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www.ildialogo.org PICCOLO BREVIARIO DELLA NONVIOLENZA,A cura di Raffaello Saffioti

PICCOLO BREVIARIO DELLA NONVIOLENZA

RIFLESSIONE SUGLI ATTENTATI DI PARIGI DOPO ORRORE E INDIGNAZIONE CREDERE E PENSARE


A cura di Raffaello Saffioti

DAVID M. TUROLDO MARTIN BUBER DANILO DOLCI ALDO CAPITINI VOLTAIRE MARTIN LUTHER KING TIZIANO TERZANI JEAN-MARIE MULLER CARLO CASSOLA GANDHI


NON NOMINARE IL NOME DI DIO INVANO
NON UCCIDERE
NO ALLA GUERRA
NO AL TERRORISMO
***
Non uccidere.
ESODO 20, 13
Allora Gesù disse:
Rimetti la spada nel fodero,
perché tutti quelli che mettono mano alla spada
periranno di spada”.
MATTEO 26, 52
Occhio per occhio servirà solo a rendere tutto il mondo cieco.
MAHATMA GANDHI
La vera scelta non è tra nonviolenza e violenza
Ma tra nonviolenza e non esistenza …
Se non riusciremo a vivere come fratelli moriremo tutti come stolti.
MARTIN LUTHER KING
NOTA INTRODUTTIVA
Questo “Piccolo breviario della nonviolenza” è stato concepito dopo i tragici attentati di Parigi.
E’ una raccolta di pagine scelte in questa occasione per invitare alla riflessione su temi fondamentali della cultura della nonviolenza che vanno al di là dell’attualità.
Quegli attentati, nella immediatezza, hanno provocato orrore e indignazione, da una parte, e un moto di solidarietà con le vittime del settimanale satirico “Charlie Hebdo” e del supermercato ebraico Hyper Cacher, dall’altra.
Inizialmente le notizie date dai mezzi d’informazione, soprattutto dalla televisione, hanno provocato lo smarrimento dell’opinione pubblica. C’era la difficoltà di decifrare e interpretare gli avvenimenti. Lo spirito critico è stato messo a dura prova.
L’uso del vocabolario è stato messo alla prova nella scelta dei termini per denominare gli atti e i soggetti degli attentati. Per vari giorni il terrorismo è stato il tema dominante.
Sono rimaste le varie emergenze che erano all’ordine del giorno prima di quegli attentati (crisi economica, disoccupazione, corruzione, …), ma non si può dire che tutto sia rimasto come prima, come se niente fosse successo. Ora dobbiamo fare i conti anche con il problema della sicurezza, più di prima, per la paura di sempre nuovi attentati.
Cosa pensare e che dire dopo quegli attentati?
Che fare?
La manifestazione che ha avuto luogo a Parigi domenica 11 gennaio è stata imponente e variamente giudicata. Prevalente è stata l’affermazione della libertà di espressione e di satira, al grido di “Je suis Charlie”. Questo slogan si è via via ridimensionato e ora non tutti dicono “Je suis Charlie”. Le nuove vignette del settimanale satirico “Charlie Hebdo” continuano a provocare reazioni negative nel mondo islamico. Così si fa strada l’esigenza di limiti alla libertà di satira, per la difesa della convivenza civile nel rispetto di ogni credo religioso.
Col passare dei giorni il dibattito è divenuto sempre più acceso, alimentato da vari temi posti all’ordine del giorno: islamismo, terrorismo, fondamentalismo, “guerra santa”, “scontro di civiltà”. L’orizzonte e la prospettiva del dibattito si sono ampliati, dall’Italia, all’Europa, al mondo. Ci si muove tra religione, politica e vita quotidiana.
“Il problema oggi per i cristiani, i musulmani, gli ebrei, gli appartenenti a qualsiasi altra religione o per chi non ha alcuna fede religiosa, riguarda l’atteggiamento che ognuno deve assumere rispetto a due questioni: il razzismo religioso, islamofobia antisemitismo o quant’altro oggi esiste, e la guerra dentro la quale ci troviamo” (Giovanni Sarubbi).
Il dibattito tra commentatori e studiosi mentre diviene sempre più approfondito inserisce gli ultimi avvenimenti in un ampio contesto storico, richiama il precedente dell’11 settembre 2001 con l’attentato alle Torri Gemelle di New York, e il problema storico dei rapporti dell’Europa e dell’Occidente col mondo islamico.
Si richiamano le guerre in corso nelle quali anche l’Italia è impegnata con contingenti militari (in Afghanistan, Libano, Kosovo, Libia).
“Gli storici sono abbastanza concordi: il fondamentalismo islamico è frutto, reattivo, del colonialismo imperialistico occidentale” (Augusto Cavadi).
Il Corano viene strumentalizzato per la lotta politica e ci sono quelli che rispondono al fondamentalismo islamico parlando impropriamente di “scontro di civiltà” o di “guerra di religione”.
Un ruolo importante va attribuito al dialogo cristiano-islamico. La conoscenza reciproca è necessaria per quanti si richiamano alla Bibbia e al Corano e rifiutano una interpretazione fondamentalista dei testi sacri.
Da notare che dopo gli attentati unanime è stata la condanna degli organismi ecumenici e interreligiosi.
Nove testate italiane dell’informazione religiosa hanno pubblicato un editoriale congiunto in segno di solidarietà con i giornalisti francesi.
D’altra parte, merita ora di essere richiamato e assume un particolare valore un importante documento di parte islamica, apparso lo scorso anno: la “Lettera aperta al sedicente «Stato islamico»” di 126 leader e studiosi musulmani, del 19 settembre 2014 (nella rivista “il Regno”, n. 21, 2014).
Voi avete interpretato male l’islam facendone una religione di durezza, brutalità, tortura e assassinio. (…) Si tratta di un gravissimo errore e di un’offesa all’islam,ai musulmani e al mondo intero”.
Nella complessità della situazione storica che stiamo vivendo, con le trasformazioni in atto, c’è un grande bisogno di presa di coscienza, come dire di cultura ed educazione, al di là della propaganda.
In questo momento storico di gravissima crisi dobbiamo affermare il valore della “Dichiarazione universale dei diritti umani” proclamata dall’ONU nel 1948.
