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www.ildialogo.org Requiem per un partito mai nato,di Gianni Mula

Requiem per un partito mai nato

di Gianni Mula

Gianni MulaIl suicidio in diretta televisiva del partito democratico e la rielezione di Napolitano sono stati accolti dalla parte pensante del paese con un'ondata di indignazione. Dovessi scegliere un unico commento fra i tanti non avrei sensi di colpa a unirmi all'urlo liberatorio di Emiliano Liuzzi, sul suo blog sul Fatto Quotidiano, dal titolo Sinistra da latrina. Eccone un estratto: “... Che D’Alema e Bersani vadano per un giorno a lavorare. Che almeno lo facciano i loro figli. Che finiscano in una latrina. Perché hanno sepolto quello che qualcuno ci aveva lasciato in eredità. E non parlo di democrazia, che è una mera demagogia. Parlo della sinistra. Quella volevamo, quella ci hanno distrutto. E io non li voglio più. ...”

Altri editoriali hanno efficacemente evidenziato l’atmosfera da basso impero nella quale, proprio a causa della sparizione della sinistra, ci troviamo immersi. Tra di essi mi sembrano particolarmente degni di menzione quello di Marco Travaglio, Napolitano bis, Funeral Party, che ritrae un presidente “... coetaneo di Mugabe, voltagabbana (fino all’altro ieri giurava che mai si sarebbe ricandidato) e potenzialmente ricattabile (le sue telefonate con Mancino, anche quando verranno distrutte, saranno comunque note a magistrati, tecnici e soprattutto a Mancino) ... [un presidente che è stato eletto] con una votazione dal sapore vagamente mafioso (ogni scheda rigorosamente segnata e firmata, nella migliore tradizione corleonese)” e quello di Giovanni Sarubbi, La repubblica degli zombi, che racconta di un Giorgio Napolitano che “nel suo breve discorso di ringraziamento ai presidenti di Camera e Senato che gli hanno portato il corpo del delitto, cioè il verbale della sua rielezione, ha sottolineato come i parlamentari avessero votato per lui “liberamente” e che lunedì 22 aprile, durante il suo discorso di insediamento dopo il giuramento sulla Costituzione, farà sapere come eserciterà il suo mandato, chiamando tutti ad essere responsabili. Una promessa ed un avvertimento”.

Ma bisogna essere responsabili nonostante tutto questo sfacelo, almeno così dicono. Devo dire che la distinzione introdotta da Max Weber tra etica della convinzione e etica della responsabilità non mi ha mai convinto perché è troppo facile da strumentalizzare. Comunque, per analizzare con lucidità le cause del disastro epocale che ci troviamo davanti, l’impeccabile post di Francesca Coin, sul Fatto Quotidiano, dal titolo Governo Letta, né destra, né sinistra: di classe, mi pare un punto di partenza perfetto. In esso Coin documenta, anche sulla scorta di uno sconsolato ed amaro editoriale[1] di Paul Krugman, come le polemiche attorno alle politiche di austerità rivelino che, lungi dall'essere un relitto d'altro tempi, la lotta di classe sia ben viva ed attuale. Parafrasando Warren Buffett potremmo anzi dire: “In Italia la guerra di classe esiste e l’abbiamo persa noi”. Grazie naturalmente al Pd, e alle sue incarnazioni precedenti, che hanno di fatto praticato, da almeno vent’anni, probabilmente unico caso al mondo, una selvaggia lotta di classe contro la propria base elettorale.

In effetti quell’editoriale di Krugman è la più dura e irrefutabile condanna, dal punto di vista della razionalità economica, della mistica dell’austerità attualmente imperante e onnipresente. Certo Krugman si rivolge a un pubblico americano, non italiano, ma le sue argomentazioni valgono anche da noi, anzi valgono ancora di più perché i nostri governi non hanno fatto neanche quel relativamente poco che Obama è riuscito a fare, pur non avendo la maggioranza al Congresso.

Che poi Krugman sia riuscito a sintetizzare le argomentazioni essenziali in poco più di una pagina e con toni, come si addice a un premio Nobel per l’economia, assolutamente bassi e quasi, come si usa dire oggi, “bipartisan”, non fa che confermarne l’autorevolezza. Che abbia poi indicato esplicitamente, come causa fondamentale della crisi economica globale, una politica classista praticata nell’interesse esclusivo dell’uno per cento più ricco della popolazione dimostra invece che il Pd, quando chiede agli italiani, e in particolare ai suoi elettori, di comportarsi in maniera responsabile e di accettare misure di austerità insensate, non sa di cosa parla. Non può saperlo, in effetti, perché per anni non ha visto, o si è rifiutato di vedere, la realtà di questa guerra di classe.

