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www.ildialogo.org IL VIAGGIO DI "VIK" ARRIGONI, LE SCARPE DI PAPA RATZINGER E I VESTITI DEL CARDINALE BERTONE. Una nota di Angelo d'Orsi e una di Andrea Tornielli,a c. di Federico La Sala

Gaza, 15 aprile 2011 ...
IL VIAGGIO DI "VIK" ARRIGONI, LE SCARPE DI PAPA RATZINGER E I VESTITI DEL CARDINALE BERTONE. Una nota di Angelo d'Orsi e una di Andrea Tornielli

(...) una foto di papa Ratzinger che in visita in Africa sfoggia un paio di meravigliose scarpette rosse firmate Prada. Vik la pubblicò, mettendole accanto l’immagine di un Gesù in croce, con i piedi trafitti, e ancora, un africano scalzo, e commentò: “Viene da pensare che se solo con queste calzature è lecito intraprendere le vie del Signore (...)


a c. di Federico La Sala

“Vik” Arrigoni, vivere per l’utopia

di Angelo d’Orsi (il Fatto Quotidiano, 16 novembre 2012)

Non sentitevi sciocchi se, aprendo questo libro appena uscito (Il viaggio di Vittorio, di Egidia Beretta Arrigoni, Dalai editore, pagg. 185, 15,00), sentirete gli occhi inumidirsi. Proseguendo nella lettura, sfogliando frammento dopo frammento la breve esistenza, intensissima e generosa, di Vittorio “Vik” Arrigoni, vi sarà difficile trattenere le lacrime. Del resto Vik non si vergognava di piangere, quando, sotto i bombardamenti israeliani su Gaza City, tra gli ultimi giorni del 2008 e i primi del 2009, puntando la videocamera, rinunciava alle riprese. “Ho scoperto di essere un pessimo cameraman” , scriveva, “non riesco a riprendere i corpi maciullati e i volti in lacrime. Non riesco, perché piango anche io”.

Il lutto aleggia in queste pagine, giacché il lettore sa come andrà a finire: sa che il protagonista, un ragazzo che letteralmente si era dedicato alla causa degli ultimi, dovunque nel mondo, fu trucidato nella “sua” Gaza, il 15 aprile 2011.

NON SA, INVECE, il lettore, che tutta la breve vita di questo ragazzo (muore a 36 anni), fu dedicata ad alleviare le altrui sofferenze, in un viaggio che lo portò in Africa, nel-l’Est Europa, in America Latina, prima di giungere nel tormentato Medio Oriente, fermandosi infine in quel fazzoletto di terra, intriso di sangue, che sono i Territori palestinesi, sottoposti al pugno di ferro israeliano. Vik si è speso, in ogni modo, sempre pacificamente, sempre con uno sforzo volto non soltanto a testimoniare ma a operare concretamente: non volle mai essere un “cooperante”, un “osservatore”, e meno che meno un giornalista, sia pure solidale: fu uno di loro, volle essere operaio, pescatore, scaricatore, infermiere, cuoco...: volle essere vittima tra le vittime.

IN UNA LETTERA alla mamma - che oggi è facile leggere come tragicamente profetica - scriveva, da Nazareth: “Percorro strade che rappresentano la nascita, il viaggio esistenziale, il miracolo, il calvario di un Dio che di queste terre sembra essersi scordato”. Lo faceva anche un po’ per la mamma, cattolica osservante, donna impegnata come un po’ tutta la famiglia, una famiglia il cui mondo, scrive Egidia, “non è mai stato un mondo chiuso individualista, egoista”. Lei, mossa proprio da una passione genuinamente politica, fuori dai partiti, si impegnò nel sindacalismo e nell’associazionismo, in quel di Bulciago, il paese della Brianza, dove si erano trasferiti gli Arrigoni, da Besana, borgo non lontano, dove Vik era nato nel 1975). E nel 2004 divenne sindaco, confermata nel 2009: Vik ne era orgoglioso, quanto lei era orgogliosa di suo figlio, sia pure con le apprensioni di una mamma, apprensioni, purtroppo, più che giustificate.

