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ISSN 2420-997X

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www.ildialogo.org La "summa" delle inconsistenze clericali,

Lezione del cardinale prefetto della congregazione per il Clero ai seminaristi di Torino
La "summa" delle inconsistenze clericali

Ovvero della disumanità, dell’impreparazione teologica ed affettiva, della preoccupante immaturità sessuale di molta parte del clero.
Con un commento di Stefania Salomone


INTRODUZIONE DI STEFANIA SALOMONE
E’ difficile tentare una introduzione, seppur critica, rispetto a questo devastante discorso tenuto da Mons. Piacenza ai seminaristi di Torino. Si può essere portati a ritenere che trattare il tema della formazione affettiva nei seminari sia cosa positiva, ma che venga affrontato di nuovo in questo modo stantio e astratto, fa quasi rabbia.
Come è possibile ancora parlare di fronte ad un’assemblea cristiana di “peccato delle origini che ha reso particolarmente fragile la dimensione psicosessuale dell’uomo”? E poi giù con uno sproloquio senza fine sull’assenza di giudizio, di morale e di etica di una società iper eroticizzata. L’assurdo è che, nonostante una visione così pessimistica, Piacenza inneggi alla libertà, quale fonte di una corretta vigilanza sui propri istinti per non cadere in una sessualità disordinata.
Potrebbe anche non avere tutti i torti se riuscisse anche solo per un attimo ad ammettere le responsabilità dell’istituzione di cui fa parte che, da un lato, pretenderebbe la totale sublimazione della genitalità, spesso anche dai fedeli laici, e dall’altro, protegge tra le proprie fila centinaia di preti dalla sessualità deviata e deviante, oserei dire criminale. Non mi riferisco solo ai casi di pedofilia, ma anche all’uso scorretto del proprio potere per sedurre donne e uomini adulti mediante l’esercizio di una sessualità malata.
Si può ancora parlare di “formazione affettiva al sacro celibato”? Ma che significa?
Si parla dell’errore di trascurare l’educazione affettiva nell’ambito formativo del chierico. Sappiamo bene che è una questione dimenticata, e non per semplice trascuratezza, ma per una precisa intenzione. Il prete non deve affezionarsi; deve restare sentimentalmente libero, così può donarsi a tutti. Quante volte l’abbiamo sentito ripetere? Non c’è nulla di più spersonalizzante di questo. Sappiamo chi siamo in funzione delle relazioni che intratteniamo con gli altri che ci fanno da specchio.
Come si può diventare affettivamente maturi se si cresce in un ambiente di soli maschi, o sole femmine, dove il sesso e il corpo vengono considerati dei nemici da combattere? E come combatterli? Con la grazia, con la dimensione “dell’attesa orante del dono del sacerdozio e della relativa grazia di stato da esso derivante”.
Parole vuote e perfino false. Traggono in inganno. Il prete si aspetta di ricevere chissà quale forza attraverso l’ordinazione e quando si rende conto che così non è, comincia ad annaspare. Il superiore, rincarando la dose, gli suggerisce di continuare a chiedere. E se questa grazia non arriva? Significa che non chiede abbastanza o non chiede nel modo giusto. Questo gli viene detto.
Piacenza prosegue con il concetto di purificazione della memoria, replicando l’idea del “secchio svuotato” che Drewermann cita nel suo saggio “Funzionari di Dio”. I chierici, nella loro formazione, vengono considerati come dei secchi che vanno svuotati del passato, di qualunque cosa si tratti, e riempiti di cose nuove. Sì quelle istituzionali, quelle sacre. Prosegue ammettendo che non si tratta di cosa facile, ma …. “Nulla è impossibile a Dio”!
Ecco, la frittata è fatta. Dio fa e disfa. E tu ubbidisci. Tu sei una marionetta nelle sue mani.
Troviamo poi un’ampia demonizzazione della psicologia quasi ad indicare che i numerosi casi di abbandono del ministero siano in qualche modo da attribuire a terapie inutili che hanno facilitato la fuoriuscita di molti. Questi vengono definiti “tragici errori”. Certo, aiutare una persona a liberarsi dai condizionamenti è un tragico errore. E dov’è finita la lode alla libertà cui facevamo cenno pocanzi?
Segue un preoccupante racconto che narra del necessario cambiamento che il candidato al presbiterato deve intraprendere per poter raggiungere “l’intimità orante con il Signore” che gli permetta di “accogliere e vivere il dono del carisma del celibato”, dimenticando ad esempio il suo passato di ragazzo di parrocchia. Ora lui non può più comportarsi allo stesso modo. Nella infelice narrazione decide anche di attraversare i pericolosi sentieri dei più fasulli e astratti concetti, quali:
-         Essere “nel” mondo, ma non “del” mondo
-         Il prete non celebra la Santa Messa, si identifica con la Santa Messa
-         La confessione è la prima medicina per guarire dai limiti della concupiscenza e vivere la continenza
-         L’intimità divina diviene ontologica mediante l’ordinazione.
Di fronte alle frasi che ho riportato e ai concetti esposti nel testo del discorso, possiamo davvero ancora stupirci della disumanità, dell’impreparazione teologica ed affettiva, della preoccupante immaturità sessuale di molta parte del clero?
 
Testo della lezione tenuta martedì 10 maggio 2011 dal cardinale prefetto della congregazione per il Clero (Mauro Piacenza) alla Facoltà teologica dell’Italia settentrionale di Torino su invito dei seminaristi di tutte le diocesi piemontesi alla presenza dell’episcopato della regione, dei formatori e dei docenti
Cari confratelli, carissimi seminaristi,sono particolarmente lieto di essere tra voi quest’oggi, in occasione della Giornata regionale dei seminaristi piemontesi e vi ringrazio per il cordiale invito. Il tema che mi avete proposto è quanto mai attuale e ritengo debba caratterizzare, in maniera sostanziale, ogni percorso formativo al sacerdozio ministeriale, poiché l’educazione della sfera affettiva non è mai separata, né separabile, dagli altri ambiti della formazione intellettuale, spirituale e pastorale. Svolgerò questa mia relazione in due punti fondamentali e cercherò di trarre delle conclusioni dall’analisi condotta.
La situazione attuale
Sarebbe quanto meno imprudente approcciare l’importante tema della formazione affettiva, senza considerare la vera e propria rivoluzione accaduta nella società occidentale e, per letale contagio, un po’ in tutto il mondo, dagli anni Settanta in poi. L’aver separato, all’interno della sessualità, l’aspetto unitivo da quello fecondo, e aver, pertanto, ridotto uno degli atti antropologicamente più rilevanti al suo aspetto meramente istintivo, ha prodotto conseguenze devastanti, non soltanto sul piano morale – il che già sarebbe di inaudita gravità –, ma, con il passare dei decenni, anche sul piano psicoantropologico.
