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TERRA FUTURA, mostra convegno delle buone pratiche di sostenibilitÓ

Firenze, Fortezza da Basso, dal 28 al 30 maggio 2010 (settima edizione).


10 anni di Forum Sociale Mondiale, dopo Copenaghen guardando a Cancùn:
 
la forza della rete, le sfide per il futuro.
92.000 visitatori per la settima edizione di Terra Futura
Firenze, 30 maggio 2010 – Salvare il pianeta per vivere bene, trovando una nuova e più sostenibile connessione tra esseri umani, ambiente e risorse del pianeta. È questo l’imperativo emerso dall’evento conclusivo di Terra Futura, la mostra convegno delle buone pratiche di sostenibilità alla Fortezza da Basso di Firenze con 92.000 visitatori nei tre giorni. A dieci anni dalla nascita del Forum sociale mondiale, sorto a Seattle nel 2001, e nel clima di attesa verso il prossimo vertice sui cambiamenti climatici di Cancùn si è tracciato un bilancio sull’azione di questi anni e guardato insieme al futuro rispetto alla capacità reale di incidere per il cambiamento.
«Il forum sociale mondiale rimane la più grande rete mai esistita di connessione tra gli attori della società civile» riferisce Raffaella Bolini, responsabile internazionale di Arci, secondo cui il Forum ha riportato importanti risultati anche in Italia dove, all’inizio «criticare un sistema che mercificava tutto e distruggeva persone, culture e biodiversità era difficile. Purtroppo però la storia ci ha dato ragione…».
Secondo Moema Miranda, direttrice dell’Istituto brasiliano di analisi sociale ed economica e membro del Gruppo fondatori brasiliani del FSM, «un grande successo è stata la creazione di un’agenda comune da parte di diversi soggetti di tutto il mondo. Da sempre ribadiamo che la storia è nelle nostre mani e che si può pensare a un altro futuro, da costruire attraverso una nuova, comune sensibilità». Come una Cassandra, il Forum per primo ha visto i rischi di un sistema non sostenibile, che danneggia l’ambiente e crea disuguaglianze. Ora che le previsioni sono state confermate, bisogna considerare il quadro attuale «come opportunità di ripensare gli stili di vita, ricordandoci di non superare i limiti del nostro pianeta. Ognuno di noi non appartiene a un singolo stato ma alla madre terra».
Nonostante il ruolo di grillo parlante, anche il movimento sociale mondiale conta però dei fallimenti: lo fa presente Carlo Jaeger, economista del Postdam Institute for Climate impact resources. A<suo avviso i tempi sono stretti: «L’Europa è allo sfacelo per la crisi da una parte e l’incapacità di agire sul problema del clima dall’altra. Su questi fronti è urgente intervenire, promuovendo un dibattito aperto e onesto».
E sull’importanza di continuare a fare rete insiste Euclides André Mance, ideatore di Solidarius, rete brasiliana di economia solidale: «È necessario sommare le lotte di tutti. Il FSM può forzare un cambiamento nella società, ma per farlo deve continuare nella costruzione di una collaborazione mondiale; non possiamo credere che singoli movimenti cambino il mondo: serve una lotta comune». E il Forum fa parlare tante realtà con una sola voce a livello globale, ma non dimentica l’importanza di intervenire sul piano locale, promuovendo solidarietà e democrazia. Ne è esempio ciò che accade in Iraq, come raccontato da Ismael Dawood, cofondatore dell’ong irachena Al Messalla: «Nel mio paese il movimento è importante perché ribadisce che la guerra non è il futuro in nessuna parte del mondo: non lo è in Iraq, né in Afghanistan e neanche in Palestina, perché produce odio e ostacola la comunicazione tra culture.
Per quanto riguarda la realtà boliviana, Gustavo Soto, direttore del Centro studi applicati ai diritti economici, sociali e culturali di Cochabamba, ricorda che «all’inizio il Forum è stato fondamentale, perché ha aiutato la società civile a prendere coscienza degli effetti drammatici della globalizzazione. Ma ora il movimento ha una nuova sfida: la costruzione collettiva di un modello di civiltà alternativa per tutti».