Negli ultimi anni la mistica dell’austerità ha tanto influenzato la politica italiana da poter essere indicata come la causa principale del suicidio politico del Pd. Perché, per quanto possa sembrare incredibile, i dirigenti del Pd, Bersani in testa (ma gli altri erano tutti allineati con lui), erano talmente convinti della necessità morale di praticare una politica di austerità, da ritenere che le scelte che via via facevano sarebbero state accettate dalla maggioranza dell’elettorato, se non subito, almeno dopo che se ne fosse cominciata a vedere l’efficacia. È per questo motivo che le mosse politiche del Pd nelle ultime settimane sono state in un certo senso inevitabili. Detto questo, e riaffermato che le ultime scelte politiche del Pd si meritano tutti gli insulti che i suoi elettori hanno loro dedicato, non bisogna dimenticare il ruolo di grande manovratore nell'ombra che Napolitano ha assunto con sempre maggiore determinazione nel corso del suo primo settennato.

Il fatto è che, come ha osservato Ilvo Diamanti su Repubblica, neanche Napolitano " ... potrà rimediare al deficit di leadership e di identità del partito. D'altronde, intese, per quanto larghe, intorno a governi "presidenziali", difficilmente potranno compensare il deficit di politica che asfissia il Paese. Neppure in un presidenzialismo preterintenzionale come il nostro."

Preterintenzionale o no, questo presidenzialismo è quasi riuscito, col valido aiuto di una classe politica corrotta e incapace, a condurre l’Italia al disastro economico e sociale. E ora ciò che abbiamo sotto gli occhi è la prospettiva di un lento e morbido colpo di stato (lento ma non troppo, ben entro i sette anni del secondo mandato di Napolitano) da realizzare per via costituzionale, con la trasformazione della nostra repubblica parlamentare in uno stato autoritario. Secondo Travaglio il richiamo storico giusto è Weimar, "con i vecchi partiti di centrosinistra che nel 1932 riconfermano il vecchio e rincoglionito generale von Hindenburg, 85 anni, spianando la strada a Hitler. Qui per fortuna non c’è alcun Hitler all’orizzonte." Purtroppo il fatto che non sembri esserci alcun Hitler all'orizzonte non rende la nostra situazione meno preoccupante, sia perché potrebbe sempre venir fuori, sia perché una trasformazione in senso autoritario può tranquillamente verificarsi anche senza un Hitler. Anche perché il nostro Hindenburg è un po' meno vecchio ma sembra molto meno rincoglionito dell'originale e molto determinato a imporre, naturalmente per il nostro bene, la sua personale visione di democrazia.

Ora ci troviamo di fronte al primo governo Letta, primo di una probabilmente lunga serie di governi brevi capaci di coniugare, al meglio, la vaselina democristiana col supposto rigore asettico delle leggi economiche. Giovanni Sarubbi, nel suo editoriale Le nostre radici e la nostra speranza, lo descrive come il risultato di una pratica della doppia morale che ha ormai ucciso la credibilità della sinistra, almeno di quella sinistra alle cui prodezze stiamo assistendo: “Ciò che non è consentito agli altri non può essere neppure consentito a se stessi. Questa semplice regola etica, viene continuamente calpestata. Che la destra si comporti così, amen, fa parte della sua natura. Che lo faccia anche la sinistra è il segno dell'inquinamento ideologico di cui essa è stata oggetto nel corso degli ultimi venti anni.”

