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www.ildialogo.org Speriamo non ci vogliano vent'anni,di Giovanni Sarubbi

Editoriale
Speriamo non ci vogliano vent'anni

di Giovanni Sarubbi

Più volte sono intervenuto su queste colonne sulla situazione, diciamo così, “spirituale” che vivono in particolare i lavoratori, operai o impiegati, pubblici o privati che siano. Più volte ho parlato di confusione, sfiducia generalizzata, divisione profonda fra lavoratori e lavoratori causata anche dal diffondersi di un sindacalismo neo-corporativo aggressivo egoistico e sostanzialmente filo-padronale. Più volte ho parlato del prevalere di comportamenti egoistici, di modelli culturali e sociali che esaltano l'individualismo e l'egoismo, che negano la solidarietà fra lavoratori, trasformandoli in accessori delle macchine che i padroni possono buttare via in ogni momento e senza troppi complimenti. L'operaio alla catena di montaggio accessorio della catena, l'impiegato amministrativo o tecnico accessorio dei computer da essi utilizzati.

Il modello sociale prevalente, anche nel mondo del lavoro, è quello edonistico promosso dai grandi capitalisti alla Bill Gates o alla Steve Jobs, che hanno creato il mito di coloro che dal nulla possono diventare multimiliardari, non importa se per fare ciò si deve passare sul cadavere di milioni e milioni di persone.

Questo modello sociale, che è prevalente anche nelle situazioni di più drammatico sfruttamento quali quelli che si vivono nelle imprese che esistono per esempio nella provincia di Avellino nella quale vivo, cozza radicalmente con il modello prospettato nella nostra Costituzione repubblicana, figlia della lotta partigiana per la liberazione dell'Italia dal nazi-fascismo e dell'incontro della cultura socialista e comunista con quella cristiano-sociale.

Oggi si arriva al punto che anche lavoratori impegnati in dure vertenze sindacali per la difesa del sacrosanto diritto al lavoro, giungono a negare inconsapevolmente i valori fondanti contenuti nella nostra Costituzione repubblicana. L'antipolitica dominante, il disgusto provocato dalla corruzione diffusa fra i partiti, genera repulsione generalizzata persino per la nostra Costituzione, vista non come una legge tradita e umiliata ma come l'origine dei mali attuali. Ci si rende conto che le istituzioni politiche ed economiche sono “un cadavere in decomposizione” e si percepiscono i partiti, tutti i partiti, come “medici intenti a tenere in vita il cadavere” che invece va seppellito con tutto ciò che gli sta intorno. Cioè bisogna buttare via l'acqua sporca con il bambino.

Ricostruire una “spiritualità” che sia solidaristica e che ridia il valore che merita al lavoro sarà opera di lunga durata. E' già capitato nella storia del nostro paese ai tempi del fascismo, che prevalse sia sul piano militare, con le violenze esercitate nei confronti di tutti gli oppositori ma principalmente dei comunisti e socialisti, sia sul piano politico-ideologico. Ci vollero vent'anni e furono anni di duro e paziente lavoro di ricostruzione, di persecuzioni e di guerre violente e sanguinarie culminate nella tragedia della Seconda Guerra Mondiale. Vent'anni per preparare e temprare quelli che poi dal 43 al 45 diressero la Resistenza e ricostruirono le basi morali e legali del nostro paese sintetizzati nella Carta Costituzionale.

Ovviamente non sappiamo come andrà oggi. Ci auguriamo che non ci vogliano vent'anni per rimettere le cose a posto, ma certo non si tratterà di una passeggiata e non ci saranno scorciatoie. Sicuramente c'è bisogno di un lavoro paziente di discussione, di riflessione a partire dalle contraddizioni concrete che la classe lavoratrice vive nel proprio seno e nella società nel suo complesso. C'è bisogno che ognuno faccia esperienza e prenda coscienza della propria condizione e questo non si può ottenere per decreto o semplicemente enunciando principi scopiazzati da vecchi libri malamente interpretati.

Certo è deprimente constatare come le cose maligne, negative o perverse che dir si voglia, o le soluzioni a questi mali palesemente sbagliate e fuorvianti, siano sempre le stesse da migliaia di anni. La ripetitività del male, o la “banalità del male” come diceva Hannah Arendt, è la forza che ancora oggi riesce a trovare consensi e fare adepti fra gli stessi agnelli che vengono portati al macello. Quando si perdono le proprie radici, la memoria storica di ciò che i nostri padri hanno fatto per noi, quando non si è più stimolati a riflettere sulle proprie azioni e sulle proprie responsabilità, si può arrivare alle mostruosità della storia che abbiamo vissuto nel ventesimo secolo e che ancora oggi viviamo e al fatto che persone banali si trasformino in autentici agenti del male.

Sarà lungo e difficile ma ce la possiamo fare ed è l'unica alternativa che abbiamo.

Giovanni Sarubbi



Domenica 15 Luglio,2012 Ore: 08:29
 
 
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