Lavorare per salvaguardare il pianeta significa anche intervenire sul delicato e attuale tema dei cambiamenti climatici. Il vertice che si terrà a Cancùn tra sei mesi offrirà al Forum l’opportunità di premere ancora sui grandi della terra per chiedere politiche e azioni concrete. Ma sui possibili risultati del vertice le opinioni sono contrapposte. C’è chi, come Bollini, si augura che possa essere un momento in grado di cambiare la storia: «Potrebbe scattare un meccanismo simile a quello di Seattle, dove le realtà locali si incontrarono e si riconobbero parte della stessa battaglia». Ma per raggiungere questo obiettivo, come riferisce il coordinatore della segreteria nazionale di Legambiente Maurizio Gubbiotti, «dovremo intervenire in maniera forte, perché possa essere un appuntamento non solo degli addetti ai lavori ma di tutte le realtà sociali, dei movimenti, dei sindacati». Decisamente più pessimista si dimostra Jaeger, secondo cui «bisogna essere realistici: è inutile farsi illusioni su soluzioni a breve scadenza. È a livello locale che ora si possono fare dei passi tecnologici, istituzionali, culturali. Per i risultati a livello globale bisognerà attendere ancora…».
Evidenziato in questi tre giorni anche il rapporto tra agricoltura e cambiamenti climatici: l’agricoltura è, infatti, responsabile del 10-12% del totale delle emissioni di gas serra e della metà  di  quelle metano e  di protossido d’azoto, gas quest’ultimo che ha un potenziale di riscaldamento globale pari a 310 volte la CO2.Ma allo stesso tempo, l’agricoltura è anche il sistema produttivo che potrebbe contribuire ad una notevole riduzione  di emissioni e addirittura a sottrarre la CO2 atmosferica. A partire da queste premesse è stata lanciata a Terra Futura la proposta di un tavolo nazionale di lavoro “Agricoltura biologica e cambiamenti climatici” che metta insieme operatori economici,  tecnici e strutture di ricerca, e  che sensibilizzi le istituzioni italiane e l’opinione pubblica, favorendo lo sviluppo di attività agricole idonee a mitigare i cambiamenti climatici.
L’azionariato critico è un tema di grande attualità ed è una strada ampiamente battuta da anni in Inghilterra e USA, che però in Europa continentale è ancora tutta da percorrere: poche le esperienze, principalmente in Germania, Spagna e Italia, fra cui quelle significative della Fondazione Culturale Responsabilità Etica (Fcre) del Sistema Banca Etica, che nel 2008 ha acquistato azioni delle imprese italiane Eni e Enel facendosi portavoce degli interessi e istanze delle popolazioni di aree del Sud del Mondo in cui operano le due società.
A partire dall’iniziativa di azionariato critico contro il progetto ENI per l’estrazione del petrolio dalle sabbie bituminose nella repubblica del Congo. Come spiega Elena Gerebizza, esperta di impatti del settore estrattivo e minerario sui diritti umani, per la Campagna per la Riforma della Banca Mondiale (CRBM) che ha monitorato i feedback della popolazione locale e collabora con Fcre: «Eni aveva dichiarato che non avrebbe toccato la foresta pluviale tropicale: peccato che nella planimetria dell’area interessata, recapitataci dagli abitanti, appariva il contrario». Nell’aprile 2009 la Fcre lo aveva fatto presente all’Assemblea degli azionisti Eni, senza ottenere una soddisfacente risposta. La Fondazione Heinrich Boell, in collaborazione con Fondazione Culturale Responsabilità Etica e Merian Research, ha quindi realizzato “Energy Futures: Gli Investimenti dell’Eni nella Repubblica del Congo”, un rapportoche ha ottenuto grande eco a livello internazionale finendo sul Wall Street Journal, episodio a seguito del quale la Fondazione ha ottenuto una convocazione dal colosso energetico. Un incontro di cinque ore cui hanno partecipato anche rappresentanti CRBM e delle popolazioni congolesi, in cui Eni ha fornito risposte parziali. La questione è stata quindi riproposta nell’Assemblea degli azionisti 2010, dopo la quale Eni ha chiesto un incontro con la Fondazione che avverrà nelle prossime settimane. 
