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www.ildialogo.org Il ricatto della finanza,di Michelangelo Puliga

Il ricatto della finanza

di Michelangelo Puliga

Quando il sistema finanziario supera i limiti naturali dell'agire economico e pretende di mettersi alla guida dei governi e decide le priorità sulla base dell'ideologia del "libero mercato" e della massimizzazione del profitto "a qualunque costo", ben presto si arriva ad una situazione di potenziale ricatto in cui a perderci sono tutti i cittadini e anche i politici più illuminati si trovano le mani legate dal ricatto della finanza speculativa.


Michelangelo Puliga è ricercatore al politecnico di Zurigo, si occupa di rischio sistemico in finanza. Fisico teorico di formazione italiana ritiene che l’applicazione del metodo scientifico senza alcun riguardo verso la concezione mainstream neoliberista dell’economia moderna sia il metodo migliore per capire la situazione e prevenire gli eccessi.

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C’è un’idea molto di moda presso i media tedeschi e nord europei secondo la quale i paesi PIIGS (proprio come i maiali suggeriti dall’acronimo) si sono indebitati, hanno amministrato male ed ora vengono puniti (non senza un certo compiacimento) per non essere stati abbastanza attenti nella gestione delle finanze pubbliche. Noi italiani in particolare saremmo colpevoli di aver lasciato che un politico “non ortodosso” come Berlusconi guidasse il paese per troppi anni, consentendo che il rapporto debito/PIL crescesse di molti punti percentuali e il deficit delle finanze pubbliche peggiorasse di anno in anno.

Secondo questa interpretazione avremmo "sperperato" la fortuna dataci dall'euro: i tassi di interessi bassi e il credito a buon mercato. Alcuni fatti confermano questa ipotesi: la Grecia per esempio falsificò i conti pubblici per poter aderire all'Euro, e, aiutata dai maghi della finanza di Wall Street fece delle spericolate operazioni finanziarie per nascondere i propri debiti e spalmarli sulle generazioni future camuffati da rate di basso importo. Per motivi misteriosi gli istituti di statistica europei (Eurostat e Banca Centrale) si bevvero questa operazione e la Grecia aderì all'euro con un minimo ritardo rispetto alle altre monete. La cattiva gestione della spesa pubblica fatta dal governo Berlusconi è poi cosa ben nota che qui non approfondiremo.

Tuttavia non sono convinto che questa spiegazione sia convincente e soprattutto esaustiva. Ridurre la crisi attuale a un problema di cattiva condotta, più o meno rimediabile, o più o meno disastrosa, a seconda dei gusti, ci fa dimenticare le cause economiche che l’hanno originata. Per capire meglio la situazione ci può aiutare un piccolo dizionario della crisi:

a) I titoli sovrani sono le obbligazioni con diverse scadenze che le banche centrali degli stati emettono per finanziarie le proprie attività economiche (ad esempio per finanziare la spesa pubblica). I "bond", chiamati in Italia Buoni del Tesoro, "Bonos" in Spagna e Bund in Germania, garantiscono rendimenti crescenti a seconda della durata del contratto. A 6 mesi normalmente forniscono pochi interessi (superiori comunque all'inflazione) mentre a 10 anni arrivano a pagare anche diversi punti percentuali. In situazioni normali i rendimenti dei titoli di stato sono pressapoco stabili, fluttuano ma non in maniera significativa. Nei tempi d'oro erano considerati solidi e sicuri.

b) Lo spread che in Italiano si potrebbe chiamare "divario" è il distacco in punti percentuali tra i rendimenti dei titoli sovrani dei paesi europei e quelli del titolo considerato più solido e di riferimento, quello tedesco. Così per gli italiani l’aumento dello "spread" è l’aumento del rendimento del debito sovrano italiano rispetto a quello tedesco. Ovviamente quando aumenta lo spread il paese che ha emesso i bond e li ha venduti con quel contratto si trova a pagare ancora più interessi su queste somme avute a credito. A lungo termine questo può ovviamente mettere in crisi le finanze pubbliche. Notizia delle ultime settimane anche i titoli tedeschi iniziano a muoversi e a non essere più considerati così "solidi", quindi paradossalmente lo spread si riduce ma perché peggiora anche la Germania e questa volta mal comune non è mezzo gaudio.

c) I titoli sovrani sono scambiati sul mercato regolare delle borse ma anche su quelli paralleli delle istituzioni finanziarie. Questi speciali contratti noti come "Over the counter" (letteralmente "sopra il banco", ma in italiano rende meglio la traduzione "sottobanco") sono scritture private tra istituzioni finanziarie che si scambiano titoli spesso in grande quantità e che, per proteggersi dalle fluttuazioni, si riassicurano successivamente con contratti noti come "Credit Default Swaps" (veri e propri strumenti assicurativi contro il rischio che la terza parte, il paese emettitore delle obbligazioni, faccia default e non rimborsi i titoli di credito). I lettori più attenti avranno forse notato che le istituzioni finanziarie si assicurano reciprocamente su un rischio che esse stesse non possono controllare perché non possono (almeno in teoria) influenzare le finanze pubbliche. Ma si noti anche che assicurare un bene che non si possiede può spingere chi ne è in condizione a ricercare il rischio al solo scopo di incassare il premio della polizza.

