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www.ildialogo.org GESU’ MAESTRO E I DISCEPOLI,di Raffaello Saffioti

GESU’ MAESTRO E I DISCEPOLI

DEL CHIAMARSI “CRISTIANI”
AMBIGUITA’ E CONTRADDIZIONI


di Raffaello Saffioti

Ma voi non fatevi chiamare “rabbi”,
perché uno solo è il vostro maestro
e voi siete tutti fratelli.
E non chiamate nessuno “padre”sulla terra ,
perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo.
E non fatevi chiamare maestri,
perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo.
Il più grande tra voi sia vostro servo;
chi invece si innalzerà sarà abbassato
e chi si abbasserà sarà innalzato.

Vangelo di Matteo 23, 8-12

Bàrnaba poi partì alla volta di Tarso per cercare Saulo
e trovatolo lo condusse ad Antiòchia.
Rimasero insieme un anno intero in quella comunità
e istruirono molta gente;
ad Antiòchia per la prima volta i discepoli furono chiamati Cristiani.

Atti degli Apostoli 11, 25-26

DAL VANGELO CHE ABBIAMO RICEVUTO

Prosegue il dibattito sul Cinquantenario del Concilio Vaticano II e nessun intervento autoritario della Gerarchia ecclesiastica lo potrà arrestare.

Uno dei “germi di novità seminati dal Concilio” è stato l’aver messo la Parola di Dio nelle mani del suo Popolo, tutto, di tutti i fedeli e non solo del magistero, provocando la maturazione della coscienza dei cattolici, con una migliore conoscenza della Sacra Scrittura.

Lo stesso Concilio ha riconosciuto il diritto alla libertà religiosa, tra i diritti umani fondamentali, in uno dei suoi documenti, la “Dichiarazione sulla libertà religiosa” (Dignitatis humanae). E’ un documento innovativo, pur preoccupato di conservare la dottrina cattolica tradizionale.

Questo Concilio Vaticano dichiara che la persona umana ha il diritto alla libertà religiosa. Il contenuto di una tale libertà è che tutti gli uomini devono essere immuni dalla coercizione da parte di singoli individui, di gruppi sociali e di qualsivoglia potestà umana, così che in materia religiosa nessuno sia forzato ad agire contro la sua coscienza né sia impedito, entro debiti limiti, di agire in conformità ad essa: privatamente o pubblicamente, in forma individuale o associata. Inoltre dichiara che il diritto alla libertà religiosa si fonda realmente sulla stessa dignità della persona umana, quale si conosce, sia per mezzo della parola di Dio rivelata che tramite la stessa ragione” 1.

“Il popolo di Dio non può essere da meno di ogni altro popolo”, “popolo come sovrano e non più come suddito” (Raniero La Valle).

Dal Vangelo che abbiamo ricevuto abbiamo imparato che uno solo è il Maestro, Gesù, e gli uomini sono tutti fratelli.

Come spiegare, oggi, il senso del discorso rivolto da Gesù “alla folla e ai suoi discepoli”, raccontato nel Vangelo?

Come spiegare lo stravolgimento o il tradimento di quel messaggio operato dalla Chiesa?

Se uno solo è il Maestro, se uno solo è il Padre, perché la Chiesa cattolica si dice “Maestra”, perché ci sono i Padri della Chiesa?

Non è in contraddizione col Vangelo la distinzione o separazione tra “Chiesa docente” e “Chiesa discente”?

Non siamo tutti “discepoli di Gesù Maestro”?

E’ la cultura del dominio che agisce attraverso la manipolazione delle parole.

Danilo Dolci ha studiato il “virus del dominio” e ha scritto:

Il dominare, perversione di origine psicopatologica, distorce, rattrappisce e parassita l’interesse delle creature – e le stesse creature, passivizzate, se non sanno resistervi.

… Il dominio deforma poco a poco al proprio uso il concepire, succhia via anche il valore alle parole vive.

