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www.ildialogo.org LA REALTA' DIGITALE, LA CHIESA, E  LA GIORNATA MONDIALE DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI. Il messaggio di Benedetto XVI e il commento di Chiara Giaccardi - con  note,a c. di Federico La Sala

WEB, CHIESA, E VILLAGGIO GLOBALE. COME NEL CIELO DELLA RETE DIGITALE COSI’ NELLA TERRA DELLA RETE DELLE RELAZIONI UMANE: QUALE "VANGELO"?! QUELLO DELLA "CHARITAS" EVANGELICA O QUELLO DELLA "CARITAS" RATZINGERIANA"?!
LA REALTA' DIGITALE, LA CHIESA, E  LA GIORNATA MONDIALE DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI. Il messaggio di Benedetto XVI e il commento di Chiara Giaccardi - con  note

McLuhan (...) affermava che per capire veramente un mondo che cambia sempre più in fretta occorre prenderne le distanze. E non esitava ad affermare: «Ciò è possibile solo a un cristiano». La sintesi paradossale di impegno e distacco («nel mondo, ma non del mondo ») è la postura di cui oggi c’è bisogno, per non rimanere vittime del tecno-pessimismo o del tecno-ottimismo a oltranza, posizioni ugualmente fallaci.


a c. di Federico La Sala

COME NEL CIELO DELLA RETE DIGITALE COSI’ NELLA TERRA DELLA RETE DELLE RELAZIONI UMANE: QUALE "VANGELO"?! Note sul tema:

KANT E SAN PAOLO. COME IL BUON GIUDIZIO ("SECUNDA PETRI") VIENE (E VENNE) RIDOTTO IN STATO DI MINORITA’ DAL GIUDIZIO FALSO E BUGIARDO ("SECUNDA PAULI").

"Dominus Iesus": RATZINGER, LO "STERMINATORE DI ECUMENISMO". Un ’vecchio’ commento del teologo francescano Leonard Boff

LA CHIESA DEL SILENZIO E DEL "LATINORUM". Il teologo Ratzinger scrive da papa l’enciclica "Deus caritas est" (2006) e, ancora oggi, nessuno ne sollecita la correzione del titolo. Che lapsus!!! O, meglio, che progetto!!!

COSTANTINO, SANT’ELENA, E NAPOLEONE. L’immaginario del cattolicesimo romano.

IL CATTOLICESIMO COME TRADIMENTO STRUTTURALE DEL MESSAGGIO EVANGELICO, DEL CRISTIANESIMO. UN’OBBEDIENZA CIECA DI LUNGA DURATA: TUTTI AGGIOGATI AL DIO-VALORE, AL DIO-MAMMONA ("Deus caritas est": Benedetto XVI, 2006)! LA SCONVOLGENTE LIBERAZIONE. "Dio sempre dalla parte dell’uomo". Una nota di Ermes Ronchi - con appunti (federico la sala)

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LE PAROLE DI PIETRO *

«RETI DIGITALI SOCIALI», LA SFIDA DELL’AUTENTICITA’
Benedetto XVI: come una nuova agorà pubblica e aperta
Possono essere strumento di evangelizzazione e sviluppo

  • Pubblichiamo il Messaggio del Papa per la 47 Giornata mondiale delle comunicazioni che sarà celebrata il prossimo 12 maggio

«Reti sociali porte di verità e di fede, nuovi spazi di evangelizzazione»

di Benedetto XVI *

Cari fratelli e sorelle, in prossimità della Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali del 2013, desidero proporvi alcune riflessioni su una realtà sempre più importante che riguarda il modo in cui le persone oggi comunicano tra di loro. Vorrei soffermarmi a considerare lo sviluppo delle reti sociali digitali che stanno contribuendo a far emergere una nuova «agorà», una piazza pubblica e aperta in cui le persone condividono idee, informazioni, opinioni, e dove, inoltre, possono prendere vita nuove relazioni e forme di comunità.

Questi spazi, quando sono valorizzati bene e con equilibrio, contribuiscono a favorire forme di dialogo e di dibattito che, se realizzate con rispetto, attenzione per la privacy, responsabilità e dedizione alla verità, possono rafforzare i legami di unità tra le persone e promuovere efficacemente l’armonia della famiglia umana. Lo scambio di informazioni può diventare vera comunicazione, i collegamenti possono maturare in amicizia, le connessioni agevolare la comunione. Se i network sono chiamati a mettere in atto questa grande potenzialità, le persone che vi partecipano devono sforzarsi di essere autentiche, perché in questi spazi non si condividono solamente idee e informazioni, ma in ultima istanza si comunica se stessi.

