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www.ildialogo.org La crisi secondo Krugman. Prendetevi il tempo che serve!,di Gianni Mula

La crisi secondo Krugman. Prendetevi il tempo che serve!

di Gianni Mula

“Qualcosa di terribile è accaduto tre anni fa nella politica economica degli Stati Uniti e dell’Europa. Il peggio della crisi finanziaria era passato, anche se le economie di entrambe le sponde dell'Atlantico erano rimaste profondamente depresse, con una disoccupazione molto alta. E tuttavia, in qualche modo, l’élite politica del mondo occidentale decise che la priorità assoluta della politica non sarebbe più stata la disoccupazione di massa ma la riduzione dei deficit di bilancio.” Questo è l’attacco di un recente editoriale di Paul Krugman (ne trovate la traduzione, col titolo L’inutile ricerca di storie di successo, in fondo a questo post).

Krugman non rivela le ragioni di questo cambio di priorità pur lasciando capire che, a dispetto di quanto impudentemente raccontato dai grandi mezzi di comunicazione, non era né consigliabile né tanto meno necessario. Di conseguenza se ne deve dedurre che la decisione di procedere è stata in pratica imposta ai governi da un sistema finanziario che, cresciuto a dismisura (si stima che l’economia finanziaria sia almeno dieci volte più grande dell’economia reale) è diventato capace di dettare le proprie condizioni alla politica. E quindi di tenerla sotto ricatto, visto che, dati gli altissimi costi sociali delle misure di austerità, i governi non possono aver preso la decisione a cuor leggero.

Raccontata così può sembrare una storia di pura fantascienza. Ma è forse smentita dalle notizie che ci bombardano tutti i giorni, o è una storia che ci riguarda molto da vicino? “Solo poche settimane fa una delle più grandi banche del mondo ha patteggiato con la giustizia statunitense per uscire da un'accusa di riciclaggio del denaro dei narcos messicani. Una mezza dozzina di gruppi bancari è coinvolta nelle indagini per la manipolazione del Libor (il tasso di riferimento europeo al quale le banche si prestano denaro tra loro) un tasso di interesse su cui si basano migliaia di miliardi di euro di mutui e titoli finanziari. Le stesse tecniche e gli stessi strumenti utilizzati dal Monte Paschi per “abbellire” i bilanci e mascherare le perdite sono quelli che hanno portato alla condanna di quattro banche per la vendita di un derivato al Comune di Milano. Sono decine, se non centinaia, gli enti locali che hanno sottoscritto derivati negli scorsi anni, con perdite che potrebbero ammontare a decine di miliardi di euro”. (Andrea Baranes, sbilanciamoci.info).

Queste notizie danno un’immagine del sistema finanziario internazionale che lo apparenta a un Moloch che divora i suoi figli. È un’immagine che è compatibile sia con l’analisi di Krugman, economista di successo e premio Nobel, editorialista del quotidiano principale della città al cuore del capitalismo mondiale, che con la descrizione che ne dava, in un bell’intervento dello scorso ottobre su Adista, Aldo Antonelli, parroco ad Antrosano (Aq), persona di tutt’altra sensibilità e ispirazione: “Le voci che con lucidità hanno studiato i totalitarismi del ‘900 (da Horkheimer ad Adorno, da Foucault ad Arendt e a Girard) ci hanno avvertito: il sistema organizzativo che più minaccia la libertà umana e la vita comune, quello più pericoloso per forza, capacità di sovranità e di ricatto, è il sistema economico”.

Antonelli suggeriva anche che la risposta di Mickey Rourke a Kim Basinger in “Nove settimane e mezzo”, «I make money by money» (Faccio i soldi con i soldi), potrebbe essere l'epitaffio adatto sulla tomba dell'economia reale. Perché è diffondendo l’idea che sia possibile far soldi in maniera illimitata con la pura attività finanziaria (cioè facendo circolare i soldi più in fretta, non lavorando meglio e facendo cose che durano), che il sistema finanziario distrugge ogni valore dell’economia reale. Qui si toccano con mano gli effetti perversi a lungo termine della deregulation reaganiana e del thatcherismo, come anche della scomparsa della contrapposizione tra capitale e lavoro (ricordate il famoso messaggio del leader della Cina comunista Deng Xiao Ping che, al ritorno da un viaggio nei paesi capitalisti, dice ai cinesi “Arricchitevi!”).