L’azionariato criticosi agisce anche facendo rete, per aumentare la massa critica in sede di assemblea. Come dimostra  il networking realizzato attorno al progetto Enel in Patagonia (Cile), che prevede la costruzione di cinque grandi dighe sui fiumi Baker e Pascua nella regione di Aysén, per trasferire energia al Nord con cui alimentare le miniere di rame. «Nessun ritorno economico per la popolazione naturalmente – precisa Caterina Amicucci della Campagna per la Riforma della Banca Mondiale (CRBM) che ha raccolto le istanze degli abitanti cileni -, solo disagi: il trasferimento coatto degli abitanti verso altre aree e i disincentivi alle attività nel settore del turismo locale che stavano, a fatica, nascendo solo ora».
A supporto dei gruppi di azionariato critico sono impegnate diverse realtà che, pur non intervenendo alle assemblee degli azionisti, raccolgono, fra l’altro, informazioni fondamentali, perché quando si siede al tavolo delle big companies occorre farlo numeri alla mano. Amnesty International è una di queste; il  Rapporto “Petrolio Inquinamento e Povertà nel Delta del Niger” (giugno 2009) è il più recente loro lavoro di monitoraggio del’area (con un focus speciale sull’attività dell’ENI); secondo lo studio, dei 31 milioni e 100mila abitanti, «600mila subiscono violazioni di diritti umani, salute in primis, a causa delle attività estrattive di petrolio, un business che dalla fine degli anni ’60 si stima abbia generato circa 600 bilioni di dollari finiti nelle tasche delle multinazionali» racconta  Andrea Matricardi presidente commissione campagne sezione italiana Amnesty International. Le principali compagnie petrolifere estrattrici di petrolio e gas naturale nell’area del delta del Niger sono, oltre a ENI, Shell, Total, ExxonMobil e Chevron. Il rapporto registra (su dati UNDP) ben 6800 fuoriuscite di petrolio, fra 1976 e 2001, dagli impianti delle compagnie che hanno martoriato la zona. «Nel solo 2008  - continua Matriciardi – sono stati 2000 i siti contaminati da fuoriuscite di greggio stando ai dati National Oil Spill Detection; il 50% sono dovuti a cattiva manutenzione e corrosione delle tubature e il 28% a sabotaggi».
GAS FLARING: tecnica usata dalle compagnie petrolifere per bruciare i gas che fuoriescono ad alta pressione dalle trivellazioni per le estrazioni del greggio. Il processo per raccogliere questo gas e lavorarlo sino a renderlo vendibile sul mercato sarebbe troppo costoso, dunque la maggior parte delle compagnie preferisce bruciarlo a cielo aperto in totale violazione delle normative nazionali, e pagare piuttosto delle multe agli stati come succede nel caso della Nigeria. Danni e “effetti collaterali” sull’uomo e sull’ambiente: impossibilità di accedere al cibo perché inquinato, contaminazione del terreno ad uso agricolo, lesioni delle vie respiratorie; espropri della terra senza compensazioni, trasferimenti coatti della popolazione, allontanata così dai principali punti accesso alle risorse (a partire dall’acqua) e ai servizi.
Un coro sempre più numeroso di voci contro la povertà si alza dall’Italia, chiedendo un maggiore impegno alla politica, che però non sa ancora ascoltare. È la delusa lettura della situazione da parte di Caritas e Onu Italia, presenti a Terra Futura, la mostra convegno internazionale delle buone pratiche di sostenibilità. Le due organizzazioni hanno rilanciato le loro campagne internazionali volte a scuotere l’opinione pubblica: la raccolta firme della “Campagna del Millennio” e “Zero Poverty”.
La prima è un’ulteriore azione di pressione sui Governi affinché siano raggiunti entro il 2015 gli otto obiettivi di sviluppo sottoscritti dai 191 stati membri dell'Onu. Aderendo, i firmatari richiedono ai rispettivi capi di Stato e al presidente del Consiglio europeo Zapatero di rispettare le promesse di interventi concreti; in particolare, si chiede di stabilire scadenze vincolanti, aumentare gli aiuti ai paesi poveri e migliorarne l’efficacia. Le firme, raccolte attraverso cartoline elettroniche in tutti i Paesi dell’UE, saranno consegnate il 18 giugno ai leader riuniti a Bruxelles per concordare la posizione europea in vista del vertice Onu di New York del prossimo settembre, che cade a 10 anni dalla firma della Dichiarazione del Millennio.
