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www.ildialogo.org Cercansi presbiteri: celibi o sposati ?,di P. Nadir Giuseppe Perin

Cercansi presbiteri: celibi o sposati ?

di P. Nadir Giuseppe Perin

Gesù percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, annunziando il Vangelo del Regno e guarendo ogni malattia ed infermità. Vedendo le folle, ne sentì compassione, perchè erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: “ la messe è abbondante, ma i lavoratori sono pochi! Pregate dunque il padrone della messe perchè mandi lavoratori nella sua messe” ( Mt 9,35-38).

Leggere questo passo del Vangelo e confrontarlo con quanto affermato dal Papa – in occasione del raduno internazionale dei preti - che “... il celibato dei preti non può essere messo in discussione perchè segno della presenza di Dio nel mondo e perchè è un sì definitivo...” non può lasciare indifferenti.

A me sembra che molto spesso, il linguaggio usato da coloro che nella Chiesa hanno autorità e la responsabilità del ministero per la comunità ecclesiale, presenti delle “ambiguità” che causano nel popolo di Dio , più confusione che chiarezza.

Di fronte alle attuali condizioni di disagio della comunità ecclesiale, per la mancanza di presbiteri – e ben sapendo che il Papa ha evocato a sé ogni decisione in merito al celibato dei preti – ci si domanda “ perchè il Papa quando tratta del “celibato” dei preti, ne parla come dono dello Spirito Santo, dato solo ad alcuni, ed evita, intenzionalmente, di entrare nel cuore del vero problema che non è il celibato, ma la legge canonica che impone - cioè rende obbligatorio, come condizione “sine qua non”- il celibato ai preti ?

Nessuno mai, nella storia della Chiesa, si è sognato di mettere in discussione il celibato come dono gratuito dello Spirito. Da secoli, invece, e da ogni parte del mondo, la comunità ecclesiale- di fronte alla scarsità di presbiteri - chiede e si continua a chiedere al Papa di “togliere”, di “abolire”- NON IL CELIBATO - ma la legge canonica che impone obbligatoriamente il celibato per tutti coloro che Dio chiama al ministero presbiterale.

Perchè il Papa non ha detto che : “ il celibato obbligatorio per legge canonica del prete non può essere messo in discussione perchè segno della presenza di Dio nel mondo e perchè è un sì definitivo” ?

Forse, perché sapeva benissimo che avrebbe affermato il falso, dal momento che ogni legge, fatta dall’uomo ed imposta ad un altro uomo, può essere messa in discussione, quando cambiano i contesti di vita, se si vuole che la sua applicazione conservi ancora validità e sia una garanzia per il bene comune.

Invece, tutti convengono che non può essere messo in discussione il celibato in quanto dono di Dio all’uomo. Ma, non perché il celibato è “segno della presenza di Dio nel mondo”, ma solo perchè è UN DONO. E, sul dono non ci può essere alcuna discussione, tanto più quando questo dono viene da Dio.

Solo i Sacramenti e tutti i Sacramenti e quindi sia il matrimonio che l’Ordine, “sono segni efficaci della grazia” e quindi segni della presenza di Dio nell’uomo - “sacramento” del creato - perché fatto ad immagine e somiglianza di Dio, indipendentemente dal suo stato di celibe o di sposato.

Il dono per essere tale deve avere la caratteristica della gratuità non può quindi essere “obbligatorio”e di conseguenza non si può meritare o guadagnare attraverso “ il buon comportamento” della persona o per le sue preghiere e suppliche rivolte a Colui che potrebbe dare quello che si chiede.

Infatti, nel passo del Vangelo di Matteo - sopra riportato - Gesù esorta gli apostoli a “ pregare il padrone della messe perchè mandi lavoratori nella sua messe”. Gesù non esorta gli apostoli a pregare il Padrone della messe, affinchè mandi nella sua messe, dei lavoratori celibi o sposati.

Perciò, di fronte ad un mondo sconvolto e famelico, che cerca affannosamente “il Pane di vita”, continuare a chiedersi se il ministro debba essere celibe o no - quando nel progetto di Gesù non esiste un vincolo necessario tra presbiterato e celibato - mi sembra una complicazione inutile.