Ma sia allora, sia ora che Egidia si è posta a riordinare i ricordi, e a tentare di renderli pubblici, non c’è amarezza, nel racconto; solo dolore, filtrato sempre da una serenità che giunge alla penna dell’autrice dalla sua fede religiosa e, soprattutto, alleviato dalla consapevolezza che quel ragazzo era stato sempre dalla parte giusta, dalla parte di quegli ultimi di cui il Cristo volle essere interprete e salvatore.

Uno dei tanti episodi che ci regala Egidia Arrigoni, riguarda una foto di papa Ratzinger che in visita in Africa sfoggia un paio di meravigliose scarpette rosse firmate Prada. Vik la pubblicò, mettendole accanto l’immagine di un Gesù in croce, con i piedi trafitti, e ancora, un africano scalzo, e commentò: “Viene da pensare che se solo con queste calzature è lecito intraprendere le vie del Signore, quanto sarà improbabile per gli scalzi miseri del-l’Africa avere accesso al Paradiso?”. Fu più volte arrestato, malmenato al limite della tortura dagli israeliani, che lo espulsero e lo dichiararono persona “non grata”. Ai suoi aveva scritto: “Rallegratevi del fatto che sono pronto a qualsiasi destino, perché vivere con ali recise non fa per me”.

NON ERA, insomma, Vittorio Arrigoni un ragazzo qualunque: la mamma rifiuta appellativi roboanti, da eroe a martire, ma a me piace invece esattamente riproporli, con assoluta convinzione. Se non è stato un eroe Vik, un eroe inattuale quanto necessario, di questi tempi orribili, chi lo è? Quanto al martirio non v’è alcun dubbio. Ve ne sono invece, e forti, su chi abbia organizzato il suo assassinio: che significa anche chiedersi a chi poteva giovare la morte di un militante pacifico della causa di quegli ultimi, che, dal 2002, furono i palestinesi.

Le pagine sulle giornate di aprile 2011, quando si affastellano le notizie sulla cattura e poi l’assassinio di Vik sono strazianti. L’intera nazione palestinese lo pianse, onorando come un fratello caduto nella lotta comune lui che, però, a differenza di loro, aveva scelto quel destino, in nome di valori che percepiva come imperativi. Scrisse l’ebreo dissidente, scrittore e militante contro le demolizioni delle case palestinesi, Jeff Halper, che con Vik condivise molte battaglie: “Tu eri e sei la forza terrena della lotta contro l’ingiustizia”. Non v’è molto da aggiungere; se non l’invito a leggere il libro (i proventi sono destinati alla Fondazione Vittorio Arrigoni - Vik Utopia).  

 

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Bertone: l’abito fa il prete

di Andrea Tornielli (La Stampa, 16 novembre 2012)

L’ abito deve fare il monaco, almeno in Vaticano. Lo scorso 15 ottobre il cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato, ha firmato una circolare inviata a tutti gli uffici della curia romana per ribadire che sacerdoti e religiosi devono presentarsi al lavoro con l’abito proprio, e cioè il clergyman o la talare nera. E nelle occasioni ufficiali, specie se in presenza del Papa, i monsignori non potranno più lasciare ad ammuffire nell’armadio la veste con i bottoni rossi e la fascia paonazza.

Un richiamo alle norme canoniche che rappresenta un segnale preciso, di portata probabilmente maggiore rispetto ai confini d’Oltretevere: nei sacri palazzi, infatti, i preti che non vestono da preti sono piuttosto rari. Ed è probabile che il richiamo ad essere più ligi e impeccabili, anche formalmente, debba servire da esempio per chi viene da fuori, per i vescovi e i preti di passaggio a Roma. Insomma, un modo di parlare a nuora perché suocera intenda e magari faccia altrettanto. 
 
Il Codice di Diritto Canonico stabilisce che «i chierici portino un abito ecclesiastico decoroso» secondo le norme emanate dalle varie conferenze episcopali. La Cei ha stabilito che «il clero in pubblico deve indossare l’abito talare o il clergyman», cioè il vestito nero o grigio con il colletto bianco. Il nome inglese rivela la sua origine nell’aerea protestante anglosassone: è entrato in uso
anche per gli ecclesiastici cattolici, all’inizio come concessione per chi doveva viaggiare.