Il problema è che l’inquinamento ideologico di cui parla Sarubbi era insito nella stessa natura del Pd, del solo partito di massa rimasto sulla piazza politica. In teoria era infatti il risultato della confluenza di due partiti di massa entrambi imbevuti di fede, uno nell’avvenire in questo mondo, l’altro nel mondo ultraterreno. E per quanto le due fedi si potrebbero considerare in astratto opposte, in concreto sono perfettamente compatibili, perché l’insegnamento dei vangeli è perfino più esigente di quello marxiano sui temi dei diritti e della dignità del lavoratori. Purtroppo le due anime politiche, quella laica discendente dal PCI e quella cristiana discendente dalla DC, non si sono unite sulla base di quanto c’era di comune nelle loro fedi ma di quanto c’era di comune negli interessi di entrambe le chiese, in nessuna della quali la fede originaria aveva più diritto di cittadinanza. Come ha recentemente osservato Raniero La Valle (Il partito senza le due culture) la conseguente rinuncia sia alla cultura comunista che alla cultura cattolica, in quanto giudicate ideologie del Novecento e perciò obsolete, è stata un abbaglio storiografico quasi inconcepibile. Se non fosse che quello che si voleva era unire il peggio, e non il meglio, di quanto caratterizzava ciascuna parte. Il risultato è stato un partito mai veramente nato, che però poteva essere spacciato come tale perché nel frattempo entrambi i gruppi dirigenti si erano convertiti a una fede comune, quella nel capitalismo come religione.

L’interpretazione religiosa del capitalismo è stata un’ormai celebre intuizione di Walter Benjamin, filosofo e critico letterario tedesco di origine ebraica, suicida nel 1940 per sfuggire al nazismo. A differenza però di Max Weber (L'etica protestante e lo spirito del capitalismo), Benjamin, che scrive una quindicina d’anni dopo, ritiene che il capitalismo sia un fenomeno religioso del tutto indipendente dal cristianesimo. In un suo appunto che risale al 1921 si legge: “ ... il capitalismo è una religione puramente cultuale, forse la più estrema che si sia mai data. In esso nulla ha significato se non in relazione immediata con il culto; esso non presenta alcuna particolare dogmatica, alcuna teologia. ... Il capitalismo è la celebrazione di un culto senza tregua e senza pietà. Non esistono giorni feriali, [cioè] non esiste alcun giorno che non sia festivo, nel senso terribile del dispiegamento di tutta la pompa sacrale, dell’estrema tensione che abita l’adoratore.”

A quasi un secolo di distanza, guardando alla nostra vita in cui tutto, perfino i fine settimana, è subordinato all’efficienza e alla maggior gloria del sistema capitalistico, mi pare evidente che quest’interpretazione coglie nel segno. Per Benjamin il capitalismo è presumibilmente il primo caso di un culto che non espia il peccato ma lo crea, sotto forma di debito, di un debito che è al tempo stesso un peccato. Nella sua visione il peccatore/debitore non sa come espiare, e si afferra al culto (lavoro/consumo) non tanto per espiare quanto perché non riconosce altra realtà al di fuori di esso.

È solo nel quadro di una visione totalizzante di questo tipo che si possono capire le contorsioni recenti della politica del Pd come un comportamento in “buona fede”. Perché, quando si interiorizza la fede nel capitale come l’unica realtà che conta, un comportamento in buona fede diventa quello che, costi quel che costi, rafforza questo convincimento. In questa ideologizzazione dei comportamenti concreti più elementari il capitalismo non ha proprio niente da invidiare alle sette più fanatiche nate dalle religioni tradizionali.

Giusto per dare un esempio particolarmente significativo di questo tipo di “buona fede” cito qui l’episodio, poco noto perché ignorato dai grandi mezzi di comunicazione, della cosiddetta “svista” di Mario Draghi. Draghi ha presentato al Consiglio europeo del 14-15 marzo 2013 due grafici nei quale si confrontavano gli andamenti della produttività e delle retribuzioni negli anni successivi dal 1999 al 2012, distinguendo fra paesi in attivo (Austria, Belgio, Germania, Lussemburgo, Olanda) e paesi in passivo (Francia, Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo, Spagna). L’effetto di questo confronto, scrisse il giorno dopo, con approvazione, il quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung, fu devastante, tanto che il presidente francese Holland, che si era espresso in precedenza a favore di un passaggio da misure di austerità a misure per lo sviluppo, fu praticamente ridotto al silenzio. Infatti i grafici mostravano in maniera chiarissima che, mentre nei paesi in attivo le retribuzioni crescevano in linea con la produttività, in quelli in passivo le retribuzioni crescevano molto più della produttività; questa divergenza segnalava quindi senza ambiguità la radice dei problemi dell’area euro e la necessità delle misure di austerità come strumento per comprimere l’indebito aumento delle retribuzioni.