Forse l'analisi di Antonelli è a tinte troppo forti, viste anche le citazioni che fa di Henry Ford (“È un bene che il popolo non comprenda il funzionamento del nostro sistema bancario e monetario, perché se accadesse credo che scoppierebbe una rivoluzione prima di domani mattina”) e Eduardo Galeano (“L'economia mondiale è la più efficiente espressione del crimine organizzato. Gli organismi internazionali che controllano valute, mercati e credito praticano il terrorismo internazionale contro i Paesi poveri e contro i poveri di tutti i Paesi con tale gelida professionalità da far arrossire il più esperto dei bombaroli”).

Ma anche rinunciando alle tinte forti ci si aspetterebbe di trovare al centro dell’attuale campagna elettorale il tema del controllo di un sistema economico internazionale evidentemente impazzito. Purtroppo così non è, anzi praticamente tutte o quasi le forze politiche danno per scontata la neutralità del sistema, se non proprio la sua razionalità, e si differenziano solo sui sacrifici che ritengono accettabili dall’elettorato. In altri termini si comportano come quei medici che, in secoli bui per la medicina, sottoponevano i malati all’unica terapia di fondo che il sapere medico ufficiale di allora gli indicava, il salasso. E si dividevano solo sull’entità e la frequenza dei prelievi.

Il fatto è che sino al Rinascimento l'unica teoria del funzionamento del corpo umano era la teoria degli umori, in base alla quale ogni malattia era dovuta a uno squilibrio nel flusso degli umori interni ad ogni corpo. Pertanto curare la causa delle malattie voleva dire riportare gli umori in equilibrio riducendo la quantità di sangue circolante, cioè salassando il malcapitato paziente. È esattamente questa filosofia dell’eliminazione della causa che spinge “i falchi del deficit” (vedi l’editoriale di Krugman “La sconfitta dei falchi del deficit”, in fondo a questo post) a richiedere sempre più forti misure di austerità, nella convinzione che riportare in pareggio un bilancio sia la cura definitiva per tutti i mali dell’economia. Il che, in un certo senso, è indiscutibile, visto che i pazienti morti per troppi salassi, o un’economia distrutta per troppa austerità, non hanno più problemi.

Il paragone con la terapia dei salassi funziona anche sul piano della mancata evidenza empirica dei risultati. I salassi sono stati abbandonati non tanto perché sbagliati in linea di principio ma semplicemente perché i pazienti ne morivano. E, come dimostra Krugman (L’inutile ricerca di storie di successo), anche i sostenitori dell’austerità a tutti i costi non riescono a trovare un solo caso da indicare come esempio di riuscita della terapia dell’austerità. Viene perciò da chiedersi di che cosa mai blaterino tanti sedicenti autorevoli esperti che predicano la necessità di questo o quel numero o tipo di salassi quando è evidente che il sistema economico è in crisi perché la predominanza della sua parte finanziaria lo ha reso qualcosa di natura profondamente diversa dal sistema descritto e studiato dagli economisti di tutte le scuole. In queste condizioni non abbiamo alcuna teoria verificata che ci dica su quale causa dobbiamo intervenire, quindi non ci possono essere manovre di austerità conseguenti a una diagnosi, perché non sappiamo che diagnosi fare.

I medici di oggi, quando non riescono a fare una diagnosi, o quando la diagnosi è infausta, optano per cure palliative. Invece i sostenitori del pareggio del bilancio dello Stato a tutti i costi, sia che ritengano lo Stato causa di tutti i mali (diagnosi infausta) sia che ritengano necessarie riforme non specificate (non riescono a fare diagnosi) scelgono misure di austerità che (oltre a uccidere il malato) dimostrano solo l’insipienza (o peggio) di chi le propone.

