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www.ildialogo.org “INTESA” PIÙ CHE CORDIALE TRA STATO E CEI PER RILANCIARE IL “VALORE CULTURALE” DELL’IRC,di Adista Notizie n. 27 del 14/07/2012

“INTESA” PIÙ CHE CORDIALE TRA STATO E CEI PER RILANCIARE IL “VALORE CULTURALE” DELL’IRC

di Adista Notizie n. 27 del 14/07/2012

36781. ROMA-ADISTA. «Un passo molto importante nelle relazioni tra la Repubblica italiana e lo Stato vaticano», lo ha definito il ministro dell’Istruzione Profumo. Senza dubbio una ulteriore prova dell’ottimo rapporto che si è instaurato tra la gerarchia cattolica ed il governo “tecnico” presieduto da Mario Monti, la stipula di una nuova Intesa, siglata da Cei e Miur, sull’Insegnamento della Religione Cattolica, che il card. Angelo Bagnasco e il ministro dell’Istruzione hanno sottoscritto il 28 giugno scorso. Si tratta di un aggiornamento del quarto punto delle norme approvate il 14 dicembre 1985, quello relativo ai profili di qualificazione degli insegnanti, e di una modifica, a livello lessicale, degli altri tre punti, relativi rispettivamente a programmi e modalità di insegnamento e ai criteri di scelta dei libri di testo. Secondo il presidente della Cei, la nuova Intesa risponde ad una «duplice esigenza»: da una parte, «ridefinire il profilo di qualificazione professionale dei futuri insegnanti di religione cattolica, armonizzando il percorso formativo richiesto per l’insegnamento della religione cattolica con quanto previsto, oggi, per l’insegnamento nelle scuole di ogni ordine e grado in Italia». Dall’altra, «definire una nuova versione delle indicazioni per l’insegnamento della Religione Cattolica nel secondo ciclo, sulla base dei rinnovati documenti che il Miur ha elaborato in un quadro di riforma dell’intero sistema educativo di istruzione e formazione». Insomma, si tratta di un accordo che modifica i titoli per l’accesso all’insegnamento dell’Irc e che aggiorna le indicazioni per l’insegnamento di questa disciplina nel II ciclo adeguandole alla riforma Gelmini della scuola secondaria.

Per quanto riguarda il primo aspetto, i titoli previsti dalla vecchia Intesa del 1985 restano validi, per cui chi adesso insegna in qualità di incaricato annuale ed è in possesso dei titoli conseguiti con il vecchio ordinamento non sarà obbligato a conseguire un nuovo titolo. Coloro che invece aspirano ad insegnare, oppure insegnano, pur non essendo in possesso dei titoli previsti dal Dpr 751/1985 (i docenti delle scuole secondarie entrati in servizio prima della stipula dell’Intesa del 1985, ad esempio), secondo il nuovo ordinamento dovranno – entro il 2017 – essere in possesso dei titoli accademici di baccalaureato, licenza o dottorato in teologia o in altre discipline ecclesiastiche, oppure conseguire una laurea magistrale in scienze religiose (3+2, titolo che per la Chiesa resta comunque inferiore al Baccalaureato, alla Licenza e al Dottorato in Teologia: lo studio, per intenderci, cui sono tenuti i seminaristi che intendono diventare preti). Gli insegnanti di posto comune di scuola dell’infanzia e primaria – cioè i maestri e le maestre che insegnano Religione Cattolica pur non essendo docenti specifici della materia (il Concordato del 1984 consente infatti di affidare anche a loro l’insegnamento della Religione Cattolica) – se non in possesso del vecchio titolo di istituto magistrale dovranno conseguire un apposito master universitario di secondo livello in scienze religiose. Si tratta, in ogni caso, di titoli rilasciati unicamente da facoltà ecclesiastiche.

La Commissione paritetica del Miur e della Cei ha anche aggiornato lessicalmente il testo della vecchia Intesa. La richiesta di avviare le trattative per la revisione dell’Intesa del 1985, era stata avanzata dalla Cei nel 2010, proprio in occasione di uno degli incontri del tavolo Miur-Cei. Del resto, l’ultima Intesa sull’Irc, era stata firmata da Cei e Miur il 14 dicembre del 1985: dopo una prima revisione nel 1990, non si era più provveduto ad ulteriori modifiche.

