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www.ildialogo.org Aver ragione non Ŕ tutto,di Gianni Mula

Aver ragione non Ŕ tutto

di Gianni Mula

Intervenendo a proposito del mio commento all’articolo di Paul Krugman l’amico Dario Maggi mi scrive: “Eppure io ricordo di aver letto qualche giorno fa (ma purtroppo non sono riuscito a ritrovarla) un'intervista o giù di lì a Krugman sul Corriere (erano i giorni della visita di Monti in USA) piuttosto elogiativa nei confronti della politica di Monti. Elogio di cortesia? O forse anche i politici europei (e le situazioni dei rispettivi paesi) non sono una massa indistinta, e occorrerebbe imparare a usare anche i toni del grigio, oltre al bianco e al nero che lei mi sembra prediligere? In effetti l'articolo di Krugman si occupa specificamente di Spagna Grecia e Germania”.

Evidentemente Maggi non è convinto della validità delle mie affermazioni e mi invita garbatamente a un maggior senso della misura. Lo ringrazio sinceramente per l’invito perché fa bene a farlo, dimostrando senso dell’obiettività, e perché, soprattutto, ha ragione da vendere. Dico questo senza alcuna ironia, perché è assolutamente vero che i politici europei non sono una massa indistinta e che, nell’articolo che ho tradotto, Krugman parla specificamente solo di Spagna, Grecia e Germania. È anche vero, inoltre, che in altre interviste Krugman si era espresso in termini genericamente elogiativi sulla politica del primo ministro italiano.

Ma aver ragione non è tutto, non sempre aver ragione assicura di essere nel giusto: ci sono infatti situazioni totalmente fuori dai canoni usuali per le quali, proprio perché si tratta di situazioni eccezionali, non esiste alcuna prassi il cui rispetto dia la garanzia di fare la cosa giusta. Chi ritiene di doverle segnalare sa che sbaglia comunque, perché potrà sempre essere criticato sia per aver ecceduto che per aver ritardato la segnalazione. Invece chi sceglie di tacere e finge di ignorare l’esistenza di un problema potrà contare sull’omertà dei tanti che preferiscono chiudere gli occhi di fronte a evidenze scomode.

Oggi in Italia c’è una situazione di questo genere, perché una gravissima crisi economica si affianca a una crisi altrettanto grave nel campo dell’informazione pubblica e privata generando una miscela esplosiva. Tutti i grandi mezzi di comunicazione hanno ignorato (badate bene, non criticato, ignorato completamente, praticando la peggior forma di censura) l’appello sul furto d’informazione, lanciato sulle colonne del Manifesto da un gruppo di noti economisti, che denuncia la manipolazione dell’opinione pubblica che si esercita quando si spaccia per indiscutibile l’opinione della teoria economica “ufficiale” sulla necessità di una drastica riduzione delle spese dello stato nei servizi pubblici essenziali. Al tempo stesso politici di governo e opposizione e opinionisti di ogni tipo si bisticciano, anche ferocemente, sul dettaglio delle particolari misure da prendere, ma sono tutti uniti nel dare per scontato che quella drastica riduzione sia inevitabile, anche perché “L’Europa ce lo chiede”.

Mi ero chiesto che cosa potesse fare la gente comune di fronte a questa situazione. Un altro lettore, l’amico Dino Biggio, che ringrazio particolarmente per il tempo che è riuscito a dedicare al mio articolo, mi ha risposto così: “Insieme a te me lo chiedo anch'io. Ed anch'io, insieme a tanti altri, mi sento impotente e disarmato. Hai ragione nel sostenere che "bisogna smettere di accettare l'aria fritta che ci viene gabellata come discorso politico responsabile". Ma chi sostiene le persone, soprattutto quelle meno attrezzate, ad assumere un pensiero critico? Vedo il vuoto intorno a noi, dal momento che i nostri governanti sono impegnati proprio nella direzione opposta. Anche la Chiesa, che pure continua a fare i gargarismi con l'acqua santa (per dirla con Paolo Farinella), non dice una parola chiara di verità, continua ad andare a braccetto con gli "uomini della provvidenza" che di volta in volta scopre e benedice. Hai visto il moto di gioia di Bertone, di Bagnasco e compagnia, per le decisioni prese dal professore? Esultavano i nostri prelati anche con Berlusconi e prima di lui, in tempi andati ma non dimenticati, anche con Mussolini. Che può fare la povera gente, o le persone semplici, quando era ed è la stessa Chiesa, Papa in testa, ad approvare e a benedire i governanti di turno? Anche se indegni e immorali, ma ossequiosi e ubbidienti alle direttive della gerarchia. Non vedo altra via d'uscita se non quella della rivolta della gente, costretta a ribellarsi per poter sopravvivere.”

