storico,teologico,pastorale,spirituale...'
ma serve poco, han sempre ragione loro, sono i maestri in Israele, loro parlano a nome di Dio! Ci vogliono anche argomenti più terra terra e le cose cambieranno 'per forza', quando i fatti costringeranno a rivedere tutti i loro bei discorsi.
Il magistero degli ultimi pontefici parla del celibato come 'sommamente conveniente al sacerdozio', ma bisogma aggiungere che anche l'attuale gerarchia, in pratica, lo considera 'sommamente conveniente' ma per motivi pratici: economico, perchè il prete celibe costa meno e dà tutto alla chiesa,motivo organizzativo perchè il prete senza famiglia può essere spostato facilmente. E non importa se la legge del celibato non viene rispettata, c'è la giustificazione della fragilità umana e la sanatoria della misericordia di Dio.
E la severità contro i separati-divorziati-risposati? Eh, ma quelli infrangono il sacramento del matrimonio,...quelli sono in peccato!
E se dicessimo che per la par condicio nei componenti il popolo di Dio, anche tutti i preti con relazione con donne non possono celebrare e confessare:ma no, non si può dire, impensabile! diabolico! Fuori di ogni logica!
3 '..una chiusura quesi totale al dialogo....'
Non illudiamoci, è chiusura e basta, totale,di tutta la gerarchia (almeno per adesso...e chi pensa diversamente rischia forte).
Ti ricordo il fatto concreto. Giubileo 2000, Mauro del Nevo, presidente di Vocatio, inoltra tramite il suo vescovo Ablondi e tramite il cardinale Re, una umile domanda al Papa perchè i preti sposati siano ricevuti da lui, anche in forma privata e silenziosa. Esito?
Nessuna risposta, neanche una risposta di cortesia, e in bella evidenza televisiva, don Benzi presentava al Papa ..le prostitute (e che diamine...era Giubileo o no?) molto più gratificanti di quei romp.............che sono i preti sposati!!!!!!!!!
4 'grande e valido aiuto per quanti hanno abbandonato il ministero'
In questo ci dobbiamo impegnare tutti perchè il trauma dell'abbandono del ministero ha buttato fuori causa qualcuno di noi, che non ce l'ha fatta. Chi ha percorso un faticoso cammino ed ha metabolizzato la triste esperienza passata e ha recuperato fiducia in sè e soprattutto in Dio Padre, deve aiutare 'evangelicamente' il fratello in difficoltà. E il sito di Giovanni ci aiuta al dialogo e, in merito, conosco qualcuno di noi che sta facendo cose davvero belle. Come dici tu '..un ascolto attento diventa un grande servizio ed un effettivo aiuto che si offre al fratello'.
Nadir Giuseppe, un incoraggiamento ed una preghiera per i nostri confratelli che sono a Bruxelles, qualcosa di buono verrà fuori di certo per la causa dei preti sposati, senza pretendere l'unità di intenti perchè c'è già quella della fede e del vangelo.
Ciao e belle cose
Giuseppe Zanon
Autore Città Giorno Ora
Ernesto Miragoli Como 07/7/2012 07.55
Titolo:LASCEREI I MORTI SEPPELLIRE I MORTI
Ho letto con molto interesse l'articolo di G.Nadir e la risposta di G.Zanon. Mi sento in sintonia con entrambi. A proposito del raduno dei preti sposati a Bruxelles ho inviato delle riflessioni al presidente di Vocatio Giovanni Monteasi. Ha ragione G.Zanon quando afferma che quell'incontro potrebbe essere incompleto, ma non credo che si possa fare altrimenti in quanto mi sembra un po' difficile riuscire ad organizzare tutti.
E qui vengo al punto.
Le riflessioni di Nadir ben esprimono il sentire di moltissimi di noi sacerdoti che hanno abbandonato il ministero e le sue indicazioni sono sintesi di quanto molti di noi dicono e scrivono in questi anni.
Vorrei aggiungere una mia riflessione particolare.
Sono sempre stato - e lo sono tuttora - per un dialogo collaborativo con i Pastori, ma trovo la centralità romana e anche quella italiana sempre più refrattaria a questo.
Allora proporrei che ognuno faccia il proprio percorso di testimonianza. Non sempre l'unione materiale fa la forza perchè qui non si tratta di rivendicazioni sindacali, ma di un nuovo modo di vivere la propria testimonianza ecclesiale. Mi piace pensare che i preti sposati siano un seme per la chiesa di domani. Essi soffrono situazioni e disagi che spesso sono frustranti, ma debbono continuare la propria testimonianza a livello singolo o di piccolo gruppo per il futuro di una realtà che trascende le opinioni di coloro che s'arrogano il diritto di parlare in nome di Dio e del Cristo di Dio.
Il piccolo seme crescerà come una grande pianta : a Dio ed al suo Spirito il compito di stabilire i tempi del germoglio della pianta.

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