La Congregazione vaticana del clero, nel 1994, spiegava le motivazioni anche sociologiche dell’abito dei sacerdoti: «In una società secolarizzata e tendenzialmente materialista» è «particolarmente sentita la necessità che il presbitero – uomo di Dio, dispensatore dei suoi misteri – sia riconoscibile agli occhi della comunità».

La circolare di Bertone chiede ai monsignori di indossare «l’abito piano», cioè la veste con i bottoni rossi, negli «atti dove sia presente il Santo Padre» come pure nelle altre occasioni ufficiali. Un invito rivolto anche ai vescovi ricevuti in udienza dal Papa, che d’ora in poi dovranno essere decisamente più attenti all’etichetta.

L’uso degli abiti civili per il clero è stato legato, in passato, a particolari situazioni, come nel caso della Turchia negli anni Quaranta o del Messico fino a tempi molto più recenti, con i vescovi abituati a uscire di casa vestiti come manager. L’usanza ha poi preso piede in Europa: non si devono dimenticare le ben note immagini del giovane teologo Joseph Ratzinger in giacca e cravatta scura negli anni del Concilio.
 
Ma è soprattutto dopo il Vaticano II che la veste talare finisce in soffitta e il
prete cerca di distinguersi sempre meno. Da anni ormai, soprattutto nei giovani sacerdoti, si registra però una decisa controtendenza. Una svolta «clerical» messa ora nero su bianco anche nella circolare del Segretario di Stato.

 

     

 

 

 



Sabato 17 Novembre,2012 Ore: 02:33
 
 
Commenti

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Autore Città Giorno Ora
Federico La Sala Milano 17/11/2012 02.37
Titolo:RESTIAMO UMANI. Così Vittorio restò umano ...
Così Vittorio restò umano

di Egidia Beretta Arrigoni (il manifesto, 13 novembre 2012)

------Anticipazione del libro con cui la madre di "Vik" Arrigoni racconta il sogno del pacifista italiano assassinato a Gaza. «Questo figlio perduto, ma così vivo come forse non lo è stato mai, che, come il seme che nella terra marcisce e muore, darà frutti rigogliosi». È quanto scrive Egidia Beretta Arrigoni sulla copertina del volume «Il viaggio di Vittorio» (Dalai Editore, 200 pagine, euro 15,00), da oggi nelle librerie. Un’opera che racconta il sogno, l’utopia di Vik attraverso l’intenso flusso di corrispondenza tra madre e figlio.---

Il suo «battesimo» come scudo umano, nel primo viaggio in Palestina, fu proprio con i piccoli. Fuori dalle scuole ad attenderli non c’erano i genitori ma i carri armati e Vittorio, con altri internazionali, a frapporsi fra di loro. Quei soldati aspettavano solo il lancio di una pietra per puntargli i cannoni addosso. Quando ci sentivamo per telefono, da Gaza, udivo spesso un gran frastuono di sottofondo. Erano i bambini. «Se tu sapessi, mamma, quanti bambini ci sono a Gaza! Sono qui sotto che mi stanno chiamando perché mi vedono affacciato alla finestra e vogliono che vada da loro.»

Era un’affinità spirituale, intima, quasi mistica, quella che Vittorio aveva con i ragazzini. Era la gioia nel riconoscersi simili, l’innocenza ritrovata. Ancora adesso, quando mi invitano nelle scuole per parlare di lui, mi accorgo di come i bambini mi seguano con occhi incantati.

«L’estate scorsa a Nablus mi sono reso conto, puntando gli occhi in aria, di quale potenza di suggestione abbia la fantasia dei bambini. Chiusa da mesi e mesi, le strade semideserte, le piazze ridotte a un cumulo di macerie, in aria si scorgeva la sfida dei bambini. Guardata verso l’alto, Nablus appariva come una città in festa, centinaia e centinaia di aquiloni ne coloravano il cielo in vortici di volo, come a dichiarare al mondo un segno di libertà a cui tutti questi uomini in miniatura agognano. I soldati sparano spesso contro gli aquiloni, sono il primo bersaglio dopo i lampioni per strada di notte. Ma ad ogni aquilone distrutto, il giorno dopo se ne presentano di nuovi più belli e colorati. "Possono rinchiuderci, toglierci il cibo, l’acqua e anche la luce, ma non potranno mai privarci dell’aria, del cielo e della nostra voglia di sognare", mi mormora un bambino impegnato a sciogliere la matassa dei suoi sogni incastrati su un’insegna arrugginita». (Vittorio, Nablus, estate 2003)