Le notizie degli ultimi giorni sono che è stato finalmente raggiunto un accordo fra gli Stati sul bilancio dell’Unione Europea, accordo che però non è condiviso dall’Europarlamento. Si prevedono ulteriori scontri tra “falchi del deficit” e persone di normale buon senso. Grazie alla vittoria di Obama alle recenti elezioni presidenziali, invece, gli Stati Uniti possono sperare nella prevalenza del buon senso, come ben sintetizzato da Krugman nella conclusione del suo ultimo editoriale (Prendetevi il tempo che serve!, in fondo a questo post):

“Realisticamente, non risolveremo presto i nostri problemi di bilancio a lungo termine, e questo non è un problema - non è una situazione ideale, ma non succederà niente di terribile se non li risolveremo per quest'anno. Per quest’anno abbiamo invece di fronte la minaccia imminente dei gravi danni economici che seguirebbero ai tagli alla spesa a breve termine. E quindi non ci resta che prenderci il tempo che serve prima di farli. È la sola cosa responsabile da fare”.

Tornando poi alla campagna elettorale non ho molto da aggiungere al recente editoriale di Giovanni Sarubbi, “Il vero pericolo”, che condivido pienamente. Ma contrariamente a quanto sostengono in coro Bersani e Monti, che pur bisticciano tra loro sul come votare, e nello spirito del prendere tempo di cui parla Krugman, vorrei suggerire che oggi agli italiani serve soprattutto una nuova legge elettorale, che li metta in grado, se davvero lo vogliono, di decidere a larga maggioranza come comportarsi contro i diktat di un sistema finanziario internazionale impazzito. Negli Stati Uniti hanno potuto scegliere Obama e sconfiggere i “falchi del deficit” (vedi l’editoriale di Krugman “La sconfitta dei falchi del deficit”, riportato in fondo al post). Noi, più modestamente, possiamo al meglio aspirare, respingendo gli inviti di Bersani e Monti ad un voto responsabile (per loro), a ritornare a tempi brevi alle urne, dopo che un parlamento, che non potrà essere peggiore dell’ultimo, avrà approvato una riforma elettorale che comunque, di nuovo, non potrà essere peggiore del “porcellum”. Solo così potrà essere chiaro se gli italiani vogliono continuare ad essere immolati sull’altare di un’indecente retorica dei sacrifici, o preferiscono almeno sopravvivere sino a quando non avranno ritrovato le ragioni del vivere.

Gianni Mula


New York Times - 31 gennaio 2013

L’inutile ricerca di storie di successo

di Paul Krugman

Qualcosa di terribile è accaduto tre anni fa nella politica economica degli Stati Uniti e dell’Europa. Il peggio della crisi finanziaria era passato, anche se le economie di entrambe le sponde dell'Atlantico erano rimaste profondamente depresse, con una disoccupazione molto alta. E tuttavia, in qualche modo, l’élite politica del mondo occidentale decise che la priorità assoluta della politica non sarebbe più stata la disoccupazione di massa ma la riduzione dei deficit di bilancio.

In articoli recenti ho sostenuto che le preoccupazioni per il deficit del bilancio federale sono eccessive - e dimostrano solo gli sforzi sempre più disperati dei falchi del disavanzo per tener viva la paura dell’inflazione. Oggi, tuttavia, vorrei parlare di una paura diversa (anche se correlata): il frenetico tentativo dei falchi di trovare qualche esempio, da qualche parte, delle politiche di austerità che si sono succedute. Perché i sostenitori dell’austerità fiscale - che chiamerò austeriani - hanno fatto promesse e non solo minacce: l'austerità, sostenevano, avrebbe evitato la crisi e portato alla prosperità.

E nessuno accusi gli austeriani di mancare di un certo senso teatrale: per anni, infatti, hanno cercato l’esempio ideale da citare per dimostrare la correttezza delle loro proposte.

