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www.ildialogo.org Evangelizzare la chiesa istituzionale: un'intervista a Helmut Schüller,di Jamie Manson

Evangelizzare la chiesa istituzionale: un'intervista a Helmut Schüller

di Jamie Manson

Jul. 24, 2013
Molto è stato scritto a proposito del prete austiaco riformatore Helmut Schüller da quando ha aperto a New York la scorsa settimana il suo tour di quindici città degli Stati Uniti, dal titolo "Il punto di svolta cattolico".
Schüller fa notizia nel movimento di riforma della chiesa cattolica romana già dal 2006, quando assieme ad un gruppo di confratelli ha organizzato il movimento Pfarrer Initiative (Iniziativa dei Preti Austriaci). Nel 2011 sono stati protagonisti di titoli in tutto il mondo quando hanno lanciato l' "appello alla disobbedienza", un appello al Vaticano affinché affronti la carenza dei preti e ad altre situazioni difficili che la chiesa istituzionale ha di fronte.
L'Iniziativa dei Preti Austriaci teme che la crescente diminuzione del numero dei chierici impatti sulla qualità della pastorale offerta ai fedeli cattolici. Il loro "apello alla disobbedienza" suggerisce riforme come l'ordinazione delle donne e degli uomini sposati per sopperire a questa crisi senza ritorno.
Ciò che fa di Schüller una figura affascinante tra i riformatori è che non si tratta di un semplice prete di parrocchia. E' stato per molti anni un insider della gerarchia vaticana, ricoprendo ruoli pubblici come presidente della Caritas austriaca e come vicario generale sotto il Cardinale Schönborn.
Possiede la rara prospettiva di colui che ha operato sia all'interno che all'esterno della gerarchia. Ma ancor più raro il fatto che ha rischiato la sua posizione e i suoi privilegi per manifestare la sua piena e profonda solidarietà ai laici cattolici riformisti.
Alcune ore prima del debutto newyorkese di Schüller, il 16 luglio, ho avuto modo di intervistarlo. Poiché molti obiettivi e idee che abbiamo discusso insieme - come ad esempio l'organizzazione di un incontro internazionale dei preti, la nuova evangelizzazione, la sua opinione sulla censura operata dal Cardinale Sean O'Malley nei suoi confronti, e la posizione della chiesa istituzioniale sulle coppie dello stesso sesso - non sono stati ripresi dai media che hanno parlato delle sue conferenze, metto a disposizione il testo della nostra conversazione, che è stato rivisto per esigenze di lunghezza e chiarezza.
Sta utilizzando la sua pausa estiva per portare a termine il suo tour in 15 città degli Stati Uniti. Cosa spera di ottenere?
Questo tour è l'occasione per le associazioni riformiste e i preti progressisti di entrare in contatto gli uni con gli altri. Il nostro obiettivo è costruire un network internazionale di movimenti riformisti. Vogliamo rendere pubbliche le preoccupazioni, i dubbi, i problemi e le speranze per la nostra chiesa e dimostrare che i cattolici progressisti sono presenti in tutta Europa e negli Stati Uniti.
Negli Stati Uniti non ci sono molti preti che aderiscono apertamente ai movimenti riformisti. Come pensate di entrare in contatto con loro?
Viaggiando città per città, lì incontrerò informalmente in colloqui privati. Sto incoraggiando i preti statunitensi ad unirsi ai movimenti di laici. I preti qui sono prudenti poiché subiscono una grande pressione dai vescovi americani. Dobbiamo sostenere il popolo di Dio, specialmente quando le sue iniziative vengono ignorate. Non sono molto al corrente della situazione degli Stati Uniti, ma spero che nelle prossime settimane mi farò un'idea maggiore dei problemi che ci sono qui.
I movimenti riformisti in Austria sono ugualmente ignorati?
In Austria abbiamo una situazione piuttosto diversa. E' chiaro ai nostri vescovi che i riformisti hanno una larga maggioranza. Stimiamo che in Austria l'80 per cento dei fedeli cattolici e i due terzi dei preti sostengano il nostro programma. Se c'è pressione dai vescovi, i media la fanno emergere. I vescovi non possono facilmente sostenerci a causa dell'opinione pubblica.