E’ impensabile affrontare il tema della formazione affettiva in seminario, senza partire dalla lucida consapevolezza che, anche indipendentemente dalla loro volontà, tutti coloro che sono nati dopo gli anni Settanta-Ottanta, sono cresciuti in un clima culturale pansessualista e ipereroticizzato, nel quale i poteri forti del mondo, che intendono piegare la libertà degli uomini a vari indecorosi interessi, non hanno risparmiato alcun mezzo, inclusi i messaggi subliminali, instillati fin dalla più tenera età, perfino in taluni cartoni animati, per ottenere la “destrutturazione” dell’aspetto psicoaffettivo della personalità umana e, con essa, la sottomissione dell’uomo ai propri istinti. A quella che potremmo chiamare la rivoluzione sessuale post sessantottina, deve essere sommata, poi, l’invadenza dei mezzi di comunicazione sociale, soprattutto la televisione e, più recentemente, Internet, i quali hanno portato in ogni casa, anzi in ogni stanza e luogo, immagini prima mai visibili che rimangono impresse, fin dalla più tenera età, nella memoria, nella fantasia e perfino nell’inconscio delle persone, le quali si ritrovano ad agire in maniera molto più difficilmente controllata e controllabile.
Se il peccato delle origini ha reso sempre particolarmente fragile la dimensione psicosessuale dell’uomo, tali recenti gravi mutazioni ne hanno determinato il vero e proprio stravolgimento, inserendosi non più soltanto nella sfera privata o della tentazione, ma divenendo costume diffuso, perfino cultura condivisa, al punto da far apparire come “estraneo” al giudizio comune ogni altro comportamento. Tale situazione, che potrebbe, a un primo impatto, apparire come “apocalittica”, descrive, in realtà, non tanto gli atteggiamenti morali, quanto piuttosto la reale situazione culturale, nella quale, anche coloro che sentono la chiamata al celibato e al sacerdozio ministeriale, sono profondamente immersi e dalla quale, in fondo, provengono.
Ancora, in tale contesto socioculturale, è purtroppo necessario riconoscere quella che definirei la “caduta di significato” della affettività, in generale, e della sessualità, in particolare. Mi spiego. L’aver artificialmente svincolato l’aspetto unitivo da quello fecondo, ha irrimediabilmente ridotto l’ampia sfera dell’affettività al solo esercizio della genitalità, privandola di quel contesto di definitività che le è proprio e, per conseguenza, ne ha prima, semplicemente, “alleggerito” l’importanza e oggi, ormai, l’ha decisamente banalizzata. Tale situazione è riscontrabile soprattutto nella superficialità con cui, non di rado, vengono compiuti determinati atti o gesti, i quali, per loro natura, presupporrebbero una maturità e una definitività che, nella stragrande maggioranza dei casi, non sono riscontrabili, e ciò senza il ben che minimo turbamento delle coscienze. Non è un mistero che, in taluni ambiti, alcuni giovani vivano un esercizio completo della genitalità, con la disinvoltura con cui ci si può stringere una mano, presentandosi!
Emerge con chiarezza come una tale situazione culturale esiga l’attento discernimento dei formatori, i quali sono chiamati a distinguere, in maniera netta, tra chi proviene da un’educazione tradizionalmente cristiana e consapevolmente impegnata, nella retta comprensione dell’affettività e della sessualità, e chi, invece, proviene dal mondo-mondo, vi è totalmente immerso, e perciò non è immaginabile, pur con l’aiuto della Grazia, che improvvisi atteggiamenti radicalmente diversi.
Tale giudizio non implica necessariamente la creazione di percorsi formativi differenziati, né comporta l’impossibilità di giungere a quello stabile equilibrio richiesto dall’impegno celibatario, previo alla sacra Ordinazione, ma certamente domanda una progressiva e radicale assunzione di consapevolezza, sia da parte del candidato, sia da parte dei formatori, non disgiunta da una buona dose di umile realismo e da un cammino quanto mai serio e impegnato, poiché non si tratta soltanto di vincere dei vizi e di acquisire delle virtù, ma di combattere e vincere, in se stessi, quella che è una struttura antropologica mutuata dalla cultura dominante e da essa continuamente riproposta. Bisogna essere veramente liberi! Si crea una situazione di osmosi con tale cultura dominante e, se non si è vigili si finisce con l’essere anestetizzati attraverso una sorta di flebo che “goccia-goccia” mondanizza.
Un tale contesto disorientato e disorientante non ha conseguenze unicamente nella sfera psicosessuale, ma investe l’intero ambito relazionale delle persone. Il crescere in un contesto iper eroticizzato, nel quale, quasi inconsciamente, si respira una sessualità disordinata, ha conseguenze anche sull’agire quotidiano delle persone e sul loro ordinario relazionarsi.
Il vero dramma, poi, in questo contesto è costituito dal fatto che anche gli stessi soggetti, vittime, consapevoli o meno, della generale deriva psicoaffettiva, vivono in una radicale insoddisfazione, unicamente determinata proprio dalla distonia tra ciò per cui l’uomo è stato creato, con il conseguente profondo significato della sua affettività, e quanto egli attualmente vive.
Il cuore dell’uomo è fatto per la definitività. Qualunque sia la vocazione, verginale o sponsale, a cui Dio lo chiama, è unicamente la definitività a determinarne il reale appagamento. Immagine e somiglianza di Dio Amore infinito, l’uomo avverte, tra i propri bisogni elementari, quello della verità, della libertà, della bellezza, della giustizia, dell’amore e, sintesi di tutti – oggi così poco adeguatamente compreso, anche se tentativamente cercato, e talora perfino preteso –, quello della felicità! Ciascuno percepisce come il soddisfacimento di questi bisogni domandi, anzi postuli, la totalità. Nessuno accetterebbe, serenamente e supinamente, di essere “un po’” giusto, o “un po’” libero. Ciascuno domanda che tali bisogni antropologici universali abbiano compimento pieno, sia esperienzialmente, sia cronologicamente parlando; tale pienezza è ciò che, nel linguaggio condiviso, si descrive con il termine “definitività”. La Scrittura ci insegna a resistere “saldi nella fede” a colui che “come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare” (1Pt 5,8-9), anche quando tale esperienza fosse quella del nostro uomo vecchio. La fragilità, talvolta estrema, delle unioni matrimoniali e l’incapacità di tanti giovani ad assumere decisioni definitive, non hanno radici differenti dalla difficoltà a vivere un’affettività ordinata e a maturare l’accoglienza serena della Vocazione verginale. Se, in ogni epoca, è stato complesso vivere la perfetta continenza per il Regno dei Cieli e il conseguente celibato, a causa della fragilità della natura umana, paradossalmente, nella nostra epoca, appare particolarmente arduo, poiché la rete delle comunicazioni veicola un pansessualismo violento, capace di distorcere la percezione stessa della sfera affettiva, sessuale e relazionale.