d) La crisi del debito arriva un po’ "all'improvviso". Sembra incredibile affermarlo ma è così, anche se non nel senso che è avvenuta in un giorno solo, o che non si potesse prevedere la cattiva condotta dei mercati. Arriva all’improvviso nel senso della sua origine. I fondamentali delle economie europee erano in sofferenza da anni, tutte le economie (Germania compresa) si sono caricate di debiti e i famosi parametri di Maastricht per la stabilità finanziaria non sono per nulla rispettati(neanche dalla Germania che pure si è sempre atteggiata a prima della classe). Per intenderci i parametri di Maastricht del 3% di deficit annuale e debito/PIL < 60% oggi sono rispettati da pochi paesi europei e certamente non dalla Germania che ha un debito/pil oltre l'80% e un deficit da anni sopra il 3%. La storia della crisi inizia con la Grecia che svela il trucco dei suoi conti non in ordine, chiede aiuto e questo aiuto “minimo”, giusto qualche miliardo di euro, le viene inizialmente negato.

A quel punto, ma sempre comunque con una certa lentezza, si mette in moto il motore della speculazione che si gonfia secondo l'effetto "branco". La credenza sempre più diffusa che i "titoli sovrani" siano qualcosa di non così solido come si pensava un tempo innesca un'ondata di vendite che riduce il valore degli "asset" (dell’insieme dei titoli pubblici) detenuti da molte banche europee. Dal momento che quegli asset sono utilizzati a garanzia delle transazioni e degli impegni finanziari tutte le banche che hanno nei propri portafogli grandi quantità di titoli pubblici vedono i propri bilanci e le proprie garanzie venire meno. In gergo si dice che si trovano "sottocapitalizzate" ovvero non hanno abbastanza asset e liquidità (soldi in cassa) per fare fronte a tutti i movimenti finanziari che gestiscono nel quotidiano.  E le peggiori guarda caso sono proprio le banche tedesche, le più interessate a che l’euro non fallisca.

e) Sono le banche per prime a rischiare perché i loro portafogli si sono deprezzati e le garanzie con cui devono coprire le proprie operazioni finanziarie sono venute meno. Inoltre nessuno  vuole i loro titoli sovrani in vendita, nessuno compra più i bond che per essere venduti devono diventare sempre più appetibili e devono quindi pagare interessi sempre più elevati. Ma non è finita qui, perché il contagio si estende.

f) La crisi dai PIIGS inizia ad interessare tutti i bond sovrani, anche paesi come il Giappone che dormivano sonni tranquilli vengono svegliati all'improvviso dai sinistri avvertimenti delle agenzie di rating che vorrebbero abbassare il rating di Tokyo, accorgendosi solo ora che un paese con il 200% di debito pubblico è un paese con "vistosi" problemi finanziari. Ora sarà questione di tempo e qualcosa accadrà anche ai titoli del tesoro americani, in quanto garantiti dalle finanze di un paese sempre più in difficoltà a crescere e sempre più minacciato dalla concomitante crescita impetuosa del gigante cinese.

Senza aggiungere ulteriori dettagli occorre quindi mettere in chiaro alcune cose. La storia della cattiva finanza nazionale è giusto una scusa, un motivo neppure tanto elegante per mettersi a fare quello che i mercati finanziari hanno fatto anche in passato: speculare. La memoria può tornare indietro ai momenti in cui la finanza internazionale attaccando la lira la fece uscire dal sistema monetario europeo (lo SME) e ne causò il deprezzamento. Se si accusasse l'Italia di quegli anni di cattiva economia innanzitutto verrebbe difficile capire come mai la stessa cosa sia accaduta all'Inghilterra. Inoltre l'Italia (erano gli anni 90) aveva un'economia molto solida ed in forte crescita. Non si trattava quindi di speculazione contro i titoli sovrani ma contro la moneta e veniva tutta dall'esterno. Oggi con i debiti sovrani accade la stessa cosa ma in misura molto più massiccia, perché tutte le istituzioni finanziarie vogliono liberarsi in massa di "qualsiasi" titolo sovrano, o comunque vorrebbero considerarli solo come strumenti speculativi per i quali maggior rischio equivale a rendimento più elevato.

Di norma i titoli a lunga scadenza hanno sempre interessi maggiori di quelli a breve scadenza (è una regola consolidata del mercato obbligazionario), eppure negli ultimi mesi i titoli a breve scadenza hanno interessi che hanno superato quelli a lunga scadenza. Questa anomalia ha una spiegazione semplice: le istituzioni finanziarie vogliono andare rapidamente all'incasso. L'idea è semplice: sovvertire le regole del mercato (che hanno sempre pagato di più i titoli a lunga scadenza) per intascare rapidamente lauti interessi. Ovviamente gli stati si strozzeranno per tentare di pagare questi salatissimi interessi. Ma la speculazione è ovviamente interessata all'oggi e non al domani, e usa la paura e la fretta per distorcere il mercato a proprio vantaggio ed incassare rapidamente. Infatti se ci si pensa bene le finanze europee di un anno fa non sono poi tanto diverse da quelle di oggi, gli stati non sono poi tanto più indebitati, o tanto più in difficoltà. È vero che le economie ristagnano ma non erano né in forte contrazione né in dissesto come dopo una guerra o delle pesanti calamità naturali. Sono anni che zoppicano, perché proprio adesso? Guarda caso la speculazione si sveglia solo adesso, dopoche durante la precedente crisi del 2007 le banche sono state salvate proprio dagli stati: è una coincidenza che quest’anno saranno distribuiti dei premi formidabili agli amministratori di grandi gruppi finanziari europei ed americani? Mentre gli stati annegano le istituzioni finanziarie festeggiano con lauti bonus ai manager.

