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www.ildialogo.org Francesco, un educatore per tutte le ere,Di Aldo Bergamaschi

Francesco, un educatore per tutte le ere

Di Aldo Bergamaschi

Se il tempo è il pulviscolo sperimentale dell’eternità, gli 800 anni che ci separano dalla morte di Francesco di Assisi non sono un segmento apprezzabile della storia umana. Gli schiamazzi dei garibaldini e l’oratoria metallica dei rivoluzionari dell’89 sono ancora udibili dietro l’angolo della storia europea.
Poco più in là, è percettibile il plumbeo respiro del contadino dell’Ancien régime e persino il nitrito dei cavalli dei capitani di ventura. Ma è sufficiente raccordare la mano all’orecchio per distinguere, tra le urla religiose dei crociati, il Cantico delle creature del povero cristiano Francesco.
Se è vero che l’umanità ha bisogno di una storia monumentale, perché – come afferma Nietzsche – “ciò che un giorno fu capace di dilatare la nozione di uomo e di realizzarla con maggior bellezza, deve esistere in eterno”, allora Francesco d’Assisi appartiene alla piccola famiglia di quei giganti che si chiamano l’un l’altro a dialogo, attraverso le desolate distanze delle ere.
Egli, tuttavia, non resta incorruttibile come un satiro di fronte alle civiltà che passano; ma pur camminando scalzo ripropone agli uomini fratelli un discorso sulla totalità dell’essere, senza mai proclamare l’innocenza del divenire. Francesco, infatti, non divinizza ogni cosa esistente – e primo fra tutti, l’uomo – alla sua perfezione divina.
La storia perciò non ha bisogno di lottare contro il tempo per richiamarlo in vita o per schierarlo di nuovo in battaglia. Chi parla dell’essere e lo attesta non ha neanche bisogno, per nobilitare sé stesso, di operare per la comunità; né ha bisogno di intermediario alcuno per diventare illustre e memorabile. Chi parla dell’essere e lo attesta risulta vivo e presente in sé e per sé, ne mai conosce la mestizia del tramonto.
Vivere secondo il Vangelo.
Il magistero della Chiesa non è dunque sostitutivo di quello di Cristo quando in causa è la nascita e lo sviluppo del cristiano. La Chiesa medioevale, infatti, né comanda né consiglia a Francesco quella scelta radicale. La Chiesa, forse, porta il Messaggio così come la terra porta nel suo seno il petrolio. Porta una potenzialità che verrà utilizzata, nel corso del tempo, dai più ardenti ricercatori di verità. E il profeta, in terra cristiana, si qualifica per la sua capacità di essere fedele alla Chiesa e a Cristo, alla sposa e allo sposo.
Ed ecco come si scandisce in Francesco questa duplice fedeltà. Nel Testamento dichiara rispetto assoluto per i sacerdoti che vivono secondo la forma della santa romana Chiesa. Egli, infatti, non predicherà mai nelle loro parrocchie contro la loro volontà, neanche se avesse addosso tutta la sapienza di Salomone. C’è di più: non vuole in esso considerare il peccato. E tuttavia Francesco non si mette a disposizione “giuridica” o “pastorale” dei vescovi.
Se essi non gradiscono ciò denota rispetto per la istituzione ma anche denuncia del suo limite. Dopo il rispetto assoluto per i sacerdoti, troviamo l’omaggio ai teologi e ai predicatori. Egli li onora e li riverisce tutti, ma non dice di volerli imitare.
Infine viene ai suoi frati – questo dolente “dono di Dio” – per dichiarare che nessuno di loro era in grado di mostrargli ciò che dovesse fare. Ancora una volta il vero Maestro è “lo stesso Altissimo”, il quale gli rivela che deve vivere “secondo la forma del santo Vangelo”. Per quanto si voglia essere morbidi esegeti di questo asserto non si può nascondere la contrapposizione fra “lo stesso Altissimo” e tutti gli altri maestri, Chiesa e gerarchie comprese.
Siamo costretti a pensare che da nessuna parte si vive secondo la forma del santo Vangelo anche se da qualche parte si viveva secondo la forma di santa romana Chiesa.



Venerdì 04 Ottobre,2013 Ore: 19:08
 
 
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