… Anche la lingua, abilmente manipolata, può divenire occasione di penetrazione virale, strumento di dominio (…).

… Ricordiamo Silone, in “Pane e vino”: “In nessun secolo la parola è stata così pervertita, come ora lo è, dal suo scopo naturale, che è quello di far comunicare gli uomini”.

… Così, per interpretare – e interagire opportunamente con – un messaggio, occorre riconoscere la profonda struttura espressa dalle parole chiave di quel messaggio, di quella lingua. Peggio della moneta falsa è la parola falsa: soprattutto se usata per insegnarla. Infamando la lingua, infamiamo noi e la terra. 2

I DISCEPOLI DI GESU’ MAESTRO

Non avendo Gesù scritto nulla, sono i Vangeli che documentano il suo insegnamento rivolto con gradualità ai suoi discepoli lungo il percorso concluso sulla Croce. Dai Vangeli sappiamo che tra i discepoli Gesù scelse i dodici apostoli, come pure sappiamo le istruzioni e la missione affidata agli uni e agli altri.

Gesù maieuta?

Danilo Dolci ha scritto:

Gesù parla sovente per parabole da interpretare, vere in vari sensi. Sono inviti a scoprire. Pure in questo Gesù è maieuta: invita ognuno a leggere i propri cimenti, a crescere creativo. E sovente lamenta: “Hanno gli occhi e non vedono, le orecchie e non intendono”.

La parabola del seminatore risulta tipica (…).

O la parabola del seme che sembra cresca da solo (…).

Racconta Marco: “Gesù parlava alla gente in modo che potessero capire. Con la gente non parlava mai senza parabole”.

Parafraso Gesù: “Quelli che pensano di non saper vedere, vedranno. Quelli che credono di vedere, diventeranno ciechi”.

Ai farisei dice: “Se foste ciechi, non avreste colpa; invece dite: “Noi vediamo”. Così il vostro peccato [impedimento], rimane”.

La parabola è inizio di maieutica?

E’ un invito a passare da empiria al futuro concetto di esperienza ?

… Il Vangelo è invito a illuminare illuminandosi.

In Matteo (5, 14-16) Gesù dice: “Voi siete la luce del mondo. Una luce fa lume a quanti sono in casa. Risplenda così, attraverso le vostre opere buone, la vostra luce agli occhi degli uomini”.

Ancora in Matteo (6, 22-23): “Se l’occhio tuo è puro, tutto il tuo corpo sarà nella luce; se l’occhio tuo è fosco, tenebroso sarà tutto il tuo corpo”.

Giovanni insiste (3, 19-21): “Chi opera il male, odia la luce, non si accosta alla luce “. “Chi opera il vero si accosta alla luce, […] avrà la luce della vita” (8, 12). “[…] Chi cammina nelle tenebre non sa dove vada” (12, 35).

… Invita a “camminare nella luce”, Giovanni (1, 7): “Chi ama il suo fratello è nella luce, e non inciampa. […] Chi odia il fratello cammina nelle tenebre e, accecato, non sa dove vada”.

La città apocalittica non splende solo di sole e luna, anche di amore.

… La semina è fra i temi più frequenti nelle parabole, col germogliare, il coltivare (anche i soldi, i talenti).

Frutto è anche l’uomo: “Il seminato nella terra buona è chi ascolta la parola e la comprende” (Matteo 13, 23).

Anche il Regno di Dio è come un frutto: “Il Regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa […]. Quando il frutto è pronto […] viene la mietitura” (Marco 4, 26).

“Il Padre mio è il vignaiolo, io sono la vite. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo pota affinché porti più frutto” (Giovanni 15, 1-2).

… Gesù è morto troppo presto. In ogni senso. L’ultima notte della sua vita Gesù l’ha trascorsa nel carcere scavato sotto la casa di Caifa, il sommo sacerdote. 3

E’ interessante notare la condotta dei discepoli e chiedersi cosa hanno appreso dall’insegnamento del Maestro.