  L'interesse principale dei gruppi finanziari di oggi è evitare le perdite, garantire i propri asset e liberarsi di tutto ciò che viene "percepito" come rischioso. Anni fa queste stesse banche hanno fatto la fila davanti ai governi (in particolare quello americano) per pregare le istituzioni pubbliche di acquistare i loro "titoli tossici". Cioè quelle obbligazioni create su asset immobiliari che nel frattempo si erano rivelate per nulla affidabili e comunemente erano ritenute "tossiche" perché senza garanzia del valore immobiliare sottostante. In quel caso la crisi immobiliare aveva causato un forte deprezzamento di quei titoli: quello che prima era considerato buono (il titolo immobiliare) ora veniva visto con sospetto e considerato spazzatura.

Con i titoli sovrani sta accadendo la stessa cosa: le banche europee vorrebbero che gli stati si riprendessero questi titoli che il "sentire comune" ritiene non più sicuri. Ma siccome gli stati da parte loro hanno bisogno di finanziamento proprio per ripagare la quota di debito già contratta in passato, ecco che si arriva all'assurdo di dover aiutare le banche a farci ancora più del male dismettendo proprio i titoli sovrani dei paesi in difficoltà.

Appare quindi chiara la peculiarità di un "libero mercato"che, nella sua spasmodica ricerca del massimo rendimento, vuole far pagare alla società il costo delle proprie spericolate azioni finanziarie ogni volta che qualcosa va storto. Se i mercati oggi non ritengono la Grecia affidabile, come mai la ritenevano tale in passato? Possibile che il mercato dell'equilibrio perfetto dove l'informazione dovrebbe fluire liberamente e pervadere istantaneamente il sistema ignorasse la fragilità greca? Possibile che nessuno sapesse che le banche d'affari stavano imbellettando i conti greci? È fintroppo chiaro che conveniva così a tutti, tedeschi compresi. 

Immaginiamo uno scenario in cui si preme l'acceleratore del debito pubblico corrompendo amministratori poco scrupolosi, si danno loro dei formidabili strumenti di alterazione dei bilanci contabili e li si premia con laute mance, per poi, pochi anni dopo, stringere il cappio attorno alle finanze del paese. Ci si fanno i soldi due volte, prima con le commissioni per gli aggiustamenti di conti e poi con la speculazione innescata sulle scommesse sul paese in fallimento. A pagare, stando alla teoria liberista ancor purtroppo molto in voga, devono essere i poveri (ex ceti medi) e la popolazione tutta (quel che resta del ceto medio). Quindi aumentando le tasse e tagliando la spesa pubblica attraverso privatizzazioni di ogni genere, licenziamenti e pesanti cure dimagranti alla macchina statale si racimoleranno grosse cifre da reimmettere nel circuito finanziario. Su quelle cifre i detentori del debito pubblico ormai privatizzato faranno lauti guadagni. Ovviamente agli amministratori delle società finanziarie di oggi non importa nulla se tra cinque anni gli stati saranno in rovina e questa forma di speculazione cesserà per mancanza di incentivi a speculare. I premi e i bonus per i manager si pagano su base annuale.

Dal punto di vista degli stati e dei cittadini il sistema assomiglia al comportamento tipico dei cravattari che forniscono soldi facilmente e poi pretendono immediata restituzione con interessi altissimi e minacce di ogni genere. Le minacce oggi si chiamano con nomi che ci sono familiari: niente pensioni, flessibilità sul lavoro, licenziamenti di massa, privatizzazione dei servizi pubblici ecc. Per la teoria neoliberista infatti questa crisi del debito sovrano è banale, perché la speculazione è nella natura stessa del libero mercato: si tratta solo dell'ennesima bolla che prima o poi si sgonfierà riportando all’ordine naturale i mercati. Magari domani la speculazione si concentrerà sulle materie prime o sui prezzi dei generi alimentari. Una bella ondata di speculazione sul prezzo dei cereali e dei carburanti e gli stati affamati sganceranno tanti bei soldi. Quindi è solo "business as usual". Lasciamo i mercati liberi di appiccare il fuoco, prima o poi l'incendio si spegnerà da solo.

Tuttavia quando nel 2001 scoppiò la "bolla di internet" e le "DOT.COM" persero in pochi giorni gran parte del loro valore di mercato, i lavoratori coinvolti avevano un’alta specializzazione e in un tempo ragionevole trovarono un altro lavoro. Nel 2007 fu possibile fermare (anche se solo temporaneamente) la crisi dovuta allo scoppio della bolla immobiliare attraverso un massiccio intervento statale che costò ai soli cittadini americani qualcosa come 1.2 trilioni di dollari, quasi il 10% dell'intero PIL americano. Invece oggi mettere in sicurezza le economie europee richiederebbe cifre superiori alle capacità di intervento dei singoli stati e i lavoratori licenziati sono comunque del tutto privi di prospettive di reinserimento nel mercato del lavoro.

