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www.ildialogo.org Bilancio di un anno triste (rivisitato),di Gianni Mula

Bilancio di un anno triste (rivisitato)

di Gianni Mula

Con la traduzione di un articolo di Krugman


Gianni MulaMolti lettori mi hanno garbatamente segnalato che la chiusa del mio ultimo post: "Il tempo presente è sempre l'ultima occasione per cominciare a seminare" suonava oscuramente pretenziosa, e che il tema della tristezza, pur corrispondente a una sensazione largamente condivisa, non era adeguatamente motivato. Li ringrazio tutti e passo a spiegare le mie intenzioni, in maniera (spero) un po' più chiara.
Perché scrivere che "Il tempo presente è sempre l'ultima occasione per cominciare a seminare"?
Perché per seminare qualcosa che ridia un senso accettabile alla nostra vita come esseri sociali si possono solo fare passi magari piccoli, ma concreti, che nel tempo possano farci emergere dalla condizione disperata in cui ci troviamo. Ma nella vita di ciascuno ogni momento particolare è anche l'ultima occasione per fare qualcosa di significativo: se non lo facciamo quando possiamo, cioè nel presente, che è l'unico tempo nel quale possiamo davvero fare qualcosa, non lo faremo più, perché il passato non tornerà mai e del futuro non possiamo essere sicuri. Per cui se a qualcosa teniamo veramente è nel presente che dobbiamo operare.
Ma perché dire triste l'intero anno? Non potremmo invece, e proprio per le cose dette nel post, essere furenti, indignati (o magari anche soddisfatti, almeno chi riesce ad esserlo, per ciò che è riuscito a compiere nonostante le difficoltà)?
Perché il 2013 è stato l'anno che ha mostrato, al di là di ogni ragionevole dubbio, che la via d'uscita non può passare attraverso la sola rifondazione della classe politica italiana. È necessaria la rigenerazione della coscienza di tutti: nessuno può chiamarsi fuori dagli errori della classe politica perché, in quanto cittadini, ne siamo stati comunque tutti corresponsabili.
Non siamo infatti ossessionati, anche se non tutti nella stessa misura, dal mantra della competitività a tutti i costi, da quell'impudente principio per il quale dobbiamo sempre cercare di essere più giovani, più efficienti, più spietati verso gli altri? Nelle nostre scelte quotidiane non ci sentiamo sollecitati ad identificarci con i vincenti in questo gioco, e a far nostra la visione edonistica del Lorenzo de' Medici dei canti carnascialeschi "Quant'è bella giovinezza, che si fugge tuttavia! Chi vuol esser lieto, sia: del doman non v'è certezza", pur sapendo che non si tratta di un principio perenne ma di una fuggevole illusione?
E quest'ossessione, questa identificazione, non sono maniere di nascondere la tristezza di ritrovarci costretti a vivere vite senza senso?
Mi ha colpito nella sua inconsapevole impudenza un recente articolo di Chiara Paolin, [FQ del 29/12/2013, intitolato "Mi chiamo Ejarque e promo-commercializzo"] che mostra plasticamente a che cosa si può arrivare obbedendo ciecamente a quel principio: «Josep Ejarque ... nome d'arte The Matador ... sa essere molto duro con l'italica arretratezza "Nel turismo c'è sempre questa cosa del collaborare, del volersi bene - ha detto al pubblico di Vieste - oh, ragazzi, ma che cavolo: il mio lavoro è di fotterti un turista, se posso"!»
In altri termini ci agitiamo senza sosta, come topi presi in trappola, con l'ossessione di dover sempre fottere gli altri. Ne facciamo una questione dirimente per la nostra sopravvivenza e non ci rendiamo conto che è proprio quest'ossessione a generare la tristezza di fondo che vela ogni nostra esperienza. Anche in politica si giunge a ritenere significativa l'agitazione conseguente allo scontro tra Renzi e l'attuale (vecchia e imbolsita) nomenclatura del partito democratico. Ma chi è favorevole al ricambio generazionale che sta avvenendo lo è solo perché ha bisogno di negare la tristezza di un partito democratico ormai privo di un pur minimo patrimonio di idee proprie. Altrimenti non chiuderebbe gli occhi di fronte all'evidenza che se c'è un politico che rappresenta idealmente questa vuota ossessione giovanilistica ed efficientistica è proprio Renzi: riporre speranze in lui per il rinnovamento della nostra casta politica è come sperare che le nuove generazioni di mafiosi possano costruire una mafia compatibile con le esigenze dello Stato.