Hanno cominciato con la Repubblica d'Irlanda, che introdusse severe misure di austerità subito dopo lo scoppio della bolla immobiliare, e che per un po’ è stato considerato come un caso da manuale di corretta politica economica. L’Irlanda, disse Jean-Claude Trichet, Governatore della Banca Centrale Europea, è stato il modello da seguire per tutte le nazioni europee con problemi di debito pubblico. I conservatori americani sono andati oltre. Per esempio, Alan Reynolds, senior fellow del Cato Institute, ha dichiarato che le politiche irlandesi mostravano la via che anche gli Stati Uniti avrebbero dovuto seguire.

L’elogio di Trichet è del marzo 2010; a quel tempo il tasso di disoccupazione dell’Irlanda era del 13,3 per cento. Da allora, ogni piccolo aumento dell'economia irlandese è stato salutato come la prova che la nazione si stava riprendendo -, ma nel mese scorso il tasso era del 14,6 per cento, poco sotto il massimo raggiunto all'inizio dello scorso anno.

Dopo l'Irlanda venne la Gran Bretagna, dove il governo a guida conservatrice - tra gli osanna di molti esperti - a metà del 2010, influenzato in parte dalla sua convinzione che le politiche irlandesi erano state un successo indiscutibile, optò per politiche di austerità. A differenza dell’Irlanda, la Gran Bretagna non aveva particolare bisogno di misure di austerità: come ogni altro paese avanzato che emette debito nella sua valuta, è stato ed è ancora in grado di collocare le proprie obbligazioni a tassi di interesse molto bassi. Ciò nonostante, il governo Cameron sostenne che una dura stretta fiscale era necessaria per placare i creditori e che la fiducia che avrebbe ispirato avrebbe stimolato l'economia.

Ciò che avvenne di fatto fu lo stallo dell’economia. Prima dell’austerità, la Gran Bretagna si stava riprendendo più o meno di pari passo con gli Stati Uniti. Ma da allora l'economia americana ha continuato a crescere, anche se più lentamente di quanto ci piacerebbe - ma l'economia della Gran Bretagna ristagna.

A questo punto, uno si sarebbe aspettato che i sostenitori dell’austerità riconsiderassero le loro analisi e quindi le loro politiche economiche. Niente affatto. Hanno cercato nuovi eroi per i loro casi da manuale e li hanno trovati nelle piccole nazioni baltiche, la Lettonia in particolare, una nazione che sembra incredibilmente grande nell'immaginario degli austeriani.

Con politiche di austerità applicate in tutta Europa è divertente, in un certo senso, che il miglior esempio di successo che viene in mente agli austeriani sia quello di una nazione con meno abitanti di Brooklyn, cioè di un quartiere di New York. Ma due nuovi report del Fondo Monetario Internazionale sull'economia lettone ci aiutano a mettere questa storia nella giusta prospettiva.

Per essere onesti, i lettoni hanno certo qualcosa di cui essere orgogliosi. Dopo aver sperimentato una crisi al livello di quella del 1929, la loro economia ha avuto due anni di crescita solida e di calo della disoccupazione. Nonostante la crescita, tuttavia, hanno recuperato solo parte del terreno perduto in termini di produzione e di occupazione - e il tasso di disoccupazione è ancora del 14 per cento. Se questa è l'idea di miracolo economico degli austeriani, si contentano davvero di poco.

Oh, e se abbiamo intenzione di invocare l'esperienza delle piccole nazioni come prova che le politiche economiche funzionano, non dimentichiamo quel vero miracolo economico che è l'Islanda - una nazione distrutta dalla crisi finanziaria, ma che, grazie alla sua scelta di politiche economiche non ortodosse, ha quasi completamente recuperato.

Allora, che cosa ci insegna questa ricerca un po’ patetica di successi delle politiche di austerità? Impariamo che la dottrina che ha dominato il discorso economico di élite per gli ultimi tre anni è sbagliata su tutti i fronti. Non solo siamo stati governati sulla base della paura per minacce inesistenti, ma ci hanno promesso ricompense che non sono arrivate e non arriveranno mai. È il momento di mettere da parte l'ossessione del deficit e tornare ad affrontare il vero problema - un tasso di disoccupazione inaccettabile.

