- Scrivi commento -- Leggi commenti ce ne sono (0)
Visite totali: (793) - Visite oggi : (2)
Questo giornale non ha scopo di lucro, si basa sul lavoro volontario e si sostiene con i contributi dei lettori Sostienici!
ISSN 2420-997X

Canali social "il dialogo"
Youtube
- WhatsAppTelegram
- Facebook - Sociale network - Twitter
Mappa Sito

www.ildialogo.org RELIGIONE POLITICA E RIVOLUZIONE NONVIOLENTA A CINQUANT’ANNI DALLA MORTE DI ALDO CAPITINI,di Raffaello Saffioti

Editoriale
RELIGIONE POLITICA E RIVOLUZIONE NONVIOLENTA A CINQUANT’ANNI DALLA MORTE DI ALDO CAPITINI

di Raffaello Saffioti

Coloro che dicono che la religione nulla ha a che fare
con la politica, non sanno che cosa significhi religione”.
M. K. GANDHI
L’editoriale del Direttore Giovanni Sarubbi col titolo “Il mostro dell’imperialismo capitalistico” (del 16 dicembre 2018) è molto impegnativo e vuole spiegare il riferimento a Marx e al Manifesto del Partito Comunista. Pone temi indicativi della linea editoriale de “il dialogo” ed hanno rilevanza storica e filosofica. E’ occasione per questo intervento, che è guidato dal pensiero espresso da Gandhi alla fine della sua autobiografia. 1
L’attualità sociale e politica, oltre che religiosa, provoca la riflessione sui temi della guerra e della pace e si collega con la lotta contro l’imperialismo capitalistico. Problemi come la diseguaglianza, il fenomeno migratorio, la xenofobia, denunciano la crisi drammatica del nostro tempo, nella quale siamo immersi. Richiedono lucidità di analisi, approfondimento, ricerca di valide alternative e coerenza tra i mezzi e i fini che si vogliono conseguire.
Il Direttore ha scritto:
“Le guerre del ‘900 e quella nella quale siamo oggi immersi, sono guerre mondiali, figlie di un sistema economico capitalistico che dal 1914 in poi è sempre più imperialistico e concentrato in poche mani a livello mondiale.
[…] Si può condividere o non condividere il pensiero di Marx, ma la sua analisi della realtà è scientifica, è basata su una osservazione scientifica della società che ancora oggi, a distanza di oltre un secolo e mezzo, è tuttora valida e dà spiegazioni su ciò che sta accadendo. E aggiungo che la sua analisi del Capitale è ancora oggi studiata e apprezzata a livello scientifico”.
E nella conclusione:
“Non possiamo curare una malattia se non ne individuiamo la causa. E le cause della guerra e dell’attuale distruzione dell’ambiente a livello globale risiedono nell’ingordigia di un sistema sociale basato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo”.
Intanto, è il caso di segnalare la “Newsletter”, n. 129, della “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri”, del 28 dicembre 2018, per quanto dice sul tema della guerra, messo in relazione al “capitale sovrano”
“…con la “Giornata della pace” comincia martedì prossimo un anno di guerra. Quella che oggi ci funesta è la guerra che, andando oltre gli stessi conflitti già combattuti ed in corso quando il mondo era diviso in blocchi, ha avuto inizio nel 1989 con la caduta del Muro e si è posta come obiettivo il dominio finale sulla terra, questa volta da parte del capitale sovrano. Guerra mondiale, dice il papa, ma a pezzi. E i pezzi sono le singole guerre e sopraffazioni e violenze e muri e false sicurezze e chiusure, che tutti insieme fanno una guerra sola. Nel messaggio del giorno di Natale papa Francesco le ha enumerate una per una, a cominciare da quella di Israele in Palestina, che è la guerra più antica e di cui portiamo il peso maggiore, perché è la guerra provocata dalle nostre religioni non convertite. Ma poi c’è la Siria, sempre al primo posto nell’assillo del papa, e lo Yemen, e i Paesi dell’Africa, e la Corea, e il Venezuela, l’Ucraina, il Nicaragua, tutti chiamati per nome, e i popoli ancora e sempre colonizzati, e le minoranze oppresse.
Ma le guerre non sono tutte qui. C’è l’Afghanistan, che non cessa di pagare per l’11 settembre, il Myanmar, per il genocidio dei Rohingya, le Filippine, il Pakistan, la Thailandia, la Cecenia, il Daghestan, il Nagorno Karabakh, l’Azerbajan, e c’è la Turchia contro i curdi e contro la Siria, l’Iraq devastato, e ancora la Colombia e poi il Messico stretto tra il muro di Trump e l’aggressione del narcotraffico. Di queste guerre non mancherebbero notizie, ma ben pochi se ne occupano, tanto meno i giornali e le TV delle nostre informazioni quotidiane”.
Nel 2018: due Cinquantenari
Il cinquantenario della morte di MARTIN LUTHER KING e quello di ALDO CAPITINI.
Ho già scritto “Ricordare Martin Luther King martire della pace e della nonviolenza”, su “il dialogo” del 26/03/2018 (v. link).
Come ricordare ora ALDO CAPITINI, considerato il “padre della nonviolenza italiana”?
Ricordiamo l'epigrafe sulla sua tomba, dettata dal suo amico Walter Binni: "Libero religioso e rivoluzionario nonviolento".