La formazione affettiva al sacro celibato
Come immaginare un percorso formativo efficace per candidati al sacerdozio, che giungano da un tale contesto culturale? Da dove partire e verso dove andare per evitare, per quanto sia umanamente possibile, errori, che potrebbero rivelarsi drammaticamente fatali per il futuro sacerdote? Dopo una premessa di metodo, articolerò questo secondo punto della conferenza, che è quello centrale del tema assegnatomi, in tre sottopunti, dinamicamente integrati tra loro, ma che, per efficacia didattica, preferisco distinguere, per poi mostrarne l’intima relazione. Prenderemo in esame, successivamente, le dimensioni: 1. della purificazione della memoria, 2. dell’educazione del presente vissuto affettivo e, infine, 3. dell’attesa orante del dono del sacerdozio e della relativa grazia di stato da esso derivante, così essenziale per vivere il sacro celibato. Quanto fin qui detto, se ancora ce ne fosse bisogno, ci ricorda l’importanza della formazione affettiva e la radicale serietà con la quale essa domanda di essere affrontata.
Non è tollerabile che, nel tempo della formazione, si censuri o si affronti, solo tangenzialmente e superficialmente, la questione affettiva. Nel rispetto più rigoroso della necessaria e canonicamente riconosciuta distinzione tra foro interno e foro esterno, è necessario che la dimensione affettiva sia messa a tema esplicitamente con i superiori del seminario e, nel caso ciò non avvenga spontaneamente, dai superiori del seminario. Certamente ciò implica che essi siano persone affettivamente mature, riconciliate con se stesse e con la propria dimensione psicoaffettiva, non frustrate e, perciò, almeno non tendenti a proiettare sugli altri i propri nodi non risolti. E’ necessario che abbiano integrato i propri eventuali problemi psicoaffettivi, per poter accompagnare gli altri in questo cammino di maturità. Pertanto, è necessario che la scelta dei formatori sia particolarmente ponderata e tenga conto, non solo, delle competenze teologiche e pastorali, ma anche, e forse soprattutto, della maturità psicoaffettiva e dell’equilibrio armonico generale della persona.
Pur nel riconoscimento dell’indispensabile dimensione della responsabilità personale nel percorso educativo, è sempre necessario mantenere chiara la distinzione tra educatori ed educandi, tra coloro ai quali è stato chiesto, dal Vescovo, di occuparsi della formazione dei futuri sacerdoti, e i candidati all’ordinazione. Ogni equivoco, in tale ambito, sarebbe foriero di gravi conseguenze, non da ultime, l’inefficacia della stessa azione educativa.
La purificazione della memoria
Accennavo, prima, a come sia indispensabile distinguere, tra i candidati, coloro che provengono da una formazione motivatamente cristiana, e dunque sono stati presumibilmente educati al reale significato dell’affettività umana, e quelli che, totalmente immersi nel mondo e nelle sue abitudini affettivo sessuali, si sono convertiti, sono stati chiamati e hanno bussato alla porta del seminario. Per entrambi, è tuttavia necessario compiere un veritiero e integrale percorso di purificazione della memoria, sia dal punto di vista spirituale, sia sotto il profilo morale e psicologico.
Non è possibile purificare la memoria, senza “fare memoria”. Evitando il rischio di rimanere impantanati nelle paludi dei ricordi e delle conseguenti reazioni sensibili a essi, è necessaria, almeno nel foro interno, una disarmata narrazione della propria storia affettiva, per presentarla a Dio, nella sua bellezza e nella sua problematicità, nei suoi frutti e nelle sue cadute, nei suoi errori sporadici e accidentali, o nei suoi limiti strutturali e reiterati. “Fare memoria” significa favorire quel sano realismo, senza il quale è semplicemente impossibile ogni autentico cammino di guarigione! “Fare memoria” significa permettere, almeno al superiore di foro interno – il direttore spirituale –, di conoscere realmente la storia personale del candidato, di raccogliere quanti più elementi possibile sul suo percorso, per poter impostare un cammino spirituale davvero efficace, cioè capace di accompagnare a una sufficiente integrazione della dimensione affettiva e ad una presumibile fedeltà all’impegno celibatario. Cari amici, piuttosto che tacere aspetti fondamentali e rilevanti delle proprie esperienze affettive, è meglio parlarne con qualcuno, anche di esterno al seminario, con i cosiddetti confessori invitati o con un sacerdote di propria fiducia, i quali, se necessario, possano progressivamente aiutare a mettere a tema, eventualmente, fosse opportuno esplicitare, onde evitare che l’aver taciuto su elementi essenziali, arrivi ad inficiare la stessa rettitudine di intenzione.
La purificazione della memoria, che ha una sua fase iniziale e fondamentale nel tempo della formazione seminaristica, ma che dura per l’intera esistenza terrena, domanda e, in certo modo, implica una radicale umiltà. Sant’Ignazio di Loyola, nei suoi Esercizi spirituali, ci è maestro nell’arte del discernimento degli spiriti, intimamente legata alla purificazione della memoria. Ciascuno può fare esperienza di come la fragilità della natura umana e il limite della memoria possano permettere, talvolta perfino in maniera ostinata, il permanere di immagini e di ricordi, che, anche se sottoposti al “potere delle chiavi” e alla divina Misericordia, e perciò distrutti da Dio, continuano a insidiare e talvolta ad assediare la vita spirituale.
La cultura contemporanea, poi – come detto – tende letteralmente a “imbottire” i giovani di immagini, e dunque di “memorie” un tempo inimmaginabili. E’ sufficiente passeggiare per le vie di qualunque città, per essere sottoposti a un vero e proprio linciaggio di immagini, per non parlare, poi, della televisione e, ancor più, di Internet. Dall’esperienza dello studio delle tristi cause di dispensa dagli oneri decorrenti dall’ordinazione, mi pare di poter evincere che, nel cattivo uso per mezz’ora di Internet, si possa vedere ciò che, in passato, nemmeno in un’intera esistenza, era dato di incontrare! Se i candidati al sacerdozio provengono da questo tipo di esperienza, è indispensabile che essi stessi scelgano e siano aiutati a compiere un taglio davvero radicale, ma che è indispensabile, anche solo per immaginare la possibilità di una fedeltà all’impegno celibatario. Tutte le memorie non purificate nel tempo della formazione e le cattive abitudini non vinte, tornano al pettine, determinando seri problemi di equilibrio psicoaffettivo e, talvolta, dolorosissime situazioni spirituali, morali e psicologiche.