Contro ogni razzismo, contro ogni integralismo, contro ogni terrorismo, è da dire che una sola è la razza umana e la civiltà universale è il frutto di diverse culture e religioni.
E’ da riconoscere che grande è stato il contributo delle tre religioni monoteiste: ebraismo, cristianesimo, islamismo.
I vari testi che compongono il “Piccolo breviario della nonviolenza” sono profetici e legati da un filo conduttore che va dal “Non uccidere” e “Non nominare il nome di Dio invano” al “Ritorno della coscienza apocalittica”.
Grandi sono gli autori delle pagine scelte, maestri e profeti della pace e della nonviolenza.
Possono dare una scossa alla coscienza del lettore?
Palmi, 21 gennaio 2015
Raffaello Saffioti
I
«Uomini, non invocatemi più!»
«Uomini, non invocatemi più». E’ il primo dei tuoi comandamenti: «Non nominate il nome di Dio invano».
Cosa abbiamo fatto del tuo nome, Signore! Cosa dice ormai questo nome agli uomini? A che serve?
E’ ancora la sua voce: «Non nominatemi invano, non disturbatemi con le vostre ciance». Infatti ci sono preghiere che possono essere bestemmie (le mie forse). Come possono esserci bestemmie da disperati (secondo il nostro giudizio, secondo il giudizio di Elifaz, di Baldad, e di Sofar, amici di Giobbe), le quali invece sono preghiere. «Io non so cosa farmene dei vostri incensi. Non continuate più a recare offerte inutili. Il novilunio, il sabato e le altre feste comandate non le posso soffrire. Le vostre solennità mi sono di peso, sono stanco di sopportarle: finché regna l’iniquità nelle vostre riunioni. Lavatevi, mondatevi, togliete via dagli occhi miei la malizia delle vostre intenzioni».
«Non nominatemi più almeno per molti anni. Avete fatto scudo di me ai vostri orgogli, avete coperto col mio nome cose innominabili. Avete innalzato nel centro delle vostre città il vitello d’oro e lo avete adorato come vostro Dio. E nel mio nome avete tenuto buoni tutti i poveri della terra, miei veri tabernacoli di carne: invece di vendicarli. Nessuno che almeno preghi insieme ai miei poveri nelle vostre chiese.
«Non invocate più il mio nome quando assumete le cariche del governo del mondo, o quando celebrate i vostri processi. E poi non siete capaci di trasformare una spada in vomero e una lancia in falce, o gente fomentatrice di guerre, uomini perennemente in guerra contro i vostri fratelli: gente divisa in mille religioni. Voi non siete che giudici di parte, e sempre nel mio nome. E non pensate che ai vostri diritti […]. Il diritto per me è solo di colui che è umiliato e offeso ed è senza lavoro e senza pane; il diritto è di quanti voi scartate dalle vostre assemblee e rapinate coi vostri sistemi che dite civili.
«Non nominatemi più fino a quando un solo fanciullo è rovinato da voi grandi; fin quando milioni e milioni di figli miei sono esclusi dai vostri guadagni, ridotti alla fame e alla morte. E poi non date a me la colpa, poiché ci sono più ricchezze sulla terra che astri nel cielo. Voi non sapete che cosa è un uomo, un solo uomo per me: ogni uomo che soffre è il mio Cristo, grumo di fango e lacrime del Figlio mio.
«A me basta che ci sia qualche giusto sulla terra per perdonarvi, quelle creature semplici che voi non sapete neppure se esistono; è solo per costoro che non mi pento di avervi creato. La mia gloria è l’uomo, e però questo non l’avete ancora capito. Ma non abbiate paura: per questi figli miei, un resto (il piccolo resto d’Israele!), io salverò ugualmente la mia creazione.
«Solo non voglio, non voglio che vi facciate belli col mio nome. Ci sono atei – così voi li chiamate – che mi sono più vicini di voi. Voi non sapete dove mi nascondo.
«Non nominatemi più, uomini, almeno per molti anni. Quale altro nome fu così macchiato e deturpato? Quanto è il sangue innocente versato in mio onore? E quante le ingiustizie che fui costretto a coprire?
«Per favore non nominate il mio nome invano».
(DAVID M. TUROLDO, da «Madre», maggio 1967, in Il Guastafeste, a cura di Alessandro Pronzato, Piero Gribaudi Editore, Torino, pp. 17-18)
** *
II
«Dio», la parola più macchiata
«Quale altra parola del linguaggio umano fu così maltrattata, macchiata e deturpata? Tutto il sangue innocente, che venne versato in suo nome, le ha tolto il suo splendore. Tutte le ingiustizie che fu costretta a coprire hanno offuscato la sua chiarezza. Mi sembra una diffamazione nominare l’Altissimo col nome di “Dio”».
E’ la parola più sovraccarica di tutto il linguaggio umano. Nessuna è stata talmente insudiciata e lacerata. Generazioni di uomini hanno scaricato il peso della loro vita angustiata su questa parola e l’hanno schiacciata al suolo; ora giace nella polvere e porta tutti i loro fardelli. Generazioni di uomini hanno lacerato questo nome con la loro divisione in partiti religiosi; hanno ucciso e sono morti per questa idea e il nome di Dio porta tutte le loro impronte digitali e il loro sangue.
… Essi disegnano smorfie e scrivono sotto «Dio»; si uccidono a vicenda e dicono «in nome di Dio». Ma quando scompaiono ogni illusione e ogni inganno, quando gli stanno di fronte nell’oscurità piena di solitudine e non dicono più «Egli, Egli», ma sospirano «Tu, Tu» e implorano «Tu», intendono lo stesso essere; e quando vi aggiungono «Dio», non invocano forse il vero Dio, l’unico vivente, il Dio delle creature umane? Non è forse lui che li ode? Che li esaudisce? La parola «Dio» non è forse proprio per questo la parola dell’invocazione, la parola divenuta nome, consacrata per tutti i tempi in tutte le parlate umane?
Possiamo rispettare coloro che lo disprezzano, perché troppo spesso altri si coprono con questo nome per giustificare ingiustizie e soprusi; ma questo nome non dobbiamo abbandonare e sacrificare. Si può comprendere che vi sia chi desidera tacere per un periodo di tempo delle «cose ultime», perché vengano redente le parole di cui si è fatto cattivo uso. Ma in tal modo non si possono redimere.