Si dimentica molto spesso o si finge di aver dimenticato, per motivi di convenienza, che esiste una fedeltà a Dio che non può essere ricondotta o ristretta solamente al fatto di obbedire, sempre e comunque, all’autorità della Gerarchia ecclesiastica.

E’ vero che a Pietro - responsabile del collegio apostolico - e agli Apostoli, Gesù diede il mandato di annunciare – con la parola e l’esempio - al mondo intero la BUONA NOTIZIA da Lui rivelata !

Ma quale sia in realtà questa “buona notizia”, molti del popolo di Dio ancora non l’hanno capito, perché prigionieri “ delle innumerevoli leggi” - fatte da uomini e non da Dio - che li soffocano e li rendono schiavi di coloro che, nel tempo, sono diventati “ i padroni del gregge” invece che “ i servitori del gregge”.

Per questo, molte volte, nella coscienza del cristiano maturo, nasce un conflitto tra l’obbedienza da prestare alla volontà di Dio che si fa conoscere attraverso gli avvenimenti del mondo e della Chiesa intesa come comunità dei discepoli di Gesù e l’obbedienza che passa attraverso il “ceto clericale”.

Il conflitto non è originato dalla volontà di Dio in quanto tale, bensì dalle molteplici forme di mediazione che hanno prodotto interpretazioni divergenti.

S. Tommaso D’Aquino di fronte a tale conflitto, fece prevalere la coscienza ben formata ed aggiunse che l’uomo deve agire secondo la sua coscienza pur sapendo che, per questo, potrebbe essere colpito anche da scomunica ecclesiastica.

Lo stesso Papa, Benedetto XVI, quando era ancora cardinale, affermò che “ Al di sopra del papa, come espressione della pretesa vincolante dell’autorità ecclesiastica, resta comunque la coscienza di ciascuno, che deve essere obbedita prima di ogni altra cosa e, se necessario, anche contro le richieste dell’autorità ecclesiastica. L’enfasi sull’individuo, a cui la coscienza si fa innanzi come supremo ed ultimo tribunale e che - in ultima istanza è al di là di ogni pretesa da parte di gruppi sociali, compresa la Chiesa ufficiale - stabilisce un principio che si oppone al crescente totalitarismo” (cfr.Joseph Ratzinger, in Commentary on the documents of Vatican II, Vol V, p. 137, a cura di Herbert Vorgrimler, Herder and Herder, 1967-1969, New York, traduzione inglese da Dass Zweite Vatikanische Konzil,Dokumente und Commentare).

Per ogni cristiano, dunque e per ogni prete è doverosa l’obbedienza , prima di tutto, alla volontà di Dio che si fa conoscere attraverso “i segni dei tempi” che ciascuno di noi deve imparare a decifrare, lasciandosi illuminare e guidare dalla Parola di Dio.

Gesù, d’altra parte, non ha fornito regole precise di comportamento, ma ha stimolato l’uomo e la donna ad osare di essere responsabili : “Perché non giudicate da voi stessi”?

Gesù ha aiutato lo zoppo, il cieco, il paralitico ad aprire gli occhi, a mettersi in piedi: “ Và la tua fede ti ha salvato”.

Ha lottato senza posa contro leggi obbliganti. La sua Buona Novella è un messaggio di liberazione e di amore che riveste tutto il suo spessore nella prospettiva di una Presenza, di un Amore incondizionato, nel cuore del difficile cammino umano.

Pertanto, è normale che la fede in Dio susciti un cambiamento dell’agire umano.

Non è normale, invece, che “la religione” dia vita e forma ad una regolamentazione sempre più minuziosa dei nostri comportamenti, perché il Dio di Gesù Cristo è un Dio di amore e perciò di liberazione che crede nell’essere umano, nella sua capacità di responsabilità e di sana libertà.

Che “ la volontà di Dio” debba sempre coincidere con la “volontà” della Gerarchia ecclesiastica, questo si deve ancora dimostrare!

La concezione di un’obbedienza alla volontà di Dio che deve sempre e comunque passare attraverso l’autorità dei superiori, ha provocato nella storia del cristianesimo dei gravi danni alla coscienza di molti e spesso dei drammi irreparabili.