Peccato che Draghi avesse fatto il confronto usando per le retribuzioni i valori nominali, quindi non corretti per l’inflazione, e invece per la produttività i valori corretti per l’inflazione. Questo, come ben spiega sul sito sbilanciamoci.info il Prof. Paolo Pini, ordinario di Economia Politica presso l’Università di Ferrara, è molto più di un esercizio contabile errato, è la confessione di un indirizzo di politica economica che lega le retribuzioni nominali (non corrette per l’inflazione) alla produttività fisica del lavoro. È vero che in questo modo si commette un errore da principianti ma si ottiene in cambio il vantaggio inestimabile di poter resistere meglio alle sollecitazioni ad abbandonare le politiche di austerità, e di poter continuare a sostenere l’intangibilità del culto capitalistico. Se perfino Mario Draghi, gran sacerdote del culto capitalistico, si espone a simili figuracce nell’interesse del mantenimento del culto, chi è un Bersani qualunque per sottrarvisi? Ecco spiegata la vera ragione del suicidio a reti unificate del Pd.

PS

Dopo aver finito questo pezzo ho scoperto che oggi (29/5/2013) Paul Krugman è ritornatosull’argomento dell’editoriale citato sopra. Lo commenterò ampiamente in un prossimo post ma mi pare valga la pena di anticiparvene le conclusioni:

“Davvero la storia che vi ho raccontato è così semplice come ve l’ho raccontata, e soprattutto davvero è così facile fermare il flagello della disoccupazione? Sì, ma c’è gente potente che non ha alcuna intenzione di crederlo. Alcuni sentono visceralmente che dobbiamo pagare per i peccati commessi nel passato (anche se i peccatori di allora e coloro che oggi pagano il prezzo di quel peccato appartengono a gruppi molto diversi di persone). Altri vedono la crisi come un’occasione per smantellare le reti di sicurezza sociale. E quasi tutti i membri dell’élite politica si lasciano guidare da una minoranza di ricchi che non soffre per i sacrifici imposti agli altri. Tuttavia ciò che è accaduto ora è che la spinta a favore dell’austerità ha perso la foglia di fico della sua supposta razionalità, ed è quindi svergognata come quell’espressione di pregiudizi, opportunismo e interessi di classe che è sempre stata. E forse, ma solo forse, quest’improvvisa esposizione al ludibrio generale ci darà una possibilità per fare qualcosa per fermare la crisi in cui ci troviamo.”

New York Times, 26 Aprile 2013

La politica economica che piace all’1% più ricco

di Paul Krugman

I dibattiti economici raramente terminano con un K.O. tecnico. Ma l’esito del grande dibattito politico di questi ultimi anni tra keynesiani, sostenitori del mantenimento e, anzi, dell’aumento della spesa pubblica durante una depressione, e austeriani, cioè sostenitori dell’austerità, che richiedono tagli di spesa immediati, è quanto di più vicino a un K.O. tecnico si possa immaginare - almeno nel mondo delle idee. Al punto in cui siamo la posizione austeriana è implosa, non solo le sue previsioni circa il mondo reale sono fallite completamente, ma la ricerca accademica invocata a sostegno della sua posizione si è rivelata piena di errori, omissioni e statistiche dubbie.

Eppure rimangono ancora due grandi domande. In primo luogo, come ha fatto la dottrina dell'austerità a diventare così influente? In secondo luogo, ora che le affermazioni austeriane cruciali sono diventati battute per programmi comici da terza serata, cambierà in qualche modo la politica economica?

Sulla prima domanda: il predominio austeriano negli ambienti che contano dovrebbe disturbare chi ama credere che la politica si basi sull’evidenza dei fatti, o ne sia almeno fortemente influenzata. Dopo tutto, i due principali studi che fornivano la presunta motivazione razionale per l'austerità - quello di Alberto Alesina e Silvia Ardagna sulla "austerità espansiva" e quello di Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff sull’esistenza di una "soglia", al 90 per cento del PIL, pericolosa per il debito pubblico, sono stati oggetto di critiche durissime sin dalla loro pubblicazione.

E ora vien fuori che i due studi non reggono a un esame attento. Già alla fine del 2010, il Fondo Monetario Internazionale aveva rielaborato lo studio Alesina-Ardagna con dati migliori e invertito i loro risultati, mentre molti economisti hanno sollevato dubbi fondamentali su quello Reinhart-Rogoff ben prima che si conoscesse il famoso errore di programmazione Excel. Da allora gli eventi del mondo reale - la stagnazione in Irlanda, che era il paese portato a modello per le sue politiche di austerità, e il calo dei tassi di interesse negli Stati Uniti, che invece secondo gli austeriani avrebbero dovuto trovarsi di fronte a una crisi fiscale - hanno dimostrato definitivamente l’inconsistenza delle previsioni austeriane.