“Tu non capisci, ma dopo capirai”, parole dette a Pietro da Gesù.

Quante volte non solo i discepoli, ma anche il gruppo scelto degli apostoli, non capirono i discorsi di Gesù?

Fuga e dispersione dei discepoli alla morte di Gesù.

Ci è di aiuto un libretto del biblista, vescovo Benigno Papa, per comprendere la condotta dei discepoli alla morte di Gesù.

E’ un fatto storicamente certo che la morte di Gesù avviene tra l’abbandono, la fuga e la dispersione dei discepoli. La carriera di Gesù di Nazaret termina con un verdetto di condanna a morte spiccato dal procuratore romano Ponzio Pilato dietro sollecitazione delle autorità giudaiche.

… Gesù di Nazaret era stato “un profeta potente in opere e parole” (Lc 24, 19) che aveva vissuto facendo del bene a tutti (At 10, 38), suscitando nella prima fase della sua esistenza un vasto entusiasmo tra la folla, creando intorno a sé un gruppo di discepoli dai quali più tardi ne aveva scelto dodici (Mc 3, 13-19) che aveva gradualmente introdotto nei segreti della sua missione. Essi assistono al crescente declino di Gesù con senso di stupore e di sbandamento. Se la morte non aveva trovato impreparato Gesù che, a partire dalla crisi del suo ministero galilaico, aveva sempre più preso consapevolezza che la sua fedeltà a Dio doveva passare attraverso il sacrificio della sua persona, la conoscenza di questo fatto aveva sorpreso e scandalizzato i dodici che si oppongono energicamente ad un finale tragico della loro esperienza con Gesù (Mc 8, 32b-33). Delusione, tristezza e paura si impadroniscono della loro vita e minano alla base la loro fede in Gesù: Giuda lo tradisce (Mc 14, 43-52), Pietro lo rinnega (Mc 14, 66-72), “tutti lo abbandonarono e fuggirono” (Mc 14, 50).

La accentuazione del motivo della incomprensione e abbandono nel vangelo di Marco e la successiva tendenza a discolpare i discepoli e ad attenuare la portata della loro fuga: Luca omette la notizia sulla fuga dei discepoli e nota che durante la crocifissione “tutti i conoscenti di Gesù stavano a distanza” (Lc 23, 49); Giovanni racconta che Gesù stesso prega i soldati a lasciar andare i discepoli (Gv 18, 8) e pone sotto la croce “il discepolo che Gesù amava” (Gv 19, 26) sono un segno della autenticità della tradizione storica dell’abbandono e fuga dei discepoli. Non vi è dubbio perciò che Gesù sulla croce sia morto abbandonato dai suoi. 4

DAI VANGELI AGLI ATTI DEGLI APOSTOLI

Benigno Papa prosegue:

Un secondo dato storicamente certo è il seguente: il gruppo dei dodici, che scandalizzato dalla morte di Gesù lo aveva abbandonato e si era disperso, poco tempo dopo, ad una distanza cronologica non più precisabile, appare ricomposto in un atteggiamento radicalmente nuovo nei confronti della stessa persona di Gesù. Essi sono fortemente convinti che colui che era stato crocifisso e sepolto non era rimasto nel potere della morte, ma viveva accanto a Dio.

… E’ storicamente possibile che Pietro abbia avuto un ruolo di primo piano nel prendere l’iniziativa di raccogliere la cerchia dei dodici. (…) Colui che aveva rinnegato Gesù assume il compito di raccogliere i discepoli che si erano dispersi, diventando “la roccia” del nucleo primitivo della comunità cristiana (Lc 22, 32). Questo processo di conversione di Pietro è partecipato anche dai dodici (Lc 24, 34.36; 1 Cor 15, 5): la certezza della risurrezione di Cristo, fondamento della nuova comunità cristiana, implica un movimento di comunione reciproca tra di essi.

