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www.ildialogo.org Gino Filippini: laico, volontario a vita, educatore e costruttore di “ponti” di pace,A CURA DI CARLO CASTELLINI

Gino Filippini: laico, volontario a vita, educatore e costruttore di “ponti” di pace

A CURA DI CARLO CASTELLINI

Ritratto di Aurelio Boscaini, in “Gino Filippini volontario a vita”, EMI, Bologna.


E' una bella abitudine ormai consolidata, quella dei Missionari Comboniani, di regalare, agli amici e sostenitori, in occasione del Natale un libretto o volumetto con il quale intendono ricordare un religioso o laico, che si e' distinto per una testimonianza singolare a favore della missione. Quest'anno la scelta è caduta su GINO FILIPPINI, volontario laico, di Rezzato in provincia di Brescia, che ci ha lasciato alcuni anni or sono, strappato a noi da un male incurabile.
“Volontario a vita”, come recita il sottotitolo del volumetto che la Emi di Bologna gli ha dedicato a firma di AURELIO BOSCAINI, già direttore di Nigrizia e noto africanista, alcuni anni or sono.
Una pagina introduttiva ricorda il senso teologico e biblico della missione, nel ricordo delle parole di Giovanni Paolo II, enucleate dalla REDEMPTORIS MISSIO, ai punti 27 e 61. D'altra parte il senso ella missione coltivata nel cuore dei missionari aveva attecchito prima nel corpo e nell'anima di DANIELE COMBONI di Limone del Garda (Brescia):”L'Africa e i poveri si sono impadroniti del mio cuore e vivo soltanto per loro “.
In questo contesto anche i fedeli laici hanno un ruolo fondamentale nella missione evangelica della Chiesa. Come ebbe a ricordare Padre Corrado Masini, presentando la testimonianza di Gino Filippini ricordato come “un uomo semplice e buono che ci racconta come la vocazione missionaria sia propria di ogni cristiano”.
Il volumetto va al cuore delle cose vere e della testimonianza, come ci ricorda CARLO BRASCA in una lettera inviata ad AURELIO BOSCAINI:”Uomo ruvido e di poche parole, GINO era capace di ascoltare e di condividere”. Mi accorgo subito che ad una prima lettura si tratta di un uomo di sostanza, e che il mio commento deve essere misurato e sobrio, come la persona in argomento. “Lasciavo l'Italia nel 1967 con destinazione BURUNDI. Allora pensavo che si sarebbe trattato di una breve esperienza, come di fatto sarebbe stata per altri compagni di viaggio. Nel mio caso però l'impatto con l'Africa mi indusse a rimettere in gioco tutto”.
Mentre altri suoi amici volontari rientrati dal loro sevizio di volontariato, pensavano di ricostruire in Italia il loro futuro cercando un lavoro e mettendo su famiglia, GINO, maturava gradualmente l'idea di continuare là. Dopo avere assistito per 25 anni all'esodo massiccio dalle campagne, verso la città, alla fine decise di fare il salto lui stesso andando a vivere in una baraccopoli. Per fare cosa? “Per immaginare il futuro con i baraccati”.
Era nato a REZZATO, paesino a pochi chilometri da Brescia, nel 1939. A vent'anni consegue il Diploma di Perito Industriale Capotecnico presso l'Istituto Tecnico Industriale Statale di via Cantore, 6 a Brescia. Insegna Materie Tecniche nelle scuole medie statali e corsi professionali serali. Completa il servizio militare nel 1962.Lo troviamo come impiegato tecnico preso le Acciaierie e Tubificio di Brescia. Poi parte per il BURUNDI, come membro dello SVI (Servizio Volontariato Internazionale).
“Tutti siamo chiamati per vie diverse, a costruire quell'altro mondo, la casa per tutti, che è il sogno di Dio sull'umanità”. E quarant'anni dopo la sua partenza, un anno prima della sua morte, ebbe a scrivere nel dicembre del 2007:”Sono un volontario che si è lasciato coinvolgere in Africa nella vita dei contadini e ultimamente nella periferia di una grande città”. Tutto era cominciato in un clima di euforia testimonia di lui Aurelio Boscaini, già diettore di Nigrizia, “quello della fine degli anni Sessanta. “Si pensava allora di poter risolvere i problemi edel Terzo Mondo e della fame, con la generosità di chi partiva. Ogni problema sarebbe stato risolto in breve tempo per opera di trionfanti protagonisti”. Ma le illusioni si spensero in fretta, rimpiazzate da una fase di messa in discussione di tutto”.