La purificazione della memoria potrebbe apparire, così, un’opera impossibile, ma noi sappiamo, cari amici, che nulla è impossibile a Dio! In tal senso, l’opera essenziale di tale purificazione, compiuta e fermamente perseguita dall’intelligenza, dalla libertà e dalla volontà umane, è perfezionata dalla grazia soprannaturale, che giunge a noi specialmente attraverso un’intensa vita spirituale e sacramentale. Ciò che potrebbe apparire impossibile ai nostri occhi, è reso possibile dall’intervento costante ed efficace di Dio, il Quale, se cava dei figli di Abramo anche dalle pietre, può plasmare uomini equilibrati, integrati, riconciliati con la memoria del proprio passato e casti, anche in questo tempo, così disorientato e disorientante dal punto di vista psico-affettivo!
Educazione del presente vissuto affettivo
L’Esortazione apostolica “Pastores dabo vobis”, al n. 44, afferma: “Poiché il carisma del celibato, anche quando è autentico e provato, lascia intatte le inclinazioni dell’affettività e le pulsioni dell’istinto, i candidati al sacerdozio hanno bisogno di una maturità affettiva capace di prudenza, di rinuncia a tutto ciò che può insidiarla, di vigilanza sul corpo e sullo spirito, di stima e di rispetto nelle relazioni interpersonali con uomini e donne”. Con un linguaggio straordinariamente realistico e, per certi versi, “nuovo” ai documenti pontifici, il Beato Giovanni Paolo II ci ha consegnato un pilastro della formazione affettiva al celibato. Le inclinazioni dell’affettività e le pulsioni dell’istinto non vengono cancellate o modificate dal carisma del celibato, il quale – afferma il testo – le lascia intatte! E’ pertanto necessario educare il proprio presente affettivo, sia nella dimensione delle inclinazioni, sia in quella delle pulsioni, perché non accada di immaginare un futuro sacerdotale che, sotto il profilo psicoaffettivo-sessuale, sia radicalmente differente dal proprio presente seminaristico. E’ necessario perciò comprendere come l’importantissimo tempo del seminario sia dato anche per lavorare sul proprio equilibrio psicoaffettivo, per integrarne inclinazioni e pulsioni, e per scegliere e affilare quelle “armi” essenziali alla lotta, che dura tutta la vita. La consapevolezza che il carisma del celibato è un dono soprannaturale dello Spirito, impone che, nella formazione a esso, si riconosca il primato assoluto della grazia.
Se è necessario riconoscere e prudentemente utilizzare gli apporti delle scienze umane, in particolare la psicologia, a patto che facciano riferimento a una concezione antropologica veramente cristiana, è doveroso ammettere non pochi errori compiuti, in tale ambito, nei decenni passati.
Si è talvolta pensato di poter delegare alla scienze umane ciò che, invece, competeva ai formatori, essenziali mediatori dell’azione misteriosa e soprannaturale di Dio; si è pensato che la psicologia potesse essere la panacea di “tutti” i mali per “tutti” i candidati al sacerdozio, imponendo, talora senza discernimento, indiscriminatamente a tutti, di farvi ricorso, senza la doverosa distinzione tra le cosiddette nevrosi fisiologiche – che tutti abbiamo – e quelle patologiche, che domandano un intervento di carattere clinico; si è creduto di poter far internalizzare i valori evangelici, incluso il celibato, non grazie all’incontro personale, affascinante e vivificante con Cristo – come è ovvio –, ma attraverso vari processi di destrutturazione della personalità e presunte, mal riuscite sue ristrutturazioni, inclusive dei supposti menzionati valori. Le cause di dispensa dagli oneri derivanti dalla sacra Ordinazione, incluso il celibato, documentano questi tragici errori nell’abuso o nell’uso errato delle scienze umane, nella formazione al sacerdozio ministeriale. Se usate con i dovuti criteri e laddove si mostrasse utile, allora tali scienze umane risulterebbero provvide.
Il dono del carisma celibatario fiorisce, è progressivamente accolto e matura, fino a definire la stessa personalità psicologica del sacerdote, unicamente nel rapporto intimo, prolungato, reale e interpersonale con Gesù di Nazaret, Signore e Cristo! Solo l’intimità orante con il Signore, la progressiva immedesimazione con la Sua Vita, con le Sue parole, con i Suoi pensieri – “Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù” (Fil 2,5) – permette di accogliere e di vivere il celibato, non come un elemento estraneo alla propria persona, da sopportare faticosamente, ma come la ridefinizione di sé, che nasce dall’incontro con Cristo e dal cambiamento e dalla vita nuova, che tale incontro genera.
Il celibato è, per eccellenza, quel nuovo orizzonte, che forse mai prima avevamo immaginato, e che l’incontro con Cristo ha radicalmente disvelato.
Tra l’altro – tutti ne facciamo esperienza – alla vocazione sacerdotale corrisponde, misteriosamente ma realmente, una straordinaria fioritura dell’umano. Che cosa sarebbe, infatti, la nostra umanità senza Cristo, senza la vocazione che Egli ci ha donato? Insieme alla chiamata al sacerdozio ministeriale, il Signore permette una fioritura della nostra umanità, una sua purificazione, un’inattesa e straordinaria dilatazione, perché essa diventi progressivamente capace di accogliere, definitivamente, un tale straordinario carisma e di viverlo come suprema testimonianza a Cristo, nella quotidianità dell’esistenza ministeriale.
Il mondo – anche nel tempo drammatico degli scandali, vergognosi e contro i quali è necessario agire con tutte le nostre forze, sia dal punto di vista della formazione, che sotto il profilo della penitenza e preghiera riparatoria, come pure e seriamente sotto il profilo disciplinare e penale – non attacca il nostro agire “sociale”, né le nostre opere caritative; esso non può tollerare la testimonianza della castità per il Regno dei Cieli e la conseguente azione educativa, che da essa scaturisce.