… Non possiamo lavare da tutte le macchie la parola «Dio» e nemmeno renderla inviolata; possiamo però sollevarla da terra e, macchiata e lacera com’è, innalzarla sopra un’ora di grande dolore.
(MARTIN BUBER, L’eclissi di Dio, Edizioni di Comunità, in Il Guastafeste, cit., pp. 20-21)
***
III
Danilo Dolci e Martin Buber
Tra gli appunti annotati in Israele nel ’61, rivedo quelli relativi a Martin Buber (Conversazioni). I suoi occhi, via via mi parlava, si andavano illuminando e addolcendo sulla candida barba che nascondeva la bocca:
Già dal ’17, quando Allenby ha conquistato Gerusalemme, ho sentito che le cose andranno bene solo quando faremo causa comune con gli arabi.
Dieci anni fa il problema del rapporto con gli arabi era un problema locale. Ma oggi la soluzione dei nostri problemi dipende sì anche dai rapporti locali ma soprattutto dalla politica internazionale. Nel momento in cui si avrà un’intesa internazionale, si potrà risolvere anche qui. C’è in tutto questo un elemento tragico. C’è speranza. Ma non mi faccio illusioni.
Una guerra oggi sarebbe diversa da tutto quello che si intendeva per guerra.
In varie parti del mondo le grandi potenze giocano il loro gioco: qualcosa si vede di fuori, ma il resto non si vede. E anche qui giocano. Ed è un gioco d’azzardo. Talvolta bluffano. I diversi popoli sono le carte. Ma la cosa più terribile è che i giocatori spesso non sanno cosa fanno.
E’ necessario meditare, incontrarsi, parlarsi sinceramente.
La politica non può sopprimere per lungo tempo la realtà. In questo Marx aveva ragione.
Ma se è bene semplificare, bisogna cogliere la realtà in tutte le sue complicazioni, se si vuole trovare il ponte tra quello che è e quello che sarà.
Questi rapidi appunti non figurano il colloquio, perché colloquio era. Volendo ricordare esattamente quanto diceva con semplicità profetica, annotavo il dire suo. Fintantoché, affettuosamente serio, mi ha domandato se non era meglio, invece di appuntare, lo guardassi, negli occhi.
(DANILO DOLCI, La struttura maieutica e l’evolverci, La Nuova Italia Editrice, 1996, pp. 103-104)
***
IV
L’Occidente e l’Oriente asiatico debbono unirsi mediante la nonviolenza.
L’Oriente asiatico e l’Africa stanno entrando in una vita sociale, politica, culturale, tecnica, sempre più intensa. Moltitudini di centinaia di milioni stanno migliorando il loro livello di vita che era bassissimo, stanno imparando a governarsi da sé, a vincere il colonialismo, l’imperialismo, lo sfruttamento capitalistico. Soltanto in Asia sono un miliardo di esseri umani, che entrano nella civiltà comune. E anche gli altri continenti e tanti paesi hanno la loro Asia, cioè moltitudini arretrate, analfabete, prive di lavoro, lacere e affamate, che fanno bene ad unirsi per liberarsi insieme con tutti. Finora l’Occidente ha esercitato, come nella antica Roma, un impero sull’Oriente; e l’Oriente si sta sottraendo a questo impero. Ci sono nel mondo uomini che lavorano perché non venga un impero dall’Oriente, dopo l’impero dell’Occidente, e nuove guerre e nuove stragi e nuove oppressioni. Non più la violenza da una parte o dall’altra; ma l’accordo, lo scambio, l’aiuto reciproco, ognuno mettendo ciò che può per il bene comune. Tra non molti decenni la Cina sarà un popolo di un miliardo di persone con uno sviluppo industriale imponente, con una cultura razionalistica e scientifica di alta qualità. Al sud dell’Asia si sviluppa l’India, con un socialismo più decentrato, e con una vita economica che tende ad essere cooperativa in tanti villaggi, con una cultura più attenta alla biologia ed ai valori religiosi. Si può voler combattere, arginare militarmente, distruggendo anche, questi popoli? Non è meglio compenetrarsi insieme, noi con loro e loro con noi, mediante alti valori spirituali, sociali? Una grande vita religiosa e sociale, una infinita apertura a tutti, concretata continuamente in atti di civiltà e di affetto verso le singole persone, occidentali ed orientali, e in strutture aperte di giustizia economica e leggi di libertà, questo può unire veramente Occidente e Oriente, in modo che né l’Occidente né l’Oriente abbiano la pretesa di imporre con la violenza le loro idee, o i loro privilegi. Bisogna formare centri di questa unità nonviolenta di Occidente e di Oriente.
(ALDO CAPITINI, Rivoluzione aperta, 1956, in Nonviolenza e civiltà contemporanea, a cura di Claudio Cardelli, Casa editrice G. D’Anna, 1981, pp. 74-75)
***
V
Preghiera a Dio
Non più dunque agli uomini mi rivolgo; ma a te, Dio di tutti gli esseri, di tutti i mondi e di tutti i tempi. Se è permesso a deboli creature, perdute nell’immensità e impercettibili al resto dell’universo, osar domandare qualcosa a te, a te che hai dato tutto, a te i cui decreti sono immutabili quanto eterni, degnati di guardar con misericordia gli errori legati alla nostra natura.
Che questi errori non generino le nostre sventure. Tu non ci hai dato un cuore perché noi ci odiassimo, né delle mani perché ci strozziamo.
Fa che ci aiutiamo l’un l’altro a sopportare il fardello di una esistenza penosa e passeggera;
che le piccole diversità tra i vestiti che coprono i nostri deboli corpi, tra tutte le nostre lingue insufficienti, tra tutti i nostri usi ridicoli, tra tutte le nostre leggi imperfette, tra tutte le nostre opinioni insensate, tra tutte le nostre condizioni ai nostri occhi così diverse l’una dall’altra, e così eguali davanti a te;
che tutte le piccole sfumature che distinguono questi atomi chiamati uomini, non siano segnali di odio e di persecuzione;
che coloro i quali accendono ceri in pieno mezzogiorno per celebrarti sopportino coloro che si accontentano della luce del tuo sole;
che coloro i quali coprono la veste loro d’una tela bianca per dire che bisogna amarti, non detestino coloro che dicono la stessa cosa portando un mantello di lana nera;
che sia eguale adorarti in un gergo proveniente da una lingua morta, o in un gergo più nuovo;
che coloro il cui abito è tinto di rosso o di violetto, che dominano su una piccola parte d’un piccolo mucchio del fango di questo mondo e che posseggono alcuni frammenti arrotondati di un certo metallo, godano senza orgoglio di ciò che essi chiamano grandezza e ricchezza, e che gli altri guardino a costoro senza invidia; poiché tu sai che nulla vi è in queste cose vane, né che sia da invidiare né che possa inorgoglire.
