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www.ildialogo.org La ripresa economica è solo dei ricchi,di Paul Krugman

New York Times 13 settembre 2013
La ripresa economica è solo dei ricchi

di Paul Krugman

Con una nota di Gianni Mula


Gianni Mula Certe volte penso che Paul Krugman non sia solo quel grande economista che è, ma sia anche e soprattutto un autentico profeta dei nostri tempi. Profeta nel senso etimologico del termine, che significa non chi prevede il futuro ma chi dice il vero sulle cose che vede. Ad esempio nel suo odierno editoriale Krugman racconta che, nonostante la crisi che dal 2008 ha sconvolto l’economia del mondo sviluppato, l’un per cento più ricco dei contribuenti americani ha già incassato il 95% di quanto la ripresa americana ha guadagnato dal 2009 in poi. Questo risultato non dipende da particolari analisi che spieghino il perché di quest’andamento fortemente sbilanciato, né tanto meno da particolari opinioni sul come le autorità che governano il mercato finanziario dovrebbero agire. Si tratta infatti di un’asimmetria incontestabile che richiede(rebbe) interventi d’urgenza, del tipo, dice Krugman, di quello proposto dal candidato democratico alle prossime elezioni per sindaco di New York, e sui quali ogni persona in buona fede dovrebbe essere d’accordo.
I dati che Krugman considera sono quelli di un recentissimo studio degli autorevoli economisti americani Emmanuel Saez e Thomas Piketty, studio ripreso il giorno prima da Annie Lowrey, giornalista economica del New York Times, sul supplemento Economix (e linkato anche sul sito di sbilanciamoci.info). L’articolo della Lowrey, che riporta il grafico mostrato qui sotto, sottolinea che il recupero dei ceti più ricchi è essenzialmente dovuto “all’aumento delle quotazioni azionarie, dei valori degli immobili e dei profitti aziendali” mentre “l’alta disoccupazione e la stagnazione dei salari” incidono pesantemente sul reddito delle classi lavoratrici. Il grafico riportato mostra gli andamenti, costruiti sulla base delle denunce dei redditi, delle percentuali del reddito totale degli Stati Uniti che, negli anni dal 1912 al 2012, sono andate rispettivamente all’uno per cento e al 10% dei contribuenti più ricchi.
Questi andamenti mostrano che oggi l’insieme dei redditi del dieci per cento dei contribuenti più ricchi vale la metà del reddito nazionale, proprio come un secolo fa, agli albori della crisi del ’29, e che l’un per cento guadagna adesso, come guadagnava allora, negli anni dopo il 1912 (quando il governo americano ha istituito la tassa sul reddito) più di un quinto del reddito nazionale.