Quei bambini, il bersaglio più comodo. «Sfilano timorosi con gli occhi rivolti in alto, arresi ad un cielo che piove su di loro terrore e morte; timorosi della terra che continua a tremare sotto ogni passo, che crea crateri dove prima c’erano le case, le scuole, le università, i mercati, gli ospedali, seppellendo per sempre le loro vite». (Vittorio, Gaza City, 7 gennaio 2009).

***

Non si uccidono così neanche i gattini. «Recandomi verso l’ospedale Al Quds dove sarò di servizio sulle ambulanze tutta la notte, correndo su uno dei pochi taxi temerari che zigzagando ancora sfidano il tiro a segno delle bombe, ho visto fermi a un angolo della strada un gruppo di ragazzini sporchi, coi vestiti rattoppati, tali e quali i nostri sciuscià del dopoguerra italiano, che con delle fionde lanciavano pietre verso il cielo, in direzione di un nemico lontanissimo e inavvicinabile che si fa gioco delle loro vite. La metafora impazzita che fotografa l’assurdità di questi tempi e di questi luoghi. Restiamo umani.» (Vittorio, Gaza City, 8 gennaio 2009).

Vittorio si era innamorato di Handala, questo bambino palestinese creato dalla matita di Naji Ali che gira le spalle al mondo perché il mondo volta le spalle a lui. Se l’era fatto tatuare su un braccio e raccontava dell’entusiasmo che aveva suscitato fra i palestinesi del campo profughi di Beddawi, in Libano. Tutti conoscevano la storia di Handala. Che un ragazzo italiano lo portasse con sé, forse significava che Handala aveva trovato un amico e aveva finalmente deciso di girarsi. Dopo la morte di Vittorio il disegnatore brasiliano Carlos Latuff li unì in un disegno. Un’immagine che è diventata universale. Vittorio, con la sua pipa e il berretto da marinaio, si gira sorridendo verso Handala tenendolo per mano; il bambino, ancora di spalle, alza però il braccio a indicare la «V». «V» di vittoria e «V» di Vittorio?

***

Da Nablus i suoi racconti iniziarono a farsi più duri, taglienti come coltelli, cominciarono le descrizioni delle case occupate, dei check point, delle corse in ospedale. I check point a volte potevano rappresentare la differenza che passa tra la vita e la morte. File interminabili di persone, molti vecchi, ammalati, donne incinte, che attendevano di poter tornare a casa o recarsi al lavoro o in ospedale. A volte chiudevano all’improvviso e si doveva aspettare la notte intera prima che riaprissero. È facile intuire la rabbia e l’angoscia provate da Vittorio di fronte a questi evidenti soprusi.

Portava spesso una maglietta dei Nirvana, una specie di portafortuna, e raccontava che quei «bambocci», come lui definiva i soldati israeliani ai check point, innamorati del rock americano, ammiravano trasognati la maglietta, e aprivano i cancelli più in fretta.

«Check-point. Mi sono mosso un paio di giorni fa verso Nablus. Giunto innanzi alle porte della città ho veduto una fila di 200 persone sotto un sole cocente che soffrivano e soffocavano per il caldo impietoso e nel tentativo di tornare a casa. Io ultimo della fila, mi preoccupavo del rischio disidratazione che le ore di attesa sotto trentacinque gradi mi avrebbero potuto ben presto riguardare, quando qualcuno mi ha messo a braccetto il più anziano e malato di tutti: "Tu puoi passare, tu puoi passare, tu puoi far passare quest’uomo". Allora ho baciato la mano tremante di questo vecchio arabo, e sussurrandogli le poche parole che conosco della sua lingua tanto per tranquillizzal ci siamo incamminati verso il filo spinato e il cannone del carro armato sembrava riprenderci come in un film. Ho percorso 150 metri fra i bambini piangenti, carrozzelle con infanti e carretti cosparsi di alimenti che si sfaldavano al sole e verdura e frutta che veniva depredata da sciami di insetti. Donne disperate pregavano sotto vesti soffocanti. Uomini tristi e accovacciati in attesa del loro turno. Di fronte al gabbiotto dove il mio passaporto veniva sfogliato con dovizia di domande, ho recitato per benino la parte del turista capitato lì per caso (per caso, a Nablus sotto assedio?) e mi sono stupito ancora una volta della poca arguzia di questi ragazzini vestiti da soldati. Sono scivolato via senza problemi con il baba sottobraccio che mormorava incessantemente parole di benedizione in mio favore». (...)