(Traduzione di Gianni Mula)


New York Times 8 febbraio 2013

Prendetevi il tempo che serve!

di Paul Krugman

John Boehner, il presidente della Camera, dichiara di essere esasperato. Mercoledì ha dichiarato: "A un certo punto, la gente di Washington deve fare i conti con il suo problema di spesa. Da quando sono qui, cioè da, li ho sempre visti prendere tempo per risolverlo. Ne ho abbastanza. È il momento di agire."

In realtà Boehner dovrebbe rinfrescarsi la memoria. Durante i primi dieci anni dei suoi 22 al Congresso, il governo degli Stati Uniti stava facendo bene sul fronte fiscale. In particolare, quando Bill Clinton lasciò la carica, il rapporto tra debito federale e PIL era stato ridotto di un terzo rispetto al valore che aveva al suo esordio da Presidente. È stato solo con George W. Bush che il surplus dell’era Clinton è stato sperperato, fra tagli fiscali e guerre non finanziate, e le prospettive di bilancio hanno ripreso a peggiorare.

Ma questo è un problema secondario. Il punto chiave è il seguente: anche se è vero che per frenare la crescita del debito pubblico degli Stati Uniti alla fine avremo bisogno di una combinazione di aumento delle entrate e di tagli di spesa, ora non è proprio il tempo di agire. Data la situazione nella quale ci troviamo, sarebbe irresponsabile e distruttivo non prendere il tempo che serve.

Anzitutto per una ragione fondamentale: tagliare la spesa pubblica distrugge posti di lavoro e fa sì che l'economia si riduca.

Questo assunto, oggi, non è davvero discutibile. Gli effetti recessivi dell’austerità fiscale sono stati dimostrati da uno studio dopo l’altro e trovano una conferma schiacciante nelle recenti esperienze - ad esempio - della grave crisi che continua ad affliggere l’Irlanda, per un po’ pubblicizzata come brillante esempio di una politica responsabile, o dal modo in cui la politica di austerità introdotta dal governo Cameron ha soffocato la ripresa in Gran Bretagna.

Anche i repubblicani ammettono, sia pure in modo parziale, che i tagli alla spesa fanno male all'occupazione. All'inizio di questa settimana John McCain ha avvertito che i tagli della difesa (quelli programmati nell’ambito dell’accordo che ha portato al cosiddetto scoglio fiscale) potrebbero causare la perdita di un milione di posti di lavoro. È vero che i repubblicani sembrano spesso credere nel "keynesismo delle armi", una dottrina in base alla quale le spese militari, e solo le spese militari, creano posti di lavoro. Ma naturalmente questa è una sciocchezza. Ammettendo la perdita di lavoro a causa dei tagli alla difesa il partito repubblicano ha già ammesso il principio della connessione fra queste due cose.

Eppure, se i tagli di spesa (o l'aumento delle tasse) costano posti di lavoro ogni volta che si fanno, non varrebbe la pena di stringere i denti e farli ora? La risposta è no - dato lo stato della nostra economia, questo è il peggior momento per l'austerità.

Una maniera di rendersene conto è quello di confrontare la situazione economica di oggi con quella di una precedente tornata di tagli alla difesa: la grande diminuzione della spesa militare alla fine degli anni ‘80 e all’inizio degli anni ‘90, dopo la fine della guerra fredda. Anche quei tagli distrussero posti di lavoro, con conseguenze particolarmente gravi in luoghi come la California meridionale che sui contratti della difesa avevano fatto affidamento. A livello nazionale, tuttavia, gli effetti sono stati ammorbiditi dalla politica monetaria: la Federal Reserve ha tagliato i tassi di interesse più o meno in tandem con i tagli di spesa, contribuendo ad aumentare la spesa privata e ridurre al minimo l'effetto complessivo negativo.