Lo sviluppo delle reti sociali richiede impegno: le persone sono coinvolte nel costruire relazioni e trovare amicizia, nel cercare risposte alle loro domande, nel divertirsi, ma anche nell’essere stimolati intellettualmente e nel condividere competenze e conoscenze. I network diventano così, sempre di più, parte del tessuto stesso della società in quanto uniscono le persone sulla base di questi bisogni fondamentali. Le reti sociali sono dunque alimentate da aspirazioni radicate nel cuore dell’uomo.

La cultura dei social network e i cambiamenti nelle forme e negli stili della comunicazione, pongono sfide impegnative a coloro che vogliono parlare di verità e di valori. Spesso, come avviene anche per altri mezzi di comunicazione sociale, il significato e l’efficacia delle differenti forme di espressione sembrano determinati più dalla loro popolarità che dalla loro intrinseca importanza e validità. La popolarità è poi frequentemente connessa alla celebrità o a strategie persuasive piuttosto che alla logica dell’argomentazione. A volte, la voce discreta della ragione può essere sovrastata dal rumore delle eccessive informazioni, e non riesce a destare l’attenzione, che invece viene riservata a quanti si esprimono in maniera più suadente.

I social media hanno bisogno, quindi, dell’impegno di tutti coloro che sono consapevoli del valore del dialogo, del dibattito ragionato, dell’argomentazione logica; di persone che cercano di coltivare forme di discorso e di espressione che fanno appello alle più nobili aspirazioni di chi è coinvolto nel processo comunicativo.

Dialogo e dibattito possono fiorire e crescere anche quando si conversa e si prendono sul serio coloro che hanno idee diverse dalle nostre. “Costatata la diversità culturale, bisogna fa sì che le persone non solo accettino l’esistenza della cultura dell’altro, ma aspirino anche a venire arricchite da essa e ad offrirle ciò che si possiede di bene, di vero e di bello” (Discorso nell’Incontro con il mondo della cultura, Belém, Lisbona, 12 maggio 2010).

La sfida che i network sociali devono affrontare è quella di essere davvero inclusivi: allora essi beneficeranno della piena partecipazione dei credenti che desiderano condividere il Messaggio di Gesù e i valori della dignità umana, che il suo insegnamento promuove. I credenti, infatti, avvertono sempre più che se la Buona Notizia non è fatta conoscere anche nell’ambiente digitale, potrebbe essere assente nell’esperienza di molti per i quali questo spazio esistenziale è importante. L’ambiente digitale non è un mondo parallelo o puramente virtuale, ma è parte della realtà quotidiana di molte persone, specialmente dei più giovani.

I network sociali sono il frutto dell’interazione umana, ma essi, a loro volta, danno forme nuove alle dinamiche della comunicazione che crea rapporti: una comprensione attenta di questo ambiente è dunque il prerequisito per una significativa presenza all’interno di esso.

La capacità di utilizzare i nuovi linguaggi è richiesta non tanto per essere al passo coi tempi, ma proprio per permettere all’infinita ricchezza del Vangelo di trovare forme di espressione che siano in grado di raggiungere le menti e i cuori di tutti. Nell’ambiente digitale la parola scritta si trova spesso accompagnata da immagini e suoni. Una comunicazione efficace, come le parabole di Gesù, richiede il coinvolgimento dell’immaginazione e della sensibilità affettiva di coloro che vogliamo invitare a un incontro col mistero dell’amore di Dio. Del resto sappiamo che la tradizione cristiana è da sempre ricca di segni e simboli: penso, ad esempio, alla croce, alle icone, alle immagini della Vergine Maria, al presepe, alle vetrate e ai dipinti delle chiese. Una parte consistente del patrimonio artistico dell’umanità è stato realizzato da artisti e musicisti che hanno cercato di esprimere le verità della fede.