Capitini in Attraverso due terzi del secolo, sua opera autobiografica, scrisse nell’agosto del 1968, a due mesi dalla morte (19 ottobre):
Nel campo della nonviolenza, dal 1944 ad oggi, posso dire di aver fatto più di ogni altro in Italia. Ho approfondito in più libri gli aspetti teorici, ho organizzato convegni e conversazioni quasi ininterrottamente, ho lavorato per l’obbiezione di coscienza, ho promosso, attraverso il Centro di Perugia per la nonviolenza, convegni Oriente-Occidente, la Società vegetariana italiana, la Marcia della pace da Perugia ad Assisi del 24 settembre 1961, e poi il Movimento nonviolento per la pace e il periodico «Azione nonviolenta» che dirigo. Della Consulta italiana per la pace, una federazione di organizzazioni italiane per la pace sorta dopo la Marcia di Assisi, sono ancora il presidente. Sono, insomma, riuscito a far dare ampia cittadinanza, nel largo interesse per la pace, alla tematica nonviolenta. Come teoria e come proposte di lavoro, la nonviolenza in Italia ha una certa maturità. E qui, come dicevo, ho avuto più occasioni d’incontro che con la pura e semplice religione. In fondo, quando sono andato due volte a Barbiana, a parlare con don Lorenzo Milani e la sua scuola, la discussione e l’esposizione non è stata altro che sulla nonviolenza, per la quale egli mi disse di convenire con me”.
Ma un campo, ancor più strettamente connesso con la profezia e l’apostolato religioso, è quello della trasformazione della società, per cui, rifiutando ogni carica offertami nel campo politico, ho piegato la politica, e l’interesse in me fortissimo per essa, alla fondazione di un lavoro per la democrazia diretta, per il potere di tutti o omnicrazia (come lo chiamo). Per me è intrinsecamente connesso con la religione, che, per me, è più della compresenza che di Dio; e perciò la compresenza di tutti (religiosamente dei viventi e dei morti) deve continuamente realizzarsi, come ho già detto, nell’omnicrazia, e chi è centro della compresenza, è centro anche di omnicrazia; ed è intrinsecamente connesso con la nonviolenza, di cui è l’idea politico-sociale. Il lavoro per i C.O.S., per il pacifismo integrale, per la proprietà pubblica aperta a tutti e creante continue eguaglianze, non sono che effet- tuazioni dell’interesse per l’omnicrazia”
Bisognava che la concezione religiosa tradizionale, appoggiata dall’istituzione, entrasse nella crescente crisi che la dissolve, malgrado la vittoria sul modernismo e l’appoggio dello Stato fascista e del successivo. Specialmente dopo il Concilio, altro che modernismo si diffonde! e altro che intangibilità dei dogmi! Bisognava anche che le si contrapponesse la concezione marxistica, e che il popolo italiano, specialmente in alcuni strati e in alcune zone, si politicizzasse attraverso un laicismo comunista. Si è visto poi che la cosa non era così semplice come pareva ad alcuni stalinisti nel primo decennio dopo la Liberazione; oggi, vista la rivoluzione violenta inattuabile e cresciuta l’esigenza di un’articolazione democratica in cui il «basso» conti effettivamente, ferventi comunisti arrivano a scrivere la formula «socialismo e libertà».
Dico questo delle due forze di massa in Italia, perché nel ventennio esse hanno occupato, anche con una larga produzione libraria, il campo in Italia. Perché si arrivasse a capire il valore e l’efficienza della sintesi da me proposta (di riforma religiosa, di metodo nonviolento, di democrazia diretta e proprietà pubblica) era necessario che dessero quanto potevano, mostrando i loro limiti, le due concezioni etico-politiche precedenti. Difatti oggi erompono più chiare, anche se di gruppi limitati, le esigenze religiose e sociali, perlomeno nella forma di richieste più indipendenti e più severe di prima.
Con ciò non voglio dire affatto che proprio le mie proposte religiose e politiche troveranno chi le farà sue e le svolgerà. Tutt’altro che questo! Si vedrà molto del laicismo anche notevolmente critico accettare prima o poi l’influenza americana, anche se essa si farà meno democratica, ma giudicata da quei laici pur sempre il male minore, in una certa circolazione di culture e di beni. Si vedrà anche la spinta rivoluzionaria farsi sempre più estremista, attuando anche colpi violenti se non di guerra, di guerriglia, fino alla speranza di un controimpero che spazzi tutto il vecchio. Dopo i due terzi di secolo siamo arrivati ad un punto da cui si vede tutto questo.
Nell’ultimo terzo del secolo Croce e anche Gramsci saranno meno presenti nella nostra spiritualità. L’Europa, unita al Terzo Mondo e al meglio dell’America, elaboreranno la più grande riforma che mai sia stata comune all’umanità, quella riforma che renderà possibile abolire interamente le disuguaglianze attuali di classi e di popoli, e abolire le differenze tra i «fortunati» e gli «sfortunati». Non con piani di assistenza e di elargizione sarà possibile costituire una nuova società nel mondo, in cui tutto sia di tutti, con la massima naturalezza, superando il vecchio individualismo borghese che ho visto cosi fiorente all’inizio di questo secolo.
