- Scrivi commento -- Leggi commenti ce ne sono (0)
Visite totali: (386) - Visite oggi : (1)
Questo giornale non ha scopo di lucro, si basa sul lavoro volontario e si sostiene con i contributi dei lettori Sostienici!
ISSN 2420-997X

Canali social "il dialogo"
Youtube
- WhatsAppTelegram
- Facebook - Sociale network - Twitter
Mappa Sito

www.ildialogo.org Fiocchi di neve per la valanga,di Giovanni Sarubbi

Editoriale
Fiocchi di neve per la valanga

di Giovanni Sarubbi

Una giornata a Roma insieme agli operai della IRISBUS di Valle Ufita in Irpinia


Ancora un giorno di lotta insieme agli operai della IRISBUS di Valle Ufita. Questa volta a Roma, davanti ai palazzi del potere, a Montecitorio, a Palazzo Chigi, poi alle sedi sindacali di CISL e CGIL. Una cinquantina gli operai dell'IRISBUS e cittadini irpini che hanno voluto gridare non solo la propria rabbia ma anche la propria volontà di resistere.

Ed è proprio la parola “resistenza” la chiave della giornata del 23 luglio 2012 quando, alle prime luci dell'alba, un pullman è partito dalla Valle Ufita, passando per Avellino, per giungere poi a Roma con il suo carico umano.

I meteorologi prevedevano pioggia che è caduta abbondante nella notte fino alle prime luci dell'alba. Qualcuno, visto il tempo, ha dato forfait, ma il grosso, armato di ombrelli e qualche telo impermeabile, di striscioni e cartelli non ha rinunciato a far sentire le proprie ragioni. Fra i presenti un gruppo di giovani comunisti ed un pezzo della segreteria provinciale del Partito dei Comunisti Italiani, ma il grosso è costituito dagli operai della IRISBUS con l'inconfondibile tuta da lavoro che li identifica inequivocabilmente.

La pioggia temuta a Roma non c'è. Ha piovuto anche li durante la notte ma al nostro arrivo non piove e durante la giornata cadrà solo qualche goccia sporadica. Bene, anche il cielo è con noi!

Il pullman ferma alla stazione Anagnina della metropolitana che prendiamo gridando i nostri slogan: “Giù nella Valle non c'è un filo d'erba, governo di merda, governo di merda”, e poi “L'Irisbus non si tocca, la difenderemo con la lotta”, e poi ancora il canto liberatorio di “bandiera rossa” che ha caratterizzato le manifestazioni del movimento operaio per tutto il 1900.

Nella metropolitana uno dei giovani tira fuori la chitarra, anche qui si canta Bandiera Rossa, anche qui slogan contro il Governo. La gente ci guarda senza fastidio, anche se dai loro sguardi si capisce che a Roma se ne vedono parecchie di manifestazioni simili. E c'è anche chi esprime la propria solidarietà ed il proprio consenso consigliando l'unità dei lavoratori. Come nel 1968, “operai e studenti uniti nella lotta”, un vecchio slogan ma sempre attuale.

Giungiamo alla stazione di piazza Barberini ed in corteo andiamo verso Piazza Montecitorio. Ad aspettarci c'è l'onorevole Franco Barbato dell'IDV che, da quando è iniziata la vertenza IRISBUS il 7 luglio del 2011, è stato il deputato più impegnato e presente alle assemblee davanti alla fabbrica e con le interrogazioni parlamentari. E' molto coreografico e passionale; grida anche lui “governo di merda” insieme agli operai; ogni volta che parla sembra che gli stia per scoppiare una delle vene del collo; diventa rosso ma scandisce le parole con decisione. Certo con lui alla testa di un corteo non c'è da annoiarsi.