Possano tutti gli uomini ricordarsi che sono fratelli!
Ch’essi abbiano in orrore la tirannide esercitata sugli animi, così come esecrano il brigantaggio che strappa con la forza il frutto del lavoro e dell’industria pacifica!
Se i flagelli della guerra sono inevitabili, non odiamoci però, non laceriamoci a vicenda quando regna la pace, e impieghiamo l’istante della nostra esistenza per benedire egualmente, in mille lingue diverse, dal Siam fino alla California, la tua bontà che questo istante ci ha dato.
VOLTAIRE, Trattato sulla tolleranza (1763)
***
VI
Un sogno
Alcuni di noi cercano di costruire un tempio della pace.
Facciamo dichiarazioni contro la guerra, protestiamo, ma è come se con la testa volessimo abbattere un muro di cemento. Sembra che non serva a niente.
E molto spesso, mentre si cerca di costruire il tempio della pace si rimane soli, si resta scoraggiati; si resta smarriti.
Ebbene, così è la vita.
E quel che mi rende felice è che attraverso la prospettiva del tempo riesco a sentire una voce che grida: “Forse non sarà per oggi, forse non sarà per domani, ma è bene che sia nel tuo cuore.
E’ bene che tu ci provi”.
Magari non riuscirai a vederlo.
Il sogno può anche non realizzarsi, ma è comunque un bene che tu abbia un desiderio da realizzare.
E’ bene che sia nel tuo cuore.
(da MARTIN LUTHER KING, “Sogni non realizzati”, sermone del 3 marzo 1968 tenuto nella chiesa battista di Ebenezer ad Atlanta, in Georgia, il 3 Marzo 1968)
***
VII
Il Sultano e San Francesco
Mi frulla in testa una frase di Toynbee: “Le opere di artisti e letterati hanno vita più lunga delle gesta di soldati, di statisti e mercanti. I poeti ed i filosofi vanno più in là degli storici. Ma i santi e i profeti valgono di più di tutti gli altri messi assieme”.
Dove sono oggi i santi ed i profeti? Davvero, ce ne vorrebbe almeno uno! Ci vorrebbe un San Francesco. Anche i suoi erano tempi di crociate, ma il suo interesse era per “gli altri”, per quelli contro i quali combattevano i crociati. Fece di tutto per andarli a trovare. Ci provò una prima volta, ma la nave su cui viaggiava naufragò e lui si salvò a malapena. Ci provò una seconda volta, ma si ammalò prima di arrivare e tornò indietro. Finalmente, nel corso della quinta crociata, durante l’assedio di Damietta in Egitto, amareggiato dal comportamento dei crociati (“vide il male ed il peccato”), sconvolto da una spaventosa battaglia di cui aveva visto le vittime, San Francesco attraversò le linee del fronte. Venne catturato, incatenato e portato al cospetto del Sultano. Peccato che non c’era ancora la Cnn – era il 1219 – perché sarebbe interessantissimo rivedere oggi il filmato di quell’incontro. Certo fu particolarissimo perché, dopo una chiacchierata che probabilmente andò avanti nella notte, al mattino il Sultano lasciò che San Francesco tornasse, incolume, all’accampamento dei crociati.
Mi diverte pensare che l’uno disse all’altro le sue ragioni, che San Francesco parlò di Cristo, che il Sultano lesse passi del Corano e che alla fine si trovarono d’accordo sul messaggio che il poverello di Assisi ripeteva ovunque: “Ama il prossimo tuo come te stesso”. Mi diverte anche immaginare che, siccome il frate sapeva ridere come predicare, fra i due non ci fu aggressività e che si lasciarono di buon umore sapendo che comunque non potevano fermare la storia.
Ma oggi? Non fermarla può voler dire farla finire. Ti ricordi, Oriana, Padre Balducci che predicava a Firenze quando noi eravamo ragazzi? Riguardo all’orrore dell’olocausto atomico pose una bella domanda: “La sindrome da fine del mondo, l’alternativa fra essere e non essere, hanno fatto diventare l’uomo più umano?”. A guardarsi intorno la risposta mi pare debba essere “No”.
Ma non possiamo rinunciare alla speranza.
“Mi dica, che cosa spinge l’uomo alla guerra?”, chiedeva Albert Einstein nel 1932 in una lettera a Sigmund Freud. “E possibile dirigere l’evoluzione psichica dell’uomo in modo che egli diventi più capace di resistere alla psicosi dell’odio e della distruzione?”
Freud si prese due mesi per rispondergli. La sua conclusione fu che c’era da sperare: l’influsso di due fattori – un atteggiamento più civile, ed il giustificato timore degli effetti di una guerra futura – avrebbe dovuto mettere fine alle guerre in un prossimo avvenire.
Giusto in tempo la morte risparmiò a Freud gli orrori della Seconda Guerra Mondiale. Non li risparmiò invece ad Einstein, che divenne però sempre più convinto della necessità del pacifismo. Nel 1955, poco prima di morire, dalla sua casetta di Princeton in America dove aveva trovato rifugio, rivolse all’umanità un ultimo appello per la sua sopravvivenza:
“Ricordatevi che siete uomini e dimenticatevi tutto il resto”.
TIZIANO TERZANI, “Lettera del 4 ottobre 2001”, in Lettere contro la guerra, Longanesi § C., Milano, 2002 (pp. 49-51)
***
VIII
Cos’è terrorismo?
Il terrorismo, nel suo significato etimologico, è sia un metodo di governo, sia un tipo di azione diretta a generare “il terrore”, cioè a creare un clima di paura, di spavento e di panico improvviso in una popolazione. Correntemente, il termine terrorismo designa una tecnica di azione violenta utilizzata contro dei civili da un gruppo clandestino, per far valere delle rivendicazioni politiche.