Ci vorrà una profonda concezione religiosa che abbia arricchito l’uomo, e fors’anche una grande semplificazione nella vita, che non impedirà ai più alti valori di avere il primato, perché diventi conseguente un modo di trattare tutti, nel modo più aperto, con crescenti uguaglianze, con la gioia di portare gli ultimi tra i primi. Questa comunità nella società sarà la premessa di una vittoria sulla stessa natura, diventata al servizio di tutti come singoli.
Non molto lontano dai settant’anni, e in un momento in cui meno che in ogni altro posso prevedere se potrò anche nell’ultimo terzo del secolo dare un contributo, questa visione religioso-sociale di tutti mi eleva. Ho insistito per decenni ad imparare e a dire che la molteplicità di tutti gli esseri si poteva pensare come avente una parte interna unitaria di tutti, come un nuovo tempo e un nuovo spazio, una somma di possibilità per tutti i singoli, anche i colpiti e annullati nella molteplicità naturale, visibile, sociologica. Questa unità o parte interna di tutti, la loro possibilità infinita, la loro novità pura, il loro «puro dopo» la finitezza e tante angustie, l’ho chiamata la compresenza.
Perugia, 19 agosto 1968”
Segue la “Nota bibliografica”
Ho detto che i quattro libri scritti durante il fascismo (Elementi di un’esperienza religiosa, Laterza, Bari 1937; Vita religiosa, Cappelli, Bologna 1942; Atti della presenza aperta, Sansoni, Firenze 1943; La realtà di tutti, ristampa Célèbes, Trapani) costituiscono il nucleo di una riforma religiosa, con i princìpi teorici e indicazioni pratiche. Il tema religioso è stato, dopo il 1944, da me ripreso principalmente in questi libri: Il problema religioso attuale (Guanda, Parma 1948); Nuova socialità e riforma religiosa (Einaudi, Torino 1950); Religione aperta (II ediz., Neri Pozza, Vicenza 1964); Discuto la religione di Pio XII (Parenti, Firenze 1957); Battezzati non credenti (Parenti, Firenze 1961); Aggiunta religiosa all’Opposizione (Parenti, Firenze 1958); La compresenza dei morti e dei viventi (Il Saggiatore, Milano 1966); Severità religiosa per il Concilio (De Donato, Bari 1966); Lettere di religione (dal 1951 al 1968, presso di me). Il tema della nonviolenza in questi libri (oltre che qua e là nei precedenti): Italia nonviolenta (Libreria interno di avanguardia, Bologna 1949); Rivoluzione aperta (Parenti, Firenze 1956); L’obbiezione di coscienza in Italia (Lacaita, Manduria 1959); La nonviolenza oggi (Comunità, Milano 1962); In cammino per la pace (Einaudi, Torino 1962); Le tecniche della non violenza (Feltrinelli, Milano 1967). Il tema filosofico e pedagogico in questi libri: Saggio sul soggetto della storia (La Nuova Italia, Firenze 1947); L’atto di educare (La Nuova Italia, Firenze 1951); Il fanciullo nella liberazione dell’uomo (Nistri-Lischi, Pisa 1953); L’educazione civica nella scuola e nella vita sociale (Laterza, Bari 1964); Per il liceo nuovo (Armando, Roma 1965); Educazione aperta, due voll. (La Nuova Italia, Firenze 1967-68). Altri libri: Perugia (La Nuova Italia, Firenze 1947); Colloquio corale (Pacini Mariotti, Pisa 1956); Danilo Dolci (Lacaita, Manduria 1958); Antifascismo tra i giovani (Célèbes, Trapani 1966); Omnicrazia potere di tutti (in corso di pubblicazione). Direzione di due periodici mensili: «Azione nonviolenta» e «Il potere è di tutti» (Casella postale 201, Perugia)” 2
***
Queste lunghe citazioni, senza commento, possono dare l’idea del contributo che Capitini ha dato alla teoria e alla pratica della nonviolenza del ‘900. Capitini è stato tra quelli che hanno introdotto il pensiero e l’opera di Gandhi in Italia ed è stato definito il “Gandhi italiano”, condividendo questo appellativo con DANILO DOLCI.
Nonviolenza e marxismo
Nell’ottobre del 1978 ebbe luogo a Perugia il convegno sul tema “Nonviolenza e marxismo nella transizione al socialismo”, su iniziativa della Fondazione Capitini e del Movimento Nonviolento.
Quel convegno viene qui richiamato, perché le sue ragioni si rivelano ancora attuali.
Lucio Lombardo Radice presentò in quel convegno una Comunicazione col titolo “Aggiunta nonviolenta alla rivoluzione socialista”.
In essa si legge, tra l’altro:
Ritengo che il peggior modo di impostare una discussione tra rivoluzionari nonviolenti e rivoluzionari che accettano la violenza quando si trovano di fronte ad “ostacoli” che altrimenti non sarebbe possibile “rimuovere”, sia fare della violenza una questione assoluta. Ho detto il “peggior modo di aprire una discussione”. Sarebbe stato più esatto dire “il miglior modo per chiudere ogni possibile discussione”. E invece una discussione-collaborazione, un rapporto dialettico di reciproco scambio, è oggi molto importante tra i due tipi di rivoluzionari.
