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www.ildialogo.org ALDO CAPITINI, PROFETA SCOMODO IERI E OGGI DA NON IMBALSAMARE,di Raffaello Saffioti

Editoriale
ALDO CAPITINI, PROFETA SCOMODO IERI E OGGI DA NON IMBALSAMARE

di Raffaello Saffioti

Il destino dei profeti

La prossima Marcia per la Pace Perugia-Assisi riuscirà a far scoprire o riscoprire la figura e il messaggio di Aldo Capitini, ideatore e organizzatore della prima Marcia di cinquant’anni fa?

Si dice che il destino dei profeti sia quello di essere incompresi, perseguitati e talvolta uccisi dai loro contemporanei, imbalsamati e riabilitati dai posteri. Ma imbalsamare i profeti e svuotarli della loro carica rivoluzionaria è come tradirli.

E’ anche il destino di Capitini?

Capitini fu un profeta, in anticipo sui suoi tempi, ed è la sua profezia che lo rende attuale.

  1. Attualità della profezia capitiniana

La ricorrenza del Cinquantenario ha favorito la preparazione della Marcia come non è avvenuto, forse, per le edizioni precedenti. La mobilitazione che è in corso fa prevedere una notevole partecipazione.

Per conoscere le origini e le ragioni della Marcia della Pace serve ed è da consigliare la lettura del libro di Capitini che la documenta, In cammino per la pace (edito da Einaudi nel 1962, ora in Aldo Capitini, Scritti sulla nonviolenza, Perugia, Protagon, 1992).

La Marcia concepita da Capitini fu da lui organizzata col Centro di Perugia per la nonviolenza, con l’aiuto di un Comitato.

Quattro caratteri della Marcia.

Questi quattro caratteri della marcia mi sono stati chiarissimi fin dal 1960:

  1. che l’iniziativa partisse da un nucleo indipendente e pacifista integrale (Centro di Perugia per la nonviolenza);

  2. che la marcia dovesse destare la consapevolezza della pace in pericolo nelle persone più periferiche e lontane dall’informazione e dalla politica;

  3. che la marcia fosse l’occasione per la presentazione e il “lancio” dell’idea del metodo nonviolento al cospetto di persone ignare o riluttanti o avverse;

  4. che si richiamasse il santo italiano della nonviolenza (e riformatore senza successo).

(In cammino per la pace, in Aldo Capitini, Scritti sulla nonviolenza, cit., p. 226)

Per affermare questi quattro caratteri nell’organizzazione della Marcia Capitini dovette far fronte a molte critiche e incomprensioni, anche per la scelta di Assisi come meta della Marcia.

Perché Assisi?

Ci sono state critiche e rifiuti perché la meta era Assisi, come se noi facessimo concessioni al potere cattolico o compromessi con la religione tradizionale. Collegare san Francesco e Gandhi (avvicinamento che in Oriente si fa molto spesso) voleva dire sceverare l’orientamento nonviolento e popolare dei due dalle circostanze e dagli atteggiamenti particolari; ed era anche uno stimolo a far penetrare nella religione tradizionale italiana, come è sentita dal popolo e soprattutto dalle donne, l’idea che la “santità” è anche fuori del crisma dell’autorità confessionale: la marcia doveva anche servire a questa “apertura” (e difatti il nostro Centro ha diffuso il giorno della marcia tremila copie di un numero unico su Gandhi); quando tra il popolo più umile, e tanto importante, dell’Italia si arrivasse a mettere il ritratto di Gandhi in chiesa tra i santi, avremmo quella riforma religiosa che l’Italia aspetta dal Millecento, da Gioacchino da Fiore.

(Ivi, pp. 225-226)

Non si può non notare quanto differisca dalla prima l’organizzazione della Marcia di quest’anno.

La Marcia del 1961 volle essere “aperta” e “popolare”, ma partì “da un nucleo indipendente pacifista integrale”. La Marcia del Cinquantenario rimane “aperta” e “popolare”, ma non si può dire che parta “da un nucleo indipendente pacifista integrale”. Il documento di convocazione della Marcia è frutto evidente della mediazione e del compromesso fra i soggetti componenti il Comitato organizzatore. E il messaggio capitiniano risulta, di conseguenza, alquanto annacquato.