Vorrei poi fare una semplice considerazione matematica, qualsiasi titolo sovrano anche a breve termine rende interessi sempre superiori al 2%. Nessun grande paese europeo cresce a ritmi superiori al 2%, quindi il debito non potrà far altro che crescere. Per i paesi più forti ci vorrà più tempo ma è sempre una spirale discendente che porta al default e al tracollo economico.

È necessario pertanto agire immediatamente per metterci in condizione di non continuare  a subire ricatti dalla finanza internazionale. Bisogna "fermare il gioco" prima che sia troppo tardi per le nostre economie. Come fare?

I politici, anche quelli più illuminati ed onesti, hanno pochissime chances di farcela perché fuori dell'area Euro tutti fanno il tifo contro la moneta europea, anche per salvaguardare la propria bottega e forse anche il potere del dollaro che per qualche tempo ancora si vorrebbe moneta di riferimento mondiale. Un politico che si trovasse oggi ad affrontare la crisi sarebbe vincolato a "ridurre le spese ma stimolare la crescita del paese", "ricapitalizzare le banche e pregarle allo stesso tempo di acquistare i propri titoli sovrani ad interessi elevati, titoli con interessi in origine più bassi e che prima le stesse hanno ceduto". Ovviamente dovrebbe fare in fretta, non scontentare il paese e possibilmente mostrarsi sorridente nei confronti dei mercati finanziari. Potremmo anche immaginarci una finanza creativa che si inventa un gigantesco swap sul debito pubblico per migliaia di miliardi di euro a condizioni durissime per i prossimi 100 anni ... pura follia. Eppure questo è il quadro in essere.

Una soluzione eterodossa potrebbe essere smettere di pagare il debito. Potremmo farlo? Probabilmente sì. Almeno per la parte nazionale stati come l'Italia potrebbero fare la patrimoniale sui titoli di stato cancellando centinaia di milioni di titoli o anche più semplicemente azzerando gli interessi (che sarebbe già una boccata di ossigeno). Ovviamente questo in teoria non risolverebbe la domanda su dove trovare i soldi per la macchina pubblica. O forse no, a ben guardare lo stato italiano con le sole tasse dei cittadini, se non dovesse pagare il debito pubblico e i suoi interessi, avrebbe molti soldi da spendere per la propria economia, un forte avanzo e persino la possibilità di stimolare  la crescita. Volendo esagerare si potrebbe perfino immaginare uno stato sovrano che non ricorre più ai mercati finanziari per il proprio funzionamento. Sarebbe possibile? Tecnicismi a parte (e creazione della moneta, altro tema su cui l'Europa deve procedere rapidamente visto che la mancanza di una banca centrale come prestatore di ultima istanza è un forte aiuto alla speculazione internazionale) ridurre drasticamente il ricorso ai mercati per la finanza pubblica metterebbe un fortissimo freno alla speculazione. Fine del ricatto nei confronti della politica e della democrazia.

Gli stati devono tornare al di sopra dei mercati finanziari, questi ultimi devono sgonfiarsi verso proporzioni più ragionevoli e le principali banche mondiali devono rimpicciolirsi a dimensioni tali per cui un modesto intervento pubblico possa salvarle in caso di bancarotta. L'idea del "too big to fail" dovrebbe indurre alla saggezza i politici, e spingerli a misure durissime nei confronti della speculazione e dei modi con cui le "aziende del credito" fanno i soldi. Quindi introdurre forti tasse sulla speculazione e sui rendimenti finanziari per cui quello che non viene investito in economia reale o progetti sociali viene supertassato e considerato come "gioco d'azzardo". A chi dice che i mercati troverebbero strade alternative per continuare a fare il proprio gioco  risponderei che le leggi le fanno ancora gli stati e se  considerassimo la speculazione alla stregua di quello che è, una pericolosa truffa,avremmo anche gli strumenti legali per ottenere la restituzione del malloppo. La buona notizia è che gli speculatori oggi hanno nome e cognome.

Magari si potrà pensare che queste misure sono "comuniste", che fanno parte dei sogni della sinistra marxista di un tempo, che sono una versione peggiorativa di Keynes. Non penso che si debba abolire il mercato e neanche eliminare del tutto la speculazione, ma il mercato deve essere regolato. Basterebbe poi ricordare che quando Keynes fu ascoltato le economie crebbero e garantirono prosperità e ci fu anche il tempo di pensare a progetti importanti per lo sviluppo dei paesi del terzo mondo. Quando invece prevalse la religione neoliberista la bestia del libero mercato (o se non vi piace chiamatela la "parte bestiale" del libero mercato) prima si è mangiata i paesi periferici (Messico, Argentina tra tutti) ed oggi punta dritto al cuore del sistema.

Fermiamo il gioco prima che sia tardi, abbiamo una responsabilità nei confronti delle generazioni future, dell'ambiente, del clima e dei tantissimi poveri del mondo di oggi. Con un po’ di saggezza dovremmo tornare a considerare tutti quelli che fanno profitti rapidamente e non si curano poi delle conseguenze per quello che il senso comune li definisce da sempre: "ladri".