Parlo dei nonviolenti rivoluzionari, che sono la novità dei nostri giorni. […]
Parlo dei rivoluzionari nonviolenti, parlo degli allievi di Gandhi, di uomini come Aldo Capitini, che considerava la nonviolenza come la “bomba” più potente, che rifiutava il pacifismo “inerte e passivo”.
Per noi, essere pacifici non significa accettare la realtà com’è, la società com’è, per amore del quieto vivere e in nome di fraternità o rassegnazione male intese” (La nonviolenza, oggi, p. 17).
Cominciamo quindi col mettere tra parentesi l’aggettivo (violento, nonviolento) e analizziamo il sostantivo: rivoluzionario. La concezione marxista della rivoluzione nasce e si afferma in contrasto con quella anarchica, individualistica e terroristica. Perché il marxismo è, per sua natura, antiterroristico? Marx e tutti i suoi discepoli delle varie “scuole”, non sono in linea di principio contro la violenza, e pertanto non sono contro gli attentati (i gesti di violenza e uccisione) in generale, come è invece il nonviolento, il quale definisce la sua filosofia e la sua prassi come “un modo di pensare e di agire che non sia oppressione o distruzione di qualsiasi essere vivente” (La nonviolenza, oggi, p. 29).
Il rivoluzionario marxista e il rivoluzionario nonviolento hanno però in comune il principio democratico, il principio del valore decisivo del consenso. La rivoluzione è per Marx il risultato del consenso, della volontà comune di grandi masse umane, della schiacciante maggioranza; la violenza è solo “destinata a rimuovere” gli “ostacoli” contrapposti all’avanzata dei molti dal potere dei pochi.
Il terrorista spara e uccide, il partigiano spara e uccide: ma c’è un’enorme differenza tra i due gesti nella loro apparente identità. Il partigiano è sorretto dal consenso popolare, e spara e uccide solo quando, e perché, l’ostacolo del potere oppressivo non può essere diversamente rimosso. Non appena rimosso quell’ostacolo, non appena riconquistati i diritti elementari, il partigiano diventa l’elettore e l’eletto, il dirigente e il militante di un partito, il sindacalista, il pubblicista, il libero cittadino. “Egli desidera il potere insieme con tanti altri, un potere dal basso e complesso o collegiale, nel quale c’è l’individuo e c’è la realtà che lo unisce intimamente agli altri” (Le tecniche della nonviolenza, Feltrinelli, Milano 1967).
Per il terrorista, la violenza è l’essenziale: viene divinizzata, viene adoperata senza tenere in considerazione né la possibilità di azione di massa nonviolenta (nessuna differenza, per il terrorista, è da fare tra il democratico-borghese Aldo Moro e il dittatore fascista Anastasio Somoza), né il consenso o meno delle grandi masse. La violenza del terrorista è l’immagine in negativo della violenza del dittatore solitario, non la liberazione dal potere assoluto dei pochi.
Ecco ciò che unisce in profondità il marxista e il rivoluzionario nonviolento: la ricerca di iniziative, di lotte pacifiche che portino verso il potere di tutti […].
Il marxista e il rivoluzionario nonviolento, in questa prospettiva ideale comune, “si debbono trovare, con reciproca meraviglia, d’accordo”, come disse Enzo Enriquez Agnoletti a proposito della prima marcia della pace. O forse ormai senza “reciproca meraviglia”, perché hanno compreso che li accomuna nel profondo l’ideale del “potere di tutti”, e li divide solo in superficie l’accettazione o il rifiuto della violenza intesa come strumento, mai come assoluto.
Ed è per questo che il marxista aperto, non dogmatico – cioè il marxista! – deve oggi fare sue le “tecniche della nonviolenza”, che costituiscono, possiamo ben dire, parafrasando un titolo capitiniano (Aggiunta religiosa all’opposizione), la aggiunta nonviolenta alla rivoluzione socialista. Il marxista, insomma, deve “riconoscere” il “contributo diretto… alla politica” che può essere dato dai rivoluzionari nonviolenti, quel contributo che Aldo Capitini caratterizzava così: “portare sempre al massimo gli strumenti razionali” nelle lotte per la liberazione degli uomini”.3
Danilo Dolci, su “religione e politica”
“Gandhi, nel ‘fare fronte nella verità alla propria propensione per l’odio e la violenza’, cerca far conto ‘su un residuo di verità insito anche nel proprio avversario più vizioso, avvicinandolo attivamente con la semplice logica di un amore incorruttibile’, scoprendo così la dimensione nonviolenta della verità: nel conflitto la verità non si può conquistare che nonviolentemente.
Religione e politica si fondono, nuova religiosità secolare e nuovo corso politico, in un nuovo criterio psico-storico in cui meditazione e attività rivoluzionaria si identificano”. 4
Roma, 30 dicembre 2018
Raffaello Saffioti
Centro Gandhi – PALMI
raffaello.saffioti@gmail.com

