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www.ildialogo.org SAKHALIN: L’INFERNO DEI RECLUSI A VITA,di Daniela Zini

UNA VIAGGIATRICE EUROPEA SULLE STRADE
CHE VIDERO GENGIS KHAN E MARCO POLO

SAKHALIN: L’INFERNO DEI RECLUSI A VITA

di Daniela Zini

Durante un viaggio in Siberia, compiuto all’età di trenta anni, il grande scrittore e drammaturgo russo Anton Pavlovich Cechov si trovò di fronte agli orrori della deportazione a vita. Nel carcere perpetuo, centinaia di esseri umani condannati dai tribunali dello zar languivano e morivano. Il suo libro produsse un’impressione sconvolgente per i fatti che vi erano riferiti.


di Daniela Zini

 
“C’era un uomo che amava le isole. Era nato su un’isola, ma non gli si addiceva perché c’era troppa gente oltre a lui. Voleva un’isola per conto proprio: non necessariamente per starci da solo, ma per farne un mondo tutto per sé.”
David Herbert Richards Lawrence, L’uomo che amava le isole

Sakhalan anda khada, roccia all’imboccatura del fiume Drago Nero: con queste parole mancesi i geografi del Celeste Impero, che vantava su quelle remote solitudini settentrionali una vaga forma di sovranità, indicavano un modesto isolotto situato in mezzo all’estuario dell’Amur. I gesuiti, ospiti della corte di Pechino, semplificarono quel lungo toponimo in Sakhalin o Saghalien e lo applicarono per un equivoco all’isola sbagliata: alla lunga terra estesa dalla foce del grande fiume fino a poche miglia dall’isola giapponese di Yezo, a dividere il mare di Okhotsk da quello del Giappone.

 

1. Sakhalin: sulle tracce di Cechov
“Per ben comprendere uno scrittore si deve andare nel suo paese natale.”
Johann Wolfgang von Goethe

I luoghi dove hanno vissuto e lavorato i grandi scrittori sono le pagine immortali del libro di storia della cultura mondiale.
Il passato sembra rivivervi e imporsi con una forza irresistibile.
Queste pagine non sono né una biografia, né un saggio, né uno studio e la loro autrice non è né una biografa, né un’accademica, né una storica.
Appartengono, in effetti, al genere molto raro del reportage.
Sono il ritratto di un’“amatrice”, nel senso migliore del termine, vale a dire di una persona che ama. Che ama abbastanza per comporre, grazie agli strumenti del suo mestiere di giornalista e a una grande varietà di materiali, il suo ritratto di Anton Pavlovich Cechov. L’approccio, che presiede alla sua composizione, è quello del reporter che si lancia sulle tracce del suo soggetto senza trascurare alcuna fonte.
Fonti classiche, ma anche fonti originali e personali.
Un reporter ama viaggiare, seguire il suo soggetto ovunque.
Il tutto può fare pensare a quei collages, cui ci ha abituato l’arte contemporanea: diversità di materiali, unità del tutto in un nuovo insieme.
Questo approccio non sarebbe, forse, dispiaciuto a Cechov, lui che sosteneva, in una lettera del 13 maggio 1883 al fratello Alexandr, di non considerarsi propriamente uno scrittore, ma piuttosto un giornalista, e solo provvisoriamente:

“Sono giornalista perché ho scritto molto, ma non morirò giornalista. Se continuerò a scrivere, lo farò da lontano, nascosto in una nicchia.”

La sua opera sul bagno penale di Sakhalin è un grande reportage.
Ci chiarisce Marius Szczygiel:

“Se volete conoscere l’origine di questo genere, risale molto semplicemente all’era comunista. L’autore doveva allora aggirare la censura. Lo scrittore, ma anche il reporter, doveva, dunque, srivere in modo che la censura non potesse accusarlo di nulla. Doveva trovare una forma per parlare di certe cose senza, di fatto, menzionarle.”