Aspettiamo infine di vedere come le misure del nuovo governo italiano impatteranno sugli andamenti dello spread, ed in particolare incrociamo le dita per il prossimo anno quando dovremo rifinanziare una grossa fetta del nostro debito, si spera a condizioni non troppo onerose. L’alternativa sarà il fallimento di una economia che non aveva motivo di fallire, nessuna guerra o terremoto è passato sull’Italia e la tempesta dei mercati è solo un brutto film che possiamo smettere di guardare.



Giovedì 08 Dicembre,2011 Ore: 21:42
 
 
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Autore Città Giorno Ora
Dario Maggi Milano 10/12/2011 01.01
Titolo:obiezioni a Michelangelo Puliga
Se non capisco male, Michelangelo Puliga è professionalmente un fisico teorico che si occupa anche di economia. Forse varrebbe la pena di confrontare le sue opinioni con quelle del sito "La voce" al link http://www.lavoce.info/dossier/pagina2974.html, che sono radicalmente diverse da quelle di Puliga. Il sito è condotto da un gruppo di economisti che non hanno lesinato critiche al governo Berlusconi.
Il testo di Puliga presenta parecchi punti sui quali, riflettendoci un po', non si può assolutamente essere d'accordo. Qualche esempio:
- quando Puliga scrive che "la speculazione è ovviamente interessata all'oggi e non al domani, e usa la paura e la fretta per distorcere il mercato a proprio vantaggio ed incassare rapidamente", gli si potrebbe obiettare che una speculazione che incassa interessi alti ma poi si ritrova in mano un capitale dimezzato (la restituzione del 50% del capitale è una delle ipotesi discusse riguardo alla Grecia) non fa precisamente un buon affare, e quindi qual è la logica? E' legittimo pensare che il ragionamento di Puliga sia semplicemente infondato. "La voce" segnala ad esempio che i fondi monetari americani che hanno cominciato a vendere titoli italiani del tesoro non sono affatto fondi speculativi. Ma del resto se chiunque di noi avesse - da anni! - un debito pari al 120% del suo reddito, troverebbe facilmente chi gli presta denaro?
- quando Puliga sostiene l'insostenibilità di interessi del 2% perché "Nessun grande paese europeo cresce a ritmi superiori al 2%, quindi il debito non potrà far altro che crescere" dimentica l'inflazione, e dimentica che la Banca d'Italia (che temo sia più affidabile di Puliga) ha dichiarato tempo fa la sostenibilità per il debito italiano di interessi anche parecchio maggiori del 2%.
- la proposta, che Puliga avanza sia pur in forma dubitativa, di "smettere di pagare il debito" è contemporaneamente disonesta verso gli altri e autolesionista nei nostri confronti. E' disonesta perché è troppo comodo sostenere senza pezze d'appoggio che il nostro debito è verso una "speculazione" non meglio identificata (quando in realtà chi detiene il nostro debito sono ad esempio in gran parte fondi pensione di lavoratori americani, e privati risparmiatori di tutti i paesi), semplicemente per precostituirsi un alibi di fronte a quello che è solo un furto. Da quando in qua la restituzione di un debito dipende dalla (supposta) statura morale del creditore? (e, dato che l'intervento compare su Il dialogo, quale passo del vangelo giustifica un simile atteggiamento?). La proposta è anche autolesionista perché dovrebbero essere evidenti le conseguenze disastrose per l'Italia e gli italiani di un simile rifiuto: nessuno vorrebbe più aver a che fare con noi e con le nostre industrie esportatrici: e allora dove troveremmo le risorse? Quanto alla osservazione "a ben guardare lo stato italiano con le sole tasse dei cittadini, se non dovesse pagare il debito pubblico e i suoi interessi, avrebbe molti soldi da spendere", si potrebbe chiedere a Puliga: ma allora perché il debito si è formato, dato che lo stato disponeva delle tasse anche prima che il debito cominciasse a crescere?
La verità è che c'è stato un comportamento dissennato e irresponsabile dei cittadini italiani che hanno votato per governanti incapaci. Che nella finanza internazionale ci siano molte porcherie è acquisito. Ma andare in cerca di alibi fondati su ipotesi stravaganti è solo un sistema per nascondersi questa amara realtà: un paese che ha tollerato per anni un debito del 120% senza far nulla ha già rinunciato alla propria sovranità.
Auspico che in futuro Il Dialogo si scelga contributi più affidabili o per lo meno che ascolti diverse campane.
Dario Maggi
Autore Città Giorno Ora
Giovanni Sarubbi Monteforte Irpino 10/12/2011 07.24
Titolo:L'economia deve avere una funzione sociale
Scrive Dario Maggi nel suo commento: "Da quando in qua la restituzione di un debito dipende dalla (supposta) statura morale del creditore? (e, dato che l'intervento compare su Il dialogo, quale passo del vangelo giustifica un simile atteggiamento?)", concludendo poi con l' auspicio "che in futuro Il Dialogo si scelga contributi più affidabili o per lo meno che ascolti diverse campane".