La caratteristica della strategia terroristica è che consente, con i più semplici mezzi tecnici, di aggirare e mettere in scacco le dissuasioni militari dotate dei mezzi tecnici più sofisticati. Mentre le grandi potenze industriali pretendono di avere armi che rendono inviolabile il loro santuario nazionale, l’arma dei terroristi arriva a portare paura, violenza e morte nel cuore stesso delle loro città. Il terrorismo prende completamente alle spalle la difesa delle società moderne, cosicché le armi più potenti si rivelano inutili e nulle nelle mani dei decisori politici e militari.
Il terrorismo non merita alcuna indulgenza. I suoi metodi sono criminali. Per meglio condannarlo, l’opinione dominante vuole isolare la violenza terroristica dalle altre forme di violenza: l’azione terroristica è denunciata come il crimine della pura violenza, la cui illegittimità non deve essere discussa, mentre, nello stesso tempo, ci si adatta ben volentieri alle altre violenze che si dicono legittime. Di fronte al terrorismo, tanto gli Stati quanto le opinioni pubbliche danno prova di una indignazione selettiva, che tende a banalizzare le altre forme di violenza. Certo, il terrorismo uccide degli innocenti, ma la guerra uccide forse solo dei colpevoli?
Certo, il terrorismo è “fuori legge”, ma non è forse del tutto illusoria la pretesa di sottomettere la violenza alle esigenze del diritto? In definitiva, dal punto di vista della nonviolenza, il giudizio etico sul terrorismo deve essere guidato dagli stessi criteri fondamentali usati per giudicare ogni forma di violenza omicida. E’ importante delegittimare e decostruire le dottrine ideologiche che giustificano il terrorismo, specialmente gli integralismi religiosi. Ma il discorso che condanna il terrorismo perderà tanta forza e coerenza se giustifica per altro verso altre forme di azione violenta che non sono meno mortifere e che possono essere ugualmente criminali. Così, esiste un “terrorismo di Stato” che non merita alcuna indulgenza, non più dell’altro.
La retorica contro il terrorismo afferma con forza che il terrorismo rinnega i valori superiori della civiltà, che esigono il rispetto della vita umana. Certo. Ma, per essere precisi, difendere questi valori è anzitutto rispettarli nella scelta dei mezzi messi in atto per difenderli.
Vincere il terrorismo è agire con la massima prudenza stando attenti a non rinnegare noi stessi le esigenze che fondano il rispetto della vita.
Vincere il terrorismo è anzitutto rifiutare di entrare nella sua stessa logica di violenza omicida. Il vettore principale del terrorismo è l’ideologia della violenza, che giustifica il dare la morte. Difendere la civiltà è anzitutto rifiutare di lasciarsi contaminare da questa ideologia. E ciò esige la rinuncia alle operazioni militari che implicherebbero inevitabilmente l’uccisione di innocenti, poiché, altrimenti, le democrazie rischierebbero molto di rendersi colpevoli degli stessi delitti che rimproverano ai terroristi e non farebbero altro che fertilizzare il terreno in cui si alimenta e si sviluppa il terrorismo. Dal momento che questo sfida le democrazie mirando a destabilizzarle, esse devono combatterlo con una strategia coerente con le loro esigenze e le loro regole, senza imitare in nulla le contraddizioni dei terroristi. Le democrazie devono difendersi ponendosi risolutamente sul terreno che è il loro, quello del diritto, e devono rifiutare di lasciarsi trascinare sul terreno dell’arbitrio che nega il diritto.
Il terrorismo non è la guerra. Al contrario, la sua strategia pone come postulato il rifiuto della guerra. Ciò che caratterizza la guerra è la reciprocità delle azioni decise e intraprese da ciascuno dei due avversari. Ora, per la precisione, di fronte all’azione dei terroristi, nessuna azione reciproca può venire intrapresa dai decisori avversi. Questi si trovano effettivamente nella incapacità di rispondere colpo su colpo a un avversario senza volto che si nasconde. Certamente, le società democratiche hanno non solo il diritto, ma il dovere di difendersi con la massima fermezza contro il terrorismo. Però, riconosciuto questo diritto e dovere di legittima difesa, la vera questione è sapere quali sono i mezzi legittimi ed efficaci per questa difesa.
La natura stessa del terrorismo esige che lo si combatta non con atti di guerra, ma con misure di polizia. Queste devono essere attuate evitando ogni deriva poliziesca e quindi rispettando scrupolosamente le regole del diritto. Entro il quadro stretto della legge, tutto deve essere fatto per scoprire le reti e smantellarle. Perciò, non sono gli eserciti che devono essere mobilitati, ma i servizi segreti. I membri di quelle reti, una volta che siano chiaramente identificati, devono essere arrestati e giudicati.
Ma per vincere il terrorismo conviene sforzarsi di comprenderne le cause e gli obiettivi. L’indignazione contro quel metodo non dispensa dall’analizzare le ragioni di quell’azione, col pretesto sbagliato che cercare di comprendere il terrorismo sarebbe già cominciare a giustificarlo. I fatti dimostrano che l’indignazione non è operante. Essa non permette di capire perché degli uomini, sacrificando la loro vita, decidono di andare fino all’estremo della violenza distruttiva e omicida.
Per sradicare e svellere il terrorismo, bisogna sforzarsi di capire quali sono le radici storiche, sociologiche, ideologiche e politiche che lo alimentano. Certo, il terrorismo può essere irrazionale e condannarsi da sé a non essere altro che un atto nichilista, animato dalla volontà di distruggere e dalla voglia di uccidere. In questo caso, il terrorismo vuol essere essenzialmente una trasgressione compiuta nell’ignoranza del bene e del male. Però, ci si ingannerebbe se si volesse fare del nichilismo la caratteristica di ogni atto terroristico.
In realtà, come ogni strategia violenta, il terrorismo rivendica il più delle volte dei motivi razionali. Se il terrorismo non è la guerra, vuole però essere ugualmente un mezzo che continua la politica (come è stato detto della guerra). Esso allora possiede una sua coerenza ideologica, una sua logica strategica, e una sua razionalità politica. Non serve a nulla negare questo con l’evidenziare la sua immoralità intrinseca. Dopo che sarà riconosciuta la dimensione politica del terrorismo, diventerà possibile cercare la soluzione politica necessaria contro di esso.