Se sempre ricca di fascino è, poi, la vita monastica, quando è veramente tale, non dimentichiamo mai, cari amici, che, paradossalmente, la testimonianza di un sacerdote secolare, cioè immerso nel suo tempo e nella sua società, per certi aspetti può essere ancora più dirompente. Noi non siamo monaci separati dal mondo, ai quali guardare con occhio sentimentalista, siamo uomini pienamente inseriti nel nostro tempo, “nel” mondo ma non “del” mondo, e testimoniamo, con la nostra scelta celibataria, che Dio c’è, che chiama a Sé gli uomini, che può dare significato all’intera esistenza e che vale la pena spendere, per Lui, la nostra vita!
L’intimità divina, condizione imprescindibile della formazione celibataria, si coltiva, innanzitutto – dicevo – nella orazione, nella quale dobbiamo essere totalmente immersi; “Conversatio nostra in Coelis est”; diversamente in terra ci si agita ma si realizza nulla! Formarsi a una radicale fedeltà alla santa Messa quotidiana, all’Ufficio divino, all’adorazione eucaristica, all’orazione mentale anch’essa quotidiana, alla preghiera del santo Rosario, che quotidianamente affida a Maria il proprio sacerdozio, è il “quoziente minimo” per poter anche solo sperare di vivere il celibato. Un sacerdote che non preghi, che non avverta l’urgenza di celebrare quotidianamente l’Eucaristia, superando le infondate teorie del “digiuno eucaristico” e gli scandalosi “giorni liberi”, nei quali pare di essere liberi anche dal rapporto con Cristo – che cosa triste per un sacerdote liberarsi da Cristo! –, ben difficilmente potrà vivere serenamente ed efficacemente il proprio celibato. Nel tempo del seminario è necessario formarsi a queste dimensioni indispensabili della vita presbiterale, domandando alla grazia soprannaturale che esse non siano soltanto delle buone e virtuose abitudini, ma divengano vera e propria struttura psico-antropologico-spirituale, nella quale la stessa identità personale è definita. Il sacerdote non solo celebra la santa Messa, ma in essa si identifica, poiché, progressivamente ma realmente, la santa Messa diviene la sua vita, ed egli “è” la santa Messa che celebra! In questa dimensione chiaramente soprannaturale, alla quale progressivamente ci si educa e si viene educati, ogni pensiero, ogni parola e, ovviamente, ogni atto in distonia con la grandezza della propria vocazione, devono essere evitati, certamente, per la loro valenza peccaminosa, ma anche – e direi soprattutto – per l’infelicità che generano nella loro totale inadeguatezza alla verità, sia del sacerdozio, sia delle azioni ministeriali che il sacerdote compie.
Le scienze umane possono costituire un valido aiuto per conoscere, almeno a grandi linee, le fondamentali dinamiche della psiche e dell’affettività, ma il più bravo degli psicologi può dire quali problemi ci sono, può prestare un aiuto veramente prezioso, ma certamente non può risolverli. Solo Cristo salva l’uomo nella sua interezza!
Due elementi mi paiono ancora essenziali nell’educazione del proprio presente affettivo: il rapporto con il mondo e il ruolo della formazione intellettuale.
Nel rapporto col mondo – già ampiamente descritto nel primo punto della presente relazione –, appare con preoccupante evidenza come, troppo spesso, nella formazione seminaristica si verifichino impressionanti ingenuità. Se negli anni Cinquanta-Sessanta era, per certi versi e per taluni, necessario aprirsi al mondo o, per lo meno, mostrare nuovamente, in modo comprensibile al mondo, tutta la bellezza del cristianesimo, oggi si è immersi nel rischio diametralmente opposto: quello di essere totalmente immersi nel mondo.
Ritengo che, nelle attuali circostanze, sia semplicemente impossibile percorrere un serio e impegnato cammino di formazione alla perfetta castità per il Regno dei Cieli, se non si è capaci di vivere quel taglio radicale con il mondo, che è, soprattutto e innanzitutto, un taglio con la sua mentalità. Del resto solo così si può servire la società. Può un seminarista avere le stesse identiche abitudini di quando era un giovane animatore della parrocchia o un giovane universitario nel mondo? Può, in quelle fughe che a volte diventano i tirocini pastorali, frequentare gli stessi luoghi, con gli stessi atteggiamenti?
Non si tratta, qui, carissimi amici, di irrigidirsi in atteggiamenti bacchettoni o incapaci di autentiche relazioni interpersonali; si tratta semplicemente di fuggire le occasioni prossime di peccato e di non esporre sistematicamente e reiteratamente la propria psiche, la propria emotività e il proprio corpo a situazioni che, inevitabilmente, rendono ancora più difficile la perfetta continenza per il Regno dei Cieli.
L’ultimo aspetto riguarda l’importanza della formazione teologica, anche nel cammino di educazione al celibato sacerdotale. Una sana cristologia, fedele al dato scritturistico, alla Tradizione e al Magistero ininterrotto, deve porre in luce la straordinarietà dell’umanità di Gesù Cristo e la bellezza dell’essere configurati a Lui, e quindi anche alla Sua umanità perfettamente casta, con l’Ordinazione sacerdotale. Una ecclesiologia che non voglia tradire la verità, non può ridurre i sacerdoti a “funzionari di Dio”, ma deve riconoscerne, all’interno di un contesto tutto soprannaturale, il misterioso e necessario compito distinto, essenzialmente e non soltanto per grado, da quello battesimale e in relazione alla promozione di questo.
Sono profondamente persuaso che una certa fragilità teologica, diffusa in non pochi ambiti accademici, abbia ben gravi responsabilità, anche nella tenuta delle Vocazioni sacerdotali, le quali, senza adeguate ragioni – come è logico –, non reggono l’urto violento e persistente del mondo.
E concludo questo approfondimento sull’educazione del presente vissuto affettivo, sottolineando ancora una volta il primato assoluto e incontrovertibile della grazia nella formazione al celibato. Guardiamo alla Misericordia, compresa, celebrata nel sacramento della Riconciliazione e continuamente invocata. Essa è la prima “medicina” per guarire dai limiti della concupiscenza e vivere, in modo progressivamente sempre più perfetto, quella continenza per il Regno dei Cieli, così strettamente legata al ministero presbiterale, tanto da indurre la chiesa a scegliere i suoi sacerdoti solo tra coloro che ne hanno ricevuto il carisma. Ciò che appare impossibile alle sole forze umane, è reso sperimentalmente possibile dalla grazia, alla quale continuamente senza limiti, è necessario affidarsi.