… Gerusalemme è la prima comunità cristiana.

… I cristiani intendono anzitutto continuare quel movimento religioso che avevano iniziato con Gesù di Nazaret, turbato dalla esperienza del venerdì santo, ma recuperato ed arricchito dalla nuova esperienza pasquale.

… Tra la morte di Gesù di Nazaret e la composizione del primo scritto canonico del N. T. il cristianesimo ottiene un rapido sviluppo. Dopo venti anni di vita il movimento religioso suscitato da Gesù è presente in tutta l’area geografica del Mediterraneo.

… Oltre al suo stile di vita che non poteva essere facilmente dimenticato, Gesù nel corso della sua missione ha assunto nei confronti di alcuni suoi seguaci un atteggiamento distinto da quello avuto con la folla, affidando ai primi certi compiti che non erano esigiti da tutti. Nella prima fase del suo ministero galilaico Gesù con atto premeditato, discerne tra tutti coloro che lo circondano quelli che intende associare direttamente alla sua opera (Mc 3, 13), li chiama alla sua sequela comandando di abbandonare tutto (Mc 1, 16-20; 2, 13-14) perché vivano con lui e partecipino alla missione nella Galilea (Mc 6, 6b; 13, 30) annunciando il Regno con la parola e inaugurandolo con i fatti (Mc 6, 6-8; 13, 30), diventando così pescatori di uomini e operai della messe (Mc 1, 17; Mt 3, 37-38; 4, 13).

Nella seconda fase del suo ministero (Mc 8, 27 ss) Gesù cambia metodo: avendo fatto l’esperienza della adesione superficiale della folla che malgrado tutto, era rimasta incredula nel profondo del cuore, rivolge tutta la sua attenzione ai discepoli. Essi vengono gradualmente iniziati alla comprensione del Mistero del Regno (Mt 13, 10-11): da collaboratori di Gesù nella missione, diventano “alunni”; ricevono da Gesù la rivelazione della sua morte (Mc 9, 32) e l’annuncio che la sofferenza è parte integrante non soltanto della vita del Maestro, ma anche di quella dei discepoli (Mc 10, 38); imparano che “se qualcuno vuole essere il primo … deve essere il servitore di tutti” (Mc 9, 35), che “colui che governa deve comportarsi come colui che serve” (Lc 22, 26). Ai dodici Gesù comunica un ministero di perdono (Mt 18, 18) li rende eredi del suo testamento (Lc 22, 13) e rileva il ruolo che essi devono esercitare nell’avvento del Regno (Lc 22, 30 b).

L’esperienza pre-pasquale con Gesù ha insegnato ai dodici che la missione che essi devono continuare dopo pasqua era una missione di servizio verso tutti gli uomini sul tipo di quella di Gesù “venuto non per essere servito ma per servire e dare la sua vita in riscatto dei molti” (Mc 10, 45). E’ vero che i dodici non danno inizio al movimento ecclesiale con strutture ministeriali già precostituite, ma hanno la chiara consapevolezza che la Missione della Chiesa è tutta di ordine ministeriale e che i futuri ministeri non sono altro che una espressione e concretizzazione storica del carattere ministeriale di tutta la Chiesa. 5

ORIGINE DEL NOME “CRISTIANI”

Dalla lettura degli Atti degli Apostoli abbiamo appreso che il nome “cristiani” ebbe origine nella comunità di Antiòchia (città capitale della Siria e dell’Asia romana), fondata dal gruppo degli ellenisti:

Bàrnaba poi partì alla volta di Tarso per cercare Saulo e trovatolo lo condusse ad Antiòchia. Rimasero insieme un anno intero in quella comunità e istruirono molta gente; ad Antiòchia per la prima volta i discepoli furono chiamati Cristiani.

(Atti 11, 25-26)

Dopo Antiòchia, cosa significa chiamarsi “cristiani”?