NOTE
1 M. K. GANDHI, La mia vita per la libertà, Newton Compton Italiana, 1973.
2 ALDO CAPITINI, Attraverso due terzi del secolo Omnicrazia: il potere di tutti, a cura di Lanfranco Binni e Marcello Rossi, Il Ponte 2016, pp. 37-39, 41-44.
3 In: Fondazione “Centro Studi Aldo Capitini” e Movimento Nonviolento (a cura di), Nonviolenza e marxismo, Libreria Feltrinelli, 1981, pp. 90-92.
4 DANILO DOLCI, La legge come germe musicale, Piero Lacaita Editore, Manduria, 1993, p. 109.



Domenica 30 Dicembre,2018 Ore: 17:29
 
 
Ti piace l'articolo? Allora Sostienici!
Questo giornale non ha scopo di lucro, si basa sul lavoro volontario e si sostiene con i contributi dei lettori

Print Friendly and PDFPrintPrint Friendly and PDFPDF -- Segnala amico -- Salva sul tuo PC
Scrivi commento -- Leggi commenti (0) -- Condividi sul tuo sito
Segnala su: Digg - Facebook - StumbleUpon - del.icio.us - Reddit - Google
Tweet
Indice completo articoli sezione:
Editoriali

Canali social "il dialogo"
Youtube
- WhatsAppTelegram
- Facebook - Sociale network - Twitter
Mappa Sito


Ove non diversamente specificato, i materiali contenuti in questo sito sono liberamente riproducibili per uso personale, con l’obbligo di citare la fonte (www.ildialogo.org), non stravolgerne il significato e non utilizzarli a scopo di lucro.
Gli abusi saranno perseguiti a norma di legge.
Per tutte le NOTE LEGALI clicca qui
Questo sito fa uso dei cookie soltanto
per facilitare la navigazione.
Vedi
Info