Il modo più efficace di combattere il terrorismo consiste nel togliere ai suoi autori le ragioni politiche che essi invocano per giustificarlo. Così sarà possibile indebolire durevolmente la base popolare di cui il terrorismo ha il più grande bisogno. Spesso il terrorismo mette radici in un terreno fertilizzato dall’ingiustizia, l’umiliazione, la frustrazione, la miseria e la disperazione. Il solo modo per far cessare gli atti terroristici è togliere ai loro autori le ragioni politiche invocate per giustificarlo. Dunque, per vincere il terrorismo, non è la guerra che bisogna fare: bisogna costruire la giustizia.
Quando il terrorismo si inscrive in un conflitto politico i cui obiettivi sono chiaramente identificabili, sarà probabilmente necessario negoziare con i terroristi. Il discorso retorico dominante afferma che non si negozia con i terroristi. Ma al di là delle parole ci sono i fatti. Ci ricordiamo quante volte i governi hanno dovuto contraddire le loro parole per riconoscere i fatti, e quindi mettere a tacere la loro indignazione per accettare la negoziazione?
JEAN-MARIE MULLER, Terrorismo (tratto dal giornale on line “il dialogo”, 12 settembre 2005)
***
IX
Contro le armi
I cavalieri dell’Apocalisse sono quattro: la fame, la peste, la guerra e la morte. Poiché si può morire tanto di fame, di peste e di guerra che per altre cause, i flagelli biblici veri e propri sono solo i primi tre. La gente ha sempre creduto che fossero ineliminabili e ha sempre immaginato che qualcuno si divertisse a rovesciarli periodicamente sul capo della povera umanità. Prima della leggenda cristiana dei quattro cavalieri dell’Apocalisse, ha goduto credito la leggenda pagana del vaso di Pandora.
La gente sbagliava nel considerare questi flagelli ineliminabili: in tempi recenti è stato eliminato in tutto il mondo il flagello delle pestilenze, mentre fin dal secolo scorso è stato eliminato nella sola Europa il flagello della fame.
… Il militarismo è inseparabile dal terzo flagello biblico, la guerra: per cui risuona quanto mai opportuno l’avvertimento di Victor Hugo: «Le guerre hanno i pretesti più vari, ma sempre la medesima causa: l’esistenza delle forze armate. Eliminate le forze armate, e avrete eliminata la guerra». Niente fa più ridere (o piangere) delle querimonie di chi vorrebbe eliminare la guerra, e non si accorge che il modo più elementare è l’eliminazione delle forze armate! Senza le forze armate, gli Stati non potrebbero assolutamente farsi la guerra. Quindi, prima di pensare ad abolire gli Stati, o gli Stati totalitari, o il capitale che sta loro dietro, o prima di sradicare l’istinto di morte che sarebbe insito nel cuore umano, eliminiamo le forze armate.
Ho accennato a uno dei misfatti del militarismo: la morte per fame di milioni di persone nel mondo. L’altro misfatto è anche più grave: la fine del mondo. Qui il calcolo dei morti si fa addirittura astronomico: non ci sono solo i 4 miliardi e 200 milioni di esseri umani (tanti siamo ormai in questo mondo) che verrebbero ammazzati; bisognerebbe poter calcolare anche le generazioni future a cui impediremmo di venire alla luce.
… Ripeto, rinunciamo a fare i conti, che sarebbero impossibili, e limitiamoci a dire che la fine del mondo è di gran lunga il più spaventoso crimine che l’uomo possa commettere ai danni di se stesso. E’ anche una confessione implicita di bancarotta, anche se non ci sarà nessuno a raccoglierla: quanto sarebbe stato meglio che l’uomo fosse rimasto un animale come gli altri anziché mettersi per questa strada che avrebbe potuto portarlo a livelli di civiltà impensabili, ma l’ha portato solo all’autodistruzione e alla distruzione della natura!
Giacché non è pensabile che l’uomo distrugga solo se stesso: qualunque mezzo impieghi per compiere la follia finale – dallo sterminio atomico alla bomba demografica all’inquinamento degli agenti atmosferici all’esaurimento delle risorse necessarie alla vita o a un certo tipo di vita -, è presumibile che, oltre ad annientare se stesso, annienti anche la natura circostante. La terra diverrà come la luna, un pianeta spento, provvisto solo di forme minerali. E a questo bel risultato l’uomo arriverà per la propria stupidità e la propria inerzia. Non perché ci sia in lui una sorta di «cupio dissolvi», non perché prevalga in lui l’istinto dell’autodistruzione; semplicemente perché non ha usato il cervello quando sarebbe stato il momento di usarlo, cioè adesso. Il mondo si avvia verso l’autodistruzione, non perché attirato dalla voragine, ma per stupidità, incoscienza, inerzia.
… Le cose non sarebbero arrivate a questo punto se invece di affidarsi agli statisti la gente si fosse affidata al maggior esperto, cioè al maggior scienziato di questo secolo, Albert Einstein, che già nel 1955 avvertiva: «O l’umanità distruggerà gli armamenti, o gli armamenti distruggeranno l’umanità». La gente ha preferito invece affidarsi agli statisti, col risultato che siamo ormai a un passo dalla fine del mondo.
… Noi disarmisti siamo accusati di essere sognatori fuori della realtà. Invece siamo i soli realisti. Gli altri, i sedicenti realisti, sono solo struzzi che hanno nascosto la testa sotto l’ala per non vedere le conseguenze scellerate della loro politica: l’imminente fine del mondo e l’attuale miseria del mondo.
Siamo stati noi a rimettere quest’ultima questione coi piedi per terra. Non si risolve la questione sociale se non si elimina il peggiore ostacolo alla sua soluzione, vale a dire il militarismo. Come non si risolve nessun problema politico nazionale o internazionale se non si tiene presente che la fine del mondo è alle porte e che il mondo non potrà sfuggire a questa triste fine se non distrugge il militarismo.