L’autenticità dei credenti nei network sociali è messa in evidenza dalla condivisione della sorgente profonda della loro speranza e della loro gioia: la fede nel Dio ricco di misericordia e di amore rivelato in Cristo Gesù. Tale condivisione consiste non soltanto nell’esplicita espressione di fede, ma anche nella testimonianza, cioè nel modo in cui si comunicano “scelte, preferenze, giudizi che siano profondamente coerenti con il Vangelo, anche quando di esso non si parla in forma esplicita” (Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, 2011).

Un modo particolarmente significativo di rendere testimonianza sarà la volontà di donare se stessi agli altri attraverso la disponibilità a coinvolgersi pazientemente e con rispetto nelle loro domande e nei loro dubbi, nel cammino di ricerca della verità e del senso dell’esistenza umana. L’emergere nelle reti sociali del dialogo circa la fede e il credere conferma l’importanza e la rilevanza della religione nel dibattito pubblico e sociale.

Per coloro che hanno accolto con cuore aperto il dono della fede, la risposta più radicale alle domande dell’uomo circa l’amore, la verità e il significato della vita - questioni che non sono affatto assenti nei social network - si trova nella persona di Gesù Cristo. È naturale che chi ha la fede desideri, con rispetto e sensibilità, condividerla con coloro che incontra nell’ambiente digitale.

In definitiva, però, se la nostra condivisione del Vangelo è capace di dare buoni frutti, è sempre grazie alla forza propria della Parola di Dio di toccare i cuori, prima ancora di ogni nostro sforzo. La fiducia nella potenza dell’azione di Dio deve superare sempre ogni sicurezza posta sull’utilizzo dei mezzi umani.

Anche nell’ambiente digitale, dove è facile che si levino voci dai toni troppo accesi e conflittuali, e dove a volte il sensazionalismo rischia di prevalere, siamo chiamati a un attento discernimento. E ricordiamo, a questo proposito, che Elia riconobbe la voce di Dio non nel vento impetuoso e gagliardo, né nel terremoto o nel fuoco, ma nel «sussurro di una brezza leggera» (1 Re 19,11-12). Dobbiamo confidare nel fatto che i fondamentali desideri dell’uomo di amare e di essere amato, di trovare significato e verità - che Dio stesso ha messo nel cuore dell’essere umano - mantengono anche le donne e gli uomini del nostro tempo sempre e comunque aperti a ciò che il beato Cardinale Newman chiamava la “luce gentile” della fede.

I social network, oltre che strumento di evangelizzazione, possono essere un fattore di sviluppo umano. Ad esempio, in alcuni contesti geografici e culturali dove i cristiani si sentono isolati, le reti sociali possono rafforzare il senso della loro effettiva unità con la comunità universale dei credenti. Le reti facilitano la condivisione delle risorse spirituali e liturgiche, rendendo le persone in grado di pregare con un rinvigorito senso di prossimità a coloro che professano la loro stessa fede.

Il coinvolgimento autentico e interattivo con le domande e i dubbi di coloro che sono lontani dalla fede, ci deve far sentire la necessità di alimentare con la preghiera e la riflessione la nostra fede nella presenza di Dio, come pure la nostra carità operosa: “se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita” (1 Cor 13,1).

Esistono reti sociali che nell’ambiente digitale offrono all’uomo di oggi occasioni di preghiera, meditazione o condivisione della Parola di Dio. Ma queste reti possono anche aprire le porte ad altre dimensioni della fede. Molte persone stanno, infatti, scoprendo, proprio grazie a un contatto avvenuto inizialmente on line, l’importanza dell’incontro diretto, di esperienze di comunità o anche di pellegrinaggio, elementi sempre importanti nel cammino di fede. Cercando di rendere il Vangelo presente nell’ambiente digitale, noi possiamo invitare le persone a vivere incontri di preghiera o celebrazioni liturgiche in luoghi concreti quali chiese o cappelle.

Non ci dovrebbe essere mancanza di coerenza o di unità nell’espressione della nostra fede e nella nostra testimonianza del Vangelo nella realtà in cui siamo chiamati a vivere, sia essa fisica, sia essa digitale. Quando siamo presenti agli altri, in qualunque modo, noi siamo chiamati a far conoscere l’amore di Dio sino agli estremi confini della terra.

Prego che lo Spirito di Dio vi accompagni e vi illumini sempre, mentre benedico di cuore tutti voi, così che possiate essere davvero araldi e testimoni del Vangelo. “Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura” (Mc 16, 15).

