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ISSN 2420-997X

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www.ildialogo.org SULL’ EPISTOLARIO DAL CARCERE DI FRANCESCO LO SARDO,di Sebastiano Saglimbeni

Figure della Resistenza al nazifascismo
SULL’ EPISTOLARIO DAL CARCERE DI FRANCESCO LO SARDO

di Sebastiano Saglimbeni

Io fui a fianco di Francesco Lo Sardo nella comune milizia
comunista ed insieme a lui comparvi dinanzi al Tribunale
Speciale che con lui mi colpì duramente
.
Umberto Terracini
Ho dinanzi agli occhi il suo volto illuminato e sorridente e ascolto
ancora la sua voce che dissipava i timori e gli indugi.

Concetto Marchesi
Il faticoso cammino delle plebi della Sicilia verso il loro riscatto
è indissolubilmente legato al suo nome.

Leo Valiani

Debbo ricordare, in premessa a quanto segue, un testo altre volte divulgato, ora rivisto con aggiunte, che Francesco Lo Sardo nella chiusa del suo primo Memoriale, redatto nell’anno 1927 nel carcere di “Regina Coeli”, dopo un anno di detenzione, conclude: “Noi possiamo intonare, con sicura coscienza, l’orazione Exoriare aliquis nostris ex ossibus ultor”(Sorga dalle mia ossa un vendicatore!)

Questo ricorso al verso virgiliano 625 del IV libro dell’Eneide suona come un messaggio e una conseguente rivendicazione della sua giusta causa ideologica e dell’ingiusta, ignominiosa e letale prigione decretata da quel potere fascista imperante.

“Un vendicatore” potrei considerare il sottoscritto: per tutto ciò che ha provato a costruire, riscattando e facendo, in qualche modo, circolare il pensiero scritto lasciato da Lo Sardo.

Va detto che sino alla seconda metà del 1970 si conosceva sommariamente la vicenda umana e politica di Lo Sardo.

E’ stato un opuscolo, dal titolo La vita, l’opera e il sacrificio d’un comunista Francesco Lo Sardo, pubblicato nel maggio del 1971, a cura della “Federazione del PCI di Messina” e della “Federazione del PCI dei Nebrodi”, ad illuminarmi sollecitandomi di curiosità e di interesse storico per il protagonista. Poche pagine, stampate in una tipografia messinese, delineavano un quadro informativo, corredato di squarci di lettere, inviate dalle carceri del regime, di alcune immagini di Lo Sardo, con la caratteristica barba, mentre soldato semplice, durante la guerra 1915-18, mentre deputato, eletto nel 1924, e di citazioni estratte dai due Memoriali che circolavano mal trascritti, soprattutto il secondo, che il deputato “decaduto” recluso aveva scritto nel 1928.

Questo opuscolo mi è stato di guida assai preziosa e così mi sono dedicato, senza tregua, alla ricerca degli scritti losardiani inediti con la certezza che ce n’ erano molti (soprattutto lettere) e mi sono recato a Naso, paese natale di Lo Sardo, dove ho incontrato il nipote Francesco (Ciccino) della classe 1897. E’ stato esattamente l’anno 1979, alcuni giorni prima che alcuni giornali diffondessero la sconcertante notizia delle spese di giustizia del Tribunale Speciale, arrivate all’altro nipote, Salvatore Lo Sardo, medico di Messina, ed ereditario della casa dello zio. L’articolo, dal titolo “Il conto del Tribunale speciale arriva dopo mezzo secolo agli eredi – martire antifascista e moroso”, a firma di Daniela Pasti, su “La Repubblica” dell’1 agosto del 1979, ha rafforzato i miei rapporti con il nipote Francesco che si è deciso a darmi in consegna le lettere, una cinquantina, che lo zio gli aveva spedito dal 1926 al 1931 dalle carceri di Catania, Roma, Sassari, Oneglia, Turi di Bari e Poggioreale di Napoli.

Mi è stato agevole trascriverle e, come assaggio, ne ho voluto pubblicare solo una scelta, quindici, nel 1980, per le Edizioni del Paniere di Verona, nella collana “Il Panierino”, dove avevo, qualche anno prima, inserito una silloge poetica di Jannis Ritsos, poeta neogreco, intellettuale marxista perseguitato, durante il regime dei colonnelli, e incarcerato.