Esiste un piano per riunire i preti progressiti in un grande incontro?
L'Iniziativa dei Preti Austriaci, che ho contribuito a fondare, ha definito il 2013 "l'anno dell'internazionalizzazione". Ad ottobre di quest'anno organizzeremo un incontro internazionale di preti dall'Austria, Germania, Francia, Irlanda, Gran Bretagna, Stati Uniti e altri paesi per cercare di allargare il nostro network e per confrontarci sull'"appello alla disobbedienza".
Quali sono le ragioni alla base dell""Appello alla Disobbedienza" e di tutto questo movimento di preti austriaci?
I preti in Austria si sono resi conto del fatto che dopo che noi andremo in pensione, le nostre comunità verranno raggruppate. La carenza di preti è una questione grave ed urgente. I laici delle comunità sono coloro che costruiscono la chiesa. Più parrocche vengono accorpate meno è possibile per il prete camminare assieme agli altri membri delle loro comuntità nella vita di tutti i giorni. E' qualcosa di più della compassione. Si tratta di vicinanza e solidarietà con i laici. La vita non sarà certo più facile, ma vogliamo offrire alla gente il servizio della chiesa.
La seconda ragione riguarda le questioni che sono venute a galla riguardo la pastorale nelle nostre comunità parrocchiali. Le dottrine della chiesa sui cattolici divorziati e risposati o sulle coppie dello stesso sesso hanno creato molti problemi a livello pastorale. E' necessario un nuovo modello di insegnamento sulle relazioni sessuali. I nostri insegnamenti dovrebbero concentrarsi sulla qualità delle relazioni, non sulla forma. Piuttosto che condannare i cattolici risposati o le coppie dello stesso sesso, dovremmo chiederci: come vivono la loro relazione? Rispettano la reciproca dignità? Dobbiamo accettare il fatto che le persone desiderino vivere insieme, che si sentano responsabili e si prendano cura l'un dell'altro.
Per quale ragione lei è divenuto il volto pubblico dell'Iniziativa dei Preti Austriaci?
Ero presidente della Caritas austriaca e vicario generale per il Cardinale Christoph Schönborn. Sono più conosciuto in Austria per i miei ruoli pubblici e quindi sono divenuto il portavoce del gruppo. Questo è di aiuto con i media poiché tendono maggiormente a rispettare il singolo soggetto piuttosto che l'intero movimento. Ma l'Iniziativa non è il mio movimento. E' stato un gruppo di preti che l'ha fondato e abbiamo lavorato insieme come in una comunità. Abbiamo un consiglio che si riunisce regolarmente per riflettere sul nostro lavoro, discutiamo i problemi e supportiamo i preti che si sentono isolati.
Alcuni affermano che la Chiesa Cattolica Romana in Europa stia morendo o venga rimpiazzata da un crescente secolarismo. Come risponde a queste affermazioni?
Per via della storia della riforma in Europa, la chiesa ha dovuto impegnarsi seriamente con la società moderna. Questo non significa che la chiesa stia morendo. Semplicemente sta avendo a che fare con le questioni della modernità. Si, alcune comunità sono piccole, ma molto attive. Stiamo affrontando i problemi, ma non stiamo cedendo al secolarismo. Alcuni hanno bisogno di una "chiesa di contrasto" che si opponga alla società, ma questa non è l'idea di Gesù o dei Vangeli. La chiesa dovrebbe entrare nella società e condividere la vita quotidiana delle persone.
All'inizio del suo pontificato, papa Benedetto XVI parlò di ri-cristianizzare l'Europa. Papa Francesco sembra appassionato di nuova evangelizzazione. Lei pensa che l'Europa necessiti di essere evangelizzata?
Se evangelizzazione significa che il Vangelo debba essere portato da "noi" a "loro" e che "loro" debbano accettare il fatto che "noi" (la gerarchia) possediamo la sapienza, ecco allora io penso che questa evangelizzazione sarà infruttuosa. La prima evangelizzazione necessaria è quella della chiesa.