Non c’è bisogno di essere economisti per capire che a partire dagli anni ‘6o, nei quali in Italia si parlava di miracolo economico, ad oggi l’economia americana si è mossa con determinazione verso il ritorno a quella che negli Stati Uniti si è chiamata "The Gilded Age", in Francia “Belle Époque”, e cioè a quella mitica età dell’oro, durante la quale (fine diciannovesimo e inizio ventesimo secolo) crebbe quel tessuto di grandi speculazioni finanziarie e di corruzione che ha portato alle due guerre mondiali. E si potrebbe anche sostenere, estrapolando un po’ arditamente dalle curve, che un minimo non comprimibile di diseguaglianza si verifichi quando al 10% e all’uno per cento dei contribuenti più ricchi si attribuiscano quote del reddito nazionale totale all’incirca del 25% e del 10%, rispettivamente. E che, analogamente, un massimo non socialmente sopportabile si verifichi quando i suddetti limiti salgano, sempre rispettivamente, alla metà e al 20% del reddito totale.
Sono previsioni buttate così, i dati dell’economia americana non sono quelli dell’economia europea, e l’economia europea è una realtà tutt’altro che omogenea, ma certo sono previsioni che hanno l’aspetto di essere più realistiche, nel senso di una scadenza più immediata, di quelle di una catastrofe ambientale. Anche perché mentre prevenire una catastrofe ambientale richiede un improbabile accordo di lungo periodo fra tante parti con divergenti interessi, soluzioni minimali che almeno attenuino le punte estreme della sofferenza sociale, come quelle proposte dal candidato sindaco di New York di cui parla Krugman, sono in linea di principio realizzabili senza particolari difficoltà.
Purtroppo, se dobbiamo giudicare dal caso italiano, la distruzione attualmente in corso dello stato sociale, allegramente praticata anche dal governo Letta, ha effetti potenzialmente ancor più rovinosi di quelli dovuti alla pura crisi economica. Per cui non sembra restare altra speranza che quella di un nuovo populismo economico che scuota il nostro intero sistema politico, come si augura Krugman.
Buona lettura!
Gianni Mula
NYTimes - 13 settembre 2013
La ripresa economica è solo dei ricchi
di Paul Krugman
Pochi giorni fa il Times ha pubblicato un rapporto su una società minata da un’estrema disuguaglianza. È una società che sostiene di premiare i migliori e più brillanti indipendentemente dal reddito e dalle connessioni delle famiglie da cui provengono, ma in pratica i figli dei ricchi godono di vantaggi e opportunità non disponibili per i figli di impiegati e operai. Ed è chiaro dall’articolo che il divario tra l'ideologia meritocratica della società e la sua realtà sempre più oligarchica ha un effetto profondamente demoralizzante.
Il rapporto spiega in poche parole perché l’estrema disuguaglianza è distruttiva, perché suonano vuote le affermazioni che la disuguaglianza dei risultati non ha importanza se c’è pari opportunità. Se i ricchi sono tanto più ricchi da vivere in un universo sociale e materiale diverso da quello degli altri, quello fatto di per sé rende assurda qualsiasi pretesa di pari opportunità .
A proposito, di quale società stiamo parlando? La risposta è: la Harvard Business School - un’istituzione d'élite, ma una che è ora caratterizzata da una netta divisione interna tra gli studenti ordinari e la sotto-élite di studenti provenienti da famiglie benestanti.
Il punto, naturalmente, è che come va la Harvard Business School così va l'America, solo ancora di più - com’è dimostrato dagli ultimi dati sui redditi dei contribuenti.
I dati in questione sono stati compilati negli ultimi dieci anni dagli economisti Thomas Piketty e Emmanuel Saez, che usano i dati dell’IRS (Internal Review Service, l’agenzia governativa che si occupa delle tasse) per valutare la concentrazione del reddito negli strati più ricchi tra coloro che presentano la denuncia dei redditi. Secondo le loro stime durante la Grande Recessione gli strati superiori hanno perso reddito così come si sono temporaneamente prosciugati i bonus e le plusvalenze di Wall Street. Ma i ricchi sono già tornati a guadagnare, a tal punto che il 95 per cento dei guadagni della ripresa economica dal 2009 sono andati al famoso 1 per cento. Più precisamente oltre il 60 per cento dei guadagni è andato allo 0,1 per cento, cioè alle persone con reddito annuo di più di 1,9 milioni di dollari.
In sostanza, mentre la grande maggioranza degli americani vive ancora in una economia depressa, i ricchi hanno recuperato quasi tutte le loro perdite e stanno continuando a guadagnare.
Una parentesi: questi numeri dovrebbero (ma probabilmente non succederà) annichilire del tutto le pretese di chi sostiene che la crescente disuguaglianza è dovuta a differenze nei livelli di istruzione. Perché solo una piccola frazione di laureati entra a far parte del cerchio incantato dell’1 per cento, mentre molti, forse la maggior parte, dei giovani con alte qualificazioni incontrano forti difficoltà. Essi hanno la laurea, spesso acquisita a costo di pesanti debiti, ma in molti rimangono disoccupati o sottoccupati, e troppi altri sono impiegati in lavori che non fanno uso delle loro costosa educazione. Il laureato che serve caffellatte da Starbucks è un luogo comune, ma rispecchia la situazione reale.
Che cos’è che fa sì che questi enormi guadagni di reddito vadano agli strati più alti? C'è un intenso dibattito su questo punto, con alcuni economisti che ancora sostengono che redditi alti in maniera straordinaria riflettono contributi straordinari all'economia. Credo di dover osservare che gran parte di quei redditi super-alti provengono dal settore finanziario, cioè da quel settore che, quando il crollo incombente minacciava di abbattere l'intera economia, è stato tirato fuori dai guai con i soldi di tutti i contribuenti.
In ogni caso, comunque, qualunque sia la causa della crescente concentrazione del reddito negli strati più alti, l'effetto di tale concentrazione è di minare tutti i valori che definiscono l'America. Ogni anno che passa ci allontaniamo di più dai nostri ideali. Il privilegio ereditato spazza via ogni idea di pari opportunità, il potere del denaro spazza via ogni possibilità di una democrazia sostanziale.
Che cosa si può fare, a questo punto? Per il momento la trasformazione che c’è stata col New Deal - una trasformazione che ha creato una società borghese non solo attraverso interventi governativi ma aumentando notevolmente il potere contrattuale dei lavoratori - non sembra politicamente fattibile. Ma questo non significa che si debba rinunciare a fare piccoli passi, a iniziative che livellino almeno un po' il campo di gioco.
Prendiamo, per esempio, la proposta di Bill de Blasio, che ha chiuso al primo posto le primarie democratiche di martedì scorso ed è il probabile prossimo sindaco di New York, di fornire educazione gratuita a tutti i bambini tra i 3 e i 5 anni pagandola con un piccolo sovrapprezzo fiscale su coloro con redditi oltre 500.000 dollari. I soliti noti stanno già urlando per i loro sentimenti feriti, come hanno fatto tante volte in questi ultimi anni, anche mentre guadagnavano come banditi. Ma questo è proprio il tipo di cosa che dovremmo fare: tassare almeno un po’ coloro che sono sempre più ricchi, per aumentare le opportunità dei figli dei meno fortunati .
Alcuni esperti stanno già suggerendo che l’imprevista ascesa politica di de Blasio è il segno di un nuovo populismo economico che scuoterà il nostro intero sistema politico. Sembra prematuro dirlo, ma spero che abbiano ragione. Perché quest’estrema disuguaglianza sta ancora crescendo - e sta avvelenando la nostra società.
(Traduzione di Gianni Mula)



Sabato 14 Settembre,2013 Ore: 08:22
 
 
Commenti

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Autore Città Giorno Ora
Gianni Mula Cagliari 14/9/2013 09.14
Titolo:Link al grafico mancante
Purtroppo per un errore tecnico nel testo del mio commento è stata riportata la foto di Paul Krugman anziché quella del grafico dell'articolo di Annie Lowrey. Penso che il rimedio più semplice e rapido sia segnalare qui il link originale dell'articolo della Lowrey
http://economix.blogs.nytimes.com/2013/09/10/the-rich-get-richer-through-the-recovery/?_r=0

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