Lo scorso anno sono state ben 800.000 le persone che hanno preso parte attiva alla Campagna “Stand up” da noi promossa e che hanno detto “no” alla politica del Governo. Eppure le loro voci non sono ascoltate». Per aderire alla campagna: www.campagnadelmillennio.it.
Nell’anno europeo della lotta alla povertà e all’esclusione sociale, a Firenze è stata rilanciata anche “Zero Poverty, che nasce da una costola della Millennium Campaign ed è promossa da Caritas Europa. «La povertà è uno scandalo inaccettabile per il 21° secolo – spiega il referente Caritas -: la campagna si propone di far conoscere i fenomeni e le storie di povertà e di diffondere consapevolezza circa il fatto che l’esclusione sociale non è un destino ineluttabile, bensì un effetto di precisi meccanismi sociali, economici e politici, che ogni uomo ha il dovere di modificare».
Per raggiungere questo risultato è unanime la convinzione che sia necessario un coinvolgimento attivo dei giovani.
Secondo il curatore del “Poverty paper” per Caritas Europa Paolo Pezzana, in questa azione di sensibilizzazione bisogna fare i conti con una peculiarità tutta italiana: «Il nostro è un paese strano: è uno dei luoghi europei dove si sviluppano le idee migliori, ma quando si entra concretamente nelle scelte di responsabilità dei singoli, il paese sa essere molto refrattario: di fronte a una proposta di cambiamento degli stili di vita le persone spesso si chiudono».
Alla Fortezza da Basso è stata presentata nei giorni scorsi anche la Campagna “ZeroZeroCinque: una piccola tassa sulla speculazione, una grande risorsa per tutti”, promossa dalle principali reti di ong e associazioni, tra cui Banca Etica e i partner di Terra Futura, la sezione italiana del Social Watch e molte altre realtà. L’iniziativa prevede l’istituzione di una mini imposta con un tasso dello 0,05% da applicare a ogni compravendita di titoli e strumenti, limitatamente ai mercati finanziari: questo renderebbe sconveniente le operazioni speculative colpendo le transazioni a brevissimo termine e quelle sui derivati, ma sarebbe sufficientemente piccola da non scoraggiare le “normali” operazioni di investimento con orizzonti di medio–lungo periodo.La FTT sarebbe in grado di generare un gettito di circa 655 miliardi di dollari annui su scala mondiale, da destinare – questa la proposta lanciata da Terra Futura da Sistema Banca Etica, Acli, Arci, Cisl e Regione Toscana - a investimenti sociali per il 50%, politiche ambientali per il 25% e agli obiettivi del Millennio per il restante 25%, contribuendo sia alla redistribuzione delle risorse verso i paesi più poveri, sia al risanamento del debito pubblico esploso nei paesi occidentali a causa della crisi.Le firme raccolte saranno inoltrate al ministro dell’economia Giulio Tremonti chiedergli con la richiesta di farsi promotore presso la comunità internazionale dell’introduzione della Financial Transaction Tax (FTT) a partire dal prossimo G20, a giugno in Canada (per firmare la petizione: www.zerozerocinque.it).
«Testimone è chi fa quello che dice. Non vogliamo prediche ma pratiche, ognuno deve fare la propria parte: i magistrati e i poliziotti, ma anche la società, gli enti, le associazioni e la politica. Con leggi che abbiano valori etici ed esempi di vita personale»: così Giuseppe Pignatone, procuratore della Repubblica di Reggio Calabria, da poco sede della neoistituita Agenzia nazionale beni confiscati alle mafie.