Ecco le ragioni dell’autrice di oggi per tentare, con il sentimento di una certa complicità, questo reportage su un autore, al tempo stesso, così vicino e così non facile da afferrare.
Quello che penso, l’ho scritto in queste pagine.
L’urgenza della scrittura, in un momento di crisi, può trasformarsi in memoria di una certa società, dopo aver superato la sua natura di nota personale.
Nel 1890, Anton Pavlovich Cechov compì un lungo e faticoso viaggio sull’isola di Sakhalin, situata tra lo Stretto dei Tartari ed il Mare di Okhotsk. Lo scopo del viaggio era verificare personalmente le condizioni degli emarginati, dei sofferenti e dei deportati. Nel suo libro-reportage, L’isola di Sakhalin, Cechov riferisce molte delle osservazioni fatte, nella stessa isola, dal dottor Vasil’ev, autore di Viaggio all’isola di Sakhalin.
Lo scrittore, allora trentenne, era, già, gravemente malato di tisi e le sue condizioni finanziarie erano tutt’altro che floride. Gli amici lo dissuadevano dall’intraprendere un viaggio attraverso la Siberia. Rideva delle loro paure. Tre anni prima aveva avuto una grave emorragia. Gli sbocchi di sangue avevano iniziato a tormentarlo e a preoccuparlo fino dal 1884, quando aveva soltanto ventiquattro anni. Medico, conosceva pienamente la gravità del male che lo insidiava, eppure la respingeva, cercando di mascherarne le cause a se stesso e agli altri.
Voleva vivere.
Come scrittore era in quel momento affascinante e pieno di promesse in cui la fama inizia a crescere.
Nel 1888, scriveva all’amico Aleksej Suvorin:

“Se l’emorragia avuta quattro anni fa fosse stata un principio di tisi sarei all’altro mondo già da tempo: ecco il mio ragionamento logico.”

A Sakhalin, dunque, in viaggio per regioni selvagge, fredde e, in gran parte, sconosciute.
Che cosa lo spingeva?
Niente altro che la volontà di conoscere, di esplorare, di smuovere la pigra ottusità, l’inerzia e il fatalismo di fronte alle grandi tragedie.
E Sakhalin era una tragedia.
Vi languivano e morivano, nel carcere perpetuo, centinaia di esseri umani condannati dai tribunali dello zar.

“Il fine della letteratura”,

ripeteva, spesso, Cechov,

“è la verità assoluta.”

Bisogna sfuggire alle illusioni, alla menzogna, il compito dello scrittore è di osservare. Cechov credeva solamente nel progresso. Come scrittore e come scienziato diceva di non avere più, ormai, molte illusioni.
E aveva appena trenta anni!
Sempre all’amico Suvorin scriveva, poco prima di partire per la sua spedizione intellettuale e scientifica:

“In quanto al mio viaggio a Sakhalin certamente ci sbagliamo tutti e due, ma tu più di me. Parto sicuro che il mio viaggio non porterà un serio contributo né alla letteratura né alla scienza: non ho per questo abbastanza cognizioni, né abbastanza tempo, né ambizioni. Voglio scrivere cento o duecento pagine e pagare così il mio debito alla medicina, verso la quale mi comporto, lo sai, da vero maiale. Può darsi che io non sia capace di scrivere niente, tuttavia, il viaggio per me non perde il suo profumo. Leggendo, guardandomi attorno e ascoltando, apprenderò molte cose. Non sono ancora partito, ma grazie ai libri che ho letto per necessità, ho appreso molte cose che tutti dovrebbero sapere. In più, il viaggio sarà un lavoro fisico e intellettuale di sei mesi: mi è, dunque, indispensabile, perché sono un meridionale e inizio a diventare pigro. Bisogna imporsi una disciplina! E anche se il viaggio non mi portasse nulla, non vi saranno due o tre giorni da ricordare per tutta la vita con entusiasmo o con amarezza? Ecco, caro signore! Tutto questo è poco convincente, ma quello che mi scrivi non lo è molto di più. A esempio, mi dici che nessuno ha bisogno di Sakhalin e che l’isola non interessa nessuno. È giusto? Sakhalin potrebbe essere inutile e priva di interesse per una società che non vi deportasse migliaia di uomini e non vi spendesse milioni. Sakhalin è un luogo di intollerabili sofferenze. Mi dispiace di non essere sentimentale, perché ti direi che dovremmo andare in pellegrinaggio in luoghi come Sakhalin, come i turchi vanno in pellegrinaggio alla Mecca. Dai libri che ho letto e che sto leggendo, in questo momento, risulta che abbiamo fatto marcire in prigione milioni di uomini, fatti marcire inutilmente, senza ragione, in modo barbaro. Abbiamo deportato uomini incatenati in gelide solitudini, li abbiamo fatti diventare sifilitici, li abbiamo depravati, abbiamo creato criminali e li abbiamo messi nelle mani di aguzzini, dal naso rosso di ubriaconi. Sakhalin è necessaria, è interessante, e ci si deve rammaricare soltanto che sia io ad andarvi, e non qualcun altro più qualificato e capace di commuovere l’opinione pubblica.”