Un difetto simile c'è anche nelle persone che pensano a un rinnovamento della sinistra innescata dal ricorso a un leader che venga da fuori, visto come un Deus ex machina: ad esempio Paolo Flores d'Arcais che per le prossime elezioni europee caldeggia una lista comune delle opposizioni di sinistra di tutti i paesi europei capeggiata da Alexis Tsipras, il leader greco di Syriza, la sinistra radicale greca. Anche in questo caso il problema, al di là della situazione concreta che impone comunque scelte non rinviabili e sulle quali si può perfino concordare, è che si trascura la necessaria palingenesi delle coscienze. Se non ci si rendiamo conto tutti, testimoniandolo nell'esperienza della vita quotidiana di ciascuno, della profonda tristezza di una vita dominata dall'ossessione per la competitività, non c'è speranza basata sui fatti che tenga, si capisce anzi, come diceva Martin Heidegger nel 1966, nella famosa intervista a Der Spiegel pubblicata postuma, che "Ormai solo un dio ci può salvare".
Non si tratta di disimpegnarsi né di rifugiarsi nell'irrazionalità. Si tratta di capire che due fondamentali conquiste della modernità sono venute a conflitto tra loro, in maniera non banalmente superabile.
Da un lato siamo diventati, in maniera irreversibile, perché pochi rinuncerebbero a questo diritto, persone libere che possono davvero fare le proprie scelte. Persone che, diversamente dagli uomini e dalle donne delle epoche precedenti, sono in grado di scegliere da loro stessi come vivere, dove vivere, con chi accompagnarsi. E nei paesi democratici, almeno in linea di principio, questo diritto è garantito dalle leggi dello stato.
Dall'altro lato la modernità è anche l'epoca del progresso scientifico, cioè del primato della ragione strumentale, del disincanto del mondo, del fatto che non si crede più a un ordine naturale espressione non di leggi scientifiche ma di tradizioni condivise. Tradizioni tipicamente, ma non solo, di origine cristiana, che una volta davano senso allo stare insieme nella stessa comunità (dalla piccola tribù allo Stato).
Il conflitto nasce dal fatto che, se non si crede più a nessuna tradizione condivisa, allora l'oggettività delle scienze diventa l'unico criterio per guidare anche le scelte individuali. Ma questo significa negare alla radice il diritto all'autenticità per le singole persone. Perché chi sceglie di sottrarsi (per qualunque motivo) alle imposizioni di una società ossessionata dalla competitività viene sentito perciò stesso un escluso, un emarginato, talvolta un nemico pericoloso.
Una comunità che voglia mantenere entrambe le conquiste deve cercare le soluzioni al conflitto nell'ambito di una riconsiderazione delle ragioni del suo stare insieme come comunità, e quindi della sua scelta di priorità.
Per gli Stati Uniti il 2013 non è stato affatto un anno triste, perché, pure con mille difficoltà, è finalmente partito l'ampliamento del programma di welfare chiamato Obamacare (che garantirà finalmente un'assistenza sanitaria decente a milioni di persone finora escluse). Ciononostante anch'essi si ritrovano a scegliere tra il diritto dei più deboli ad essere aiutati a sopravvivere e l'oggettività della supposta teoria economica dominante che impone di lasciarli affogare. Paul Krugman, nell'editoriale "The Fear Economy", che riportiamo qui di seguito in una mia traduzione, spiega le ragioni che impongono la rimessa al centro del dibattito politico, e con priorità assoluta, del problema dell'occupazione.
In Italia invece stiamo percorrendo a grandi passi lo stesso percorso, ma in direzione opposta. E se prima di ogni altra cosa non capiamo che non c'è niente di bello e di esaltante, ma solo profonda tristezza, nel diventare topi più bravi degli altri, non riusciremo ad uscire dalla trappola nella quale ci siamo cacciati.
Dicevo nel mio ultimo post che la sola via d'uscita sembra essere quella ispirata dall'azione di un papa che di fronte all'impossibile compito di riformare la Chiesa dalle radici non si affida a programmi ben definiti, o ad alleanze esplicitamente contrattate, ma semina esempi di comportamenti che suonano come novità incredibili e appartengono invece alle origini del cristianesimo. Nello stesso modo la nostra società malata può guarire unicamente ricostruendo le ragioni ormai dimenticate della propria nascita e non perdendo tempo a ricercare fragili compromessi tanto facili quanto illusori.
Buon 2014 e buona lettura dell’articolo di Krugman!