L’esiguo corpus epistolare di Lo Sardo, con una mia nota introduttiva, comprendente pure alcuni cenni bio-bibliografici, ha riscosso certo interesse presso i lettori attenti alle proposte della piccola editrice e presso alcuni storici e vecchi quadri militanti comunisti e socialisti. E a proposito hanno scritto quotidiani, come “Paese sera”, “L’Arena”, “Gazzetta del Sud” e mensili politici, come “Il Calendario del popolo”, diretto da Nicola Teti. Debbo ricordare, a questo punto, che ho riscoperto la bibliografia su Lo Sardo: quella, piuttosto, indicativa di Paolo Spriano in Storia del Partito Comunista italiano(Einaudi, 1976) e quella di Giuseppe Miccichè in Dopoguerra e fascismo in Sicilia (Editori Riuniti, 1976).

Dopo l’uscita del libretto di lettere, con la riproduzione di alcune originali, ho avuto contatti con l’ex parlamentare comunista Emanuele Tuccari di Messina, il quale mi ha informato di un suo scritto su Lo Sardo, apparso nel lontano 1951 sul periodico “Siciliano Nuovo”; in seguito mi sono documentato che nel 1954 aveva scritto Concetto Marchesi, ricordando il combattivo Lo Sardo, con una sua ricca ed armoniosa prosa apparsa sul rinato mensile politico “Il Riscatto”, di cui era stato fondatore lo stesso Lo Sardo e Giovanni Noè, altra figura di spicco del primo socialismo isolano. L’umanista Marchesi, fra l’altro, era stato epigrafista per la lapide sulla sepoltura di Lo Sardo nel cimitero di Messina. Altra bibliografia è venuta alla luce: quella dell’ex sindacalista e parlamentare comunista Alfredo Bisignani, che ha contribuito con un suo pezzo consistente a far conoscere le battaglie e la fine tragica di Lo Sardo con un suo scritto su “Rinascita” nel 1971; quella di Giuseppe Carlo Marino, che in Partiti e lotte di classe in Sicilia(De Donato, 1976), ha tracciato il costante impegno politico e sociale del leader siciliano, e quella di Mimmina Paulesu Quercioli, nipote di Antonio Gramsci, che In Gramsci vivo (Feltrinelli, 1977), ha fatto parlare i testimoni viventi detenuti nel carcere di Turi di Bari con Gramsci e con Lo Sardo, i due parlamentari “decaduti”. Lo Sardo viene ricordato all’interno del carcere come immagine limpidissima nel suo morale, deciso a persistere nella sua fede anche quando appare nel fisico talmente minato che lo stesso Gramsci gli consiglia di presentare la domanda di grazia, in quanto gli rimaneva poco ed aveva dato tutto al partito.

Dopo questo nostro primo approccio con la vicenda losardiana, a cura del nipote Francesco, che si sentiva come in colpa nei confronti dello zio, di cui custodiva molto materiale inedito, è uscito nel 1981 Nessuno lo dimentichi, con il sottotitolo “Vita, discorsi, memoriali, lettere inediti di Francesco Lo Sardo”(Edizioni del Paniere) e con una mia nota introduttiva. Dopo questo lavoro, il nipote Francesco è riuscito a convincere il cugino Salvatore, al quale era pervenuta l’ingiunzione delle spese di giustizia, per farsi consegnare le lettere, circa 200, dello zio.

Queste lettere - va precisato - erano state spedite dal deputato “decaduto” e detenuto alla moglie Teresina Fazio e alla sua morte, avvenuta nel 1945, erano rimaste nella casa che - come sopra accennato - era passata in eredità a Salvatore, figlio di Giovanni, ingegnere, fratello del martire. Per me, da quel momento, un lavoro estenuante, durato dal 1981 al 1983, per la trascrizione delle lettere e per la pubblicazione di queste che hanno incorporato quelle 15, edite nel 1980. Così nel gennaio del 1984 è uscito con le Edizioni del Paniere il grosso titolo, di circa 530 pagine, e per la circostanza ho potuto comunicare da alcuni quotidiani i contenuti di questo grande romanzo di fede e di dolore, mentre lo storico Franco Ferri, il 21 giugno del 1984, su “L’Unità”, ha ricordato il nostro impegno, adoperato per la cura dell’opera, e tutta la vicenda di Lo Sardo, dall’adesione al circolo anarchico “Amilcare Cipriani”, di Messina, sino all’elezione a parlamentare nel 1924 e alla morte avvenuta nel 1931 nella prigione di Poggioreale di Napoli.

Subito dopo è seguito il vivissimo interesse di Francesco Renda che nel secondo volume della Storia della Sicilia dal 1860 al 1970 (Sellerio 1985) ha allargato la notizia su Lo Sardo, così esigua come circolava, inquadrando l’opera dell’uomo. Pure lo storico Leo Valiani ci mi ha rivolto la sua attenzione, aprendo lo scrigno della sua memoria su Lo Sardo, subito dopo l’uscita dell’Epistolario dal carcere, e rilasciando una sua nota, dal titolo “Dal carcere parla la libertà”, apparsa sul “Corriere della Sera” il 29 agosto del 1984; un anno prima, l’11 marzo 1983, scriveva sullo stesso quotidiano “In carcere per fede”, a proposito del primo lavoro su Lo Sardo Nessuno lo dimentichi. Ma non è tutto sulla vicenda delle lettere losardiane. Alla fine di dicembre del 1987, il nipote Francesco ci ha fatto pervenire a Verona ancora 76 lunghe lettere trovate in un cassetto della vecchia scrivania del martire.