Papa Francesco sembra averla incominciata ora: la semplicità, la povertà, ha preso le distanze dalla ricchezza. L'evangelizzazionie deve incontrare la gente, comprendere i loro problemi, assimilare i cambiamenti della società, riconoscere il fatto che questa società moderna ha realizzato molti dei concetti fondamentali del cristianesimo, e ritrovare le origini del nostro Vangelo.
Se la nuova evangelizzazione dovesse diventare un monologo, sorgerebbero dei problemi. Sì, dobbiamo annunciare il Vangelo, ma dobbiamo portarlo con il linguaggio del nostro tempo; ciò non significa annacquarlo, ma dialogare col mondo sul Vangelo.
Cosa ne pensa del fatto che alcuni sostengono che stiamo vivendo nella "cultura della morte"?
Il Concilio Vaticano II aveva una visione ottimista della società moderna. Non parlava di cultura della morte. I vescovi nutrivano grande rispetto per i successi della società umana. Naturalmente nella Gaudium et Spes si riconosceva il fatto che la società moderna avesse i suoi lati oscuri, i suoi conflitti, ma si riconosceva anche che la stessa società moderna avesse sviluppato i concetti di una società equa e giusta, che prevedesse una eguale partecipazione fra gli esseri umani, nonché il diritto ad una coscienza individuale. E' davvero questo lo spirito della Dichiarazione dei Diritti Umani (delle Nazioni Unite), e il concilio ne ha tenuto conto.
L'enciclica Mater et Magistra sostenne che la chiesa non dovesse guardare la società dall'alto in basso dichiarandone la morte, ma piuttosto guardare a ciò che di buono essa promuovesse e discuterne le problematiche. La chiesa dovrebbe essere una valida accompagnatrice della società moderna. Naturalmente tutto ciò comporta dei rischi. E' più sicuro restare rinchiusi in una fortezza. Ma la via di Gesù è quella di incamminarsi con le persone ovunque esse siano.
A Boston le è stato vietato di parlare in sedi cattoliche dal Cardinal Sean O'Malley. Non la preoccupa il fatto che il Cardinale O'Malley sia tra gli otto cardinali "saggi" che papa Francesco ha scelto per la riforma della Curia?
Beh, non è certo un segno di speranza, ma stiamo a vedere. Questi sono i riflessi vecchio-stile di uno schema di pensiero antiquato. Invece di proibire queste discussioni, la gerarchia potrebbe chiedere di essere rappresentata in conversazioni di questo tipo. Proibire a qualcuno di parlare è sempre un fatto triste, ma ancor più grave è proibire alle persone di ascoltare.
Per me non è grave che mi si impedisca di parlare - sceglierò un'altra chiesa o un altro luogo. Ma per un vescovo affermare: "Tu non devi ascoltare"? Non è possibile al giorno d'oggi. Viviamo in una società aperta. Le persone possono trovare informazioni ovunque vogliano. Ma l'idea di una chiesa in cui i fedeli vengano "protetti" da informazioni che il vescovo non vuole che abbiano? E' un approccio ridicolo, credo. Forse questi sono gli ultimi colpi di coda di un sistema che sta morendo. Sento che questi sistemi stanno scomparendo. Lasciamo stare e torniamo a sperare.
Cosa ne pensa del fatto che la gerarchia sostenga che lei stia creando disunità nella chiesa?
Durante i nostri incontri noi riuniamo persone che sono impegnate in questa chiesa. Discutono con me e tra di loro, e riportano all'interno delle loro comunità, proseguendo poi il loro lavoro per la chiesa. Non li stiamo guidando al di fuori della chiesa; li stiamo ispirando a continuare a chiedere le riforme. E' la loro chiesa. Se i vescovi vedessero con i loro occhi che tipo di persone si riuniscono qui, non temerebbero tale divisione nella chiesa. Credo anzi che stia avvenendo il contrario. Qualcuno mi ha detto: "Avrei lasciato la chiesa, ma dopo averla ascoltata credo ci sia ancora una speranza nella lotta per la riforma, quindi resto".