Passiamo davanti a Palazzo Chigi. “Governo di merda” e “Vergognatevi” sono gli slogan più ripetuti nel breve tratto che separa il palazzo del governo da piazza Montecitorio dove vengono stesi gli striscioni, gli stessi che da un anno a questa parte hanno fatto il giro dell'Irpinia, gli stessi che abbiamo portato al Giro d'Italia. “Non Molleremo”, dice uno di essi. Oltre agli striscioni ci sono anche dei cartelli. Uno di questi dice: «Voi ci togliete tribunali ospedali fabbriche noi vi toglieremo le poltrone»; un altro ancora dice «dal Bunga Bunga al Banca Banca», un altro ancora «gli operai della Irisbus sfiduciano governo e sindacati». C'è anche una bandiera rossa sventolata da un giovane comunista. Per una decina di minuti ripetiamo i nostri slogan. C'è un mugolo di giornalisti delle TV e della carta stampata che riprendono immagini e fanno fotografie. L'onorevole Barbato fa da intermediario fra noi e la Digos che ovviamente sapeva del nostro arrivo da una settimana, da quando era stata chiesta l'autorizzazione. Ci sono tre cellulari del reparto mobile nella piazza. Sono molto di più i celerini presenti che noi a manifestare. I poliziotti si limitano a guardarci a distanza, tanto ci sono le transenne che delimitano la piazza. Davanti a noi quello che Totò chiamava “Palazzo Montecitoros”. Davanti al portone ci sono due militari che imbracciano un pesante fucile mitragliatore. Ogni volta che entra qualcuno si mettono sull'attenti presentando le armi che imbracciano in segno di saluto. Anche questo è il segno dei tempi di una Repubblica che nei fatti ha rinnegato la propria Costituzione che all'art. 11 parla di “ripudio della guerra” e che dovrebbe avere davanti ai palazzi delle istituzioni dei civili e non certo dei militari.

Sono circa le 10.30 del mattino. I giornalisti presenti a turno cominciano ad intervistare l'onorevole Barbato che usa parole dure contro il governo. Una due tre televisioni lo intervistano. Spiega che la Fiat chiude lo stabilimento italiano di pullman ma che continua a costruirli in Francia e Cecoslovacchia, dove noi saremo costretti a comprarli se dovesse ripartire il piano autobus. Cioè il danno e la beffa. E poi intervistano anche gli operai che spiegano il motivo della loro presenza a Roma per sfiduciare il governo e per seguire il dibattito che proprio quel giorno si sarebbe svolto alla camera sul decreto-legge cosiddetto “cresci-Italia”, per il quale essi hanno presentato un emendamento, sottoscritto da alcuni deputati campani, dove si chiede il lancio del piano autobus nazionale investendo due miliardi in tre anni.

Non c'è alcun via vai di parlamentari ma noi siamo li in attesa che qualcuno passi e continuiamo a gridare qualche slogan giusto per tenere alta l'attenzione e distrarre le forze di polizia. Il programma della mattinata prevedeva infatti l'incatenamento di due operai alle transenne che delimitano piazza Montecitoros. La DIGOS non viene ovviamente avvertita e mentre il grosso continua a gridare i due operai che si erano dichiarati disponibili si incatenano alla balaustra. Proprio un attimo prima arriva nella piazza l'Onorevole Massimo D'Alema che viene subito circondato da un gruppo di operai che gli chiedono di ascoltarli e di farsi carico della loro vertenza.

Non vedevo D'Alema così da vicino dal 1996. L'invecchiamento mi è subito saltato agli occhi forse per colpa dei capelli bianchi. Si è anche un po' ingobbito, sembra Andreotti con i baffi.

D'Alema non è un uomo, è una statua di marmo che parla. E' di media statura ma ti guarda come se fosse alto tre metri, impassibile a tutto ciò che gli viene detto. Una statua di marmo ma anche una spugna che assorbe tutto senza reagire, neppure quando gli gridano “venduto” oppure “dicci qualcosa di sinistra”. Mi ha stupito molto il fatto che lui fosse praticamente solo. Nessuna guardia del corpo tipo armadio con auricolare annesso lo circondava come usa Berlusconi. Una qualsiasi persona che fosse stato li con intenzioni malevoli avrebbe potuto fargli di tutto e scappare via in pochi secondi perdendosi nelle strade strette che ci sono attorno a Montecitoros. Dietro di lui una persona più anziana, forse il suo segretario o il suo autista, certo non una guardia del corpo. Eppure lui è praticamente il capo dei servizi segreti italiani, visto che preside il comitato parlamentare che li controlla.

Con D'Alema viene ingaggiata una discussione serrata. Gli operai parlano, si scaldano e lui freddo. Gli viene dato l'ordine del giorno che gli operai hanno portato a Roma per farlo presentare alla camera durante i lavori di conversione in legge del famoso (o famigerato) “cresci-Italia” della banda Monti&C. Un ordine del giorno che fa un resoconto dettagliato di quello che è avvenuto dal 7 luglio del 2011 a oggi e che chiede come primo punto di “istituire un tavolo immediato presso la Presidenza del Consiglio per risolvere la questione Irisbus che è una questione nazionale”, come secondo punto di “stigmatizzare il comportamento poco affidabile della Fiat” e come terzo punto di “rendere chiare e definitive quali sono le reali intenzioni e quindi le eventuali iniziative che l'esecutivo intende mettere in campo per evitare la chiusura dello stabilimento Irisbus di Flumeri e garantirne la continuità della produzione di autobus e i posti di lavoro”.