Sulla nuova Intesa, e più in generale sulle questioni relative all’Irc, Adista ha intervistato Antonia Sani, coordinatrice dell’Associazione Nazionale per la Scuola della Repubblica, presidente del Crides, Centro romano per la difesa dei diritti nella scuola, da anni impegnata sui temi della laicità e della scuola pubblica statale. La pubblicazione del testo dell’Intesa, che in sede di stipula era stata data per imminente sul sito del Miur, è stata invece rimandata alla stesura del Dpr che ne recepirà i contenuti. (valerio gigante)

«Armonioso inserimento dell’insegnamento della religione cattolica nei percorsi formativi della scuola italiana»: così Bagnasco ha definito il percorso che dal 1985 ha portato sino alla stipula di questa nuova Intesa. Ma con i processi di secolarizzazione in atto, il multiculturalismo che avanza spedito, la necessità di tutelare sempre più la laicità dello Stato, è veramente possibile oggi “armonizzare” un insegnamento confessionale nella scuola statale?

Ciò che distingue questa “Nuova Intesa” tra Cei e governo italiano dalla precedente revisione effettuata con Dpr 202/1990, è la pretesa di porsi non tanto come semplice revisione di alcuni particolari aspetti, ma come ulteriore penetrazione nei percorsi formativi della scuola italiana. Opposta la ratio dei due provvedimenti. La revisione del 1990 fu la conseguenza di pressioni esercitate fin dall’entrata in vigore della prima Intesa (Dpr 751/1985) da associazioni democratiche e confessioni religiose tese a sanare le più gravi discriminazioni nei confronti di coloro che non ritengono di scegliere l’Irc, mentre il provvedimento sottoscritto il 28 giugno dal card. Bagnasco e dal min. Profumo – senza alcun coinvolgimento del mondo della scuola – si configura come un vaglio unilaterale degli insegnamenti ritenuti più opportuni per ciascun ordine e grado di scuola alla luce delle Indicazioni nazionali, dei mutamenti strutturali introdotti dalle pseudo riforme Gelmini, dei contesti socio-economici anch’essi mutati in questi ultimi anni: come dire “non date margaritas porcis”... Beninteso, nulla di nuovo, rispetto a quanto già stabilito nell’Intesa del 1985; potremmo infatti definire i due atti che costituiscono l’Intesa dei nostri giorni una sorta di “aggiornamento”, sia per quanto riguarda i titoli di studio di cui i docenti di Irc nel futuro dovranno essere in possesso, sia per quanto riguarda i contenuti pedagogici.

E tuttavia, non può che preoccuparci questo continuo ribadire da parte della Chiesa cattolica che l’Irc riveste un carattere culturale, che viene svolto nel «quadro delle finalità della scuola», e che pertanto l’aspetto confessionale (per il quale continua a essere indispensabile l’idoneità dell’Ordinario diocesano, senza la quale nulla possono i titoli accademici altisonanti) deve restare sotto traccia rispetto all’elevatissimo valore culturale. Ciò significa che le manovre per conferire all’Irc un ruolo centrale che la laicità della scuola e la facoltatività dell’insegnamento non consentono, sono più che mai dispiegate. Non ultimo il riferimento alla somma incredibile di titoli richiesti ai futuri docenti delle scuole dell’infanzia e primaria, pena la perdita dell’incarico (a vantaggio dei nuovi laureati sfornati dalle Facoltà di Scienze religiose).

La percentuale di studenti che si avvalgono nell’Irc, pure abbastanza stabile, nel tempo registra un lieve e costante calo percentuale. “Colpa” solo della presenza di alunni stranieri?

La percentuale di studenti, che si avvalgono dell’Irc, sia pure a macchia di leopardo, è davvero in costante calo. L’aumento di studenti stranieri incide certamente, ma non in maniera determinante. È sempre più frequente, anzi, il caso di alunni e alunne stranieri/e che seguono l’Irc per non essere doppiamente discriminati…

Determinante è stata invece l’organizzazione di attività alternative valide, che, dopo la sentenza del Consiglio di Stato del 2010, le scuole sono tenute a promuovere; esse rispondono a interessi e curiosità che spesso non trovano altri spazi nella scuola.

L’intesa si è soffermata sui titoli di accesso all’Insegnamento della Religione Cattolica, questione delicata, specie da quando con la Moratti questi insegnanti sono stati immessi in ruolo. Ma la questione di fondo non resta il reclutamento?

I titoli di accesso servono a dare prestigio culturale, e a dimostrare che non si tratta di un insegnamento “confessionale”… Servono anche ad assicurare in qualche modo uno sbocco alle lauree in Scienze storico-religiose... L’immissione in ruolo avvenuta con la Moratti, ma in realtà già predisposta e approvata da un governo di centrosinistra, rappresenta un oltraggio alla laicità della scuola. Ma arbitro di tutto resta sempre il Vicariato, il vero artefice del reclutamento, che conferisce quell’idoneità insindacabile senza la quale non può esservi accesso al concorso, idoneità che può essere ad ogni momento revocata senza alcuna giustificazione, mettendo il docente di Irc in mobilità, pronto a ricoprire altro insegnamento in cui sia abilitato, a dispetto dei precari in graduatoria. Uno scandalo senza nome.

