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www.ildialogo.org SCRIVO AL POETA GIORGIO GABANIZZA,di Sebastiano Saglimbeni

SCRIVO AL POETA GIORGIO GABANIZZA

di Sebastiano Saglimbeni

Giorgio Gabanizza, amico da mezzo secolo, con sincera contentezza ti voglio scrivere, perché, ultrasettantenne, ti sei rivelato quel poeta che fosti negli anni Sessanta del secolo scorso. Un poeta di questo nostro Paese che sempre e abbondantemente prolifera di autori di versi. Tu, un poeta. Non di diletto o di intrattenimento. Ti voglio scrivere e rievoco, aulico un po’, alcuni versi di Dante Alighieri. Ti faranno indubbiamente meditare mentre li leggerai e forse ti motiveranno a rileggere l’intramontabile letteratura di questo nostro grande Poeta. Si sentano qui di seguito i suoi versi, endecasillabi.
“Ma dì s’ i’ veggio qui colui che fore
trasse le nuove rime, cominciando:
Donne ch’avete intelletto d’amore’.”
E io a lui: ” I’ mi son un, che quando
Amor mi ispira, noto, e a quel modo
ch’e’ ditta dentro vo significando”.
Un esponente della Scuola “siculo-toscana”, Bonagiunta Orbicciani, nella seconda cantica della Divina Commedia, apostrofa, mentre si purga nella cornice dei golosi, Dante per sapere se è a cospetto di colui che compose quella canzone “Donne c’avete intelletto d’amore”. Dante, in risposta, orgogliosamente, si dichiara un poeta autentico, dal nuovo stile in quanto ispirato dall’ “Amore”. Non avvenne così per i poeti della Scuola “siculo-toscana”.
Perché, Giorgio, con questo inizio, che non vuole essere una lezione? A questo mio stesso quesito rispondo perché anche tu, come spesso mille e mille, hai iniziato giovanissimo a vergare versi in nome di un sentimento, ispirato da un’immagine muliebre, che certo non era una donna angelicata, come quella intesa dai poeti stilnovistici.
Ma diciamo dell’altro. Oggi, colui che si esprime con il verso, qualora volesse con questo parlare della donna, non può non dire dei suoi non pochi problemi che la vessano. Il verso, il verso più immediato e più efficace della prosa. Deve, a mio vedere, fortemente occuparsi, oltre a quanto sopra ho accennato, di questa nostra era confusa, malandrina, bellica, tragica, ora più tragica per la peste che non si arresta ed uccide potenti e deboli. Di conseguenza, il verso si intensificherà di nuovi linguaggi e di nuove poetiche. Accadde – come ho provato di recente a scrivere – in tempi remotissimi. Avevo ricordato, a proposito, in un mio testo, editato dal giornale Il Dialogo di Monteforte Irpino, diretto dall’illustre giornalista Giovanni Sarubbi, quella peste di Atene che, secoli dopo, riprese nel suo De rerum natura (VI L.), Lucrezio Caro, uno degli eccelsi Poeti della latinità, il giudice dell’ esistenza umana un groviglio di sciagure. Pensa, Giorgio, quanto fu terribilmente letale quella peste, se ricordiamo che colpì le bestie e che gli uomini si recisero il membro ”con il ferro, nella speranza/di vivere ancora”. Con il verso così si esprimeva il poeta: ”Vivebant ferro privati parte virili”. Vedi, la poesia ha tramandato sino a noi quella terribile cronaca. La cronaca, la cronaca, bella o brutta, entri nella poesia. Giuseppe Parini la espresse, ad esempio, nella sua ode del 1759 “ La salubrità dell’aria”, in difesa della salute civile. Allo statunitense Walt Whitman importava la vita concreta e scriveva in un suo testo:“Basta coi versi d’amore in rima inzuccherata, e /con gli intrighi che piacciono agli oziosi,/ E si addicono solo ai banchetti notturni, dove i/ ballerini scivolano al suono d’una lenta musica …. “.
Giorgio, ti dicevo sopra che ti sei rivelato quel poeta che fosti negli anni Sessanta del secolo scorso. Nella plaquette Stagioni ritrovate (Albatros, 2020), in 4 versi brevi, incisivi, canti di lei, che collochi “Fra spiazzi/ di verde/spinti alla confusione/ dell’azzurro”. E seguono 8 versi, ancora brevi, che chiudono il testo che si contraddistingue per le assenze di discorsività o di retorica. Il resto dei testi della tua silloge, privati di interpunzione sa di una vita di uno che comincia, sa di cronaca di un tempo in cui il nostro Paese usciva dalla nera, come la pece, miseria. Si fanno leggere e rileggere i testi che verticalmente prendono tutto lo spazio della pagina. Da meditare, discutere, quel testo che recita: ”Quando il giorno ‘antico’/sorgerà con un sole più limpido/allora sapremo di essere vivi./allora non sgorgherà il sangue/dalle larghe ferite dei miti./e la speranza/sarà sepolta tra gli ignoti./ Anonima figura/ morta sul luogo delle cruente memorie./Allora Dante/o Albinoni/o Jacopone da Todi/ non saranno ‘i nostri padri’,/ma solo compagni di un oggi/puro da insane presenze/sconvolgenti./ Solo la vita, la morte è dopo, alla fine di tutto”. Caro Giorgio, non si riscontra in questa tua esperienza di poeta alcun in indugio ai “versi d’amore in rima inzuccherata”.
La poesia, la poesia, di cui spesso parliamo coll’amico scrittore Franco Casati, seppure tantissimi non l’amano, essa, in questi tempi tragici e infami, ha una vis che ci eleva, ci scioglie. Un vero poeta è un vero uomo, mi pare di dire fermamente e convintamente. Io, caro Giorgio, la mia poesia l’ho riempita un po’di terre della mia Sicilia e di civiltà contadina. Ultimamente in una mia densa silloge, Suavis domina, che prefazionò Mario Geymonat, ho ricordato il genio di Camus per quella prosa magistrale che descrive la peste. Scrivevo, fra l’altro: ”Niente feste dell’acqua e della carne,/la gioia andava in fuga/e il vento che levatosi soffiava/ sulla città appestata./ Quando passò, gridi e gridi di allegria/per la città. Ma la folla ignorava/ che il bacillo della peste/non muore né mai scompare,/ può a lungo sonnecchiare/ dentro le proprie cose nelle case”.
La poesia, Giorgio, se avremo ancora la testa per esprimerla, potremmo nutrirla con i nostri mali fisici. Così, parlando di noi stessi, in nostro io diventerà ipertrofico.



Sabato 17 Ottobre,2020 Ore: 19:44
 
 
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