Sono pienamente d’accordo con l’amico Dino, e il fatto di non vedere altra via d’uscita se non la rivolta della gente non significa affatto che io auspichi questa soluzione, proprio come Krugman, quando dice che i manifestanti hanno ragione, non giustifica affatto le manifestazioni che scuotono in questi giorni Francia e Grecia, ma si limita a prenderne atto. La realtà prima o poi vien sempre fuori, per quanto ci si possa illudere di tenerla nascosta. E la realtà è che a portarci al disastro è la politica dell’austerità, comunque declinata. Tutto quello che possiamo fare per evitare il disastro annunciato è diventare consapevoli che c’è un tentativo sistematico di negarlo, per poi attribuirne la colpa al destino cinico e baro. E per raggiungere questa consapevolezza contributi come quelli degli amici Maggi e Biggio sono essenziali, anche e soprattutto nella loro diversità. Maggi ha senza dubbio ragione nel puntualizzare che nei miei giudizi ci sono andato giù con l’accetta e che per adesso l’Italia sta meglio di Spagna e Grecia, ma l’importante è che il problema che ci sovrasta diventi oggetto di pubblico confronto anche al di fuori dei circoli degli esperti finanziari ufficiali.

In questo spirito mi pare particolarmente significativo chiudere con le parole dell’economista indiano Amartya Sen, ora professore all’università di Harvard e premio Nobel per l’economia nel 1998, che in un suo recente articolo (Sole24Ore, 26 agosto 2012), chiedendosi come farà l’Europa a liberarsi dello scompiglio finanziario, della sofferenza economica e del caos politico nel quale si è infilata nell’ultimo decennio, scrive:

“... i servizi pubblici, pilastri essenziali dello Stato previdenziale europeo, non possono essere lasciati al giudizio unilaterale di esperti finanziari (per non parlare delle agenzie di rating spesso poco accurate) senza un ragionamento pubblico e il consenso delle popolazioni coinvolte. ... Anche se tagli feroci alle fondamenta dei sistemi europei di giustizia sociale fossero inevitabili (non credo, ma mettiamo pure che lo siano) è necessario convincerne la popolazione, invece di tagliare per decreto. Eppure sono stati spesso imposti a dispetto dell'opinione pubblica. ... Non voglio dire che l'impegno per la giustizia sociale prevale sempre e comunque, ma che non può essere spazzato via dalle decisioni unilaterali di leader finanziari ...

All'Europa servono riforme di svariati tipi, arginare l'evasione fiscale e il favoritismo praticato dai funzionari pubblici nell'esercitare il potere dato loro dalla società, regolamentare le banche che tendono a operare in maniera irresponsabile (o peggio ancora, a perseguire senza intralci il guadagno, soprattutto sotto forma di profitti a breve termine), modificare accordi economicamente insostenibili sull'età pensionabile. Per colpa di un'analisi confusa, i requisiti della presunta disciplina fiscale hanno amalgamato riforme e austerità. Un esame attento della domanda di giustizia sociale avrebbe invece fatto considerare in maniera ben diversa le riforme indispensabili e i tagli indiscriminati ai servizi pubblici. Anche se un pensiero economico rozzo ha eliminato la distinzione, potrebbero ristabilirla discussioni pubbliche adeguate, cioè un «Governo attraverso la discussione».

È un giudizio diverso e del tutto indipendente da quello di Krugman, ma esprime perfettamente lo sconcerto di una persona indubbiamente competente di fronte al modo nel quale viene gestita la politica economica dei paesi europei. Abbiamo bisogno di un “Governo attraverso la discussione”, ma una buona discussione richiede una buona informazione, soprattutto in Italia dove i grandi mezzi di comunicazione distorcono talmente l’informazione economica da essere altrettanto colpevoli della classe politica per il disastro che si profila all’orizzonte.




Lunedý 01 Ottobre,2012 Ore: 15:45
 
 
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