Dal Vaticano, 24 gennaio 2013, Festa di san Francesco di Sales​​

* Avvenire, 24 gennaio 2013

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IL NOME DI DIO. L’ERRORE FILOLOGICO E TEOLOGICO DI PAPA BENEDETTO XVI, NEL TITOLO DELLA SUA PRIMA ENCICLICA. Nel nome della "Tradizione"

PER IL PAPA E I CARDINALI, UNA LEZIONE DI GIANNI RODARI.

IL COLPO DEFINITIVO DEL CATTOLICESIMO COSTANTINIANO AL CRISTIANESIMO. "La Necessita’ e la Grazia": un breve luminoso testo ripreso da "Il Mandorlo e il Fuoco" di don Ernesto Balducci - con note  (fls)

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Noi, la Chiesa e la realtà digitale

Un solo mondo da vivere

di Chiara Giaccardi (Avvenire, 25 gennaio 2013)

McLuhan, che certo conosceva bene opportunità e limiti di ogni ambiente mediale, in una lettera del suo ricco epistolario (oggi avrebbe usato il web!) affermava che per capire veramente un mondo che cambia sempre più in fretta occorre prenderne le distanze. E non esitava ad affermare: «Ciò è possibile solo a un cristiano». La sintesi paradossale di impegno e distacco («nel mondo, ma non del mondo ») è la postura di cui oggi c’è bisogno, per non rimanere vittime del tecno-pessimismo o del tecno-ottimismo a oltranza, posizioni ugualmente fallaci.

Per questo, il messaggio del Santo Padre non parla solo ai fedeli. In un mondo schiacciato sull’immanenza, la dittatura del dato di fatto, la difficoltà a stare al passo coi cambiamenti e soprattutto elaborarne il significato per la nostra vita, lo sguardo della fede si offre a tutti, credenti e non, come una riserva di libertà, che chiede dunque visibilità «nel dibattito pubblico e sociale ». Un messaggio, quindi, «cattolico»: indirizzato a «tutto l’uomo e tutti gli uomini» (Caritas in Veritate, 55), perché capace di rispondere alle preoccupazioni di tutti. Come quella che riguarda la realtà oggi: il digitale può dirsi reale? E con quali implicazioni sull’identità, le relazioni, il rapporto col mondo?

A questo riguardo viene posto un punto fermo, che da qui in avanti va assunto come acquisito: «L’ambiente digitale non è un mondo parallelo o puramente virtuale, ma è parte della realtà quotidiana di molte persone, specialmente dei più giovani». È «parte del tessuto stesso della società». Ciò che per gli adulti è ancora in-comprensibile e minaccioso, per le giovani generazioni è la normalità: una realtà fatta di materia e informazione, atomi e bit. Senza competizione né dualismo tra queste dimensioni che concorrono all’unità, così ricca, del nostro presente.

Separare ciò che è unito, benché a partire da timori legittimi, rischia di produrre un effetto «diabolico» (dia-ballo, divido) e una fallace esteriorizzazione del pericolo, come esclusivo prodotto della tecnologia. Con la tentazione di esonero dall’impegno e dalla responsabilità, dimenticando la lezione del Vangelo: non ciò che entra, ma «ciò che esce dall’uomo, questo sì contamina l’uomo» (Mc 7, 14-23).

Anche il «determinismo tecnologico», implicito in tanti discorsi sul web, va superato: la rete ci rende soli, o al contrario più socievoli; ci rende incapaci di concentrazione e pazienza o efficienti multitasker... Niente di tutto ciò. Non si può sottovalutare né il ruolo del nostro impegno, né la potenza della Grazia: «La fiducia nella potenza dell’azione di Dio deve superare sempre ogni sicurezza [ma anche ogni paura, si può aggiungere] posta sull’utilizzo dei mezzi umani». Le tecnologie non sono certo neutre.

Ma sono l’impegno, il discernimento, la responsabilità (il modo di «abitare», e non di «usare») che fanno la differenza della presenza cristiana, in un ambiente in cui, in forme nuove, si esprimono i bisogni di sempre («Love», amore, è la parola più cercata su Google nel 2012).