Oggi, invece, stiamo ancora vivendo la peggiore crisi finanziaria dai tempi della Grande Depressione, e la Fed, nel suo sforzo di combattere la crisi, ha già tagliato al massimo i tassi di interesse - riducendoli praticamente a zero. Così oggi la Fed non è in grado di smussare gli effetti sui posti di lavoro dei tagli alla spesa, che quindi colpirebbero con tutta la loro forza.

Il punto, ancora una volta, è che ora non è proprio il tempo di agire, per l'austerità fiscale si dovrà attendere la ripresa dell'economia, così che la Fed possa ancora una volta attutire l'impatto dei tagli.

Ma non siamo di fronte a una crisi fiscale? No, per niente. Il governo federale può prendere a prestito più a buon mercato di sempre, e le previsioni a medio termine, come quelle a 10 anni pubblicate martedì dall’Ufficio Bilancio del Congresso, sono decisamente non allarmanti. C'è un problema a lungo termine, ma non è urgente risolverlo ora. La presunta crisi fiscale esiste solo nella mente della gente di Washington.

Eppure, anche rimandando per ora i tagli alla spesa, non sarebbe una buona cosa se i nostri politici si accordassero su un piano di politica fiscale a lungo termine? Certo, lo sarebbe. Sarebbe anche una buona cosa se avessimo la pace sulla terra e una fedeltà coniugale universale. Nel mondo reale, i senatori repubblicani dicono che la situazione è disperata - ma non abbastanza da giustificare un solo centesimo di tasse aggiuntive. E questi vi sembrano uomini pronti e disponibili ad accordarsi su un grande patto fiscale?

Realisticamente, non risolveremo presto i nostri problemi di bilancio a lungo termine, e questo non è un problema - non è una situazione ideale, ma non succederà niente di terribile se non li risolveremo per quest'anno.

Per quest’anno abbiamo invece di fronte la minaccia imminente dei gravi danni economici che seguirebbero ai tagli alla spesa a breve termine. E quindi non ci resta che prenderci il tempo che serve prima di farli. È la sola cosa responsabile da fare.

(Traduzione di Gianni Mula)


New York Times 24 gennaio 2012

La sconfitta dei falchi del deficit

di Paul Krugman

Nel secondo discorso inaugurale del presidente Obama c’erano molte cose gradite ai progressisti. C'era la grintosa difesa dei diritti dei gay, c'era la difesa altrettanto vivace del ruolo del governo e, in particolare, della rete di sicurezza sociale fornita da Medicare, Medicaid e Social Security. Ma forse la cosa più incoraggiante di tutte è stata quella non detta: il deficit, cioè il disavanzo, del bilancio dello Stato.

La scelta di Obama di ignorare l’ossessione preferita degli ambienti politici di Washington, scelta chiaramente intenzionale, è stata solo l'ultimo segnale che i cosiddetti falchi del deficit - meglio descritti come cassandre del deficit - stanno perdendo la loro capacità di influire sul confronto politico. E questa è un’ottima notizia.

Perché questa sconfitta dei falchi? Io suggerirei quattro motivi correlati.

In primo luogo, perché hanno gridato troppe volte al lupo. Hanno passato tre anni gridando che la crisi era imminente - se non tagliamo la spesa pubblica, dicevano, diventeremo come la Grecia. Sono passati due anni, ad esempio, da quando Alan Simpson e Erskine Bowles hanno dichiarato che avremmo dovuto prepararci per una crisi fiscale entro, ehm, due anni.

Ma la crisi continua a non accadere. Abbiamo un’economia ancora depressa che ha mantenuto i tassi di interesse a livelli minimi, nonostante un debito pubblico di grandi dimensioni, proprio come per tutto questo tempo avevano previsto gli economisti keynesiani. Perciò la credibilità di queste cassandre è diventata praticamente nulla.

In secondo luogo, sia il deficit che la spesa pubblica (in percentuale del PIL) hanno cominciato a diminuire - ancora una volta proprio come gli analisti obiettivi avevano previsto per tutto questo tempo.