Ma mentre altri volontari, rientrati, pensavano a costruire in Italia il loro futuro, cercano un lavoro e mettendo su famiglia, GINO maturava l'idea di costruire là, in Africa. Per fare che cosa? Per immaginare il futuro con i baraccati. A KIREMBA, in Burundi, svolge compiti di logistica; è pieno di ammirazione per i missionari, ma tempo diviene più critico.Il BURUNDI, per Gino, rimarrà il suo primo amore, quello che non si scorda mai.
Ma in RUWANDA, Gino, con MARIA TERESA COTELLI, LUCIO BENEDETTI, si immerge in una nuova esperienza e stringe contatti con la popolazione, con la comunità, che va ascoltata attentamente:”Prima del volontariato c'è la comunità, con cui egli vuole comunicare. La prima risorsa vera è quella umana. La popolazione stessa deve entrare nel gioco. La popolazione protagonista è il motore di ogni processo di promozione”, riflette il volontario di Rezzato. Gino è rispettoso degli africani e del loro ritmo di maturazione. Che cerca di favorire senza sostituirsi a loro. Una modlaità di questo rispetto è quella di apprendere la lingua, per la quale annota:”Se non impari la ligua, non puoi raccontare a nessuno che vuoi rispettare la cultura del suo popolo”. Per questo in BURUNDI ha imparato il francese, e il kirundi. Quando passa in RUWANDA, si applica allo studio della lingua locale. Più tardi coordinerà alcuni progetti africani dello SVI (Servizio Volontariato Internazionali), e si recherò a Londra per apprendere l'inglese, che gli sarà utile quando dovrà recarsi in Uganda paese anglofono. Ma non è finita qui. Nel 1992 lo troviamo in ZAIRE per imparare il Lingala, una delle quattro lingue ufficiali del paese. A NYABIMATA, in Ruwanda, la domanda che spesso ci viene rivolta suona così:”Che cosa siete venuti a fare?”. La nostra risposta era sempre la stessa:”Siamo venuti a fare quello che voi vorrrese fare. Non siamo venuti a fare cose che abbiamo in mente noi. Desideriamo solo rispondere alle vostre necessità”.
Gino e collaboratori cercando di lavorare con tutti dando una formazione di base strettamente legata ai problemi del posto: agricoltura, educazione igienica e sanitaria, puericultura”.
“L'agricultura, scrive Gino, “resta l'unico mezzo di sostentamento della popolazione ed è in condizioni disastrose”. “Bisogna camminare con gli amici ruwandesi, per tutto il tempo necessario.
Non bisogna avere fretta . Anche perchè cosa sono dieci o vent'anni nel cammino di un popolo?” Ammira i RUWANDESI, che assomigliano un poco alla nostra gente di montagna. Si affeziona a loro, apprezza la loro cultura, il loro stile i vita semplice., il loro attaccamento alle tradizioni.
Oggi, non ostante lo sconquasso provocato dal genocidio tra HUTU E TUTSI, nel 1994, molte delle iniziative con Gino, proseguono in tutta autonomia.
“Il vero interlocutore del volontario, la sua reale controparte vera, è la popolazione, non le autorità che non ricercano il vero bene della gente”. Il suo giudizio sulle autorità ruwandesi è sconfortante:”Qui vedo l'autorità sia civile che religiosa, troppo distante dalle preoccupazioni della povera gente., per assumere a giusto titolo, il ruolo di rappresentanza”. Ma per questo non si rifiuta di collaborare con le autorità locali. Poi l'esperienza progressiva e la riflessione costante sulla natura del servizio di volontario gli fa dire:”Se un volontario vuol dare un contributo serio a quello che oggi viene definito “sottosviluppo”, tre anni non bastano”....”ci vuole il dono di una vita intera”.
Per quale motivo?
“Perchè gli Africani hanno il diritto e la dignità di essere portatori ed eredi di una storia, di una evoluzione, di una cultura, di una lingua, di una identità, di una tradizione per quanto precaria o recente”. Gino intanto discute il da farsi, dibatte le questioni, presenta i suoi punti di vista e li difende. Ma ciò che gli altri apprezzano in lui è la sua capacità di mettere insieme le persone, di ascoltare le ragioni di tutti di fare trionfare il dialogo, libero e umile”, testimonia Aurelio Boscaini.