D'Alema si illumina solo quando legge la parola “tavolo” che è la parola magica cara a tutti i sindacalisti o politici che siano. Non si può fare nulla senza un tavolo. Se ad un politico o ad un sindacalista gli neghi un tavolo di trattativa c'è il rischio di fargli venire una crisi d'astinenza. Questi sono dei drogati dei “tavoli di trattativa”. Quanti scioperi ho fatto anche io nella mia vita lavorativa per conquistare “un tavolo”? Ne ho perso il conto! La loro vita politica o sindacale si svolge attorno ad un tavolo così come quella dei preti si svolge attorno ad un altare. Sugli altari si scanna, metaforicamente, l'agnello di Dio, sui tavoli sindacali si scannano le vite degli operai.

Se in un documento manca la parola “tavolo” questo non viene neppure preso in considerazione. Attorno ad un tavolo si mangia anche, su un tavolo si firmano assegni cambiali o contratti. La principale attività dei sindacalisti è spesso quella di andare di tavolo in tavolo come in una processione della via crucis: prima dal prefetto, poi all'ispettorato del lavoro, poi alla provincia, poi alla regione, poi alla Confindustria, poi al ministero del lavoro o dello sviluppo economico (come si chiama ora). Nella prima stazione Gesù è condannato a morte; nella seconda è caricato della croce … nell'ultima stazione il corpo di Gesù è deposto nel sepolcro. La risurrezione è rimandata a data da destinarsi.

Oggi sembra che i tavoli si siano tutti esauriti, sono tutti inconcludenti perché nessuno può decidere più nulla se non al massimo livello possibile del governo, cioè al livello di Monti e dei suoi ministri economici. E anche loro devono chiedere lumi a quello che sta alla BCE a Francoforte o alla Goldman Sacks in America. Forse per questo D'Alema ha giudicato “ragionevole” la richiesta di un tavolo. In mancanza di meglio un tavolo non si nega a nessuno.

Rocco, il primo operaio che si incatenò davanti allo stabilimento IRISBUS lo scorso anno, espone con durezza e precisione le idee degli operai su ciò che sta accadendo in Italia. Ovviamente D'Alema non si scompone. Però ha una memoria di ferro, questo si, perché si ricorda di Rocco che già lo scorso anno davanti allo stabilimento ebbe con lui un confronto molto teso. E così abbiamo la possibilità di scoprire il D'Alema emulo di Andreotti che sorridendo definisce Rocco come “un intellettuale”. Un operaio che pensa viene messo da D'Alema alla berlina come “intellettuale”. Lui, D'Alema, sarebbe invece quello che fa i fatti perché è lui che ha parlato con il ministro Passera da cui è poi scaturito l'unico incontro a livello ministeriale sulla vicenda IRISBUS. L'operaio a cassa integrazione invece è l'intellettuale inconcludente.

Nel mentre avviene il confronto con il marmo D'Alema, dall'altro lato i funzionari della Digos hanno ingaggiato una animata discussione con gli operai che si erano incatenati alla balaustra della piazza. “Ci dovevate avvisare per fare questa cosa, non lo avete fatto e ora siamo costretti ad identificarvi e a denunciarvi”, queste le parole del funzionario presente in piazza. Tentano anche di tagliare le catene con una tronchesina. Gli operai urlano, uno di loro si fa anche male e grida perché le catene vengono strette attorno ai suoi polsi nel tentativo di tagliarle. Accorrono anche tutti gli altri operai. Accorre l'onorevole Barbato. Anche D'Alema si avvicina dicendo che quelle cose non servono a nulla. Come dire: «E chi se ne frega se un operaio si incatena o peggio ancora si suicida». E pensare che D'Alema è diventato quello che è oggi grazie all'esistenza di un Partito che si chiamava Partito Comunista Italiano di cui gli operai che erano a Roma li quel giorno erano stati membri. E qualcuno glielo ha anche detto, ma lui è stato come di marmo. Uno degli incatenati gli grida che i parlamentari hanno paura di Marchionne che può fare quello che vuole. «La politica – grida sempre l'incatenato- dovrebbe invece mandarlo a quel paese facendogli lasciare qui in Italia quello che ha rubato». E D'Alema sorridendo dice che «se lo mandiamo a fare in ... quello poi qui chiude e non ritorna più».

La questione con la Digos alla fine si risolve. L'onorevole Barbato fa da intermediario, dice che è stato lui a dimenticarsi di avvisarli. Anche D'Alema se ne va, dice che deve andare a lavorare e che il suo impegno è quello di occuparsi dei servizi di sicurezza del paese. «Siamo uomini pubblici – dice a chi gli chiede se gli si può inviare notizie e richieste sulla vicenda IRISBUS – chiunque può trovarci senza difficoltà».