La verità è che i deficit di bilancio degli ultimi quattro anni sono stati principalmente una conseguenza temporanea della crisi finanziaria, che ha portato l'economia a una spirale recessiva - con basse entrate fiscali e aumenti dei sussidi di disoccupazione e altre spese del governo. Era evidente che il deficit sarebbe diminuito al riprendersi dell'economia. Ma certo non era facile sostenerlo prima della pubblicazione di dati reali di bilancio.

Ora questi dati ci sono - e previsioni ragionevoli, come quelle di Jan Hatzius per Goldman Sachs, suggeriscono che il deficit federale scenderà entro il 2015 sotto il 3 per cento del PIL, un livello che non dà grandi preoccupazioni.

Ed è stato bene, infatti, che si sia lasciato crescere il disavanzo mentre l’economia stagnava o peggio. Con la spesa privata che affondava, la bolla immobiliare che scoppiava e le famiglie in difficoltà che tagliavano le spese, la disponibilità del governo a spendere per mantenere i servizi è stata una delle ragioni principali che ci ha permesso di non rivivere la grande depressione del ’29. Il che mi porta alla terza ragione per la sconfitta dei falchi del deficit: la verifica che in pratica non funziona la teoria che si deve applicare l’austerità fiscale anche nel caso di un'economia depressa.

Considerate infatti, in particolare, il caso della Gran Bretagna. Nel 2010, quando il nuovo governo del primo ministro David Cameron decise l’applicazione di politiche di austerità, ricevette molti elogi smaccati da questo lato dell'Atlantico. Ad esempio, il compianto David Broder esortò il Presidente Obama a "fare come Cameron", lodando particolarmente Cameron per "aver ignorato gli avvertimenti degli economisti che una terapia troppo severa avrebbe strozzato la ripresa economica della Gran Bretagna e avrebbe gettato il paese nella recessione."

Il risultato, certo non imprevedibile, è stato che la terapia troppo severa di Cameron ha strozzato la ripresa economica della Gran Bretagna e ha gettato il paese in recessione.

A questo punto, allora, è diventato chiaro a tutti che le previsioni dei falchi del deficit si basavano su un’analisi economica sbagliata. Ma non solo: c'era anche chiaramente tanta malafede, perché molti falchi del deficit cercavano di sfruttare la crisi economica (non fiscale) per obiettivi politici che con la crisi (e col deficit) non avevano niente a che fare. E la crescente evidenza di tale malafede è il quarto motivo per cui i falchi del deficit hanno perso la loro influenza.

Qual è stata allora la causa determinante della loro sconfitta? Il modo in cui la campagna elettorale ha rivelato come il deputato Paul Ryan, che ha ricevuto un premio per la sua "responsabilità fiscale" da tre importanti organizzazioni, sia l’imbroglione che è sempre stato? La decisione di David Walker, da sempre sostenitore di bilanci in pareggio, di approvare la proposta di Mitt Romney di tagli fiscali per i ricchi, che avrebbe distrutto l’equilibrio del bilancio? O la sfacciataggine di gruppi come Risanare il Debito - cioè di amministratori delegati che si battono per pagare meno tasse sui propri compensi mentre dichiarano che i loro dipendenti devono ritardare l’andata in pensione?

La risposta è, probabilmente, tutto quanto sopra. In ogni caso, un'epoca è finita. I falchi del deficit non possono più aspettarsi di essere trattati come se la loro saggezza, onestà e senso civico siano fuori discussione. Ma che differenza farà?

Triste a dirsi, il fatto che i repubblicani controllino la Camera significa che non sarà fatto quello che si dovrebbe fare: spendere di più, non di meno, fino a quando il recupero non sarà completo. Ma la sconfitta dei falchi significa che il presidente può concentrarsi sui problemi reali. E questo è un passo nella giusta direzione.

(Traduzione di Gianni Mula)




Lunedì 11 Febbraio,2013 Ore: 08:01
 
 
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