Per quanto riguarda la prima questione ci sembra che le argomentazioni di Michelangelo Puliga siano del tutto congruenti con l'evangelo e con la stessa Bibbia Ebraica che proibisce l'usura (Levitico 25,36-37), cosa peraltro condivisa anche dall'Islam. Per l'evangelo ci viene in mente fra l'altro il passo di Luca 6,24-25 che è una inequivocabile condanna di chi è ricco e gaudente e lo fa sulle spalle dei poveri cioè della maggioranza della popolazione ("Ma guai a voi, ricchi,perché avete già ricevuto la vostra consolazione.Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame.Guai a voi, che ora ridete,perché sarete nel dolore e piangerete."). Secondo la concezione comune alle tre religioni abramitiche è usura, quindi vietato e moralmente inaccettabile, qualsiasi tasso di interesse, anche minimo, venga richiesto su un prestito. Costruire addirittura un sistema economico basato sulla speculazione finanziaria che non ha alcun riferimento ad attività economiche reali, quali la produzione di beni e servizi, è sicuramente contrario per lo meno allo spirito originario delle tre religioni abramitiche.
A noi sembra che Puliga ponga invece la domanda sulla liceità o meno della speculazione finanziaria di fronte a cui gli stati sono inermi. E' del tutto evidente che se gli stati a livello mondiale continuano a tollerare che nelle borse si possa scommettere su tutto, dal prezzo del grano ai debiti degli stati, le situazioni come quelle che stiamo vivendo, che hanno conseguenze devastanti per interi continenti, non avranno mai fine. E' noto, per esempio, che il quasi raddoppio dei prezzi dei principali alimenti a livello mondiale sia stato provocato dalla speculazione finanziaria che ha letteralmente fatto morire di fame milioni di persone in Africa. E chiunque ha avuto a che fare con la borsa sa che la parola chiave di quella istituzione, massimo emblema del neoliberismo, è "scommessa". Basta leggere sul sito della borsa italiana i documenti che spiegano il funzionamento della borsa dove la parola scommessa è scritta a chiare lettere. Da quando scommettere è diventato sinonimo di economia? Quale umanità è quella che ha trasformato l'economia mondiale in un grande casinò? Chi baserebbe la propria vita quotidiana, il crescere i propri figli, una vita sociale armoniosa sulla possibilità di vincere una scommessa in una sala corse o sui numeri al lotto?
La presenza dell'articolo di Puliga è quindi assolutamente congruente con la nostra linea editoriale.
Per quanto riguarda la seconda questione il fatto che Dario Maggi abbia potuto esprimere il suo commento è il segno inequivocabile della nostra propensione strutturale ad ascoltare "diverse campane".
Per quanto riguarda altri siti come quello citato da Maggi, ognuno sceglie la linea che meglio preferisce. Essere stati degli oppositori di Berlusconi non significa necessariamente essere ispirati dall'evangelo o da una qualsiasi altra religione. Per noi una economia che non abbia una funzione sociale, che non serva cioè al benessere collettivo dell'umanità è priva di qualsiasi valore.
Giovanni Sarubbi - direttore www.ildialogo.org
Autore Città Giorno Ora
michelangelo puliga zurigo 10/12/2011 12.41
Titolo:risposta ai commenti del sig. Maggi
In risposta ai commenti del sig. Maggi di cui ringrazio la franchezza.

Il primo commento che le faccio a caldo è che la maggior parte degli argomenti che ho elaborato non sono una mia invenzione ed il tono dell\'articolo è volutamente provocatorio. Le preoccupazioni sulla tenuta del sistema di indebitamento degli stati hanno alimentato una vasta letteratura. Tra gli altri cito in Italia, L.Gallino o la Napoleoni, o Rubini in America o Francois Morin in Francia. Io non sono un economista di formazione ma lavoro su modelli finanziari e di rischio sistemico usando raffinate tecniche matematiche, Ma questi autori sono tutti economisti e tutti si scagliano contro il modello del debito a lungo termine degli stati. Può scegliere se ascoltarli oppure seguire l\'economia liberista \"mainstrem\" che ci ha portato con la sua \"deregulation\" esattamente nella condizione in cui siamo adesso.

Le faccio notare una cosa se consideriamo \"sostenibile\" sul lungo periodo gli interessi al 2% lo facciamo immaginando una crescita \"infinita\". Ma i PIL di tutti i paesi occidentali sono destinati a contrarsi nel prossimo futuro. Qualsiasi cosa si faccia abbiamo raggiunto i limiti della crescita ed è solo questione di tempo vedere le risorse ambientali esaurirsi definitivamente. Con un PIL stagnante o solo lievemente positivo il debito/pil non potrà che crescere in barba alle rassicurazioni delle autorità centrali.

Altra cosa non da trascurare, è solo dagli anni 80 che gli interessi sui titoli a lunga scadenza del debito possono fluttuare. Prima erano fissati (legga il testo di Morin: un mondo senza Wall Street, in proposito) e gli stati sostenevano la spesa pubblica attraverso un più o meno elevato ricorso alla stampa di moneta. Che sicuramente produceva inflazione ma per un caso strano questa inflazione non azzoppava la crescita. Negli anni 80 l\'inflazione era ben sopra il 10% eppure per comune sentire erano \"anni d\'oro\" anche in Italia (forse anche troppo). Non le sembra una contraddizione con le politiche attuali ? oggi non abbiamo inflazione il denaro costa nulla (e questo è un male perché produce debito) eppure la crescita è assolutamente inchiodata ?