Dei tanti aspetti del messaggio, così ricco nella sua semplicità, due mi hanno colpito in particolare, data anche la frequenza con cui ri-corrono: il tema dell’apertura e quello dell’unità, nel loro rimando reciproco. L’apertura è già presente nell’analogia della porta: cos’è infatti la porta se non un’interfaccia, un «dispositivo» che mentre separa due ambienti, indicandone la differenza, contemporaneamente li unisce e ne afferma l’unità? Noi siamo gli stessi, in famiglia e sul lavoro, a casa e per strada, nella piazza o sui social network, per quanto ciascuno di questi ambienti possa chiedere forme di presenza diverse.

La nostra vita è una. Se non lo è, non è certo colpa dei tanti contesti che attraversiamo. Aprire implica sia «uscire» che «lasciar entrare». Le porte delle reti sociali diventano allora un’occasione in più per far crescere la nostra fede, se dire «Io credo in Dio» ci spinge «a uscire continuamente da noi stessi», portando nella realtà quotidiana la certezza della «presenza di Dio nella storia» (dall’Udienza generale dedicata al Credo, 23/1).

Significa anche non aver paura dell’alterità: «Bisogna fa sì che le persone non solo accettino l’esistenza della cultura dell’altro, ma aspirino anche a venire arricchite da essa e ad offrirle ciò che si possiede di bene, di vero e di bello».

Niente cancelli che dividono, dunque, ma simboli: gli stessi di cui la storia della Chiesa è così ricca. E che sono i segni di una «unione nella differenza» che non intende cancellarla (come si vorrebbe invece nel «regime delle equivalenze» così culturalmente potente oggi) né, però, semplicemente prenderne atto.

L’unità della famiglia umana richiede di mantenere aperta la porta della fede, ovvero il nostro legame con Dio sul quale tutti gli altri si fondano. Perché si realizzi anche oggi quanto Rilke auspicava nei suoi «Appunti sulla melodia delle cose»: «L’esperienza ci fa accedere a un’armonia in cui il mondo visibile si trasforma nell’invisibile melodia di uno spazio in cui interno ed esterno, morte e vita, prossimità e lontananza cessano di essere esperienze antitetiche». E, perché no, anche materiale e digitale.

Chiara Giaccardi



Venerdì 25 Gennaio,2013 Ore: 17:24
 
 
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Autore Città Giorno Ora
Federico La Sala Milano 25/1/2013 17.32
Titolo:I tweet del papa e la catapulta di Bush
I tweet del papa e la catapulta di Bush

di Massimo Faggioli (L’Huffington Post, 11 dicembre 2012)

La macchina comunicativa vaticana non ha mai avuto paura della modernizzazione dei mezzi atti a raggiungere i fedeli e l’universo mondo. Da questo punto di vista, l’approdo del papa su Twitter rappresenta solo l’ultimo passo, per ora, di un cammino iniziato almeno con Leone XIII nell’uso dei moderni mass media. Gli esperti di comunicazione giudicheranno che tipo di utente è papa Benedetto XVI (o meglio, chi per lui interagisce con questo sistema di comunicazione).

Ma per i cattolici, e i teologi specialmente, "il papa su Twitter" apre una questione relativa agli effetti di questa immediatezza digitale sulle strutture della chiesa e sulle idee che cattolici e non cattolici hanno della chiesa cattolica. Twitter, analogamente alla televisione, dona al papa una nuova accessibilità sia in termini di spazio che di tempo: per vedere il papa non è necessario andare a Roma, per sapere quello che dice non è necessario attendere che arrivino per posta le sue parole. Ma dal punto di vista del funzionamento della chiesa come comunità di credenti con venti secoli di storia alle spalle, è evidente che l’immediatezza e accessibilità indeboliscono la dimensione della "chiesa come comunione" perché indeboliscono, fino talvolta a rendere superflui, molti dei mediatori del messaggio della chiesa - parroci, vescovi, catechisti, genitori, teologi - e tende evidentemente a rendere superflui anche i giornalisti.

Dal concilio Vaticano I (1869-1870) in poi il sistema "chiesa cattolica" ha dato molta più visibilità e poteri al papa di Roma, grazie alle definizioni sul primato e sull’infallibilità papale. Oggi l’immediatezza e l’accessibilità istantanea della parola del papa grazie alle tecnologie come Twitter moltiplicano all’interno della chiesa gli effetti di quel "doping ecclesiologico" deciso dal Vaticano I sotto pressione di papa Pio IX. E’ un fatto nuovo. Infatti, nella lunga storia del cristianesimo ogni documento del magistero della chiesa è sempre sottoposto ad un processo di "recezione": una interpretazione mediata di ogni pronunciamento magisteriale che deve tenere conto del contesto storico del documento, fare una esegesi del testo, e comprendere la posizione di quel testo nel vasto corpus della tradizione della chiesa.