C’è da sperare e prevedere che, al di là di quel documento ed anche della “Mozione del popolo della Pace”, il corteo che sfilerà il 25 settembre, nella sua varietà e diversità, esprima con gli striscioni, i cartelli e gli slogans un messaggio più ricco e più forte di quello espresso da quei due documenti, se non proprio rivoluzionario.

Per la Marcia del 1961 Capitini collegò san Francesco e Gandhi, questa del Cinquantenario dovrebbe collegare san Francesco, Gandhi e Capitini. Al fine di favorire la conoscenza della figura e del pensiero di Capitini, si potrebbe ristampare, rivisto e aggiornato, il numero speciale della rivista “Azione nonviolenta” (10,2008), dedicato al quarantesimo anniversario della sua morte.

Le risposte alle sette domande dell’intervista proposta dal notiziario “Telegrammi della nonviolenza in cammino” costituiscono un ricco materiale di studio e notevole contributo alla preparazione della Marcia. L’esame di queste risposte ha stimolato l’elaborazione di questo testo che richiama e sviluppa due precedenti miei contributi, già pubblicati:

  1. “Aldo Capitini tra memoria e profezia” (in “il dialogo”, 24 maggio 2011);

  2. “La Marcia per la Pace Perugia-Assisi e il Movimento Nonviolento. Cosa direbbe Aldo Capitini?” (in “il dialogo”, 15 luglio 2011).

Ho cercato di contribuire alla fase preparatoria, a nome del Centro Gandhi, con lo studio e la riflessione, come dimostrano, tra l’altro, i documenti richiamati, prestando, soprattutto, attenzione ai documenti pubblicati dal Movimento Nonviolento e dalla Tavola della Pace.

Ancora una volta ricordiamo l’epigrafe per la tomba di Capitini, dettata dal suo amico Walter Binni: “Libero religioso e rivoluzionario nonviolento”.

Capitini fu laico e religioso insieme. E fu l’opera Religione aperta, del 1955, a procurargli la condanna del Sant’Uffizio, del 1956, che inserì quell’opera nell’ “Indice dei libri proibiti”.

In una lettera a Walter Binni del 26 agosto 1967, Capitini scrisse:

C’è il bisogno che si delinei in Italia una certa consistenza della scelta pura nonviolenta, dal basso e rivoluzionaria in religione (…) Il mio compito mi pare sia stato e sia questo (se ce la farò! Se no, faranno altri).

Capitini nel ricordo di Danilo Dolci e Norberto Bobbio

Non ammazzava una mosca / ma era veramente un rivoluzionario, / miope ma profeta.

(Danilo Dolci, Poema umano, Einaudi, 1974, p. 188)

Luce di prospettive vastissime

Poiché era profondamente vivo – malgrado la sua salute tutt’altro che erculea – sapeva riconoscere in un evento, in una notizia, in un timbro, quanto era di autentico valore, o poteva divenirlo.

In questo senso, nella callosa distrazione dei più, era profeta. Ma anche in un altro senso – interdipendente – lo era: per il suo acuto avvertire la necessità di tutti, e identificarsene (l’aveva affinato attraverso una vita di impegno, osservazione, studio, meditazione), aveva una notevole capacità di giudizio e previsione negli eventi.

Il non accettare la realtà come è, era una sua enorme forza. (…) la sua netta non accettazione del male, della morte, e il bisogno di portare più in là i limiti dell’uomo, i limiti della realtà, di fatto lo ponevano a vivere già nel futuro: che dovrà, prima o poi, fare i conti con lui.