“E' capace e in modo spontaneo di essere esempio sia ai religiosi, sia ai volontari”.
Nel 1987 GIANNI NOBILI, richiede la sua presenza nello ZAIRE, dove sono stati messi in cantiere alcuni progetti dello Svi. La sua analisi della realtà lo portò ad elaborare un intervento che noi missionari comboniani riteniamo un modello, per il metodo applicato, l'approccio rispettoso alla realtà, l'ascolto delle vere esigenze della gente, il coinvolgimento delle forze locali, la collaborazione con le autorità civili e con i missionari, il recupero delle istituzioni locali, la creazione di associazioni popolari allo scopo di promuovere uno sviluppo globale adatto al contesto locale.
Con questa sensibilità rispettosa e non prevaricatrice, ottenne risultati i cui benefici si possono verificare ancora oggi. Uno di questi risultati, per es. rimane la costruzione di ponti in Africa.
“Lavorando nel progetto della manutenzione delle strade Gino ebbe l'intuizione che andava affrontato il problema dei ponti”, testimonia di luI padre Gianni Nobili, “di solito realizzati con grossi tronchi d'albero della foresta”. Da questa intuizione è nato il grande progetto condotto in porto insieme con il fratello laico Tony Piasini, che ha portato in questi anni alla realizzazione di oltre 40 in pietra, ad arcate, in stile romano.
IN CONGO, persone come Gino e Antonia Simionato, sono rimaste nel cuore della gente. E infine vorrei ricordare come fiore all'occhiello della sua operosa esistenza, l'approdo in una periferia di na grande città africana: Nairobi. “Io a Korogocho non ci verrò mai” aveva avuto modo di dire.
Ma il mal d'Africa lo aveva contagiato fino in fondo e senza accorgersene si era immerso fino in fono. Studiando anche il kiswuahili che lo introduce nel contatto con la gente.
Qui il paesaggio ambientale ed umano cambia radicalmente. Perchè da anni padre Alex Zanoteli, porta avanti una pastorale fondata sulla comunità di base, in cui la Parola di Dio è fermento di trasformazione, in cui i primi attori sono gli uomini della discarica, i ragazzi di strada, le exprostitute.
Lo spirito di queste comunità è questo:”Abbiamo vegliato fino all'alba intorno al fuoco. I protagonisti della festa sono stati gli uomini della discarica, i ragazzi di strada le ex-prostitute.
Ma anche qui lo stile di Gino non cambia, non rimescola le carte in tavola., ma si rimbocca le maniche come in Burundi, in Ruwanda, in Congo. Korogocho nella lingua suwahili significa “confusione”. È una bidonville della capitale del KENYA, Nayrobi. Ci vivono circa 18o mila persone . É stata costruita su una discarica, è uno dei peggiori posti al mondo che si possono immaginare. Guarda ai giovani con simpatia dialogante, e ai quali suggerisce:”Chiedetevi quali sono i vostri sogni, le vostre speranze, i vostri progetti di vita. Se volete realizzarli, io vi sto vicino, ma dietro”.
Anche qui dunque, lo stile e l'aiuto non vanno imposti. Perchè? “A Korogocho noi bianchi siamo ospiti di una comunità che ci accoglie. In fondo siamo solo delle comparse: rimaniamo qualche anno, a differenza dei baraccati che ci stanno tutta la vita. Per questo sono loro i protagonisti della loro storia”. (Ricordo a questo proposito le parole di Wangoi a Padre Alex , prima di uno dei suoi viaggi da Korogocho in Italia. Ndr). Ed a mo' di conclusione, dunque: Gino dedica gli ultimi suoi dieci anni al programma “Educazione per la vita”; ma alla fine la malattia lo costringe, lo limita e lo inibisce.
Al suo funerale sono presenti alcuni protagonisti della missione e della solidarietà. Ma il vero celebrante è stato lui. E sulla sua bara, in bella evidenza, il libro del Vangelo e dei Salmi, ormai consunti, le sue letture preferite, che lo hanno orientato nelle sue scelte di vita.
(Carlo Castellini).


Giovedì 02 Gennaio,2014 Ore: 17:47
 
 
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