Eppure l’austerità ha conservato e addirittura rafforzato la sua presa sull’élite. Perché?

Parte della risposta risiede sicuramente nel desiderio diffuso di vedere l'economia come un dramma morale, di renderla una storia di eccessi e dei loro effetti. Abbiamo vissuto oltre i nostri mezzi, questo è il racconto, e adesso ne stiamo pagando le inevitabili conseguenze. Gli economisti possono spiegare fino alla nausea che questo è un racconto sbagliato, che il motivo per cui abbiamo la disoccupazione di massa non è che abbiamo speso troppo in passato, ma che stiamo spendendo troppo poco adesso, e che questo problema può (e dovrebbe) essere risolto. La risposta è: chi se ne importa; molte persone hanno un senso viscerale del peccato e della necessità di redenzione attraverso la sofferenza - e né argomenti economici, né l'osservazione che le persone che ora soffrono non sono affatto le stesse persone che peccarono durante gli anni della bolla, potranno mai scalfire questa convinzione.

Ma non è solo una questione di confronto fra logica ed emotività. Non si può capire l'influenza della dottrina dell’austerità senza parlare di classi sociali e di disuguaglianza.

Che cos’è, dopo tutto, che la gente chiede alla politica economica? La risposta, come vien fuori da un recente studio degli scienziati politici Benjamin Pagina, Larry Bartels e Jason Seawright, dipende dalle persone a cui si pone la domanda. Lo studio mette a confronto le preferenze politiche dell’americano medio con quelle dei molto ricchi, ed i risultati sono rivelatori.

Essi mostrano infatti che l'americano medio è un po’ preoccupato per il deficit del bilancio federale, cosa che non sorprende data la maniera con la quale i mezzi di informazione trattano le notizie che riguardano il deficit, mentre i ricchi, a grande maggioranza, considerano il deficit come il problema più importante che abbiamo di fronte. E come dovrebbe essere ridotto il deficit? Per i ricchi bisognerebbe tagliare le spese federali per l'assistenza sanitaria e per la sicurezza sociale - cioè bisognerebbe tagliare i "diritti" - mentre il grande pubblico in realtà vuole che la spesa per quei programmi aumenti.

Diciamolo più chiaramente: l'agenda dell’austerità assomiglia molto a una semplice espressione delle preferenze della classe agiata, però contrabbandata come richiesta della scienza economica. Così ciò che vuole l'uno per cento col reddito più alto diventa ciò che la scienza economica ci dice che dobbiamo fare.

Ma continuare con la depressione è davvero nell’interesse dei ricchi? Improbabile, dal momento che un boom economico va generalmente bene per quasi tutti. Il fatto è che da quando abbiamo adottato politiche di austerità abbiamo avuto anni duri per i lavoratori, ma tutt’altro che cattivi per i ricchi, che hanno beneficiato di profitti e prezzi delle azioni in aumento, anche in condizioni di crescente disoccupazione di lunga durata. Magari quell’uno per cento non vorrebbe un’economia debole, ma intanto se la cava abbastanza bene da non dover mettere in discussione i propri pregiudizi.

E questo porta a chiedersi quale sarà, in concreto, l’effetto del crollo della credibilità scientifica della posizione austeriana. Con una politica dell’uno per cento, fatta dall'uno per cento, nell’interesse dell’uno per cento, non è che ci dobbiamo aspettare solo nuove giustificazioni per le stesse vecchie politiche?

Spero di no, mi piacerebbe credere che le idee e i fatti contino, almeno un po’. Altrimenti, che cosa sto facendo della mia vita? Ma temo che toccheremo con mano quanto cinismo serve per continuare con le vecchie politiche.

(Traduzione di Gianni Mula)

NOTE

[1]The 1 Percent’s Solution, New York Times del 26 aprile, pubblicato su Repubblica del 27 aprile col titolo L’austerity è finita KO. Per comodità di chi legge riporto in coda a questo post l’editoriale di Krugman in una mia traduzione, cui ho dato il titolo, che a mio avviso coglie meglio lo spirito dell’articolo, La politica economica che piace all’1% più ricco).




Martedì 30 Aprile,2013 Ore: 09:19
 
 
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