(Danilo Dolci, “Luce di prospettive vastissime”, in Il messaggio di Aldo Capitini, a cura di Giovanni Cacioppo, Lacaita editore, 1977, p. 505)

Il profeta, in quanto volto alla realtà da liberare, è proteso verso il futuro. Anche l’utopista guarda al futuro. Ma il profeta non è l’utopista. La differenza sta in ciò: mentre l’utopista disegna una stupenda struttura di società ideale ma ne rinvia l’attuazione a tempi migliori, il profeta comincia subito, qui ed ora. “Io non dico: fra poco o molto tempo avremo una società che sarà perfettamente non violenta… A me importa fondamentalmente l’impiego di questa mia modestissima vita, di queste ore o di questi pochi giorni; e mettere sulla bilancia intima della storia il peso della mia persuasione”. O, se si vuole, la differenza tra l’utopista e il persuaso sta nel fatto che il primo è un puro teorico, il secondo in quanto religioso è anche uomo d’azione. Prima di essere un ideale da perseguire, la compresenza è un atto, un insieme di atti da compiere. Non esiste compresenza al di fuori degli atti che il persuaso compie per realizzarla. Se l’ideale è la tramutazione, non tramuto nulla se non comincio a mutare me stesso. L’utopia comincia domani, e può anche non cominciare mai; la tramutazione comincia oggi e non ha mai fine.

(Norberto Bobbio, “Introduzione”, in Aldo Capitini, Il potere di tutti, La Nuova Italia, 1969, pp. 31-32)

  1. La riforma religiosa

Nel dibattito che finora si è svolto, in preparazione alla Marcia, in particolare nel Convegno del CIPAX a Roma (8 giugno) e nel Convegno di Bolzano (17-19 giugno), ho notato quanto risultino ancora scomodi il tema capitiniano della riforma religiosa e quello del rapporto di Capitini con la Chiesa cattolica.

La Marcia del Cinquantenario è stata occasione, per me, per condurre uno studio sul tema “La Chiesa cattolica e la nonviolenza” (sottotitolo: “Appunti per la storia di una difficile conversione”). Credo che ancora manchi, se non erro, su questa materia uno studio organico.

Bisogna superare, soprattutto da parte cattolica, imbarazzo, reticenze, finanche silenzi e omissioni. Toccare il tema della riforma della struttura gerarchica della Chiesa-istituzione, i nervi scoperti del dominio ecclesiastico e della lotta al Concordato, risulta ancora molto pericoloso.

Invece, da parte degli amici laici di Capitini i limiti da superare sembrano quelli culturali.

Sono molto incoraggianti le spinte che vengono dal basso della Chiesa e da alcune voci profetiche, rimaste a lungo isolate e inascoltate. Si stanno avverando le parole profetiche di Capitini, prima citate, nella lettera a Walter Binni.

Una delle voci più autorevoli del secolo scorso fu quella del teologo morale Bernard Haring che sul finire della sua vita, nel 1998, scrisse:

Oggi la morale deve essere concentrata sui problemi della pace e della nonviolenza. Per noi teologi morali è prioritario l’obbligo di lavorare per salvare il seme dell’uomo sulla Terra. (…) la missione dei cristiani a servizio della pace, della nonviolenza e della riconciliazione sta al centro della vocazione cristiana. E non solo questo. Il cammino sulla via della pace e della nonviolenza richiede il dialogo e la cooperazione fra tutte le religioni del mondo.

( Cit. da Luciano Benini, in convertirsi alla nonviolenza?, a cura di Matteo Soccio, Il Segno dei Gabrielli Editori, 2003, p. 49)

3) L’idea profetica della “Marcia della Pace per la fratellanza dei popoli”, del 1961

I tempi in cui Capitini concepì l’idea della Marcia della Pace erano i tempi della “guerra fredda” e della divisione del mondo in due blocchi militari dell’Est e dell’Ovest, con la minaccia incombente di un conflitto atomico. Nei cinquant’anni che sono trascorsi i tempi sono molto cambiati, ma le guerre non sono scomparse e il titolo “Marcia della pace per la fratellanza dei popoli” è rivelatore della sua grande attualità.

Il Primo dei cinque “Principi” della “Mozione del popolo per la pace”, letta da Capitini dal palco sul prato della Rocca di Assisi, recitava:

Nell’idea di “fratellanza dei popoli” si riassumono i problemi urgenti di questo tempo: il superamento dell’imperialismo, del razzismo, del colonialismo, dello sfruttamento: l’incontro dell’Occidente con l’Oriente asiatico e con i popoli africani che aspirano con impetuoso dinamismo all’indipendenza; la fratellanza degli europei con le popolazioni di colore; l’impianto di giganteschi piani di collaborazione culturale, tecnica, economica.