CARLO CASSOLA, Contro le armi, Editrice Ciminiera, 1980 (pp. 5, 6-8, 16-17, 22)
***
X
La nonviolenza nell’era atomica
La morale che si può legittimamente trarre dalla spaventosa tragedia provocata dalla bomba atomica è che una bomba non può essere distrutta da un’altra bomba, come la violenza non può essere eliminata dalla violenza. Il genere umano può liberarsi della violenza soltanto ricorrendo alla nonviolenza. L’odio può essere sconfitto soltanto con l’amore. Rispondendo all’odio con l’odio non si fa altro che accrescere la grandezza e la profondità dell’odio stesso.
Sono perfettamente cosciente che sto ripetendo quello che ho già detto innumerevoli volte e che ho cercato di mettere in pratica al meglio delle mie capacità. Ma anche quando ho detto tutto ciò per la prima volta, non si tratta di nulla di nuovo. Erano cose antiche quanto le colline. Tuttavia non ho ripetuto delle massime belle e pronte, ma ho annunciato ciò in cui credevo con ogni fibra del mio essere. Sessanta anni di attività in vari campi della vita hanno soltanto arricchito la mia fede, che l’esperienza degli anni ha fortificato. Si tratta tuttavia della verità fondamentale grazie alla quale si può resistere da soli contro ogni avversità senza vacillare. Come Marx Muller ha detto anni fa, la verità deve essere ripetuta finché vi sono uomini che la disconoscono.
(«Harijan», 7 luglio 1947)
M. K. GANDHI, Teoria e pratica della nonviolenza, Einaudi, 1996, p. 354
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XI
Considero l’impiego della bomba atomica per la distruzione su vasta scala di uomini, donne e bambini come il più diabolico utilizzo della scienza.
Qual è l’antidoto? La bomba atomica non ha reso antiquata la nonviolenza? No. Al contrario, la nonviolenza è la sola cosa che ci rimanga adesso a disposizione. E’ la sola cosa che la bomba atomica non potrà distruggere. Non mossi un muscolo quando sentii per la prima volta che la bomba atomica aveva spazzato via Hiroshima. Al contrario, dissi fra me e me: « Se a questo punto il mondo non adotterà la nonviolenza, il suicidio dell’umanità sarà certo».
Harijan, 29 settembre 1946, p. 335
GANDHI, Il mio credo, il mio pensiero, Grandi Tascabili Economici Newton, 1992 (pp. 438-439)
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XII
Ritorno della coscienza apocalittica ?
Apocalisse: rivelazione o catastrofe?
Il concetto di “apocalisse” risale alla “rivelazione” di Giovanni, che esordisce con il termine, presto diventato il titolo del libro, apokalypsis. Nel XIX secolo questo termine fu usato per indicare scritti simili all’Apocalisse. Apokalypsis significa così più o meno “rivelazione, svelamento, scoprimento”: viene scoperto il corso della storia, viene svelato il futuro, vengono rivelati il tempo venturo e il mondo venturo. Non si va sempre avanti così! Questo è, condensato in poche parole, il messaggio del libro di Daniele e dell’Apocalisse di Giovanni. I terrori del presente non avranno l’ultima parola, al posto degli imperi bestiali subentrerà, quale regno umano, il Regno di Dio (così specialmente in Dn 7).
Come mai il termine “apocalisse”, che allude a questa speranza, è diventato un concetto per indicare il terrore più grande? Se oggi per descrivere una catastrofe non si trovano le parole, nei media si dice che è accaduto qualcosa di apocalittico. Il film di Francis Ford Coppola, Apocalypse now (1979), mise mitologicamente in scena la realtà della guerra del Vietnam. Gunter Anders chiamò la rimozione della mortale minaccia nucleare “cecità apocalittica”.
“Apocalisse”: rivelazione o terrore, speranza o inferno? La storia della parola fa parte dello stesso suo contenuto.
… Molti evangelicali continuano a leggere le apocalissi bibliche come la tabella di marcia della storia mondiale. (…) Tali decifrazioni fraintendono radicalmente ciò che la Bibbia vuol dire.
Perdita del senso della realtà o speranza radicale?
… si deve andare avanti, ma affinché lo si possa fare non si può andare sempre avanti così. L’apocalittica biblica non è una tabella di marcia della storia mondiale, ma un fermento presente in ogni teologia che non ha smesso di pensare, di sperare e di attendere la fine di questo tempo e di questo mondo e l’irruzione del Totalmente Altro.
Certamente rimane il rischio della perdita della realtà. (…) Se l’eredità dell’apocalittica diventa la tabella di marcia della storia mondiale essa tradisce non soltanto ciò che gli scritti apocalittici biblici hanno da dire, ma diventa – che lo si voglia o no – garanzia dello status quo. Se ci si ricorda del fatto che non si andrà avanti sempre così, essa rimane un fermento, un pungolo, un’obiezione contro la normatività del fattuale e perciò una modalità irrinunciabile del messaggio del Regno di Dio.
Sono lieto che nella Bibbia ci siano delle apocalissi; ma sono altrettanto lieto che non ci siano soltanto esse. Ciò che qui occorre ben considerare non è solo una questione di sistematica biblico-teologica, ma sempre anche e in primo luogo una questione relativa alle situazioni concrete, personali e sociali, della vita.
JURGEN EBACH, “Non si può andare avanti sempre così” (nella rivista internazionale di teologia “Concilium”, n. 3, maggio-giugno 2014, pp. 30-31, 36, 40-41)
***
XIII
L’Apocalisse di Giovanni, modello di rilettura credente della vita in tempi di crisi
Viviamo in tempi difficili. Di crisi, soprattutto economica. L’illusione di riuscire a sradicare la povertà dal nostro mondo si è sgretolata. Gli obiettivi di sviluppo del Millennio (Millennium Development Goals) contro la fame e la povertà entro il 2015 non diverranno realtà, ma tutto il contrario. I ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Sono sempre di più gli esclusi dal sistema capitalista neoliberista che domina il mondo. Nei paesi ricchi del Nord, approfittando della crisi economica provocata dalla speculazione finanziaria e bancaria, si sta smantellando il walfare state che si è tentato di creare dopo gli orrori della Seconda guerra mondiale e di fronte alla minaccia del comunismo. E le guerre, in Siria o in Africa, continuano a provocare innumerevoli esodi, distruzione e morte.