Sakhalin, la misteriosa e fosca isola dei deportati, situata nel lontano Pacifico, staccata dal resto dell’umanità civile come un andito dell’inferno, attirava Cechov quasi fosse una esperienza purificatrice, che non si poteva tralasciare, una specie di atto di pentimento altruista. Il grande e tenero scrittore, il medico curioso, instancabile e altruista, aveva in sé, in quel suo corpo malato ma così fiero e resistente, una grande forza. Cechov osservava le ingiustizie del suo tempo ed era come se si assumesse una parte di responsabilità.

“La nostra attenzione per il criminale”,

scriveva,

“dura fino al momento del verdetto. Ma dopo la sua condanna all’ergastolo tutti lo dimenticano. Eppure, che cosa debba essere l’ergastolo lo immagino!”

E ancora:

“Bisogna conoscerlo l’ergastolo, studiarlo. È una delle più orribili assurdità che l’uomo, con le sue idee convenzionali sulla vita e sulla verità, abbia creato.”

L’idea di un viaggio a Sakhalin era venuta a Cechov quasi casualmente leggendo, con l’avida curiosità che gli era propria, qualche passo dei testi di legislazione e di diritto sui quali studiava il giovane fratello Michail. A questa, che fu l’occasione esterna, si aggiunga la profonda crisi morale che lo scrittore stava attraversando. La letteratua non gli bastava più, era assetato di vita. Un anno prima era morto, di tubercolosi, il fratello Nicolaj, pittore fallito, precipitato per disperazione nell’abisso dell’alcol. Nicolaj era, dei fratelli Cechov, quello che più somigliava al padre, Pavel Egorovich. Era violento, odioso, orgoglioso e sfortunato.

“Mio padre iniziò a educarmi o più semplicemente a picchiarmi, quando non avevo ancora cinque anni. Ogni mattina, al risveglio, il primo pensiero era: oggi sarò picchiato?». (1 )

La madre, Evgenija Jakovlevna Morozova, proveniva da una famiglia di commercianti, già servi della gleba: donna gentile e affettuosa con i figli, veniva anche lei maltrattata dal marito:

“Nostro padre faceva una scenata durante la cena per una minestra troppo salata o dava della stupida a nostra madre. Il dispotismo è tre volte criminale.”

Cechov amava quella donna mite e silenziosa:

“Per me non vi è niente di più caro di mia madre in questo mondo pieno di cattiveria.”

Del resto, quella era l'unica educazione che Pavel Egorovich conoscesse e probabilmente la riteneva la migliore possibile:

“Nostro nonno era stato picchiato dai signori e l'ultimo dei funzionari poteva fare lo stesso. Nostro padre è stato picchiato da nostro nonno, noi da nostro padre. Che animo, che sangue abbiamo ereditato?”