«A volte il check-point chiude improvvisamente, allora intere famiglie sono costrette a dormire per strada in attesa che pigri ufficiali di servizio decidano di riaprire le imposte la mattina seguente. Un dottore di Ramallah mi ha mostrato i dati che segnano le morti durante le lunghe attese ai posti di controllo, un centinaio di persone in cura di dialisi decedute nei primi due anni di Intifada. E quante madri con un bimbo in grembo, in attesa di un cesareo, sono morte al di là del filo spinato?» (Vittorio, Nablus, estate 2003).

***

Sabato 27 dicembre Vittorio mi chiamò verso le 11 del mattino e con sgomento mi annunciò che Gaza era sotto attacco. I bombardamenti erano iniziati. La domenica ci fu la prima strage di bambini. Durante la Messa ascoltai le parole dell’Antico Testamento e mi parvero scritte per le mamme di Gaza. Le pubblicai su Guerrilla. «28 dicembre 2008 - Santa messa nel IV giorno dell’Ottava di Natale - Santi innocenti martiri - Dal Vangelo secondo Matteo: «Un grido è stato udito in Rama, un pianto e un lamento grande. Rachele piange i suoi figli e non vuole essere consolata, perché non sono più» - Geremia, 31, 15.

Io sono Rachele e migliaia di madri con me. Quando finirà questo olocausto? «Caro Vittorio, in questa ultima mezzanotte dell’anno siamo qui, io e papà, ad ascoltare i botti che diventano i rumori della guerra. Vediamo le facce e gli auguri ipocriti in tv e pensiamo a te, a voi. Nelle nostre calde case, al sicuro, solo minimamente riusciamo a essere voi e a provare quel che provate. Ci aiutano le tue parole. Hai il dono di saper trasformare in parole - e che parole! - i pensieri, i convincimenti e i sentimenti. È anche questa una missione e la stai compiendo molto bene». (...) «Non ti faccio auguri da formuletta, mi auguro e ti auguro che tu tenga in buon conto la tua vita, che è preziosa, per le future battaglie che ti aspettano nell’anno che verrà. Ti pensiamo sempre e ti abbracciamo. Mamma e papà». (da Egidia a Vittorio, 31 dicembre 2008).

***

La motivazione e l’obiettivo dell’attacco addotta dal governo israeliano era la distruzione di Hamas. Ma non solo il gruppo non venne distrutto, riuscì al contrario a consolidare il proprio potere, ristabilendo anche, in quelle circostanze, rapporti migliori con Al Fatah. Chi pagò il prezzo dei bombardamenti furono gli abitanti di Gaza: Piombo fuso si trasformò in una carneficina di civili, soprattutto bambini.

«Quando le bombe cadono dal cielo da diecimila metri, state tranquilli, non fanno distinzioni fra bandiere di Hamas o Fatah esposte sui davanzali. Non esistono operazioni militari chirurgiche: quando si mette a bombardare l’aviazione e la marina, le uniche operazioni chirurgiche sono quelle dei medici che amputano arti maciullati alle vittime senza un attimo di ripensamento, anche se spesso braccia e gambe sarebbero salvabili. Non c’è tempo. Bisogna correre, le cure impegnate per un arto seriamente ferito sono la condanna a morte per il ferito successivo in attesa di una trasfusione». (Vittorio, Gaza City, 31 dicembre 2008).