New York Times - 27 dicembre 2013
L'economia della paura
di Paul Krugman
Più di un milione di americani disoccupati stanno per ricevere il più crudele dei regali di Natale, il taglio dei loro sussidi di disoccupazione. Per i deputati repubblicani chi non ha trovato un lavoro dopo mesi di ricerche non ha cercato con abbastanza impegno. Perciò è necessario dargli l'incentivo in più della pura disperazione.
Il risultato è che la situazione dei disoccupati, già terribile, diventerà perfino peggiore. Chi ha un lavoro sta certo molto meglio. Tuttavia la persistente debolezza del mercato del lavoro fa pagare un prezzo anche a loro. Vediamo come.
Ci vorrebbero far credere che i rapporti di lavoro sono proprio come qualsiasi altra operazione di mercato: i lavoratori hanno qualcosa da vendere, i datori di lavoro hanno i mezzi per comprare, si tratta semplicemente di mettersi d'accordo. Ma chiunque ha mai avuto un lavoro nel mondo reale - o anche solo visto un cartone animato di Dilbert - sa bene che non è così.
Il fatto è che un rapporto di lavoro comporta generalmente un rapporto di potere: hai un capo che ti dice cosa fare, e se ti rifiuti puoi essere licenziato. Questo non è necessariamente negativo. Se il prodotto dei lavoratori fa guadagnare i datori di lavoro, questi non faranno richieste irragionevoli, ma non si tratta mai di una semplice transazione commerciale. Quando c'è di mezzo un rapporto di lavoro è possibile che si creino situazioni come quella descritta da quella canzone di musica country che dice "Take This Job e Shove It" (Prendi questo lavoro e ficcatelo in quel posto). Per una normale transazione commerciale un'analoga canzone che dica "Puoi tenerti la merce durevole che mi offri" non avrebbe senso.
Il rapporto di potere tra la lavoratori e datori di lavoro, già sbilanciato a danno dei lavoratori, è oggi notevolmente peggiorato dall'alto tasso di disoccupazione. Una misura del peggioramento è data dalla percentuale di lavoratori che ogni mese lasciano volontariamente il posto di lavoro (invece di essere licenziati). Ovviamente ci sono molte ragioni per le quali un lavoratore può desiderare di lasciare il suo lavoro, ma a meno che un lavoratore non ne abbia già un altro che lo aspetta, farlo è rischioso, perché a priori non sa né quanto tempo ci vorrà per trovarne uno nuovo, né a quali condizioni, rispetto a quello vecchio, lo troverà.
E il rischio è molto maggiore quando la disoccupazione è alta e le persone in cerca di occupazione sono molte di più delle offerte disponibili. Perciò il tasso di abbandoni volontari dovrebbe salire durante i boom e calare quando l'economia ristagna, e questo è quello che accade. Gli abbandoni sono diminuiti durante la recessione del 2007-2009, e hanno recuperato solo parzialmente, riflettendo la debolezza e l'inadeguatezza della nostra ripresa economica.
Ora pensate a cosa significa questo per il potere contrattuale dei lavoratori. Quando l'economia è forte, sono i lavoratori ad avere il potere di scegliere. Possono lasciare il lavoro se non sono contenti di come sono trattati e sanno che possono trovare rapidamente un nuovo lavoro se vengono licenziati. Ma quando l'economia è debole i lavoratori sono in una posizione molto debole, e i datori di lavoro sono in grado di chiedergli di lavorare di più, o di essere pagati di meno, o tutte e due le cose.
C'è qualche prova che questo stia accadendo? E come starebbe accadendo? Come ho detto altre volte la ripresa economica è stata debole e insufficiente, e tutto il peso della debolezza è stato sopportato dai lavoratori. I profitti delle imprese sono affondati durante la crisi finanziaria, ma hanno rapidamente invertito la corsa, sono continuati a salire e a questo punto gli utili dopo le tasse sono del 60 per cento più alti di quanto non lo fossero nel 2007, prima dell'inizio della recessione. Non sappiamo quanta parte di questo aumento di profitti possa essere spiegata dal fattore paura - cioè dalla capacità di spremere i lavoratori che sanno di non avere nessun altro posto dove andare. Ma questo fattore deve essere almeno parte della spiegazione, ed è possibile (anche se non certo) che i profitti delle aziende crescano di più in un'economia un po' depressa di quanto non farebbero in regime di piena occupazione.
Tuttavia la cosa più importante è che non sarebbe poi una gran forzatura dire che il nostro sistema politico ha voltato le spalle ai disoccupati. No, non credo a un complotto di amministratori delegati per mantenere l'economia debole. Ma credo che una delle ragioni principali per cui la riduzione della disoccupazione non è una priorità politica è che l'economia può essere pessima per i lavoratori, ma l'America delle aziende sta andando bene.
Una volta capito questo si capisce anche perché è così importante cambiare le priorità.
Ultimamente c'è stato un dibattito un po' strano tra progressisti, qualcuno sosteneva che il populismo e le condanne della disuguaglianza sono un diversivo, che la priorità assoluta dovrebbe invece essere la piena occupazione. Tuttavia, come alcuni importanti economisti progressisti hanno sottolineato, la piena occupazione è di per sé un argomento populista: mercati del lavoro deboli fanno perdere terreno ai lavoratori, e lo strapotere delle aziende e dei ricchi è il motivo principale per cui non si fa nulla per aumentare i posti di lavoro.
Troppi americani vivono attualmente nella paura per le possibili conseguenze della crisi economica. Ci sono molte cose che possiamo fare per porre fine a tale stato di cose, ma la più importante è rimettere all'ordine del giorno il problema dell'occupazione.
(Traduzione di Gianni Mula)



Giovedì 02 Gennaio,2014 Ore: 08:31
 
 
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