L’attesa orante del dono del sacerdozio
La comunità del seminario ha il suo modello supremo nel Cenacolo di Gerusalemme, nel quale gli Apostoli, fatta l’esperienza di Gesù Risorto e stretti intorno a Lui, vivono in attesa orante del dono dello Spirito, uniti alla Beata Vergine Maria. Se il momento dell’Ordinazione sacerdotale è l’effusione dello Spirito, che rende capaci di parlare lingue nuove, di annunciare il Regno efficacemente, di guarire con la potestà sacramentale e di compiere ogni altro atto di Ministero autentico, allora il Seminario vive, si nutre, cammina e cresce come vero e proprio Cenacolo. Come, nel Cenacolo, tutti gli Apostoli hanno fatto l’esperienza di un rapporto personale con Gesù e Lo hanno visto Risorto, così ciascun seminario deve essere una comunità di uomini che hanno incontrato Gesù Cristo e la cui vita è stata cambiata da quell’incontro; uomini che hanno fatto l’esperienza del Risorto, che vivono la chiesa come il popolo eletto da Dio e come il Suo vero Corpo, che oggi cammina nel tempo e nella storia.
Quel gigante di santità e anche di sapienza umana che è San Benedetto, nella sua Regola, invita, senza dubbio alcuno, ad allontanare dal monastero chiunque vi entrasse per ragioni diverse dalla ricerca di Dio. Credo che la stessa chiarezza e fermezza debba essere utilizzata nel discernimento sull’ingresso e sulla permanenza nella comunità del Cenacolo che è il seminario.
Tutti i limiti possono essere abbracciati, sopportati e supportati dalla comunità del seminario, che è, per sua natura, una comunità formativa e di transizione – anche gli Apostoli non sono rimasti tutta la vita nel Cenacolo –, ma la mancanza di retta intenzione e il permanere in seminario per ragioni differenti da quella di cercare e servire Dio e la sua chiesa, non può essere tollerata, perché impedisce ogni autentico cammino di conversione e reale formazione. La comunità del Cenacolo, e quindi il seminario, è una comunità orante. Il sacerdote è e deve essere un uomo orante! Una comunità seminaristica che non avesse al proprio centro la dimensione della preghiera, ben difficilmente riuscirebbe ad assolvere al proprio compito.
La preghiera non è un’interruzione delle cose da fare, ma, al contrario, si interrompe talvolta la preghiera per fare delle cose, e anche nelle altre opere è necessario custodire uno spirito orante. La riforma del clero, da più parti auspicata, non potrà che essere frutto della radicale riscoperta della dimensione soprannaturale del Ministero e del conseguente primato del rapporto orante con Dio. Primato che, nella stessa preghiera ufficiale del seminario, deve trasparire chiaramente: per la fedeltà alla Liturgia, così come la chiesa determina che venga celebrata, per la cura di ogni gesto, atteggiamento. In ciò non ci può essere nulla di formalistico. La giusta forma, inoltre, aiuta la custodia e la veicolazione della sostanza.
Accanto alla preghiera della chiesa, costituita non solo dalla santa Messa e dall’Ufficio divino, ma anche dall’Adorazione eucaristica, dal santo Rosario e da ogni pio esercizio, che sostenga e alimenti la fede, la comunità del seminario è chiamata a educare i futuri sacerdoti anche alla preghiera personale, al silenzio, alla meditazione e agli spazi di reale intimità divina.
Trattandosi di una “educazione”, essa non può essere lasciata unicamente alla responsabilità o alla creatività personali, ma devono essere proposti momenti di silenzio e di Adorazione eucaristica, che, pur conservando il carattere della libertà, in ordine all’adesione, sono sistematicamente inseriti nel cammino quotidiano o ebdomadario. La mia personale esperienza è che l’inserimento di un’ora di adorazione eucaristica quotidiana nel percorso formativo, ha straordinari effetti sul cammino dei seminaristi, crea una consuetudine con il Signore che, nel tempo del ministero, sostiene e aiuta ad avvertire la nostalgia dello “stare con Gesù”, sospingendo la libertà a ricercare costantemente tali momenti.
L’attesa orante del dono del sacerdozio, poi, orienta l’intera preghiera. Non si prega indipendentemente dalla vocazione ricevuta, ma, partendo da essa, ci si pone davanti al signore quasi pregustando le dolcezze del ministero. Pregustando la celebrazione della santa Messa, l’amministrazione della divina Misericordia, pregustando quell’intimità divina che, con l’ordinazione presbiterale, diviene ontologica e alla quale siete chiamati a prepararvi interiormente. Dal punto di vista umano nulla s’improvvisa e dal punto di vista divino nulla si anticipa. In tal senso devono essere superati quei timori, anch’essi datati anni Settanta, di eccessiva “prossimità” alle cose di Dio. E’ necessario svegliarsi, la storia è andata avanti! Se oggi c’è un autentico problema, da tenere sempre ben presente, è quello della fragilità e dell’identità sacerdotale che, anche a causa di non poche fluttuazioni teologiche, non è sufficientemente delineata e, soprattutto, solo raramente coincide con la stessa identità psicologica del candidato.
San Giovanni Maria Vianney, modello dei sacerdoti, che abbiamo imparato a conoscere meglio anche grazie all’Anno Sacerdotale, è esemplare proprio per la totale immedesimazione con il proprio ministero. Condizione – questa – dell’efficacia apostolica, ma anche della pace interiore, della serenità e, soprattutto, del senso di piena realizzazione del sacerdote, al servizio di Dio, della chiesa e degli uomini.
Conclusioni
Al termine di questo lungo percorso, possiamo trarre alcune conclusioni, che, sebbene non definitive, possono orientare il percorso della formazione affettiva nel tempo del seminario. Per semplicità e chiarezza, le delineerò a mo’ di elenco.
1.      La memoria tematizzata del proprio concreto vissuto psicoaffettivo e sessuale, costituisce un elemento fondamentale di un cammino, che voglia realmente essere fruttuoso, soprattutto nella coscienza vigilante e costruttivamente critica della contemporanea, problematica situazione culturale, nella quale lo spostamento dall’oggettività della conoscenza al più arbitrario soggettivismo, con il relativismo che ne deriva, è all’ordine del giorno.
2.      Nella formazione affettiva, è necessario riconoscere il primato assoluto della Grazia, senza la quale non è nemmeno immaginabile una vita realmente casta. Tale primato si riconosce e si vive nel primato della dimensione spirituale, fatta di preghiera e di vita sacramentale, e nella progressiva delineazione, anche psicologica, della personalità presbiterale.
3.      E’ necessario che la comunità del seminario trovi il giusto equilibrio tra l’anelito missionario, che non deve trasformarla in una comunità centrifuga, e l’essere realmente, come il Cenacolo di Gerusalemme, stretta intorno a Gesù, con Maria, in attesa del dono dello Spirito per la missione, ma mai chiusa su se stessa.