Quali sono i passi verso la riforma che si aspetterebbe di vedere dal papa e dai vescovi?
Uno dei passi più importanti sarebbe incoraggiare i vescovi a stare con la gente, non contro di essa in nome del Vaticano. Fondamentale sarebbe decentralizzare l'autorità papale e chiamare i vescovi alla collegialità e alla responsabilità condivisa. Il sinodo episcopale dovrebbe funzionare come un vero sinodo. E' l'unico modo per ridare ai vescovi lo spazio per nuove idee. Inoltre, i laici dovrebbero essere inseriti nel processo decisionale della chiesa. Dobbiamo fare pressione sui leader ecclesiastici affinché aprano il dialogo e tengano conto dei doni e dei carismi dei fedeli.
Cosa direbbe a coloro che sostengono che questi problemi con la chiesa istituzionale sono casi isolati in Europa e negli Stati Uniti e che la maggioranza dei cattolici nel Sud del mondo ed in Asia non condividono queste preoccupazioni?
Queste società affronteranno le stesse questioni. I nostri colleghi latino-americani e sud-americani già ci dicono: "Non pensate che qui non abbiamo gli stessi problemi". Globalmente le società stanno cambiando molto velocemente. In 10 o 20 anni il Sud si troverà ad affrontare le nostre questioni. Nelle grandicittà già lo fanno. I leader ecclesiastici non devono sperare di poter aggirare questi temi. Essi verranno alla luce. Forse la chiesa in Europa e negli Stati Uniti può essere pensata come una chiesa moribonda, chissà, ma certamente può essere considerata come un laboratorio per un futuro in cui la chiesa si impegni nella società moderna. Non dobbiamo sovrastimare il numero delle persone che frequentano la chiesa, e non dobbiamo sottostimare i problemi che la chiesa si trova ad affrontare.
[Jamie L. Manson è l'editrice narrativa di NCR . Ha conseguito il Master of Divinity degree alla Yale Divinity School, dove ha studiato teologia cattolica ed etica sessuale. La sua colonna sul NCR ha vinto molti premi, recentemnete il secondo premio per il Commentary of the Year from Religion Newswriters (RNA). Il suo indirizzo di posta elettronica: mailto:jmanson@ncronline.org [2].]
Testo Originale
Reperimento testi di Patrizia Vita
Traduzione di Stefania Salomone

Evangelizing the institutional church: an interview with Helmut Schuller

Jamie Manson - Jul. 24, 2013
Much has been written about Austrian priest and reformer Helmut Schüller since he opened his 15-city U.S. tour, called "The Catholic Tipping Point," in New York last week.
Schüller has been making news in the Roman Catholic church reform movement since 2006, when he and a group of fellow priests organized the Austrian Priests' Initiative. In 2011, they made global headlines when they launched the "Call for Disobedience," an appeal to the Vatican to address the shortage of priests and other predicaments facing the institutional church.
The Austrian Priests' Initiative is concerned that the dwindling number of clergy is impacting the quality of pastoral care offered to baptized Catholics. Their "Call for Disobedience" suggests reforms such as the ordination of women and married men to address this unfolding crisis.
What makes Schüller an intriguing figure among reformers is that he is not simply an upstart parish priest. He spent years as a hierarchical insider, filling the very public roles of president of Caritas Austria and vicar general under Austrian Cardinal Christoph Schönborn. He has the rare insight of one who has served both in the hierarchy and in the parish. Rarer still, he has risked his position and privilege to be in full, outspoken solidarity with lay Catholic reformers.
Hours before Schüller's July 16 debut in New York City, he and I sat down for an interview. Since many of the goals and ideas we discussed -- such as the plan for an international meeting of priests, the new evangelization, his thoughts about Cardinal Sean O'Malley's barring him from speaking, and the institutional church's treatment of same-sex couples -- have not made it into most of the media coverage of his speaking engagements, I am offering the text of our conversation, which has been edited for length and clarity.