Infine le pongo una domanda. Gli istituti di econometria (tra cui Eurostat) non azzeccano una previsione, dico una, sul PIL trimestrale. Le teorie migliori degli economisti non azzeccano l\'indice azionario a 10 minuti e men che mai fanno previsioni sulle crisi in arrivo. Ciononostante dicono a noi fisici, quando vogliamo fare il loro mestiere, di non impicciarci, di \"credere nel libero mercato\". Di grazia, le nostre teorie su cose complesse come il clima fanno previsioni corrette almeno ad una settimana ed anche oltre in senso probabilistico.
Sarà mica che la scienza economica deve avere più modestia ?

E sarà mica che la finanza tutta deve essere drasticamente limitata ? Siamo al paradosso che certe istituzioni finanziarie sono più grandi dei paesi che le ospitano, sono come si dice in gergo \"too big to fail\". Impossibili da salvare. Ma stiamo scherzando ? dobbiamo invece riportare la finanza a ruolo di aiuto all\'economia e non la finanza a ruolo di attore economico, con la logica della speculazione mordi e fuggi, la stessa che oggi si sta scommettendo sulla crisi del debito sovrano. Non penserà mica che non c\'è chi ci guadagna e tanto dal fallimento dell\'euro ?

Prima i cittadini, prima la società civile e dopo, molto dopo, il \"libero mercato\".
Autore Città Giorno Ora
Dario Maggi Milano 12/12/2011 18.47
Titolo:allargando la discussione
Gentile Sarubbi,
la sua risposta al mio intervento sull'articolo di Puliga allarga la problematica, e questo non lo ritengo un male perché si va al nocciolo delle questioni. Quanto alla libertà di parola sul vostro sito, ve ne rendo atto e me ne rallegro. Secondo me in un confronto aperto tutti hanno da imparare.
La prima questione cruciale che la sua risposta pone riguarda l'interpretazione della Scrittura. "Secondo la concezione comune alle tre religioni abramitiche è usura, quindi vietato e moralmente inaccettabile, qualsiasi tasso di interesse, anche minimo, venga richiesto su un prestito". Credo che questa posizione sottovaluti, e di molto, il peso della storia. Da quando il testo del Levitico è stato redatto sono successe un po' di cose, e pretendere che una norma redatta nel contesto di una civiltà rurale di 2500 anni fa sia da applicare alla lettera nel contesto economico odierno mi sembra impraticabile in concreto, anche da lei (e credo anche sminuisca il ruolo della Scrittura, da parola rivolta alla fede a raccolta di articoli di normativa giuridica). Facciamo un esempio: 400 anni fa Galileo ha messo in dubbio che il passaggio su Giosuè che ferma il sole fosse da intendere alla lettera. Galileo è finito sotto processo, ma oggi nessuno pensa più che la verità della Scrittura sia in gioco su quella questione, perché le scoperte dell'astronomia hanno tolto qualunque dubbio. Bene, lo stesso vale per l'economia: sappiamo cose che loro non sapevano (ad esempio, che esiste una cosa chiamata inflazione, cosa di cui tengono conto le banche dei paesi arabi per aggirare il divieto coranico), e soprattutto il contesto è completamente differente: ad esempio, il capitale che ci vuole oggi per mandare a regime una produzione industriale è immensamente superiore a quello che serviva a un contadino del medio oriente allora per coltivare il proprio campo (e, tra parentesi, le borse e le banche dovrebbero servire proprio a questo, a finanziare gli investimenti delle aziende).
Quanto al vangelo, quando Luca scrive "beati i poveri" o "guai ai ricchi", dobbiamo pensare che condanna tutto il progresso, anche economico nonostante tutte le distorsioni, che c'è stato da allora a oggi, come se la miseria fosse un ideale di vita? Noi siamo tutti oggi, almeno in Occidente, molto più ricchi di coloro cui Luca si rivolgeva, e per fortuna! E allora, siamo tutti condannati? Io credo di no, credo che il vangelo vada letto in altro modo (si potrebbe coinvolgere nella discussione un esegeta qualificato).
Quanto alle cose che lei scrive sul raddoppio dei prezzi agricoli, sul disagio riguardo alla Borsa come luogo di scommesse, sulla necessità che "Gli stati devono tornare al di sopra dei mercati finanziari" (Puliga) siamo perfettamente d'accordo, ci mancherebbe. Solo che il rimedio proposto da Puliga ("smettere di pagare il debito") è peggiore del male, è un rimedio da apprendista stregone. Una cosa del genere, detta ad esempio da un ministro del governo Monti, farebbe schizzare in su lo spread di molti punti (e manderebbe in miseria proprio le classi più umili, cosa che dovrebbe starci a cuore, mi pare). Che il signor Puliga abbia voglia di scrivere cose "volutamente provocatorie" è affar suo, che questa sia un'idea assennata in un momento grave come questo, lo lascio giudicare al vostro buon senso.