Le ultime parole profetiche di Capitini

Pochi giorni prima della morte, avvenuta il 19 ottobre 1968, nell’ultima “Lettera di religione” (la numero 63, col titolo “La forza preziosa dei piccoli gruppi”, del 6 ottobre 1968) Capitini scrisse:

Le frontiere vanno superate, e la parola “straniero” è da considerare come appartenente al passato. Ogni comunità vive nell’orizzonte di tutti, e perciò non è troppo grande, ed è collegata con le altre federativamente. Ma se vi sono spostamenti di genti, esse non sono da sterminare, ma da accogliere, tenendo pronte strutture e provvedimenti che rendano possibile questa apertura.

(Aldo Capitini, Il potere di tutti, La Nuova Italia, 1969, p. 446)

Come non essere colpiti oggi da queste parole, pensando al fenomeno tragico dei migranti che scappano dalla guerra, dalla fame, dalla tortura nei paesi africani, e trovano la morte nel Canale di Sicilia che diviene così la loro tomba?

L’educazione aperta, di Capitini

La scuola pubblica nel nostro paese può essere luogo di accoglienza e di integrazione, quando è capace di rispondere alla sua autentica funzione educativa.

Un esempio è quello dei Corsi serali per lavoratori dell’IPSSAR “Giacomo Matteotti” di Pisa.

Non è un caso che le parole di Capitini, sopra citate, vengano riportate da Rocco Altieri nella “Presentazione” di La nostra scuola è il mondo intero. Storie di migrazione e di inte(g)razione, a cura di Cristiana Vettori (“Quaderni Satyagraha”, n. 19, maggio 2011), testo che documenta quella esemplare esperienza educativa. Nella “Presentazione”, Altieri ha scritto:

Si è sperimentato che nella prossimità della classe, nella convivenza fianco a fianco sui banchi di scuola in un percorso comune di crescita culturale e di riqualificazione professionale, si vincono le chiusure della xenofobia e del razzismo. Nell’incontro personale ravvicinato si sviluppa, infatti, il senso della comune appartenenza all’umanità: crescono empatia, amicizia, solidarietà, nascono amori prima non previsti.

La tensione profetica caratterizza la vita e l’opera di Capitini, anche quella educativa.

Il tema del “maestro-profeta” lo troviamo anche nella Lettera ai giudici di don Milani. L’incontro di questi due educatori-profeti non fu certo casuale.

Educazione aperta è il titolo di un’opera di Capitini in due volumi (pubblicati da La Nuova Italia, il primo nel 1967, il secondo nel 1968).

“Aperta” è un termine che ricorre nel titolo di altre opere di Capitini:

Atti della presenza aperta, Firenze, Sansoni, 1943;

Religione aperta, Parma, Guanda, 1955;

Rivoluzione aperta, Firenze, Parenti, 1956.

“Apertura” è una delle parole-chiave del pensiero di Capitini ed è variamente spiegata nelle sue opere.

Apertura è vita, è maggiore vita, è migliore vita; anche migliore, perché esiste una doverosa apertura ai valori, alla bellezza, alla bontà, alla giustizia, all’onestà, alla purezza, alla legge del bene che ci parla e comanda e ispira – se ci apriamo ad essa – in ogni momento, ed eleva la nostra individualità che tenderebbe a restare chiusa, sorda, restia: il peccato, in fondo, è chiusura.

(…)

La religione è apertura appassionata ad una realtà liberata; è riconoscimento del primato che spetta all’unità amore con tutti; è fondazione di una prospettiva superiore a quella che si osserva nel mondo e che è secondo potenza; è risoluta non accettazione della realtà come ci si presenta, accettazione che facciamo, ora per inerzia e viltà, non osando di avere “speranza”, di protestare, di vegliare per l’insonnia del rifiutare il mondo, ed ora per una male spesa sobrietà, che non vuole illudersi e illudere.