Molti pensavano che con l’avvento del governo “tecnico”, i rapporti tra potere politico e religioso sarebbero stati anch’essi improntati a maggiore “sobrietà”. Ti sembra che ciò sia avvenuto?

Io veramente non l’ho mai pensato! Le scuole private cattoliche rappresentano oggi, nell’affievolirsi del concetto costituzionale di libertà, l’emblema della “libertà di scelta educativa”. Sotto qualsiasi governo. Anche nel recente catalogo della spending review, tra tanti tagli campeggiavano invece inizialmente 200 milioni alle scuole private, nella grande maggioranza cattoliche... (v. g.)

Articolo tratto da
ADISTA
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Martedì 10 Luglio,2012 Ore: 16:40
 
 
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Autore Città Giorno Ora
Federico La Sala Milano 04/9/2012 12.36
Titolo:IN ITALIA COME IN FRANCIA. Chi ha paura dei corsi di morale laica?
Chi ha paura dei corsi di morale laica?

di Michela Marzano (la Repubblica, 4 settembre 2012)

Si può insegnare la morale come si insegna la grammatica o l’aritmetica? Spetta alla scuola pubblica spiegare ai cittadini di domani “cosa è giusto”, oppure uno stato liberale non dovrebbe permettersi di intervenire nell’ambito del “bene” e del “male”?

In Francia, in questi ultimi giorni, il dibattito sulla morale a scuola è estremamente vivo. Visto che, prima dell’inizio del nuovo anno scolastico, il ministro dell’Educazione Vincent Peillon ha detto che il compito della scuola non può più essere solo quello di trasmettere una serie di nozioni, ma anche quello di educare all’etica, per permettere ai più giovani di capire che «alcuni valori sono più importanti di altri: la conoscenza, l’abnegazione, la solidarietà, piuttosto che i valori del denaro, della concorrenza e dell’egoismo».

E così il linguaggio dei valori, rifiutato per anni dalla sinistra in quanto sinonimo di un ritorno all’ordine morale, fa la sua comparsa “scandalosa”. Provocando polemiche. Rilanciate, all’indomani delle dichiarazioni di Peillon, dall’ex-ministro del governo sarkozista Luc Chatel, che accusa il socialista di utilizzare argomenti “ pétainistes”. Chiedere alla scuola di inculcare nei giovani la morale, perché il risanamento di una nazione non può essere solo materiale, ma anche spirituale, significa, per Chatel, fare un passo indietro nella storia: solo il Maresciallo Pétain, negli anni 1940, aveva osato fare dichiarazioni di questo genere.

Come se parlare di decadenza spirituale fosse all’appannaggio della destra. Oppure della Chiesa. Visto che anche da parte del mondo cattolico si sono sollevate alcune obiezioni, per paura che questi famosi valori da insegnare non siano in conformità con il magistero della Chiesa. Ma di quale morale stiamo allora parlando?

Per Peillon, la sola morale che la scuola può insegnare è una “morale laica”. Non si tratta di tornare alle nozioni tradizionali di “patria” e di “famiglia”, né ai concetti di “ordine” e di “disciplina”, ma solo di stimolate la capacità di ragionare, di dubitare e di criticare dei più giovani. È per questo che a scuola si dovrebbe tornare a parlare di libertà, di rispetto, di dignità e di giustizia. Come non dar ragione al ministro dell’educazione, quando si sa che anche solo per formulare correttamente un giudizio critico si devono avere alcune basi? Certo, all’era dell’autonomia individuale, qualunque forma di ritorno al paternalismo sarebbe incongrua. Non si tratta di dare agli studenti un breviario delle azioni da compiere e di quelle da evitare, né di insegnare cosa si debba o meno pensare della vita, della morte, o della sessualità. Si tratta solo di spiegare il significato preciso dei valori che giustificano l’agire umano. Nozioni come il rispetto, la dignità, la responsabilità o la libertà, che sono alla base di ogni etica pubblica contemporanea, non possono essere utilizzate a casaccio. Ognuna di loro ha una propria “grammatica”; per utilizzarle correttamente si devono conoscere le regole del gioco linguistico.

Ecco quale è lo scopo della scuola oggi: insegnare di nuovo ad utilizzare correttamente le parole della morale per permettere l’organizzazione del “vivere-insieme”; evitare che alcuni radicalismi religiosi interferiscano nella sfera pubblica; alimentare il dibattito democratico, senza che la violenza prenda il posto della critica. Esattamente il contrario di ciò che voleva fare Pétain. Ma anche l’opposto di quello che sognerebbero oggi i nuovi integralisti della morale.

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