Se è vero che il contenuto della tradizione (cioè quello che ci è stato tramandato dal passato) ha in sé una grande importanza, tuttavia “il guardare alla Tradizione” per modellare su di essa il nostro comportamento, non può essere una semplice cristallizzazione del passato nella nostra vita del presente, che è vissuta in “contesti storico-sociali” completamente diversi.

Perché non chiederci , allora : quali contenuti di vita cristiana Dio ci chiama a tramandare ai nostri posteri? Forse ci chiede di tramandare solo quello che abbiamo ricevuto dal passato ? Oppure ci invita a riflettere e scoprire la novità del messaggio evangelico per l’uomo di oggi, affinché la Paola di Dio abbia ancora l’efficacia di guidare i suoi passi nel difficile cammino della vita?

Ciò che si nota in tutte le religioni che hanno come obiettivo quello di creare un legame tra l’aldilà (tra Dio) e la umanità, è la facilità con cui esse elaborano un “codice di vita” per i loro adepti, sul quale essi devono poi modellare il proprio comportamento.

Molto spesso, queste “religioni” corrono il rischio di trasformarsi in “editrici” di “codici morali”, utilizzando il riferimento divino, per fornire al loro interno, a chi occupa posizioni di potere e di responsabilità, un’autorità accresciuta e persino assoluta, alle regolamentazioni che dettano.

In questo modo vengono giustificati, anche all’interno della Chiesa - una, santa, cattolica ed apostolica, ma specialmente romana - i tanti immobilismi, in nome di un preteso ordine divino calato nel tempo, esonerando così l’uomo dall’impegno di una sana ricerca “di chiarificazione” che l’esperienza umana gli richiede quotidianamente.

“Le religioni”, con questo modo di porsi di fronte all’uomo non sono capaci di suscitare in lui la meraviglia di sapere che “Dio è con noi ed in noi”, perché tendono a rinchiudersi in un ruolo moralizzatore, per poter mantenere il potere sul popolo di Dio.

La loro morale, infatti, lungi dall’essere liberatrice, è sempre più spesso, soffocante. Prescrivendo, metodicamente e scrupolosamente, come ciascuno dovrebbe agire, le istanze morali compromettono il loro obiettivo primordiale che è quello di permettere ad ognuno di accedere alla dignità umana di persona libera e responsabile del suo decidere in un senso piuttosto che in un altro. Perciò “smettiamola di giudicarci a vicenda. Pensiamo piuttosto a non mettere nulla davanti al nostro fratello che possa farlo inciampare” ( Rm 14,13).

Oggi più che mai la Comunità Ecclesiale, fondata da Cristo sente il bisogno di liberarsi dalla catene che l’hanno condizionata nel suo passato, per poter essere, invece, messaggio, profezia della speranza, casa per tutti e diventare Parola e Vangelo di vita per l’uomo d’oggi.

Forse qualcuno si strapperà le vesti per queste mie affermazioni....pazienza! Sono un prete-sposato da più di quarant’anni. Uno dei tanti che nella Chiesa di rito latino non possono più esercitare il ministero, perché al mio fianco c’è colei che nel sacramento del matrimonio è divenuta la mia sposa e la mamma di due figlie.

Anche quest’anno (2012), come ogni anno, ho festeggiato a tu per tu col mio Signore i 48 anni della mia ordinazione sacerdotale ( 19/03/1964). Ogni giorno, Lo ringrazio per avermi chiamato a svolgere il ministero di “presbitero” nella comunità ecclesiale. Mi dispiace di non aver potuto continuare a svolgerlo, perchè le leggi contenute nel Diritto Canonico non me l’hanno permesso, dal momento che ho chiesto ed ottenuto la dispensa per potermi sposare. Ma ringrazio Dio anche per avermi chiamato alla vita matrimoniale, per la famiglia che mi ha donato, per i 38 anni di lavoro che ho potuto svolgere, sia in Canada che in Italia a favore delle persone anziane, dei giovani disadattati, dei drogati, dei ragazzi handicappati e per l’esperienza che ho accumulato, lavorando assieme ad altri professionisti, animati da un grande amore per Dio e per l’uomo.

Non ho chiesto la dispensa dal celibato per fuggire, ma perchè ho creduto in un modo diverso di essere prete. E, sono sempre più persuaso che si è trattato di una buona idea.