Due operai intanto si sono vestiti con l'abito buono, giacca e cravatta, per poter entrare a Montecitoros perché senza non si può. Di li a poche ore, alle 14.30 per la precisione, avrebbe dovuto esserci l'intervento di uno dei deputati irpini che ha deciso di presentare l'emendamento al decreto “cresci-Italia” che quella mattina era in discussione alla camera. Si tratta dell'onorevole Iannaccone che dopo un po' ci raggiunge in piazza. Parla con gli operai, si fa dare una delle loro tute che vuole indossare durante il suo intervento alla Camera. Si fa dare anche una busta paga da uno di essi con l'ammontare della cassa integrazione da lui percepita: 774euro con cui mandare avanti una famiglia. Una miseria, una cifra molto più bassa della cifra che stabilisce la soglia di povertà nel nostro paese che, per una famiglia di due persone, è di 1000 euro. Chi sta al di sotto di tale cifra è povero. E i lavoratori a Cassa Integrazione, quelli dell'Irisbus come tutti gli altri, oggi sono irrimediabilmente poveri. Iannaccone conferma che l'emendamento proposto dagli operai della IRISBUS che chiedeva lo stanziamento di due miliardi in tre anni per il rilancio del piano autobus è stato bocciato in commissione. Non ci sarà nessun piano autobus nel “cresci-Italia” come non ci sarà niente per nessun altro. Ma egli farà lo stesso il suo intervento indossando la tuta dei lavoratori della IRISBUS come avrebbe fatto un vecchio comunista.

Intanto una delegazione di operai è stata ricevuta dall'onorevole Damiani del PD che si impegna a far ottenere agli operai della Irisbus una audizione alla Camera.

Alla 14.30 l'onorevole Iannaccone tiene il suo discorso alla Camera vestito con la tuta degli operai della Irisbus. Il suo discorso è giudicato positivamente dai due operai presenti nel settore dedicato ai visitatori. «Non potevamo fare nulla – diranno poi – né applaudire né dissentire, non potevamo neppure accavallare le gambe. Eravamo guardati a vista». Forse i criminali da tener d'occhio erano altri.

Appena Iannaccone finisce il suo discorso gli operai che erano all'interno della Camera escono. Sulla piazza Montecitoros si tiene una assemblea volante per decide cosa fare. Sono circa le 15. Si decide di andare alle sedi sindacali, a tutte le sedi sindacali. Si tira a sorteggio per scegliere da quale sindacato andare prima. Viene estratta per prima la CISL. Ci si mette in marcia immediatamente. Si ritorna in corteo verso Palazzo Chigi dove c'è la fermata del bus che ci porterà alla CISL dove arriviamo nel giro di un quarto d'ora. Durante il percorso in pullman ancora manifestazioni di solidarietà della gente, ancora canti e slogan contro il governo.

Alla sede della CISL ci aspetta però la polizia. C'è un intero reparto della celere in assetto antisommossa. Sono più loro che noi e sono di Napoli. Un funzionario della DIGOS (che poi scopriamo essere originario di Benevento) e alcuni agenti di polizia ci impediscono di entrare nella sede nazionale della CISL. Ci dicono che la nostra è una manifestazione non autorizzata e che dobbiamo scioglierla, altrimenti ci sarà l'identificazione e la denuncia. Inizia una trattativa con questo funzionario di polizia. Chiediamo di essere ricevuti da Bonanni. Ci chiedono di metterci tranquilli e cominciano a telefonare. Dopo una decina di minuti di batti e ribatti finalmente ci dicono che una delegazione verrà ricevuta nella sede della CISL. L'incontro si svolgerà non attorno ad un tavolo (alla CISL pare li abbiano finiti) ma sulle scale appena dopo l'ingresso. Gli operai della delegazione spiegano il perché della loro presenza a Roma. Lasciano il testo dell'ordine dl giorno consegnato ai deputati. Protestano per il modo con il quale sono stati ricevuti.

Intanto, eludendo il controllo della polizia, un gruppo di operai si reca alla sede della CGIL che è a poca distanza da quella della CISL. Qui gli operai vengono ricevuti senza problemi, i tavoli alla CGIL ci sono ancora e anche le poltrone. Quando il grosso degli operai arriva davanti alla CGIL trova ancora la polizia ma anche acqua offerta dagli uscieri che ci hanno fatto usare anche i servizi igienici. Una accoglienza tutta diversa. La tensione con la polizia si scioglie.

