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www.ildialogo.org   IL SILENZIO DELL’INVALIDO  ,di Sebastiano Saglimbeni

RACCONTO
  IL SILENZIO DELL’INVALIDO  

di Sebastiano Saglimbeni

Sono trascorsi, dal 1918 ad oggi, 10 dicembre 2009, novantuno anni, precipitati nella sterminata notte del tempo.

Tu, che contavi appena vent’anni, eri già privo, dal ginocchio in giù, degli arti inferiori, ma con la protesi che ti avevano apprestato, un greve corpo estraneo obbligato in principio, avevi potuto camminare indipendentemente per quaranta anni ed avevi potuto pure svolgere qualche lavoro leggero in campagna.

Non ci avevi mai raccontato del grande regalo ricevuto dalla Grande Guerra, e quando parlavi con i cinque figli dicevi della terra, quella sobria che avevi ereditato da tuo nonno paterno. Era nel tuo costante pensiero, era il tuo apostolato, e volevi che fosse pulita, con le viti in filari, i castagni, i noccioli, i mandorli, i peri, gli ulivi, piantati nei posti giusti, e con le semine del frumento, dell’orzo, delle fave, dei fagioli e di altro. Ora che ci penso, i figli e quelle piccole campagne ti avevano come fugato il ricordo della tragica esperienza bellica.

Oggi, 10 dicembre 2009, conosco qualcosa di quando eri giovane, prima che ti fossi ammogliato. Lo apprendo dai tre fogli del Congedo matricolare che sono riuscito ad ottenere, dopo tanto tempo. Apprendo della tua statura che non superava il metro e cinquantacinque centimetri, più o meno, quanto quella del re Vittorio Emanuele III, del tuo colore castano, del tuo colorito roseo, della dentatura sana, della fronte liscia e di una cicatrice sullo zigomo sinistro. Me la ricordo. E di questa mi aveva raccontato un tuo coetaneo che un ragazzo, mentre ritornavi dall’orto con un sacchetto di fave verdi, ti aveva colpito con un sasso per divertirsi.

Allora, come leggo nei fogli del Congedo matricolare, tu eri stato un soldato di leva, terza categoria, nato il 10 dicembre 1897 a Limina, provincia di Messina, e che il 5 maggio 1916 eri stato fatto abile al servizio militare. Poi, il 29 settembre dello stesso anno, eri partito per la prima volta dal paese chiamato alle armi. Un giorno di viaggio per raggiungere il Deposito dell’Ottantacinquesimo Reggimento Fanteria. Nel foglio non leggo il luogo. Ma tu solo una volta, mi accennasti - ti aiutavo a legare ai pali i tralci rigogliosi delle viti vecchie, che valutavi le migliori, come i soldati anziani in guerra - che a Trapani vi avevano istruito alle armi e che c’erano con te due compaesani, Carmelo Mastricchiu e Carmelo Nzalateddha.

Meno di tre mesi a Trapani e subito, il 20 dicembre, avevi raggiunto, con altri giovani siciliani, trasportati dalla tradotta, il “territorio dichiarato in istato di guerra”; e di qui, ad un mese e dieci giorni, il 30 gennaio del 1917, eri stato mandato in licenza straordinaria di convalescenza con gli assegni.

Il foglio del Concedo matricolare non menziona in quale ospedale militare, ricoverato con la morte ai denti, ti avevano amputato le gambe. Il foglio dice che eri stato inviato in congedo assoluto perché riconosciuto permanentemente inabile al servizio militare, con il Dispaccio ministeriale n. 470155 in data 12 ottobre 1918, ad un mese dalla fine della guerra vinta. Tu eri ritornato al paese, e in casa, con la madre vedova, credo che lentamente andassi posando una gamba fittizia dopo l’altra per abituarti a camminare; sognavi la campagna zappata, arata e fiorita che avevi lasciato e il letto coniugale, perché lì, a quel posto vitale del tuo corpo, eri rimasto perfetto. Leggo ancora nel foglio del Congedo matricolare, pagina 2, che avevi tenuto “buona condotta” e che avevi “servito con fedeltà ed onore”. Infine, nel terzo foglio leggo che la patria ti aveva gratificato con due campagne di guerra, del 1916 e del 1917 e che avevi riportato un congelamento di secondo grado ai piedi e alle mani in Vallarsa il 28 gennaio 1917 e, pertanto, potevi fregiarti “della medaglia commemorativa nazionale della guerra 1915-1918 istituita con R. D. n. 1241 in data 29-7-1920 ed esporre sul nastro della medaglia le fascette corrispondenti agli anni di campagna 1916, 1917 n. 316818”.