C'è un ultimo punto: è proprio vero che l'incremento del costo del nostro debito sia dovuto esclusivamente a una manovra speculativa, come sembra pensare Puliga? L'economista Marco Onado (certo, non è uno dei quattro economisti citati da Puliga), sul sito La Voce del 2.12, non sembra crederci molto. Scrive "Molti operatori, a cominciare dai fondi monetari americani (che non hanno affatto natura speculativa  e che hanno un patrimonio di 13 trilioni di dollari) hanno ristrutturato a partire dalla primavera di quest’anno il loro portafoglio fatto di titoli pubblici internazionali. C’è da stupirsi se hanno deciso di alleggerire la loro esposizione verso l’Italia e non partecipano ilari e festanti alle nuove aste?" La speculazione esiste, e i governi fanno male a non aver ancora introdotto una tassa sulle transazioni finanziarie, ma non è affatto vero che tutto dipenda solo dalla speculazione. Se lei va a vedere come sono strutturati i fondi previdenziali, quelli che dovranno garantire una previdenza integrativa a chi oggi lavora, vedrà che sono dei fondi comuni con dentro azioni, obbligazioni, titoli del tesoro (e verosimilmente questo varrà d'ora in poi per tutti i fondi previdenziali, dato il passaggio al sistema contributivo). Questo significa che ogni lavoratore, anche lei, raccoglie anno dopo anno una certa somma che rimane lì, produce interessi (con buona pace del Deuteronomio) e poi serve alla fine per avere una pensione. Non mi sembra un'azione riprovevole, sarebbe riprovevole invece danneggiare tutti questi lavoratori non pagando il nostro debito, come propone Puliga. Se i singoli cittadini (metà del nostro debito è in mano italiana) o i fondi previdenziali (italiani ed esteri) non vogliono comperare più dei titoli, perché non hanno più certezza che siano affidabili, questa lei ritiene che sia speculazione o cautela? E per indurre di nuovo la gente ad acquistare quei titoli, qual è l'alternativa, se non tornare ad avere una gestione delle spese (e delle entrate) sostenibile?
Dario Maggi
Autore Città Giorno Ora
michelangelo puliga zurigo 12/12/2011 21.41
Titolo:
Caro Sig. Maggi,
in un passato non lontano (prima degli anni 80) gli stati finanziavano la loro crescita con l'emissione di moneta, si preoccupavano dell'inflazione ma non in maniera cosi' ossessiva. Invece oggi non abbiamo piu' questo strumento in gran parte a causa dei veti della Bundesbank. Quanto ai fondi pensione americani la decisione o meno di tenere o non tenere nei propri portafogli i titoli italiani e' legata a considerazioni di mercato e di affidabilita' che solo in parte possono essere giustificate come cattiva condotta dell'Italia (non avrebbero in quel caso dovuto concedere credito diciamo negli ultimi 10 anni).
Ora non passera' molto tempo che gli investitori stranieri si saranno liberati del pesante fardello dei debiti sovrani tutti (anche di quelli tedeschi). Tra poco tempo la pratica economica vedra' il prestito agli stati come per nulla sicuro e ci si concentrera' su materie prime o cibo con effetti ben evidenti.
Quanto alla parte di debito che l'Italia potrebbe non ripagare e' quella parte detenuta dagli italiani stessi. Io personalmente posseggo qualche obbligazione del tesoro italiano parcheggiata la' da parecchi anni, in caso di necessita' preferirei che mi prelevassero quelle piuttosto che vedermi ridotte le prestazioni sanitarie. In fondo se le ho parcheggiate la' a lunga scadenza e' perche' non ne avevo urgente necessita', mentre di una prestazione sanitaria o di una buona scuola ho bisogno ora non domani alla scadenza degli interessi.

Quindi l'Italia si dovrebbe impegnare a pagare il debito con gli investitori stranieri ma essere in caso di emergenza piu' severa con i propri cittadini che sono i primi chiamati ad aiutare il paese in difficolta'. Poi lei potra' dirmi che per un prelievo del genere ci vorrebbe autorita' morale e certamente la casta politica italiana con i suoi privilegi non ne ha l'autorita'.

Infine senza voler essere catastrofista ma se non diamo una forte regolata ai mercati per esempio separando banche d'affari e commerciali come si fece anche negli anni 30 o proibendo i naked CDS o come anche lei riconosce tassando le transazioni quanto tempo passera' fino alla prossima crisi sistemica ?

Ci sono tante bolle pronte a scoppiare e gli effetti sono sempre piu' devastanti. Magari basterebbe ricordare che la FED americana ha assorbito oltre un trilione di dollari di titoli tossici dalle istituzioni in difficolta', un trilione di dollari che si abbattera' sul debito americano entro pochi anni.

Eppoi che storia e' mai questa di una Europa senza prestatore di ultima istanza, senza una banca centrale autorizzata a farsi carico dei problemi finanziari mettendo sul campo qualsiasi risorsa (la FED ha garantito i titoli tossici con il 50% del pil americano come puo' leggere su Bloomberg). Invece qua si litiga sulla forma e non si agisce. Si lascia bruciare, e siccome il fuoco sui mercati arrichisce qualcuno che lo alimenta ... beh forse non abbiamo ancora visto tutto.

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