You are using your summer break to embark on a 15-city U.S. tour. What are you hoping to accomplish?
This tour is a way for reform organizations and reform-minded priests to connect with one another. Our goal is to build up an international network of reform movements. We want to make public our sorrows, questions, issues and desire for our church and make it clear that reform-minded Catholics can be found throughout Europe and the United States.
In the United States, there aren't many priests who openly belong to church reform groups. How will you reach out to them?
As I travel city to city, I'll be meeting with priests informally in closed sessions. I'm encouraging priests in the U.S. to stay together with the lay movements. The priests here are cautious because there is a lot of pressure from the American bishops. We must be advocates for the people of God, especially when their initiatives are sidelined. I'm not completely familiar with the situation in the U.S. I'm hoping that the next few weeks will enrich my point of view of the struggles here.
Are reform movements in Austria similarly sidelined?
In Austria, we are in somewhat of a different situation. It is clear to our bishops that reformers have a very large majority behind them. We estimate that, in Austria, 80 percent of the Catholic faithful and two-thirds of the priests agree with our platform. If there is pressure from the bishops, the media helped to make it public. The bishops can't sideline us easily because of public pressure.
Is there a plan to gather reform-minded priests together for a meeting?
The Austrian Priests' Initiative, which I helped to found, is calling 2013 "a year of internationalization." In October of this year, we are planning an international meeting of priests from Austria, Germany, France, Ireland, Great Britain, the U.S. and other countries to try to enlarge our network and further discuss the "Call to Disobedience."
What motivates the "Call to Disobedience"and all of this organization by priests in Austria?
The priests in Austria have realized that after we retire, our communities will be merged. The priest shortage is an urgent, desperate situation. The lay members of our communities are the ones who are building up the church. The more parishes merge, the more that priests are losing the chance to walk with members of their communities through their daily lives. This is about more than compassion. It is about companionship and solidarity with laypeople. Life is not going to get any easier, and we want to offer people the service of the church.
Our second motivation comes from the questions that have arisen out of our pastoral care of our parish communities. The church's doctrines on divorced and remarried Catholics and same-sex couples have created a lot of pastoral problems. We need a new teaching model on sexual relations. Our teaching should concentrate on the quality of relationships, not the form. Rather than condemning remarried Catholics or same-sex couples, we should be asking: How are they living in relationship? Are they respecting one another's dignity? We have to respect that people want to live together, that they feel responsible for one another, and that they care for one another.
How did you become the public face of the Austrian Priests' Initiative?
I was president of Caritas Austria and also served as vicar general for Cardinal Christoph Schönborn. I am better known in Austria because of these public roles, so I became the speaker of group. It helps with the media because they tend to only respect individual persons rather than whole movements. But the initiative is not my movement. A group of priests founded it, and we work as a community. We have a board that meets regularly to reflect on our work, discuss problems and give assistance to parish priests who are alone.
Some have claimed that the Roman Catholic church in Europe is either dying or being replaced by secularism. How do you respond to those claims?
Because of the history of reformation in Europe, the church has had to seriously engage with modern society. This doesn't mean the church is dying. It is simply struggling with the questions of modernity. Yes, some faith communities are small, but they are very active.
We are confronting the questions, not giving in to secularism. Some want a "contrast church" that is contrary to society. But that's not the idea of Jesus or the Gospels. The church should go into society and share the daily lives of the people.
Early in his pontificate, Pope Benedict XVI spoke of re-Christianizing Europe. Pope Francis appears passionate about the new evangelization. Do you think Europe needs to be evangelized?
If evangelization means that the Gospel has to be brought from "us" to "them" and that "they" have to accept that we [the hierarchy] have the wisdom, then I think there will not be success with the new evangelization. The first evangelization that is needed is the evangelization of the church.
Pope Francis seems to have started it now: to be simple, for the poor, to separate himself from wealth. Evangelization has to meet the people, to understand their questions, to understand changes in society, to respect that this modern society has realized a lot of originally Christian ideas, and to find again the origin of our Gospel.