***

La fine dei bombardamenti su Gaza non riportò la normalità in quella terra straziata. Ci fu la conta dei morti, oltre 1400, in ampia maggioranza civili. Vittorio partecipò a numerosi funerali. Ogni cosa sembrava sospesa, non si poteva ricostruire perché le macerie invadevano le strade, si viveva nelle tende, c’era poco da mangiare. Si rimpastava il vecchio pane ammuffito, o si utilizzava la farina che veniva data normalmente agli animali. Israele non lasciava passare nulla attraverso i valichi, perché considerava pericolosa ogni merce, a iniziare dal cemento, dal ferro, dal vetro, ma nulla scuoteva il mondo dall’apatia verso il popolo palestinese martoriato.

Dopo le bombe, le distruzioni, le morti, Vittorio non fu più lo stesso. Riprese a uscire con i pescatori e con i contadini, ma ci confidò gli incubi a occhi aperti che popolavano le sue giornate e le sue notti. Non passava giorno senza che ricevesse richieste di interviste da radio, giornali, televisioni. Era sempre disponibile; sperava, attraverso i media, di poter comunicare a sempre più persone ciò che stava vivendo il popolo di Gaza. Gli interessava molto poco la celebrità; si stupiva se in una manifestazione compariva il suo motto: «Restiamo umani».

«Cara famiglia, spero che ora converrete con me che la decisione di voler tornare quaggiù, e subito, era la decisione più giusta. Immaginatevi se non ci fosse stato nessuno a raccontarlo questo massacro...». (...)

«Soprattutto, adesso che ho modo di leggiucchiare le centinaia di mail che ho ricevuto, pare che la forza delle mie parole abbia veramente scosso le coscienze, riscosso ciò che di umano in molti si era assopito. Sono stati giorni d’inferno, e continuano a essere durissimi. Potevamo morire, siamo sopravvissuti. L’inferno non è certo finito. Io in particolare, minacciato di morte da più parti, se sono rimasto vivo è perché non sono stato lasciato solo, preda di questo moloch fascista assetato di sangue. Non lasciato solo da migliaia di persone, ma soprattutto dalla mia famiglia, le mie radici affettive. Non so se mi sto guadagnando un posto in paradiso, certo è che lenire l’inferno di questi innocenti è una vita che vale la pena di essere vissuta... Restiamo umani». (Vittorio, Gaza City, 27 febbraio 2009).
Autore Città Giorno Ora
Federico La Sala Milano 19/11/2012 10.42
Titolo:NOTIZIE. Gaza, strage di bambini
Gaza, strage di bambini

Hamas: "Vicini a un accordo"

Intercettati due razzi contro la capitale, un missile colpisce Ashqelon. Continuano le trattative per un cessate il fuoco. Appello dell’Onu. Oltre 70 vittime solo da parte palestinese dall’inizio dell’offensiva. Anonymous pubblica i dati di 5.000 funzionari israeliani *

E’ STATO il giorno della strage dei bambini. Nove piccoli hanno perso la vita durante un raid israeliano a Gaza, mentre altri sono rimasti gravemente feriti. Ma in serata, proprio mentre arrivavano notizie di altre vittime palestinesi, il portavoce di Hamas, Razi Hamed, ha detto che il 90% degli elementi necessari per raggiungere una tregua con Israele sono stati definiti. Lo riferisce la rete al Jazira. Il segretario generale delle Nazioni unite Ban Ki-moon si è detto"profondamente addolorato" per le morti di civili nella Striscia di Gaza e "allarmato per i continui lanci di razzi contro le città israeliane". Da lui parte un appello per un "cessate il fuoco immediato"

I razzi hanno ucciso almeno 28 persone nelle ultime ore nella città. Domenica sera due uomini e un bambino di 6 anni sono morti, dopo l’ennesimo attacco. Molte ore prima, in un’incursione nel quartiere residenziale di Nasser, hanno perso la vita sette membri di una stessa famiglia. Sotto le macerie sono rimasti i corpi senza vita di due donne e quattro ragazzini. Altri tre, fra loro un bimbo di 18 mesi, sono morti nelle prime ore del giorno. Solo oggi, oltre dieci abitazioni di comandanti di Hamas o di loro familiari sono state colpite dai bombardamenti. La maggior parte era vuota, ma almeno tre famiglie si trovavano ancora all’interno. Tra gli obiettivi dell’attacco a Gaza anche l’abitazione di Ihya Abia, uno dei principali dirigenti di Hamas. Abia è rimasto ucciso.