Nella morte di Nicolaj, Anton aveva visto come un’anticipazione del proprio destino. Un giorno o l’altro uno sbocco di sangue avrebbe ucciso anche lui, e allora tanto valeva vivere, finché il corpo conservava ancora quasi intatte le sue energie.
Alla crisi morale si aggiungeva uno stato di inquietudine. Provava continuamente il bisogno di essere altrove. Se era in campagna desiderava tornare a Mosca, una volta a Mosca sognava Pietroburgo, il nord gli faceva nascere la nostalgia del sud, ma a Yalta non pensava ad altro che tornare a Mosca. E, poi, vi era l’assillo dello scrivere, scrivere per forza, per guadagnare il denaro necessario alla numerosa famiglia sempre in strettezze, i genitori, i fratelli che si aspettavano da lui i soldi per la cena, per la legna, per l’affitto. Con il lavoro era arrivato il successo, era arrivata la notorietà, ma anche questo non bastava ad Anton Pavlovich Cechov.
A Mosca la folla dei letterati, grandi e piccoli, lo infastidiva. Psicologicamente era pronto per un lungo viaggio, fosse pure all’inferno. Sakhalin era il luogo adatto.
Anni prima un altro grande scrittore russo, Fedor Mikhajlovich Dostoevskij, aveva descritto nelle, Memorie di una casa morta, le terribili esperienze vissute nel bagno penale di Omsk dove era stato internato quattro anni, reo di avere fatto parte della cosiddetta congiura Petrascevskij. Il libro, pubblicato solo nel 1862, aveva consacrato Dostoevskij tra i grandi della letteratura russa, ma aveva anche scosso la parte migliore della intellighenzia, attirando nuove simpatie alla causa di quanti combattevano con ogni mezzo l’assolutismo zarista e i suoi metodi di inumana repressione verso ogni anelito di libertà. La rivoluzione, ancora tanto lontana, stava facendo le sue prime sanguinose prove. Le carceri politiche pullulavano di prigionieri barbaramente trattati.
Nel 1881, era morto assassinato lo zar Alessandro II contro il quale erano già falliti due precedenti tentativi. Il 1° marzo di quell’anno, mentre lo zar passava in vettura lungo il canale Caterina, a Pietroburgo, uno dei congiurati di nome Rysakov, lanciò una bomba sotto la carrozza. Lo zar rimase illeso, ma, essendosi fermato per sapere dalle persone della scorta chi fosse rimasto ferito e per interrogare Rysakov, immediatamente arrestato dalle guardie della scorta, fu colpito mortalmente da una seconda bomba, lanciata da un altro rivoluzionario, Ignatij Grinevitskij. Sette anni dopo, ancora il 1° marzo, anche il figlio e successore, lo zar Alessandro III, fu oggetto di un attentato preparato da un gruppo di studenti di Pietroburgo. Il tentativo fallì. La polizia trasse in arresto i cospiratori prima ancora che potessero portare a effetto il loro piano. Cinque di loro furono impiccati, tra questi Alexander Uljanov. Un suo fratello, allora diciassettenne, studente di scuola media, Vladimir Uljanov, avrebbe guidato, trenta anni dopo, la rivoluzione bolscevica con il nome di Lenin.
In Cechov i motivi politici sono assenti e presenti al tempo stesso. Assenti perché non direttamente sentiti né dichiarati. Presenti perché nella sua opera di scrittore e di medico si ritrova a ogni passo il senso del progresso, del sacrificio come necessità, la condanna del fatalismo, l’impulso a creare, a non lasciarsi abbattere dalle circostanze e dalle forze negative della storia. Sul piano letterario tutto ciò lo condurrà a ripudiare Lev Tolstoj e le sue teorie sul pacifismo integrale, sulla non resistenza. Tra i motivi che lo inducono a partire per Sakhalin vi è anche questo, l’insoddisfazione nei riguardi dell’ottimismo tolstojano che si accorda così male con la sua natura attiva, portata all’azione. L’adorazione di Cechov per il padre della letteratura russa era durata diciassette anni.
Poi, aveva ceduto il passo a una critica lucida e inflessibile. In quell’anno 1891, scriveva a Suvorin:

“Avrei voglia di possedere dei tappeti, un bel camino, dei bronzi, e passare il mio tempo in conversazioni colte. Ahimé! Non potrò mai essere un discepolo di Tolstoj.”

E in una successiva lettera:

“Che il diavolo si porti la filosofia dei grandi di questo mondo! I grandi sono dispotici come generali, poiché sono sicuri dell’impunità. Diogene sputava in faccia alla gente, sapendo che non rischiava nulla; Tolstoj tratta i medici come bambini e si dimostra insolente verso i grandi problemi poiché è anche lui un Diogene che non si può né condurre al primo posto di polizia né attaccare sui giornali.”