L’immediatezza e l’accessibilità istantanea della parola del papa, invece, indeboliscono indubbiamente il processo di recezione, perché è un processo che ha bisogno di tempi lunghi e di agenti mediatori di quel messaggio all’interno della chiesa: la recezione lavora su testi lunghi e complessi - lunghezza e complessità che non sono un ostacolo, ma al contrario la condizione necessaria per l’interpretabilità di ogni testo religioso.

Non è chiaro se i tweet del papa saranno un conversation starter o un conversation stopper tra il papa e i suoi followers. Ma la nuova leva (americana) di comunicatori professionisti in Vaticano sembra essere andata a lezione da George W. Bush, che spiegò, in un non raro (per lui) momento di candore, che gran parte del suo mestiere di presidente consisteva nel "catapultare la propaganda" al fine di "scavalcare" la stampa e raggiungere direttamente i cittadini. Quella di Bush non era certo una professione di fede nel ruolo della libera stampa in una democrazia. La chiesa non è una democrazia, e il papa su Twitter potrebbe rendere i meccanismi di potere e di autorità ancora di più accentrati su Roma.
Autore Città Giorno Ora
Federico La Sala Milano 27/1/2013 20.28
Titolo:TWITTER, EUCARISTIA, E SIGNORAGGIO WEBICO ....
Twitter ed eucaristia

di Gaetano Mirabella *

Così come il Cristo spezzò il pane del suo corpo e lo dette come cibo a "tutti" e similmente fece col suo sangue divenuto bevanda per "tutti"; allo stesso modo, il cinguettìo di twitter è come la miriade di mani del Dio vivo che si occupa di mantenere l’immagine di ogni galassia, di ogni pianeta, di ogni strada, di ogni orizzonte, di ogni casa, di ogni città, di ogni filo d’erba e di ogni albero.

Il grande mouse universale, scorre, cliccando sulle galassie e le rende viventi: esso "trascina" sul tappetino piano dell’equatore cosmico, la vita di tutti noi che siamo nutriti, tenuti in vita e trattati come principi e principesse dal divine web master. Il papa dello IOR e delle banche, alimenta invece il signoraggio webico, prestando e distribuendo a "molti", non a "tutti", identità privilegiate, eludendo la vera moneta universale liquida del DIO-Oceano sul quale, il vaticano vuole prevalere distinguendosi, restando solo un onda.

Il divino tsunami del nuovo pensiero liquido ha travolto le fondamenta della vecchia mente facendola crollare. Il pensiero liquido dell’Oceano ha sommerso le coste e indotto le nuove menti nascenti a mettersi in viaggio e, ad attraversare il mar Rosso per uscire dallo stato di minorità, in cerca della terra promessa. Nel deserto del web noi, Hacker della vita, uomini nuovi senza nome, là nel deserto, ricorderemo il nostro vero nome. Nel deserto dell’esternità, prenderemo un neocorpo. Nel deserto lanciati ad occhi chiusi, lacereremo il velo nero dei neuroni condizionati dai peptidi del web finanziario-bancario, aprendo sinapsi che squarcino il velo illusorio della percezione, verso nuove città aperte nell’esternità della nuova mente.

La nuova era è già cominciata ma ci resta ancora da attraversare le gole della vecchia antropologia religiosa. Molti si sentono chiamati dalle sirene della vecchia identità sotto le specie delle pareti di roccia e cadono nel tranello ridiventando roccia, terra e sale, ignorando il rombo del VERBO dell’Oceano che, come mantra fonetico-eidetico, irrompe in tutte le case dai display.

E’ ancora la notte del signoraggio webico in cui vogliono concederci mutui d’identità per farci essere ma splende la luna ed è lei il collo della bottiglia oscura nella quale siamo prigionieri, ma dalla quale potremo uscire, uno per volta, se crederemo in noi stessi. Se crederemo al principe che siamo ri-diventati mangiando il pane webico dell’eucaristia liquida del Dio del display-oceano. E intanto stiamo attenti e porgiamo l’orecchio al DIO-twitter che cinguetta nella notte nera, prima di irrompere nel tuono della rivelazione. Nell’era webica dell’esternità abbiamo costruito la grande bocca che chiama incessantemente, la visione-suono tattile dell’esternità infinita e sempre nuova nel tecnorecchio di DIO.