Del luogo di Vallarsa non ci avevi raccontato nulla, come eravate, dal profondo sud, arrivati al nord nevoso, come soffrivate denutriti in quell’area, dove eri caduto congelato; non ci avevi raccontato come vi avevano curato durante i mesi di degenza nell’ospedale militare, come, da ventenne, ti eri visto con le gambe amputate, quanti giovani ed anziani soldati feriti c’erano con te e se ti eri scambiato con qualche compagno di sventura l’indirizzo prima di lasciare l’ospedale di guerra. Ora che scrivo ricordo come in una tua campagna, dove ti avevo fatto da sostegno, in pieno inverno e con la neve, ti muovevi così tranquillo ed io che, reso tutto freddo e tremante da quel paesaggio nevoso, ti chiedevo di accendere nella casupola il fuoco. Tu, in luogo del fuoco che ti avevo chiesto, mi desti una manciata di neve per strofinarla nelle mani e mi facesti bere del vino dal bariletto e sorridendo mi dicesti che quella neve lì non era neve. Certo non poteva più colpire le tue gambe finte o il tuo corpo avvolto in un pastrano e dopo che avevi, pure tu, bevuto un po’ di vino.

C’era in quella guerra che ti offese, fra gli uomini della cultura, un poeta chiamato Giuseppe Ungaretti. Tu, che sapevi appena leggere e scrivere, non potevi conoscere uomini del genere, tra i quali, un giovane di Trieste, scrittore graduato, che, per non fuggire e morire diversamente, per non cadere prigioniero dei nemici austriaci, si uccise con un colpo di pistola. Si chiamava Carlo Stuparich. Tu non fuggisti, non ti uccidesti, non cadesti ucciso per mano del nemico, cadesti ucciso a metà dal gelo.

Alcune brevi poesie di Ungaretti ci dicono e diranno tanto di quella tragicità, poesie che studiai e feci leggere ai miei alunni in Veneto, dove mi ero portato, in tuo onore. Quel massacro della guerra che non ci avevi raccontato si può riscoprire pure qui, in queste asciutte e strazianti parole di Ungaretti:

Un’intera nottata

buttato vicino

a un compagno

massacrato

con la sua bocca

digrignata

volta al plenilunio

con la congestione

delle sue mani

penetrata

nel mio silenzio

ho scritto

lettere piene d’amore

Non sono mai stato

tanto

attaccato alla vita

Mi avevano detto che il sabato sera e la domenica incedevi lentamente nella piazzetta del paese ed eri abbellito di abiti che nessuno, tranne qualche civile proprietario terriero, poteva indossare. Tu, in quel modo offeso, non volevi apparire elegante, ma sano, come quando eri partito per la guerra, con poca roba povera addosso, come quella dei tuoi commilitoni che potevano alzare pietre pesanti per fare muri a secco in campagna, zappare, tagliare legna, pestare l’uva nei palmenti. Ho già scritto che subivi la volgarità della gente che ti invidiava per il vitalizio di guerra che ti avevano accordato.

Eri ben curato, con la medaglia che poi abbandonasti in un cassetto e con il fazzoletto bianco nel taschino della giacca blu, per camuffare il tuo corpo mutilo, la vergogna della guerra. E volevi incrociare e desiderare qualche donna contadina come compagna per sempre. Mi avevano detto che una giusta, alla quale, tramite un messaggero, avevi chiesto la mano, ti aveva detto di sì in un primo momento, ma dopo si era pentita, in quanto eri “in quelle condizioni, un uomo con mezza vita” e qualcuno l’aveva svuotata. Le avevi pure accoratamente cantato sotto la sua finestra, in via Monaco, una canzone paesana d’amore.

Avevi provato a coniugarti con un’altra donna, ma non faceva per te: un messaggero maligno l’aveva ingranata e te la voleva accollare. Finalmente, dopo, l’avevi trovata una donna che faceva per te, energica e che ingravidasti cinque volte.

Il tuo silenzio indorava i tuoi mali. Io sino ad ora, all’età di 77 anni e otto mesi, non l’ho sperimentato. E i miei mali minacciosi poca cosa, rispetto alla tua greve mutilazione subita per un quarantennio, e a quelle di mille e mille giovani sacrificati in quella mostruosa guerra.

Ho voluto ricordarti ancora una volta da questo Veneto, tanto lontano dalla nostra comunità con le sue campagne ora derelitte che tu, le tue, volevi pulite e fertili.

Verona, 10 dicembre 2009




Martedì 01 Gennaio,2013 Ore: 11:29
 
 
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