Tre anni dopo scriverà:

“La filosofia tolstojana mi ha toccato profondamente… ma adesso qualche cosa in me protesta; il ragionamento e il senso della giustizia mi dicono che nell’elettricità e nel vapore vi è più amore per il prossimo che nella castità e nel non mangiare carne.”

L’elettricità e il vapore rappresentano per Cechov il progresso, nel quale nutre grandi speranze mentre la morale tolstojana porta con sé un oscuro senso di reazione, un ideale di regresso.
Non è, dunque, affatto un romantico idealista il Cechov che, nel marzo del 1890, parte per la lontana isola del Pacifico dove languono e muoiono le vittime della giustizia umana. Prepara tutto come chi si accinge a un duro lavoro. Da mesi non ha fatto altro che studiare tutto ciò che riguarda l’isola, la sua posizione geografica, le sue risorse, i suoi abitanti. Il viaggio è lungo, eterno. Quattromilacinquecento verste (2) di strade a malapena carrozzabili solo per attraversare la Siberia. È come una lunga “malattia cronica che si trascina senza fine”. E, infine, Sakhalin, che Cechov definisce “il termine della notte”, uno dei punti più neri in cui l’uomo riesce a sopravvivere. Nell’isola Cechov si trattiene circa quattro mesi. Vede tutto, osserva, annota, con occhio freddo scientifico, analitico. Non è andato fin là per commuoversi, è andato per denunciare. Purtroppo non è munito di un permesso ufficiale. Non gli consentono di assistere alle esecuzioni capitali. Ha portato con sé migliaia di schede con le quali, anche per giustificare agli occhi delle sospettose autorità la sua presenza, compila una specie di censimento. Ha con sé la macchina fotografica e gli consentono di scattare delle immagini. Una di queste mostra una serie di condannati, coperti da lunghi cappotti, che attendono il loro turno per essere ferrati alle caviglie. Un fabbro sta ribadendo le catene ai piedi di un ergastolano. Le guardie dello zar vigilano.
Ma lasciamo parlare lui stesso:

“Ho vissuto nel nord di Sakhalin per due mesi. Ho visto tutto. Non so che cosa riuscirò a cavarne, ma ho fatto molto. Mi alzavo tutti i giorni alle cinque, mi coricavo tardi, e ciò non mi impediva di essere per tutta la giornata irritato pensando alle cose che non avevo potuto realizzare. Adesso che ho finito ho la sensazione di avere visto tutto, ma di non aver saputo notare l’essenziale. Tra parentesi devo dire che ho avuto la pazienza di fare il censimento della popolazione di Sakhalin. Ho fatto il giro di tutti i luoghi di deportazione, sono entrato in ogni isba, ho parlato con tutti. Ho utilizzato un sistema di schede e iscritto circa diecimila forzati e deportati. In altri termini a Sakhalin non vi è un solo forzato o deportato al quale io non abbia parlato. Ho potuto fare particolarmente bene il censimento dei bambini, sul quale ho fondato molte speranze…
Ho assistito a una fustigazione con le verghe, dopodiché, per tre o quattro notti ho sognato il carnefice e l’orribile cavalletto. Ho parlato con uomini incatenati a carriole…”

Il viaggio di andata, attraverso la Siberia, era durato quattro mesi, dall’aprile al luglio. Viaggiò lungo il Trakt, la grande strada siberiana. Più che una vera strada, il Trakt era una mulattiera, lungo la quale sorgevano stazioni di posta, situate a distanza di 40 chilometri l’una dall’altra, dove i viaggiatori potevano pernottare e cambiare i cavalli. Nonostante la scomodità e la lunghezza del viaggio, il diplomatico americano George Frost Kennan definì il trasporto lungo quella strada “il viaggio a cavallo meglio organizzato al mondo”. Il ritorno fu compiuto per nave, passando per Singapore, Ceylon, Porto Said, Costantinopoli, Odessa. Cechov tornò a Mosca, il 9 dicembre 1891. Tre anni dopo, nel 1893, pubblicò il suo libro L’isola di Sakhalin.