E questa tendenza, che porta al progressivo impoverimento della maggior parte degli abitanti del nostro mondo, ha preso stabilmente piede. E se «l’avidità del denaro è la radice di tutti i mali» (1 Tm 6, 10), si comprende come la crisi stenda i suoi tentacoli anche sul mondo sociale, culturale, politico e religioso. Lo scoraggiamento e la disperazione si sono annidati nelle nostre società, soprattutto in quelle che, come la Spagna, la Grecia o il Portogallo, per un certo periodo hanno sognato di far parte del mondo ricco del Nord.
… Contrariamente a coloro che sostengono le letture fondamentaliste, tipiche di sette marginali, la letteratura apocalittica – e l’Apocalisse di Giovanni in particolare – non si riferisce tanto agli eventi escatologici degli ultimi tempi, quanto piuttosto al qui ed ora che stanno vivendo le rispettive comunità, destinatarie di tali scritti. E lo fanno per mantenere vive e consapevoli la resistenza dei credenti e la speranza contro l’impero che sta opprimendo le comunità. Con ciò ci offrono dei suggerimenti per affrontare oggi la crisi che stiamo vivendo noi.
… La lucidità critica eviterà che ci lasciamo ingannare dalla propaganda del sistema economico neoliberista dominante, che vuole farci credere che tale sistema sia il migliore dei mondi possibili (…).
E, nel contempo, occorre mantenere viva la speranza nel fatto che un altro mondo è possibile e necessario, un mondo in cui regnino la pace e la giustizia, un mondo nel quale Dio regni davvero perché scende dalla croce per stare accanto ai popoli crocifissi (Ignacio Ellacuria) e non vi siano più poveri. (Dt 15, 4; At 4, 32-35), perché noi tutti condividiamo tutto, promuovendo leggi che difendano con vigore il povero (Lv 25). Una speranza attiva che, incarnando i valori “controculturali” del vangelo, osservi i comandamenti di Dio espressi nell’alleanza con Israele e mantenga viva la testimonianza di Gesù (Ap 12, 17) che è stato crocifisso per la sua opzione per i poveri e la sua coraggiosa denuncia dell’ingiustizia.
XAVIER ALEGRE SANTAMARIA, “L’ Apocalisse di Giovanni, modello di rilettura credente della vita in tempo di crisi” (nella rivista internazionale di teologia “Concilium”, cit., pp. 54-55, 57, 64)
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Palmi, 21 gennaio 2015
A cura di Raffaello Saffioti
Centro Gandhi
raffaello.saffioti@gmail.com



Sabato 24 Gennaio,2015 Ore: 16:42
 
 
Commenti

Gli ultimi messaggi sono posti alla fine

Autore Città Giorno Ora
giulia guzzo San Giovanni in Fiore (CS) 25/1/2015 15.37
Titolo:Quale sara' il prossimo obiettivo?
Documento coraggioso,audace e interessante questo del prof.Saffioti perchè contribuisce magnificamente al dibattito in corso sul giornale on-line di Giovanni Sarubbi.Dovremmo essere tutti consapevoli che in Francia c'è stato UN PESANTE ATTACCO TERRORISTICO,SIMILE PER ALCUNI VERSI A QUELLO DELL'11 SETTEMBRE ALLE TORRI GEMELLE. ALLORA FU COLPITO UN SIMBOLO FINANZIARIO,ORA INVECE A PARIGI,LA LIBERTA' DI ESPRESSIONE E DI STAMPA. CON QUESTO METODO BASATO SU VIOLENZE INTIMIDATORIE E ATTENTAI SI TENTA EVIDENTEMENTE DI DESTABILIZZARE LA DEMOCRAZIA ED IL DIALOGO TRA LE GENTI..QUESTO MI PREOCCUPA MOLTO.rileggiamo DolciI,Buber,King,Muller,Cassola,Gandhi.Ci aiutano a capire meglio.
Autore Città Giorno Ora
giulia guzzo San Giovanni in Fiore (CS) 29/1/2015 18.44
Titolo:Voglia di rileggere
Ho riletto con molto interesse e piacere il "Piccolo breviario della nonviolenza" del prof. Raffaello Saffioti soffermandomi in modo particolare sulla teoria di Carlo Cassola,di Martin Buber,e di Jean-Marie Muller.Mi sonon quindi convinta che questo magnifico contributo del professore dovrebbe entrare di diritto nelle scuole della Calabria per i seguenti motivi: aiutare i giovani a riflettre sul terrorismo e sulle sue conseguenze;  aiutarli a capire il rispetto della vita umana;  offrire loro alcuni mezzi per difendere i valori della civiltà primi fra tutti la libertà e la democrazia.
Autore Città Giorno Ora
Mariella Ratti La Spezia 05/2/2015 08.13
Titolo:  
Ottima la scelta dei testi, ciascuno meriterebbe essere letto e commentato nelle scuole, anche per capire cosa pensano i ragazzi in merito. C’è bisogno di maggiore cultura e conoscenza (quanti conoscono davvero la storia, anche solo del dopoguerra?), e anche più capacità empatica. Riuscire a capire le ragioni degli altri, oltre che le nostre ragioni, e confrontarle dentro e fuori di noi. Ma soprattutto è importante la consapevolezza che, come giustamente tu dici, Raffaello, una sola è la razza umana … e che i razzismi, i fondamentalismi, tutti gli anti (islamismi, semitismi, ecc. ecc.) portano solo macerie, morte, dolore e sofferenza. Per tutti, nessuno escluso. .Perché il dolore degli altri deve essere anche il nostro dolore.
 
Autore Città Giorno Ora
vincenza podo terni 15/2/2015 13.40
Titolo:
Da leggere,un ottimo lavoro di recupero di una memoria che sta scomparendo.
Autore Città Giorno Ora
Nellina Guarnieri Bari 16/2/2015 20.00
Titolo: il silenzio di Dio
premesso che il Breviario presuppone una seria riflessione...non posso non condividere  la sofferenza che sempre accompagna le paroledi padre Turoldo.Dopo lo scempio della Shoah  da più parti si annunciava la2 Morte di Dio" come se  lgi uomini avvessroconquistato un dominio assoluto del malegarantendosi il controllo del mondo.ma le parole di padre turoldoci convincono che dobbiamo fare i conti con un Dio che può fare a meno di noi e quindi non siamo noi che abbiamio la pretesa di un libero arbitrio e di condannare il nostro simili in suo nome' ?

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