Sia alla CISL che alla CGIL viene esposta la stessa linea: no allo smantellamento dello stabilimento, e quindi rifiuto dei vari finti interessamenti di aziende fantasma (Di Risio, cinesi, arabi,...) tutti gestiti dalla Fiat e mai concretizzatesi in qualcosa di serio; si al piano autobus e conservazione della stessa missione produttiva per lo stabilimento di Valle Ufita che è quello di costruire pullman.

Sia la CISL che la CGIL hanno dichiarato di essere d'accordo con l'impostazione proposta dagli operai ponendo come unica condizione quella della presenza delle rispettive RSU ai prossimi incontri sulla vertenza. Viene anche consegnata ai lavoratori una lettera che CGIL-CISL-UIL hanno scritto congiuntamente al governo sulla loro vertenza. Una lettera che poi gli operai giudicheranno negativamente.

Dopo la CGIL si ritorna a casa. Ci avviamo a prendere la metropolitana dove arriviamo verso le 18. E' l'ora di punta ma noi non lo sappiamo. I treni sono stipati all'inverosimile. Riusciamo a salire su un treno dopo quasi venti minuti. Arriviamo all'Anagnina quasi alle 19.

Siamo stanchi, tutti. Solo qualche giovane riesce ancora a sventolare la sua bandiera e a cantare Bandiera Rossa. Ma la giornata non è ancora finita. Sul pullman cominciamo una vera e propria assemblea. Parlano gli operai che sono entrati in parlamento. Parlano quelli che sono andati alla CISL e alla CGIL. Raccontano ciò che hanno visto e le loro impressioni. Non sono intellettuali come li ha definiti D'Alema. Sono persone impegnate in una lotta non per se stessi ma per la propria terra, per il futuro dei loro figli a cui vogliono impedire di emigrare, per il rispetto dei principi sanciti nella nostra Costituzione sul diritto al lavoro, sull'utilità sociale della attività economica, sulla possibilità dello Stato di intervenire nell'economia, sull'incentivazione del trasporto pubblico su quello privato.

Durante quella giornata è cresciuta fra gli operai della IRISBUS sia la consapevolezza di dover generalizzare la propria vertenza collegandola a quella di tutta l'Irpinia, sia la consapevolezza che chi resiste, come stanno facendo loro, chi ha un progetto per la collettività e non per soddisfare i propri particolari problemi personali, fa paura a chi finora ha gestito il potere economico e politico in modo autocratico. Chi resiste ha allora il compito di organizzarsi al meglio, di darsi un piano preciso di lavoro e degli obiettivi sempre più precisi, di costruire l'unità con tutte le forze sociali che possono essere coinvolte nel proprio progetto, cambiando il proprio approccio che non può essere quello di chiedere agli altri che cosa essi stiano o meno facendo su quel progetto. L'approccio giusto è quello indicato da Gandhi che diceva: «Sono le azioni che contano. I nostri pensieri, per quanto buoni possano essere, sono perle false fintanto che non vengono trasformati in azioni. Sii tu stesso il cambiamento che vuoi vedere nel mondo». Che tradotto per la vertenza IRISBUS significa impegnarsi a fare tutto quello che ognuno può e si sente di fare per la sua vittoria. Solo così riusciremo a creare quel consenso di massa e quella mobilitazione generale di tutti gli Irpini che sono necessari per vincere. Tutte le valanghe prima di diventare tali erano solo fiocchi di neve. Ed il 23 luglio un altro piccolo fiocco lo abbiamo aggiunto.

Giovanni Sarubbi



Domenica 29 Luglio,2012 Ore: 08:00
 
 
Ti piace l'articolo? Allora Sostienici!
Questo giornale non ha scopo di lucro, si basa sul lavoro volontario e si sostiene con i contributi dei lettori

Print Friendly and PDFPrintPrint Friendly and PDFPDF -- Segnala amico -- Salva sul tuo PC
Scrivi commento -- Leggi commenti (0) -- Condividi sul tuo sito
Segnala su: Digg - Facebook - StumbleUpon - del.icio.us - Reddit - Google
Tweet
Indice completo articoli sezione:
Editoriali

Canali social "il dialogo"
Youtube
- WhatsAppTelegram
- Facebook - Sociale network - Twitter
Mappa Sito


Ove non diversamente specificato, i materiali contenuti in questo sito sono liberamente riproducibili per uso personale, con l’obbligo di citare la fonte (www.ildialogo.org), non stravolgerne il significato e non utilizzarli a scopo di lucro.
Gli abusi saranno perseguiti a norma di legge.
Per tutte le NOTE LEGALI clicca qui
Questo sito fa uso dei cookie soltanto
per facilitare la navigazione.
Vedi
Info