Sono convinto che l’obiettivo principale della vita di un uomo sia quello di “Cercare la verità dentro di séper essere una persona libera a servizio dell’uomo”.

Essere delle “persone libere” soprattutto dalla “paura” di osare, di essere se stessi, la paura di perdere, di mancare, la paura di dire e servire la verità, la paura di impegnarsi e di rischiare…

E’ vero : ho preferito, come tanti altri preti sposati, “l’incertezza della tenda di Abramo”, alla sicurezza del tempio di Salomone. Ma, uscire dal “ Tempio” è stata, per me, una scelta molto difficile....e, “fuori dal Tempio” la prima sensazione che ho provato è stata quella di “ non avere più certezze”.

C’è, infatti, una grande differenza tra “l’essere un prete-viandante sulla via che da Gerusalemme scende verso Gerico e l’ essere un prete-mediatore” dentro la sacralità del Tempio.

Nel tempio, il prete si sente protetto... possessore della verità ... maestro insindacabile. Si sente in compagnia di “gente per bene”, che forse si ritiene tale solo perché va in chiesa. Nel Tempio si sente solo la voce del prete che “predica” la Parola ad una assemblea che, spesso, è disattenta, “non l’ ascolta” e non la vive nella vita di ogni giorno.

Fuori dal tempio, invece, cioè sulla “strada”, il prete ha modo di conoscere l’ “umanità bisognosa” : di amore... di comprensione... di genuinità evangelica... perché è dalla strada che provengono le richieste di giustizia e di condivisione da parte di coloro che si sentono soli ed abbandonati.

Sulla strada, il prete non riveste più il ruolo di “predicatore” della Parola, ma solo di “ascoltatore” di quella stessa Parola che lui, prima, predicava, ma che ora viene dal cuore della gente ed ha il suono di un linguaggio provocatorio che pone l’ascoltatore di fronte a delle situazioni nuove e inattese per affrontare le quali è necessario rivestirsi dell'umiltà dell’ascolto.

E, “ si ascolta con tutta la persona. Si ascolta con l’udito, raccogliendo le parole che sono come dei ponti costruiti per unire le rive che ci separano e raccogliendo i silenzi, specialmente quelli che a volte gridano con il loro scomodo fragore perché sanno di solitudine, ingiustizia ed agonia di persone..”

Termino queste riflessioni con la preghiera che la figlia di un prete sposato rivolge a Dio per il suo papà e la sua mamma.

“Sono sicura – Signore - che il mio papà non ha chiesto la dispensa dal celibato per fuggire dagli impegni e dalle responsabilità, ma perché ha creduto in un modo diverso di essere prete. Sono persuasa che si è trattato di una buona idea e di un’ottima scelta. Non l’ho mai sentito chiedere nulla per sé, ma l’ho sempre visto darsi pena per i tanti uomini sparsi sulla terra e diversi tra loro. Per quelli delle nostre città alienati da ritmi disumani; per coloro che spesso senza colpa, hanno oscurato la scintilla della fede ricevuta in dono ed aspettano che qualcuno torni a farla brillare, assolvendo dai peccati e spezzando il pane. Penso, Signore, che di fronte a chi ha fame, il chiedersi se il ministro debba essere celibe o no, quando nel tuo progetto non esiste un vincolo necessario tra presbitero e celibato, sia una complicazione inutile. Tuttavia –Signore –riconosco che ancora troppi sono i “forse” che mi tormentano : forse i preti sposati che dicono ai loro vescovi “siamo qua!” risultano poco credibili o forse chi deve decidere non è abbastanza libero e coraggioso per modificare una disciplina opinabile, ma consolidata o forse sono io che non riesco a vedere, perché spesso l’esperienza può offuscare la mente ed un’idea può diventare giustificazione dell’agire.

Ad ogni modo – Signore - a me, figlia di prete, non resta che pregare, assieme al mio papà ed alla mia mamma, affinché le scelte che vengono operate siano le migliori, per il bene dell’uomo, figlio di Dio” .

P. Giuseppe dall’Abruzzo.




Sabato 29 Settembre,2012 Ore: 06:32
 
 
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