4.      L’identificazione, fin dal tempo del seminario, con il Ministero che, a suo tempo, verrà affidato, favorisce il giusto orientamento della formazione affettiva. A differenza delle epoche precedenti, oggi il seminarista è la figura giuridicamente più fragile dell’intero corpo ecclesiale, poiché non è chierico fino al diaconato – per una giusta salvaguardia della sua libertà –, pur vivendo tutti i doveri di disciplina e obbedienza propri dello stato clericale. Tale debolezza giuridica non deve determinare una situazione d’incertezza, come se l’essere seminaristi non coincidesse già, in maniera prospettica, con un determinato stato di vita, impegnato, per lo meno, a rendere testimonianza a Cristo con l’impegno di formazione e di offerta della propria vita, nella perfetta continenza per il Regno dei Cieli.
5.      La formazione teologica, ha un ruolo fondamentale anche nella formazione affettiva. Deve evitare di perdersi tra le opinioni dei vari teologi, restando fedele a quanto chiesto da Sapientia christiana, nella quale si indica lo studio delle Sacre Scritture, della Tradizione bimillenaria della chiesa e dell’ininterrotto Magistero, come ossatura irrinunciabile del ciclo istituzionale. Evitare il relativismo teologico e proporre la dottrina certa, contribuisce in modo determinante alla configurazione di una stabile personalità presbiterale e, con essa, a una motivata formazione affettiva. Anche la corretta ermeneutica dei testi del Concilio Vaticano II, secondo quella riforma nella continuità, più volte indicata sia dal Beato Giovanni Paolo II, sia dal Santo Padre Benedetto XVI, è indispensabile fattore per una crescita ecclesiale serena e autentica, capace di superare, eliminandoli sul nascere, i motivi delle contrapposizioni (tutte mondane e politiche) tra “innovatori” e “conservatori”, che tanta infezione hanno portato e portano al corpo ecclesiale.
6.      Il seminarista di oggi sarà il sacerdote di domani! Se è vero che, dal giorno dell’Ordinazione sacerdotale in poi, si impara a essere e a vivere da sacerdoti, è altrettanto vero che, soprattutto dal punto di vista della formazione affettiva, nulla può essere improvvisato. E’ più prudente, e moralmente esigibile da se stessi, attendere qualche tempo in più per domandare l’Ordinazione presbiterale, piuttosto che attentare a essa, senza aver risolto questioni fondamentali della propria affettività. In questo campo, come in quello dottrinale, occorre provata maturazione e non semplicemente assenza di impedimenti. Affido alla Beata Vergine Maria, Madre tenerissima dei sacerdoti, queste riflessioni, nella sicura speranza che, guardando a Lei, esempio sublime di affettività riconciliata, capace di autentico, profondo e fecondo amore, nella perfetta castità, possiamo camminare nella via splendida del Sacerdozio, che ci fa, a titolo del tutto speciale, suoi figli.


 
Commento di Mauro Melloni
“Il cardinale Mauro Piacenzaparla nella sua lezione davanti a dei seminaristi e, per questo motivo, una lettura che reputo cortissima della storia, ovvero il pansessualismo post sessantottino citato come il nemico della chiesa cattolica rispetto al quale solo la scelta celibataria del clero rappresenta una contro offensiva adeguata, può forse essere giustificata. Però resta il fatto che una visione così chiusa e monolitica del sacerdozio e insieme l’ossessione per una società che sarebbe iper-eroticizzata sono punti di partenza ormai perdenti, sorpassati non solo da chi per numeri e freschezza è anni luce avanti a noi, le chiese evangelicali, ma anche dal Papa e dalla sua visione”.
Alberto Melloni, storico del cristianesimo di sponda dossettiana, legge così le parole che Piacenza ha dedicato a sessualità e castità. E dice: “Si tratta di una visione nostalgica di un’età dell’oro oggi perduta, un’età che oggi non si riesce più a trovare e che, proprio per questo, si cerca di riproporre in continuazione a furia di intimidazioni: o sei celibe o non sei prete”.
Le chiese evangelicali hanno superato la chiesa cattolica? “E’ evidente. Hanno un clero orizzontale e flessibile che noi non abbiamo. Cioè un clero fatto indistintamente di uomini (anche sposati) e donne presentissimi sul territorio. Mentre noi per difendere il celibato vediamo che la maggioranza delle nostre parrocchie è senza prete. Il loro è un clero orizzontale e cioè tutto formato allo stesso modo. Il nostro invece era così fino al Concilio di Trento dove si sancì che tutti i sacerdoti uscivano dalla medesima scuola, mentre oggi no. Oggi ci sono vescovi tenuti sotto scacco da movimenti che impongono che vengano ordinati sacerdoti con il proprio carisma. Così preti diversi tra loro come erano Luigi Giussani, David Maria Turoldo, Lorenzo Milani e Giovanni Battista Montini, diversi ma accomunati dal fatto di essere usciti tutti dalla stessa ‘fabbrica’, ovvero i seminari diocesani, non possono più esistere. Per difendere il celibato dei preti la chiesa si affida ai movimenti e, di fatto, distrugge il suo clero”.
Però più volte Benedetto XVIha parlato in difesa del celibato sacerdotale. “Non nego”, dice Melloni, “il valore del celibato. Sono contrario alla fossilizzazione del tema. Cioè al fatto che solo il celibato ci salverà dal sesso e dalla società che distribuisce immagini pornografiche. In troppi dentro la chiesa dimenticano chi è Benedetto XVI. E’ il Papa che ha voluto l’Anglicanorum Coetibus, la costituzione apostolica che ufficializza la legittimità dei preti sposati nella chiesa cattolica. Con un paradosso pazzesco. Pensiamo un momento di essere un padre di famiglia inglese. Nella mia parrocchia muore il parroco cattolico. Io, padre di famiglia, se la chiesa cattolica me lo permettesse potrei sostituirlo nelle sue funzioni. Invece non posso. Ma cosa succede? Succede che un prete sposato anglicano divenuto cattolico prende legittimamente il posto del parroco e così io, che sono un cattolico sposato, vengo sorpassato. Mi sembra assurdo. In questo modo si nega la funzione di servizio propria del sacerdozio. Il sacerdozio è un servizio, non è un’istituzione divina. Non è materia di fede, è una prassi voluta dalla chiesa e come tale questa prassi può essere ridiscussa”.