If the new evangelization should become a monologue, there will be a problem. Yes, we have to preach the Gospel, but we must bring it in the language of our time. That's not watering down the Gospel, but coming into dialogue with world about the Gospel.
What do you think of the claim that we are living in a "culture of death"?
The Second Vatican Council had an optimistic view of modern society. There was no talk of a culture of death. The bishops respected the successes of human society. Of course, Gaudium et Spes recognized that modern society has its darkness, chaos and conflict, but it also recognized that modern society developed the ideas about a fair and just society, about the equal participation of human beings, and the right to individual conscience. This really is the spirit of the [United Nations'] Declaration of Human Rights, and the council respected it.
Mater et Magistra made the point that the church's position is not to look down on society and say it is dying, but rather to look at what is good in society and discuss what is problematic. The church should be a good companion to modern society. Of course, this is risky. It's more comfortable to be in a fortress. But the way of Jesus is to go with the people wherever they are.
You were banned from speaking on Catholic grounds in Boston by Cardinal Sean O'Malley. Does it concern you that Cardinal O'Malley was one of eight cardinals Pope Francis chose for his "kitchen cabinet" of advisers?
Well, it's not really a sign of hope, but let it be. These are the old-fashioned reflexes of an old-fashioned system of thinking. Rather than forbidding these discussions, the hierarchy could instead ask to be represented in these conversations. To forbid someone to speak is a sad thing, but the real sadness is forbidding people to listen.
For me, being banned from speaking is not dramatic -- I'll just go to another church. But for a bishop to say, "You must not listen"? That's just not possible in our time. We live in an open society. People can get information wherever they want. But this vision of a church where the baptized are "protected" against getting information that the bishop doesn't want them to have? It is a ridiculous point of view, I think. Maybe what we are seeing are the last reflexes of a dying system. I feel that these ways are fading out. Let's forget it and be hopeful.
What about the hierarchy's claim that you are creating disunity in the church?
In these conversations, we are gathering people here who are engaged in this church. They have discussions with me and one another, and then they return to their communities and continue their work for the church. We are not driving them out of the church; we are inspiring them to continue to ask for reform. It is their church. If the bishop could see who the people are who are gathering here, they would not be afraid that we are dividing the church. I think the contrary is happening. I have had people say to me: "I would have left, but after hearing you, I feel there is some hope in fighting for the church and its reform, so I will stay."
What are the first steps you would like to see the pope and the bishops take in bringing about reform?
One of the important steps would be to encourage the bishops to be with the people, not to be against them in the name of the Vatican. A key move will be to decentralize papal authority and to call the bishops to collegiality and shared responsibilities. The bishops' synod must function like a real synod. It's the only way to give the bishops the possibility of filling the space with new ideas. Also, laypeople must be brought into the church's decision-making. We must put pressure on church leaders to open dialogue and to use the gifts and charisms of the faithful.
What do you say to those who argue that your issues with the institutional church are unique to Europe and the U.S. and that the majority of the Roman Catholics who live in the global South and Asia do not share these concerns?
These societies will be confronted with same questions. Our Latin American and South American colleagues are already saying to us, "Don't think we don't have the same problems." Globally, societies are changing very quickly. In 10 or 20 years, the global South will face the same questions we [face]. In mega-cities, they already are. Church leaders must not hope they can get around these questions. They will arise. Maybe the church in Europe and the U.S. should be thought of not as a dying church, but as a laboratory for the future, where the church engages with the modern society. We should not overestimate the numbers of people going to church, and we should not underestimate the problems the church is facing.
[Jamie L. Manson is NCR books editor. She received her Master of Divinity degree from Yale Divinity School, where she studied Catholic theology and sexual ethics. Her NCR columns have won numerous awards, most recently second prize for Commentary of the Year from Religion Newswriters (RNA). Her email address is jmanson@ncronline.org.]
Editor's note: We can send you an email alert every time Jamie Manson's column, "Grace on the Margins," is posted to NCRonline.org. Go to this page and follow directions: Email alert sign-up.



Venerdì 26 Luglio,2013 Ore: 23:09
 
 
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