* vedi: http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=4039#forum1301089
Autore Città Giorno Ora
Federico La Sala Milano 27/1/2013 20.47
Titolo:La Chiesa ubriaca di social network ...
Boffo: “Il Papa su Twitter non ce lo vedo anche la Chiesa ubriaca di social network”

di Fabio Tonacci (la Repubblica, 27 gennaio 2013)

Si è rotto qualcosa nel coro unanime di entusiasmo che ha accompagnato fino ad oggi la discesa di Papa Ratzinger su Twitter e l’utilizzo sempre più diffuso dei new media da parte dei preti.

«Non lo vedo bene l’85enne Papa, teologo e pensoso, ad avere a che fare con Twitter - ha detto ieri Dino Boffo, direttore di Tv 2000 della Cei - basta con questa ubriacatura da social network, anche dentro la Chiesa». Classico fulmine a ciel sereno, perché arriva da uno dei maggiori esperti di comunicazione della Chiesa italiana. Segnale però che qualche dubbio cova sotto la cenere, e che non tutti i fedeli e i sacerdoti sono convinti della scelta di Benedetto XVI, quasi che le attività in rete possano contribuire ad alimentare lo svuotamento delle chiese e la crisi delle vocazioni.

Boffo ha parlato a Venezia durante un incontro organizzato dal Patriarcato per la festa di San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti. «Questa ubriacatura la pagheremo cara - ha aggiunto, in un discorso diventato accusa - ci sveglieremo che non avremo più i nostri media cattolici, quelli classici che ti mettono a contatto con il cuore vivo della comunità». Non solo. «I social network sembrano dare sprint e un tocco di notorietà a buon prezzo, ma non possono sostituirsi agli altri», ha ribadito Boffo durante l’incontro di ieri, nel quale ha anche accennato alle false accuse del Giornale che lo travolsero nel 2009 costringendolo a lasciare la direzione di Avvenire («Fui vittima di un giornalismo killer»).

L’intervento di Boffo sui social network non è stato proprio una carezza per tutti quei cybernauti della fede impegnati sui vari facebook e twitter, che giusto tre giorni fa avevano avuto la benedizione del pontefice nel messaggio per la 47esima Giornata mondiale delle comunicazioni sociali.

«Non capisco i toni apocalittici di Boffo - dice a Repubblica l’arcivescovo Claudio Maria Celli, presidente del Pontificio Consiglio delle comunicazioni sociali - e non vedo nemmeno l’“ubriacatura” di modernità. Il Papa non intende certo sostituire i media vecchi con quelli nuovi, ma è un fatto che oggi il 35 per cento dei giovani si informa su Internet. Certe persone troveranno solo in rete la parola del Signore, e lì la Chiesa ci deve essere».

I numeri parlano chiaro. I seguaci del Papa su Twitter hanno superato i 2 milioni e mezzo nelle otto lingue tra cui il latino in cui è già attivo l’account. Il profilo italiano di Ratzinger conta più di 288 mila follower (l’ultimo tweet è del 23 gennaio e recita «molti falsi idoli emergono oggi. Se i cristiani vogliono essere fedeli, non devono avere timore di andare controcorrente »). E poi ci sono i “sacerdoti del web”, sempre più numerosi. C’è il cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della cultura, con 32 mila follower. L’arcivescovo di Napoli Crescenzio Sepe sta pensando di iscriversi («Anche Gesù, se nascesse oggi, sarebbe su Facebook »).

E, tra monsignori, vescovi, suore e sacerdoti online, c’è anche don Antonio Spadaro, direttore di Civiltà cattolica, che ha più di 6000 follower su Twitter ed è autore del blog Cyberteologia. Alla polemica aperta da Boffo non vuole rispondere. Era stato più loquace quando sull’Osservatore romano apparve qualche mese fa un articolo di Christian Martini Grimaldi nel quale in sostanza si sottolineava il rischio di «isolamento » per chi usa troppo i social network. «Attribuire al web le colpe che sono nostre - scrisse allora sul suo blog Spadaro - è solo una forma di deresponsabilizzazione ».

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