Ma la religione è servizio dell’impossibile, rifiuto di accettare i modi attuali di realizzarsi della vita e del mondo come se fossero assoluti e gli unici possibili: e chi l’ha detto? Chi ha detto che ci debba essere sempre il peccato, il dolore, la morte? La prostituzione, il furto, l’odio? La vittoria della potenza, lo sfruttamento sociale, l’inaccettabile decoratività dei poteri assoluti? Non è chiusura accettare che la realtà, la società, l’umanità, continui e ripeta sempre se stessa nei suoi modi fisici, politici, sociali, biologici?

Il compito della religione

La religione come è educazione e promovimento dell’apertura di unità amore, così è educazione e promovimento di apertura alla realtà liberata. L’una apertura è l’altra, ed entrambe si costituiscono coerentemente, svolgendosi e arricchendosi di modi.

Il nesso è innegabile: se io amo veramente gli esseri, non posso non contrastare alla realtà dei fatti che li percuote e li distrugge.

E quindi, nella religione, non basta l’amore agli altri e il sacrificio per loro, perché questo non è che uno dei due elementi: occorre che ci sia anche l’altro, la liberazione per tutti, la prosecuzione di tutti in una realtà liberata; altrimenti il nostro amore non è pieno, e non ha il vigore di sostenere fino al massimo la sua esigenza.

(Aldo Capitini, Scritti filosofici e religiosi, Perugia, Protagon, 1998, pp. 466, 468-469)

La rivoluzione aperta

La nostra rivoluzione è totale, perché vuole una totale liberazione di ogni angolo e aspetto e struttura della realtà e della società dal dolore, dalla morte, dal male morale e sociale; la nostra rivoluzione è corale perché la facciamo in nome non di un gruppo, ma di tutti, e avendo tutti nel nostro intimo (come parenti, come compagni) anche quelli che ci stanno contro (ma possono cambiare), ed anche i morti, che sono uniti a noi e ci aiutano; la rivoluzione che vogliamo è aperta, perché fa e tenta tutte le trasformazioni che vede e può, ma, sapendo che non ha le forze per liberare totalmente dal dolore, dalla morte, dal male morale e sociale, ha la speranza e l’apertura, che se noi cominciamo bene, con mezzi eguali al fine e puri come il fine, il resto ci sarà aggiunto dal futuro, dalla storia, da Dio. Noi diamo la nostra buona fede, amorevolezza e apertura; e il futuro, la storia, Dio, aggiungeranno il completamento totale della liberazione: ci troveremo in una realtà liberata.

(Aldo Capitini, Rivoluzione aperta, Firenze, Parenti, 1956, pp. 12-13)

4) Come si concluderà la Marcia del Cinquantenario?

E’ da sperare che la Marcia si riveli creativa, sia un passo in avanti nel cammino della pace e in essa soffi il vento del cambiamento delle manifestazioni e dei movimenti nonviolenti di quest’anno (“Se non ora quando?” del 13 febbraio, i movimenti per la difesa dei beni comuni che hanno prodotto i risultati dei referendum, No Tav).

Come si concluderà?

Leggendo il libro di Capitini In cammino per la pace, prima citato, sappiamo come si è conclusa la Marcia del 1961.

“La marcia, accolta con tanto entusiasmo dai partecipanti e da tanti altri aderenti, ha provato che non bastano gli attuali organi di informazione e di espressione, che la gente voleva e vuol dire qualche cosa direttamente, ‘esprimere’, e se ciò è un rimprovero alle limitazioni e tendenziosità dei giornali e della radio, è anche un rafforzamento di quella opinione pubblica, che è la base della democrazia e che in Italia è alquanto incerta.

… C’è stato chi ha detto che la marcia Perugia-Assisi era così bella che è irripetibile. Ma come si potrebbe non correre il rischio di farne di meno belle se esse devono adempiere ad un compito importante?” (p. 241).

Dopo i saluti e i discorsi sul prato della Rocca, Capitini, prima di proporre all’approvazione dei convenuti una Mozione per la pace, chiese di fare due minuti di silenzio per ricordare i caduti in tutte le guerre e per causa delle guerre.