Obama chiede una tregua. Una tensione ai massimi livelli che oggi ha spinto il presidente degli Stati Uniti Barack Obama a chiedere una tregua. "Il lancio di razzi contro Israele ha fatto precipitare la situazione a Gaza", ha detto Obama ribadendo che gli Stati Uniti sostengono il diritto di Israele all’autodifesa. "Ciò che ha fatto piombare gli eventi nella crisi attuale sono stati i razzi lanciati su zone abitate". Una possibilità che però sembra lontana. Israele sta preparando un’offensiva di terra e ha richiamato 75.000 riservisti. E oggi il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha avvertito che eventuali negoziati per un cessate il fuoco potranno iniziare solo dopo che dalla Striscia di Gaza non saranno più lanciati razzi.

Oltre 70 vittime. Si continua a combattere e il bilancio delle vittime si aggrava di ora in ora. Secondo la televisione Al Jazeera le vittime palestinesi dall’inizio dell’offensiva "Pilastro di difesa", scattata la settimana scorsa, sono oltre 70, mentre quelle israeliane sono 3. Oltre 100 razzi sono stati lanciati a sud di Israele dalla mezzanotte scorsa. L’esercito israeliano sostiene di aver colpito solo 50 strutture a Gaza, tra le quali postazioni di lancio, tunnel e depositi di armi. Israele è ancora una volta bersaglio dei cyber-attacchi da parte di Anonymous. Oggi sono stati pubblicati i dati di 5.000 funzionari israeliani.

Sirene a Tel Aviv. Paura anche a Tel Aviv, dove sono tornate a risuonare per due volte le sirene. Il sistema anti missile Iron Dome ha intercettato un missile lanciato da Gaza in direzione della città. Dopo l’avvio dell’allarme gli abitanti della città sono andati nei rifugi.Secondo le forze di sicurezza israeliana molti razzi erano senza esplosivo per spaventare il nemico. Scene di panico anche nei quartieri residenziali di Ashqelon, a Sud d’ Israele, dove da Gaza i palestinesi hanno sparato quattro missili. Un uomo è rimasto ferito.

La trattativa. In serata il portavoce di Hamas, Razi Hamed, ha detto che che il 90% degli elementi necessari per raggiungere una tregua con Israele sono stati definiti. Una notizia arrivata poco dopo che l’inviato israeliano aveva lasciato il Cairo dopo aver partecipato alle trattative mediate dall’Egitto per raggiungere un accordo per una nuova tregua con Hamas. Al Cairo sono infatti in corso negoziati a cui partecipa il capo dell’ufficio politico di Hamas, Khaled Meshaal, e il capo della Jihad islamica, Ramadan Shallah. La testimonianza dei cooperanti. Nella notte fra gli obiettivi dei raid israeliani anche il complesso Al-Shawa, a Gaza, dove hanno sede alcuni media locali e stranieri. "Hanno bombardato da cielo e mare, attaccando e colpendo i palazzi dei media center che ospitano radio e tv, li hanno bombardati per mettere fuori uso tutta la comunicazione interna", ha detto Meri Calvelli, una dei 9 cooperanti italiani che fino a questa mattina si trovavano bloccati a Gaza. Gli italiani sono riusciti a lasciare la zona grazie a un’operazione realizzata dal consolato generale italiano a Gerusalemme. "Siamo riusciti a lasciare la Striscia in Gaza in uno dei rari momenti in cui la situazione si era tranquillizzata" e "abbiamo raggiunto Gerusalemme". "Ora staremo qui qualche giorno, ma la nostra intenzione è tornare presto nella Striscia per dare sostegno alle famiglie più disagiate".

* la Repubblica, 18 novembre 2012
Autore Città Giorno Ora
Federico La Sala Milano 20/11/2012 13.19
Titolo:A GAZA. bambini sono la metà della popolazione ...
Izzeldin Abuelaish: “Il mondo deve aprire gli occhi!”

intervista a Izzeldin Abuelaish,

a cura di Anne Gujon

- in “www.lavie.fr” del 18 novembre 2012 (traduzione: www.finesettimana.org)

Ho incontrato il dottor Izzeldin Abuelaish una prima volta all’ospedale Tel A Shomer a Tel Aviv, due settimane dopo la morte di tre delle sue figlie e di sua nipote uccise durante l’operazione Piombo fuso nel 2009. Questo dramma, vissuto in diretta alla televisione israeliana, aveva svegliato gli israeliani che fino ad allora sembravano come anestetizzati, davanti agli orrori di una guerra che ha fatto 1450 morti da parte palestinese, 13 morti in Israele.