“È un’opera accademica”,

disse,

“e mi piacerebbe che fosse premiata. La medicina non può accusarmi di tradimento, ho pagato il mio tributo alla scienza…
E sono contento che nel mio guardaroba di scrittore abbia il suo posto anche questo abito da condannato.”

Il libro attirò sull’isola di Sakhalin l’attenzione non solo del mondo letterario e scientifico, ma anche delle autorità. Per salvare la faccia di fronte all’opinione pubblica il governo dello zar fu costretto a inviare a Sakhalin una missione di controllo. L’accademico Anatolij Fedorovich Koni, giurista e scrittore disse che il libro “gli aveva fatto un’impressione sconvolgente sia per i fatti riferiti, sia per l’appassionata rivolta dello scrittore contro gli orrori della deportazione a vita”. Cechov era rientrato dal suo viaggio carico di mille impressioni. Diceva di sentirsi come uno che era tornato dalla guerra.

“Può darsi che questo viaggio mi abbia maturato, può darsi che mi abbia fatto perdere la ragione, solo il diavolo potrebbe dire quello che si agita dentro di me.”

A Sakhalin lo scrittore, che si lamentava con se stesso di avere perso tanto tempo inutilmente, non aveva osservato solo la vita dei condannati. Con la sua acuta intelligenza aveva colto anche gli aspetti etnici e geografici di quella bellissima e sciagurata isola. Una sua osservazione sulle future possibilità di sviluppo della pesca, è stata puntualmente confermata.
Negli anni 1960, Sakhalin produceva il dieci per cento di tutto il pesce pescato nell’Unione Sovietica. Ma la scoperta della presenza sul territorio di enormi giacimenti di idrocarburi ha trasformato l'economia e la distribuzione della popolazione locale.

 

2. Sakhalin: tutto intorno il mare, al centro l’inferno
“Noi non siamo responsabili solo di quello che facciamo, ma anche di quello che lasciamo fare.”
Hermann Joseph Müller

Dal 1990, i giacimenti di petrolio e di gas, al largo dell’isola russa di Sakhalin – il cui sfruttamento è stato progettato per diverse tappe – attirano i grandi investitori e le multinazionali del petrolio.
L’arrivo delle majors petrolifere sull’isola di Sakhalin, amorevolmente chiamata in lingua indigena “l'animale selvaggio scompigliato”, oltre a danneggiare pesantemente la vita e l’economia dei popoli autoctoni, nivki, ainu, oroki ed evenchi – pescatori e allevatori di renne che vivono, da sempre, in simbiosi con la natura – minaccia l'intero ecosistema dell'isola e le molte specie animali in via di estinzione, quali la balena grigia. Da anni, il gruppo di esperti, incaricato di studiare la popolazione di balene grigie, il Western Gray Whale Advisory Panel, domanda a tutte le società, che operano nei giacimenti al largo di Sakhalin, di interrompere le loro attività durante l’estate, stagione in cui le balene vanno a nutrirsi sulle coste dell’isola di Sakhalin, più precisamente nella laguna di Piltun. Nel 2008, il numero di balene presenti nella loro zona di nutrimento abituale era sceso terribilmente, erano stati censiti 130 esemplari. Dal luglio all’ottobre del 2009, Shell e Gazprom hanno cancellato i test sismici, ma la, la loro iniziativa non è stata seguita da Exxon, Rosneft e British Petroleum, che fanno orecchi da mercante e non partecipano alle riunioni del panel scientifico, contrariamente alla Sakhalin Energy.
Le conseguenze delle prime trivellazioni sono state avvertite, nel 1999: i pescatori trovarono, nel giugno di quell'anno, 900 tonnellate di aringhe morte che galleggiavano in mare. L’associazione ambientalista Pacific Environnement analizzò i pesci morti e rinvenne nelle loro carni tracce di petrolio e di metalli pesanti. Molte foche morirono. Gli uccelli che normalmente si cibavano di plancton iniziarono a nutrirsi di insetti. La pescosità delle acque crollò ai minimi storici. Gli indigeni protestarono, ma le compagnie petrolifere tirarono dritto per la loro strada, avviando la fase 2 dello sfruttamento, quella più massiccia, quella a più alto rischio ambientale.
Il progetto Sakhalin-2, le cui risorse sono valutate a 150 milioni di tonnellate di petrolio e a 500 miliardi di metri cubi di gas naturale, prevedeva la costruzione di due piattaforme estrattive davanti alle coste dell’isola, di un mega-impianto di liquefazione del gas naturale e di due condutture che dovevano portare il petrolio e il gas alla terraferma russa, attraversando l’isola. Circa il 65% di questa produzione è destinato al Giappone, gli Stati Uniti e la Corea del Sud si dividono il resto.
Inizialmente il progetto non contava alcuna partecipazione russa. Fu solo, grazie a una transazione, conclusasi, dietro il versamento di 7,5 miliardi di dollari alla compagnia Royal Dutch/Shell, tra la fine del 2006 e l’inizio del 2007, che Gazprom, il gigante russo del petrolio e del gas, aveva raggiunto gli azionisti di Sakhalin Energy: l’anglo-olandese Royal Dutch/Shell (27,5%) e le imprese giapponesi Mitsui (12,5%) e Mitsubishi (10%).
Gazprom aveva strappato il 50% più una azione del progetto, dopo la revoca della licenza del gigante anglo-olandese, nell’autunno del 2006. Le autorità russe non avevano, infatti, esitato a servirsi dei numerosi rapporti delle ONG ambientaliste, che denunciavano i danni all’ambiente da parte delle majors petrolifere occidentali, per beneficiare di condizioni più lucrative.