Al volume di cui sopra che credevamo completo, sono state così aggiunte, in una seconda edizione, queste ultime scritte dalle carceri: Catania, Roma, Sassari, Oneglia, Turi di Bari e Poggioreale di Napoli. E qui l’inciso che - ironia di una sorte parallela - sono venute alla luce mentre si celebrava l’immagine di Gramsci con pubblicazioni di sue lettere inedite. Con le lettere “nuove” di Lo Sardo ho potuto ricostruire un titolo di circa 700 pagine edito alla fine di ottobre del 1988 sempre con le Edizioni del Paniere. L’opera è stata illustrata con immagini dell’autore, tra queste, quella che si vede privato della classica barba e con la riproduzione di alcune lettere originali annerite dalla censura che mascherava quelle comunicazioni contenenti bisogni e patimenti fisici e morali del “terribile nemico del Duce”, così definito.

Si legge, in alcune, uno stile fatto di naturalezza e semplicità, con dentro l’uomo di sempre, seppure lacerato nel fisico, l’uomo vivo nello spirito che irrompe ricordando l’interezza della sua fede, per cui - “e per nessuna altra ragione” - si trova rinchiuso in carcere.

“ Qui ci chiamano tutti per numeri. Io sono il (numero) 8938 …,quanto a me, la mia educazione, i miei studi, la mia età, le mie ragioni per cui soffro non possono farmi deviare per queste inerzie…”, scrive il morente prigioniero del fascismo in una di queste “nuove” lettere alla moglie Teresina dalla casa penale di Oneglia il 5/2/1929.

In un’altra, fra le ultime, prima di morire, per mancanza(freddamente studiata)di cure, comunica al fratello Giovannino: “Ormai il mio destino è segnato! Chiuderò la mia esistenza in carcere, privo di questi conforti che sono il migliore viatico per chi deve dare l’ultimo addio alla vita. Che fare? Disperarsi. No, affatto…”.

Lo Sardo non s’era disperato nemmeno - e prevedeva una sua brutta fine - quando il deputato Crisafulli- Mondio, un asservito al regime fascista, lo voleva assassinare con un pugnale, quando alcuni facinorosi gli andavano cantando: “Con la barba di Lo Sardo / facciamo spazzolini / per pulire le scarpe / a Benito Mussolini”, e quando, mentre parlamentare, non ancora decaduto, con arbitrio e illegalità, lo arrestarono a Messina. Quella storia italiana buffonesca, violenta, tragica, con la guerra scatenata, passò, come altre storie. E tanta gente poté vedere, il 29 aprile 1945, nel piazzale Loreto di Milano, alcuni corpi supini dei tiranni del Ventennio fascista, giustiziati, “in nome del popolo italiano”.

In quella piazza milanese, i nazisti nel 1944 avevano fatto trucidare dai fascisti quindici patrioti. Nessuno di quei facinorosi fascisti rimasti si avvicinò al corpo del fondatore dell’impero per pulirgli gli stivali infangati.

Lo storico Richard Collier, come ancora ho ricordato, scrisse, fra l’altro, nella sua opera DUCE! DUCE! (Mursia, 1971): “La folla incominciò a ballare e saltellare intorno alle salme (…), una donna sparò cinque proiettili: uno per ciascuno dei figli che aveva perduto nella guerra voluta dal duce(…), altre si avvicinarono per il supremo oltraggio a colui che un tempo era stato l’idolo di una calca di donne altrettanto isteriche, ogni qualvolta si tuffava nel mare: urinarono sul quel volto supino”.

E’ dal 1980, con qualche interruzione, che ricordo Francesco Lo Sardo e il suo sacrificio in nome della libertà e della dignità umana. Non credo che oggi vi siano uomini, pure mediocri, che vogliono commemorare quel Crisafulli Mondio.

Vitae suae non fidei oblitus

memini obliviscendus

(Dimentico della propria vita, non della fede,

nessuno lo dimentichi).

L’epigrafe, questa, che Concetto Marchesi dettò perché fosse scolpita sulla lapide sepolcrale di Lo Sardo, le cui cenere riposano nel cimitero monumentale di Messina.



Mercoledì 30 Novembre,2011 Ore: 13:10
 
 
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