È tra i messaggi più potenti della seconda giornata di Terra Futura c’è quello della legalità, che comprende i numerosi percorsi di lotta alle mafie, soprattutto nel Sud Italia. A Firenze l’Agenzia per le Onlus ha presentato il rapporto “Beni confiscati alle mafie, il potere dei segni”, che indica 100 buone pratiche di riutilizzo di beni in passato proprietà di famiglie mafiose. «La ricerca ha anche un valore simbolico, perché rappresenta un punto di svolta nella presa di coscienza della società» ha commentato Stefano Zamagni, economista e presidente dell’Agenzia. «Emerge che la mafia oggi è un’organizzazione economica: usa i propri patrimoni per ottenere e riciclare soldi, non avendo accesso al credito. Ed è su questo piano che bisogna combattere. Ma non basta sottrarre i beni: bisogna riconvertirli per far sì che producano reddito per la cittadinanza, che altrimenti finirà con il rimpiangere la mafia. Dimostrare che c’è un’alternativa possibile: questa è una grande vittoria».
Sulla stessa linea d’onda è Andrea Olivero, presidente del Forum del Terzo settore, secondo cui «a cedere più spazio alle mafie è stato il vuoto di società lasciato dai cittadini che hanno delegato ad altri la responsabilità della cosa pubblica. Ma abbiamo tutti una responsabilità personale e collettiva». Per questo sono importanti le buone pratiche nate sui territori: «Tante cooperative dalla Calabria alla Sicilia operano con determinazione per dare risposte concrete ai bisogni delle persone. Realtà che hanno bisogno di tutela a partire dall’accesso ai beni confiscati e ai finanziamenti».
E sono tante le storie di coraggio contro le mafie: di singoli cittadini, di associazioni. Tra le testimonianze quella di Rodolfo Guajana, imprenditore e presidente del Cda di Libero futuro (la prima associazione antiracket di Palermo). La mafia gli ha raso al suolo un’attività durata un secolo: solo la concessione da parte della Regione Sicilia di una fabbrica fallita di sua proprietà gli ha consentito di ripartire. E c’è poi la bella storia della Cascina Caccia, un ex immobile della famiglia malavitosa Belfiore affidata al Gruppo Abele dopo la confisca: da due anni è diventata un luogo capace di ospitare momenti culturali e di fare memoria, ma anche di produrre valore economico. Ormai nota è l’attività della Antica Focacceria san Francesco, di cui è titolare Vincenzo Conticello, imprenditore che ha accusato pubblicamente i propri estorsori. Il Consorzio Sociale GOEL ha come mission il cambiamento socioeconomico della Locride e della Calabria, e riconosce nell'impresa sociale il principale strumento di produzione di questo cambiamento. E ancora, la cooperativa sociale “Lavoro e non solo” che nasce dal progetto di Arci Sicilia: dal 2000 gestisce un’azienda agricola su terreni confiscati a Corleone e Monreale. Ha a disposizione 130 ettari di terreno, un edificio confiscato ai nipoti di Totò Riina, un laboratorio per il confezionamento di legumi.
«Occorre dare al Paese un futuro con una nuova cultura che promuova la legalità» ha ribadito anche Maurizio Petriccioli, segretario confederale Cisl, chehainsistito anche sull’importanza di creare un’alternativa al lavoro irregolare, ulteriore fenomeno di illegalità : «Secondo l'Istat il lavoro irregolare supera il 22% dell'intera forza lavoro: un fenomeno che in Italiacoinvolge oltre 4 milioni di persone e conta più di 1000 morti ogni anno».
A margine del convegno è stato presentato in anteprima assoluta il capitolo dedicato all’Archeomafia di “Ecomafia 2010”, il rapporto annuale sui crimini ambientali, redatto da Legambiente e dal Comando Tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri. I dati riferiscono di un’intensa attività di contrasto ai crimini contro il patrimonio artistico nazionale, evidenziando come ormai la pratica del fare business sull’illegalità sia sempre più radicata nel sistema-Paese. 1.093 i furti di opere d’arte, 13.219 gli oggetti trafugati, 1.395 le persone indagate e 45 gli arresti. Fortunatamente parte del patrimonio trafugato viene recuperata: secondo il report sono tornati alla collettività 19.158 beni culturali, 14.596 reperti paleontologici, 55.586 archeologici e 90.766 oggetti d’arte.


Venerdý 04 Giugno,2010 Ore: 19:55
 
 
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