“Sono sicuro che (il nuovo impianto) contribuirà alla prosperità dell’Estremo Oriente e permetterà di rafforzare la sicurezza energetica nella regione, ma anche nel mondo intero.”,

aveva sottolineato, il 18 febbraio 2009, il presidente russo ed ex-presidente di Gazprom Dmitri Medvedev, alla inaugurazione dell’impianto di liquefazione di gas naturale (GNL), il primo in Russia, a Prigorodny, sull’isola di Sakhalin, destinato a fornire il Giappone, la Corea del Sud, ma anche gli Stati Uniti (il cui consumo aumenta del 30% l’anno).
Alla cerimonia aveva assistito il primo ministro giapponese Taro Aso, il principe Andrea, duca di York, il ministro olandese dell’economia Maria van der Hoeven e i capi delle compagnie azioniste Alexei Miller (Gazprom), Jeroen van der Veer (Royal Dutch/Shell), Shoei Utsuda (Mitsui) e Yorihiko Kojima (Mitsubishi).
La visita di Taro Aso, primo ministro giapponese, la prima di un primo ministro dalla seconda guerra mondiale, quando il Giappone aveva occupato la parte meridionale dell’isola, vicina alle Curili – un gruppo di isole al centro di un conflitto territoriale tra Mosca e Tokyo dal 1945 – metteva in evidenza l’importanza di questo progetto per il Giappone, che faceva appello al suo vicino russo per ridurre la forte dipendenza dalle risorse energetiche del Medio Oriente.
A unire Russia e Giappone era soprattutto il comune interesse a controbilanciare la crescita politica ed economica della Repubblica Popolare Cinese, che sembra risentire molto meno dei due paesi della crisi globale e che continua a registrare una crescita su base annua dell'8,6%. Una crescita vissuta con apprensione da entrambi, che vantano un passato di potenza militare ed economica e devono fare i conti con un declino politico, economico e demografico (nell’estremo oriente russo esiste un serio problema d’immigrazione illegale dalla Cina, che rischia di compromettere il già precario equilibrio demografico locale, assumendo quasi le proporzioni di una minaccia alla sicurezza nazionale).