La Mozione si componeva di Cinque Principi e Dieci Applicazioni concrete che esprimevano la profezia della Marcia.

“Dopo la lettura e l’approvazione popolare della Mozione, Aldo Capitini invitò i convenuti a portare nelle loro case, a ricordo della giornata e degli amici e compagni intervenuti, i cartelli” (p. 246).

Nella “Mozione del popolo della pace: Ripudiare la guerra, non la Costituzione”, proposta dal Movimento Nonviolento” leggiamo:

“Noi ci assumiamo la responsabilità di convocare ancora il popolo della pace, non solo perché c’è da celebrare il suo cinquantesimo anniversario, ma soprattutto perché è necessario che esso faccia sentire ancora la sua voce, approvi oggi una nuova Mozione del popolo della pace. Faccia ancora sorgere problemi, orientamenti, attività” (“Azione nonviolenta”, n. 6, giugno 2011, p. 18).

La Marcia sarà “assemblea itinerante” del popolo della pace, convocata nel nome di Aldo Capitini, con l’intento di non tradire il suo messaggio e lo spirito originario della Marcia stessa.

Essa si esprimerà in vari modi, anche con gli striscioni, i cartelli, gli slogans, a coronamento del dibattito sviluppatosi nella fase preparatoria.

Già sono emerse domande e proposte.

Una delle domande: ribadire e aggiornare l’ “opposizione integrale alla guerra”, affermata nel primo punto della “Carta” del Movimento Nonviolento. Essa “è la prima fondamentale direttrice d’azione”.

Bisogna dire chiaramente: NON CI SONO “GUERRE UMANITARIE”!

La pace si costruisce con la nonviolenza.

Le “missioni di pace” in zone di conflitto si facciano con i corpi civili non armati.

Le parole stesse “pace” e “guerra” sono state manipolate e pervertite dalla cultura del dominio. La manipolazione ha generato ambiguità e contraddizioni. E’ sorta una grande confusione.

Una prova è nella Proposta di legge su “Disposizioni per la promozione e la diffusione della cultura della difesa attraverso la pace e la solidarietà”, N. 2596-3287-A, il cui testo approvato alla unanimità dalla Camera è passato al Senato, nella disinformazione quasi generale. E’ motivo di allarme la cortina di silenzio che è scesa su questa notizia.

Se questa Proposta di Legge avrà l’approvazione definitiva, la cultura della guerra, col nome di “cultura della difesa”, si insinua nell’educazione, la scuola rischia la militarizzazione e l’educazione alla solidarietà e alla pace viene affidata ai militari.

Una prova anticipatrice può essere considerata la “Giornata di solidarietà” dei bambini in caserma, svoltasi a Pisa il 27 aprile scorso, organizzata dal Comune, che, però, ha incontrato un forte movimento di opposizione, con lo slogan “No ai bambini in caserma” (leggere “Il Comune di Pisa arruola i bambini in caserma”, di Rocco Altieri, in “Azione nonviolenta”, n. 6, giugno 2011).

In una foto della Marcia del 1961 (riprodotta sulla copertina del libro di Maurizio Cavicchi, Aldo Capitini. Un itinerario di vita e di pensiero, Lacaita Editore, 2005) si vede Capitini reggere un grande cartello con su scritto SCUOLE NON CASERME. E un altro cartello di quella Marcia aveva la scritta SCUOLE SCUOLE NO ARMI!

Quei cartelli sono ancora attuali e dovrebbero essere alzati anche nella Marcia del Cinquantenario, con un altro cartello con lo slogan di Pisa, NO AI BAMBINI IN CASERMA.

Il Movimento Nonviolento e la Tavola della Pace, che hanno collaborato nel promuovere e organizzare la Marcia, sapranno emendare la Mozione, raccogliendo ed elaborando le domande e le proposte del popolo della pace, prima di sottoporla all’approvazione?

Palmi, 16 agosto 2011

Raffaello Saffioti
Centro Gandhi
rsaffi@libero.it



Giovedý 18 Agosto,2011 Ore: 08:13
 
 
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