PRETI piccoli IMPRENDITORI per la gente

di Beppe Manni

Il 5 luglio è morto don Gualtiero Meliconi. Per mezzo secolo è stato parroco di Gombola. Fondò una cooperativa casearia e una agricola, promosse la nascita di una ceramica e nel 1960 organizzò un maglificio per le ragazze del paese dove trovarono lavoro 60 ragazze. La sua straordinaria testimonianza non è un episodio isolato. Nella nostra montagna da metà degli anni 50, per vent’anni, una ventina di parroci cercarono in ogni modo di arginare l’esodo dei giovani e delle ragazze verso le fabbriche di Modena e le ceramiche di Sassuolo. Crearono laboratori, fondarono cooperative, istituirono scuole professionali. Con grandi difficoltà, scarsi aiuti dalle amministrazioni. I politici e le curie non riuscirono sempre a capire l’importanza degli interventi di questi preti per la salvezza della montagna.
Don Nello Pedroni a Ciano fondò una scuola professionale e organizzò un caseificio sociale.
Don Erio Belloi a Montombraro, nell’ex collegio San Carlo, creò una struttura per accogliere gli studenti.
A Montalto don Armindo Luppi, uomo generoso e intraprendente, aveva fondato una cooperativa per “Il trattore”, strumento prezioso e indispensabile per salvare l’agricoltura della montagna. Una cooperativa casearia e un piccolo maglificio.
Un’iniziativa che anticipava i tempi e purtroppo mai più ripresa, era la cooperativa per la “Patata da semente” la Cemopa, Centro Montese Patata . Don Alessio Verucchi parroco di Iola, aveva capito che le terre di Zocca e Montese famose per le sue patate, potevano dare lavoro e ricchezza attraverso l’esportazione in tutto il mondo non solo di questo prodotto, ma selezionando un seme doc. Una nicchia di eccellenza si direbbe oggi.
Don Lorenzo Vignali a Montespecchio, realizzò una piccola impresa per un laboratorio di maglieria.
Don Antonino Cenacchi, a Montecreto, avviò una scuola professionale il “Centro di Addestramento professionale L. Da Vinci”. Centinaia di giovani impararono il mestiere di falegname, carpentiere, impiantista, muratore e idraulico. Molti diventarono operai specializzati e alcuni diedero a loro volta inizio ad attività imprenditoriali. Furono organizzati corsi per le ragazze. Don Cenacchi anticipando i tempi, aveva accolto e “addestrati” ragazzi disabili. Contemporaneamente nasceva anche una cooperativa agricola e un caseificio sociale. E’ l’ultimo testimone rimasto di questi preti coraggiosi.
Un grande caseificio sociale fu fondato da Don Silvio Mucciarini a Polinago.
A Morano Don Carlo Bertacchini, prete radicale nelle sue scelte di povertà evangelica, aveva impiantato un piccolo laboratorio di ceramica dove costruiva in “Marmosca”, marmo e scagliola, statue e bassorilievi di soggetti religiosi.
A Brandola Don Armando Covili, impiantò un allevamento per animali da Pelliccia, i Cincillà.
Don Sante Bortolai detto l’americano, perché era nato in America figlio di emigrati italiani, è ricordato specialmente per la sua storia di uomo della resistenza e il suo anno passato nel lager austriaco di Mauthausen. Ma a Savoniero dov’era parroco, dopo aver organizzato anche lui un caseificio sociale, operò per costruire strade interpoderali. E per far lavorare i suoi parrocchiani costruì un allevamento quasi industriale di polli, che ebbe un cero successo.
Un prete dall’animo di imprenditore fu don Costantino Bortolotti a Frassinoro, per primo fondò una cooperativa tra piccoli coltivatori della montagna per l’acquisto di alcuni trattori, da usare comunitariamente. Un caseificio sociale e un maglificio.
Don Mario Prandi, prete reggiano dell’alta Val Dragone, è famoso per aver fondato la prima “Casa della Carità” a Fontanaluccia. Cominciò ad ospitare in canonica disabili e handicappati gravi e chiese la collaborazione dalle famiglie della sua parrocchia. Anch’egli fondò una cooperativa agricola per i contadini della valle.
Una figura straordinaria ancora presente nella memoria dei cittadini di Riolunato, è Don Antonio Battilani. Aveva organizzato un piccolo maglificio per le ragazze del paese e contemporaneamente girava con una sbrindellata veste da prete su uno scassatissimo pulmino tenuto insieme con nastro adesivo e fil di ferro a raccogliere indumenti, materassi che poi spediva insieme a apparecchiature ospedaliere dimesse ai poveri dell’India. Creò un caseificio sociale e si adoperò perché arrivasse la “luce elettrica” nelle frazioni più sperdute. Ancora oggi a Riolunato è presente l’Associazione don Antonio Battimani che tra l’altro cura le adozioni a distanza.
Come parroci hanno costruito asili, locali cinematografici, luoghi di aggregazione, scuole materne. Ristrutturato chiese, continuando a curare pastoralmente le famiglie della loro comunità con amore e dedizione.
Le opere di questi intraprendenti parroci, hanno progressivamente incontrato difficoltà e nel giro di 20 anni, hanno esaurito la loro funzione. Oggi non esistono più. Forse come ricordava don Milani, certe opere come la sua scuola, devono terminare quando hanno svolto la loro funzione e non devono diventare un “istituzione” carica di gloria, ma spesso inutili.
Non esiste solo un Don Zeno fondatore a Fossoli di Nomadelfia o un Don Beccari con la sua scuola di Rubbiara o don Rocchi fondatore della Città dei Ragazzi di Modena.
Questi parroci della montagna sono eroiche figure che hanno presidiato i paesi quando venivano abbandonati non solo dai giovani e dalle ragazze, per andare a lavorare nelle fabbriche della città o nelle ceramiche di Sassuolo, ma anche dagli altri presidi tradizionali dei paesi della montagna: la stazione dei carabinieri, l’ufficio postale, la scuola. Oggi purtroppo anche dai preti.
Questi parroci della montagna tentarono in ogni modo di piantare radici su una riva scoscesa, per evitare la frana. 
Oggi comprendiamo appieno la validità della loro testimonianza e della loro opera, sia religiosa che sociale.
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Negli anni cinquanta i politici non compresero l’importanza della montagna e permisero senza interventi significativi, il progressivo abbandono delle terre e delle case. Lo spopolamento rischiò di distruggere non solo le ancor fertili terre delle valli montane, ma di cancellare insieme all’identità di una terra, tradizioni e culture millenarie, mestieri e dialetti.
Oggi si intravede una parziale inversione di tendenza. Sembra si torni alla montagna, non solo per turismo, ma si stanno riscoprendo le culture agricole locali, la pastorizia, lo sfruttamento dei boschi e delle acque. Dei frutti del bosco.  Anche per alleggerire la pressione dell’urbanizzazione selvaggia intorno alla nostra città e ai paesi. Si comincia a capire che è possibile un modo diverso di vivere. Fuori dal tessuto urbano.
Quella ventina di preti “imprenditori”, anticiparono i tempi. Applicarono le parole d’amore del Vangelo che predicavano dall’altare. Per la loro gente. Non fecero elemosina, ma costruirono posti per un lavoro dignitoso. Sulla loro terra.
E’ una “Teologia della montagna” che non è registrata tra le teologie classiche. Ma è pienamente in linea con la teologia sociale della chiesa.
 
Beppe Manni
9 luglio 2009
 
Articolo pubblicato sulla Gazzetta di Modena


Giovedý 13 Agosto,2009 Ore: 23:46