“Quando il progetto Sakhalin sarà pienamente operativo, fornirà circa il 5% della domanda mondiale di GNL, un contributo significativo al potenziamento della sicurezza energetica mondiale.”,

aveva affermato il CEO di Sakhalin Energy, Ian Craig.
Il controllo dei giacimenti, il mercato e i prezzi del petrolio e del gas naturale sono stati fattori scatenanti conflitti politici e guerre sanguinose.
Migliaia di civili hanno pagato un pesante tributo a tali ambizioni.
Dopo l’11 settembre 2001, la Russia è divenuta per gli Stati Uniti quello che George W. Bush definiva “di un’importanza strategica” per il suo petrolio. Meno di due mesi prima dell’attentato, il 24 luglio del 2001, la Cina e la Russia avevano firmato un patto di mutua difesa contro gli Stati Uniti, la NATO e la rete militare asiatica appoggiata dagli Stati Uniti che circondava la Cina.
Il 24 maggio 2002, George W. Bush e Vladimir Putin siglavano a Mosca un accordo per la riduzione del numero delle testate a 1700-2200, entro il 2012.

“È la liquidazione della guerra fredda, è una buona notizia per il popolo americano.”,

sentenziava Bush.

“È un accordo storico. Siamo molto soddisfatti del lavoro insieme.”,

soggiungeva Putin.
Ognuno dei due protagonisti aveva tutto l’interesse, per ragioni interne, a enfatizzare le dimensioni dell’accordo. Soprattutto Bush, che aveva bisogno di acquisire un successo diplomatico sul versante del disarmo dopo l’invasione dell’Afghanistan.
I fattori ecologici ed energetici costituiranno, nei prossimi dieci o quindici anni, la principale causa dei conflitti poltici e militari. Alcuni Stati si adopereranno per prendere il controllo delle risorse energetiche, come si è verificato in Iraq, e gli altri non avranno altra soluzione che perire o resistere. E se l’ONU, i governi dei grandi paesi, i principali gruppi transnazionali e gli altri organismi internazionali non troveranno i mezzi e i metodi per coordinare e regolare la produzione e il consumo, la questione della sopravvivenza sarà portata al parossismo, generando un confronto politico ed economico. Non si può escludere, su questo terreno, la possibilità di un confronto militare. L’immenso fossato, che separa quelli che conducono una “esistenza dorata” dagli altri popoli, crea un terreno propizio al terrorismo e a una guerra di “tutti contro tutti”.
È una delle minacce possibili alla nostra sicurezza.
Anche se non è del tutto corretto ridure le cause del terrorismo alla povertà.
La RDPC e Cuba sono paesi poveri, ma il terrorismo non vi ha attecchito.
Da qualche anno la Banca Mondiale (BM) afferma che le guerre del XXI secolo saranno provocate dal controllo mondiale dell’acqua potabile, che, ogni giorno, si fa più rara.
Da alcuni anni, le multinazionali si disputano questa risorsa.
Una volta di più, sembra che qualche impresa cerchi di privatizzare un bene comune e ci proponga di pagarne collettivamente la fattura.
Siamo nel 2010.
Più che mai l’umanità è cosciente degli impatti negativi dei suoi comportamenti sugli ecosistemi. Comportamenti che minacciano la qualità della sua esistenza, perfino, la sua sopravvivenza e non più unicamente quella delle altre specie.
La nostra salute dipende dalla qualità del nostro ambiente, ricordiamolo.

 


Note:
(1 ) Anton Pavlovich Cechov, lettera a Leontjev-Sc eglov, 9 marzo 1892.
(2) Una versta (in russo, верста) è un'antica e ormai desueta unità di misura dell’impero russo. La lunghezza di una versta è di 500 sazhen, pari a 1066,8 metri.
(3) Fondato, nel 1870, Exxon Mobil Corp. dispone di diversi marchi commerciali: Esso, Mobil ed Exxon. La società fa lavorare 80.000 impiegati, di cui il 37% negli Stati Uniti. Exxon ha una reputazione solforosa, legata in particolare alla catastrofe del petroliere Exxon Valdez, nel 1989. Un articolo di Brigitte Perucca apparso su Le Monde del 22 luglio 2009 sottolineava “la présence de plusieurs anciens d'Exxon dans l'entourage de l'ancien président américain George Bush”.

 


Daniela Zini
Copyright © 2010 ADZ

 



Lunedě 29 Marzo,2010 Ore: 23:43
 
 
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