 

 
Commento di Stefano di Michele
Il diavolo è dispettoso:a forza di stuzzicarlo, alla fine si presenta davvero. Sarà alta e dotta e accorata la lectio del card. Piacenza – ma nuova proprio no. E’ circa un migliaio di anni che la chiesa su questa “questione genitale” ammonisce, frena, minaccia. Non che faccia male, non che faccia bene: pensa che così sia giusto e giustamente così si regola. Fa – ma a volte a vuoto, fa. Quello di S. E. sembra un malamente argomentare intorno al clima “culturale pansessualista”, come un Giovanardi qualsiasi. C’è una frase del cardinale che a me, per niente ateo e passabilmente devoto, colpisce molto: “Che cosa sarebbe infatti la nostra umanità senza Cristo…” – resta il dubbio di che cos’è l’umanità del prete, senza tutto il resto. S. E. ha ragione – e qualche regola, se uno vuol fare il prete, bisogna pur che ci sia, ma lo stesso l’argine che apparentemente rinforza appare agli occhi di molti argine definitivamente crollato. E non perché dilaghi la “pansessualità” – ché  ha sempre dilagato, correndo gli ormoni ben più velocemente di ogni normativa. Così è, così è stato.
Ho tra le mani una copia del “Direttorio per i noviziati e studentati dell’Ordine trinitario” del 1941. Pagine intere spese sul tema della castità – altro che il paterno argomentare del cardinale – con un linguaggio tra l’accurato dettaglio e i surreali rimedi – a rinforzo della tenzone richiesta ai seminaristi “tormentati da pensieri e immagini lascive”, così da “impedire al sangue giovane di ribollire”: tra santi che si buttavano tra i rovi “lacerando la propria carne, finché non si videro liberi dalla mala bestia”, bagni “nell’acqua diaccia”, dunque “pronti piuttosto a morire che a lasciarsi soggiogare dalla passione”. E tutto un normare sonno e veglia: le braccia dei seminaristi incrociate sopra le coperte, “non far giochi di mano” – a voler essere chiari, e casomai far conto “di sentirsi nella sepoltura e considerare che il loro giaciglio è migliore della Croce su cui agonizzò Gesù”. E poi un complicato meccanismo di spogliazione (meglio di una commedia di Feydeau) se si è in due nella cella, “non si tolgano l’abito in presenza dell’altro, se non è smorzata la luce”, e nel caso “stiano sulle tavole del letto, coperti a metà dalla coperta. Se si cambiano la tunica interiore la luce sarà spenta, oppure uno di essi uscirà dalla cella”. Molto san Bernardo qua e là, parecchi foschi ammonimenti, “il mio amato Dio pende conflitto alla Croce, ed io oserò indulger alla voluttà?”. Una terribile, disperata letteratura. Quella di S. E. è certo caritatevole, ma forse non meno disperata.


 

 
Commento di Umberto Silva
Le pulsioni, cioè Dio. Narrate, o preti, la vostra storia affettiva
Il cardinale Mauro Piacenza rivela che gli psicologi chiamati a formare i seminaristi hanno fallito. Cos’avranno mai combinato? Chissà. In ogni caso il titolo di psicologo non garantisce un bel nulla, e nemmeno quello di pittore, di prete, di architetto. Di psicoanalisti poi ce ne sono di pessimi. Anche di ottimi, ben lontani dalla caricatura che Moretti ne fa nei suoi film. Ma anche i cardinali di “Habemus Papam” sono macchiette poco atte a formare chicchessia. D’altronde scegliersi un interlocutore è sempre un’avventura che ciascuno corre a suo rischio e pericolo, sta a ciascuno farsi affascinare da un noiosone o da un grand’uomo, a seconda del proprio grado di pigrizia. Per comodo tornaconto si preferiscono i mentecatti; la grandezza, con la difficoltà che comporta, intimorisce. Guai. Appena ci si accorge che l’interlocutore è misero, anche se è il presidente di Vattelapesca meglio tagliare la corda senza neppure perdere tempo a contestarlo, sennò si diventa compari di rivendicazione.
Comunque gli psicoanalisti sono meglio di molti, se non altro perché ammettono l’esistenza di Dio, che per deformazione professionale chiamano inconscio. Gli argomenti che adducono vanno ben oltre quelli filosofici e teologici, anche se – come riconosceva Freud parlando di ricercatori zoppicanti e di aquile – non possono competere con i voli saettanti dei poeti.
Dio non può essere il frutto di una contorsione intellettuale quanto di una sensazione precisa e lampante, che improvvisa viene alla luce anche dopo che per anni e anni si è cercato di mimetizzarla. A un certo punto tocca ammetterLo: i sensi di colpa, i desideri, i sintomi, le dimenticanze, le omissioni, i furori, gli abbandoni, i tradimenti, le intuizioni, i rimorsi, i sogni, i lapsus, i motti di spirito, i malintesi, le gelosie, le accuse, l’amore, l’odio… insomma, tutto quello che concerne l’uomo, testimoniano di Dio. Dio è il soffio che anima Adamo, l’Anemos che non cessa di sconvolgerci, brezza e tempesta. Freud la chiama Trieb, pulsione, Tolstoj ispirazione. Insieme ai grandi romanzieri che mirabilmente parlano dell’anima sputandola sul foglio, Sigmund Freud è il grande teologo dei nostri tempi, uno che cercava Dio fin nei catarri delle isteriche, anche se si proclamava ateo. Non bisogna mai dare troppo peso a quel che uno pensa e dice di sé, le vie del Signore sono infinite e a volte assai umoristiche.
Per nostra fortuna esiste Qualcuno più forte di noi e che puntualmente ai nostri atti conferisce una dignità, coronandoli di gioia o tristezza sicché noi si possa crescere come un bambino che evita il fuoco perché scotta. Estremamente formativa, questa giustizia divina agisce incessantemente.
La formazione è psichica, formatore l’inconscio. Quando a esso, a Dio, ci si oppone, ecco sorgere la formazione di compromesso, il sintomo o il conflitto. Per dirimerlo può essere utile un percorso analitico e anche l’incontro con un artista della parola e dei sentimenti, uomo o donna che sia, prete o laico, giovane o anziano, cattolico o buddista. Il cardinal Piacenza parla della necessità di “purificazione della memoria” grazie a “una disarmata narrazione della propria storia affettiva”. In ciò si avvicina all’insegnamento di Freud quando parla di elaborazione e del ricordo che deve divenire racconto perché solo nella nostra storia, in quel che narriamo, esistiamo. Il purismo tuttavia è torbido, piuttosto la memoria va sporcata, arricchita di dettagli e colpi di scena, in modo che risulti viva, appassionante. Che la fantasiosa Sherazade fosse la prima paziente e il silente sultano un esigente psicoanalista?


Martedì 24 Maggio,2011 Ore: 17:02
 
 
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