All’epoca, quest’uomo parlava già di pace. Pareva quasi una stranezza, tanto l’odio sembra naturale in simili circostanze. “L’odio è una malattia, diceva allora. Un dottore cura le malattie. Io non voglio soffrire di questo e rifiuto che i miei figli ne siano malati.”

Quattro anni dopo, di nuovo le bombe cadono sulla striscia di Gaza. Izzeldin Abuelaish vive oggi a Toronto, in Canada, con la sua famiglia. È di passaggio a Parigi per promuovere il suo libro “Non odierò” e parlare della sua fondazione Daughters for life che promuove l’istruzione delle ragazze in Medio Oriente. E ancora una volta il dottore mi sorprende: lo immaginavo immerso nei suoi ricordi, abbattuto davanti a questa storia che sembra balbettare. Ed eccolo invece, certo in ansia, ma piuttosto combattivo.

Come si sente?

Mi sento triste e angosciato di fronte a ciò che sta succedendo. Ci sono molte ferite in quella regione del mondo. E invece di curarle non facciamo che aggravarle, le infettiamo e vi mettiamo sopra del sale. Questo mi fa veramente arrabbiare. Che cosa potremo fare per ricostruire, annullando i danni? Non parlo delle ricostruzioni materiali, ma delle ferite nelle menti, negli animi causate da tutto questo orrore. I palestinesi hanno sofferto molto e continuano a soffrire.
- Anche gli israeliani sono feriti. Ma invece di dedicare energie nel curare queste piaghe, il governo israeliano aggiunge altre ferite: non fa che aumentare l’odio e allargare il fossato tra palestinesi e israeliani. Non è la prima volta: che cosa vogliono i leader israeliani? Hanno già fallito agendo in questo modo! La sicurezza di Israele è forse stata rafforzata dopo Piombo fuso? No. Perché non cambiano approccio? Tutto ciò che possono ottenere agendo così è l’aumento della paura.

Allora, secondo lei, perché il governo israeliano ricomincia?

Per orgoglio, per ignoranza. E perché la comunità internazionale non svolge il suo ruolo di arbitro. Deve alzare la voce e dire: basta, smettetela con il massacro. Se non si tratta il paziente mentre sta perdendo sangue, morirà. Dobbiamo reagire adesso. Questo nuovo picco di violenza è un test per la comunità internazionale. Siamo responsabili dei nostri atti.

Crede davvero che la comunità internazionale possa agire questa volta?

Ho appena incontrato Stéphane Hessel. Mi ha detto “Niente è impossibile in questa vita. L’Unione Sovietica era un impero, e oggi non esiste più!” Nessuno sa che cosa succederà domani. Il mondo può svegliarsi e rendersi conto di quale interesse avrebbe la comunità internazionale nel porre fine a questa ingiustizia. Permetterebbe di salvare gli israeliani da se stessi. O piuttosto di salvare il popolo israeliano dai suoi capi che portano avanti un processo di autodistruzione. Siamo in un momento chiave. Il mondo comincia ad aprire gli occhi e a guardare. Con internet e i social network il mondo è diventato un libro aperto. Non è mai stato così piccolo. Oggi la gente può farsi da sola un’opinione su ciò che avviene.

Ha notizie dei membri della sua famiglia che sono ancora a Gaza?

Li ho sentiti al telefono alcune ore fa. Erano vivi quando li ho chiamati, ma tutto può succedere. I palestinesi di Gaza sono la mia famiglia! È una grande famiglia. Ed è come se aspettassero la morte on line. Nessuno è al sicuro. Sa, i bambini sono la metà della popolazione di Gaza. Il mondo deve aprire gli occhi: non è una guerra tra combattenti ma una tragedia umana!

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Dottrina della fede secondo Ratzinger

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