Riecheggiando il titolo del famoso romanzo di Ignazio Silone, L’avventura di un povero cristiano, (1968), possiamo dire “l’avventura del termine ‘cristiano’”, per dire dell’evoluzione fino alla perversione del significato del termine, da Antiòchia ad oggi.

L’eremita Pietro Angelerio del Morrone fu incoronato papa nel 1294 col nome di Celestino V, ma si dimise pochi mesi dopo perché convinto dell’impossibilità di conciliare lo spirito del Vangelo con i doveri del trono.

Celestino V e il successore Bonifacio VIII incarnano due tipi opposti di “cristiano” e di “Chiesa”.

Nel romanzo di Silone, dopo la rinuncia al trono pontificio, Pier Celestino a Bonifazio VIII:

Pier Celestino (con umiltà e fermezza) La potenza non mi attira, la trovo anzi essenzialmente cattiva. Il comandamento cristiano che riassume tutti gli altri, è l’amore. Durante questi ultimi mesi, mentre me ne stavo nascosto per sfuggire alle ricerche della vostra polizia, sono diventato più cosciente di quanto non lo fossi nel passato, che la radice di tutti i mali, per la Chiesa, è nella tentazione del potere.

… Che cos’è diventato il cristianesimo adattandosi al mondo? Fino a che punto esso l’ha trasformato o ne è stato corrotto? Abbiamo dimenticato che il cristianesimo ha avuto inizio dalla Croce (…).

… Lasciamo stare le preferenze, ognuno ha le proprie. Ma perché continuiamo a chiamarci cristiani? Cos’è diventata la Croce per i cristiani di oggi? Un oggetto ornamentale. Mi chiedo se veramente crediamo nello stesso Dio. Ogni tanto ne dubito.

… Non si può separare la fede dalla speranza e dalla carità. Come sopportare le infami denominazioni di eserciti cristiani, guerre cristiane, persecuzioni cristiane e altre ignominie del genere?

… Cerchiamo dunque, se non di convincerci, almeno di capirci. Quando parliamo della realtà di cui bisogna tener conto, voi vi riferite alle istituzioni e al potere, io alle anime. Vi prego di correggermi, se mi sbaglio.

… Dio ha creato le anime, non le istituzioni. Le anime sono immortali, non le istituzioni, non i regni, non gli eserciti, non le chiese, non le nazioni. (Il papa sfiduciato fa un gesto di rinunzia a replicare; dopo una breve pausa Pier Celestino prosegue) Santità, se voi vi affacciate a quella finestra, vedrete sulla scalinata della cattedrale una vecchietta cenciosa, una mendicante, un essere di nessun conto nella vita di questo mondo, che sta lì dalla mattina alla sera. Ma tra un milione di anni, o tra mille milioni di anni, la sua anima esisterà ancora, perché Dio l’ha creata immortale. Mentre il Regno di Napoli, quello di Francia, quello d’Inghilterra, tutti gli altri regni, con i loro eserciti, i loro tribunali, le loro fanfare e il resto, saranno tornati nel nulla. 6

Cerchiamo la parola “cristiano” nel vocabolario Zingarelli:

A agg. 1 Relativo a Gesù Cristo (…) 2 Che professa la religione cristiana (…) 3 Che appartiene, si riferisce, si ispira e sim. al cristianesimo (… ) 4 (fig.) Buono, caritatevole, ispirato da amore verso il prossimo (…).

B s.m. 1 Chi accetta la fede nel Cristo o segue la religione cristiana in una delle sue confessioni. 2 (fam.) Essere umano (…)”.

Il tema dell’ambiguità cristiana è contenuto in un libro pubblicato recentemente dalla Meridiana, I due cristianesimi, di Antonio Thellung.

“Il termine cristianesimo indica due modelli di riferimento, sovente inconciliabili tra loro. Il primo modello si richiama a quel che Gesù ha detto e fatto, cioè al cuore del messaggio di Gesù. Il secondo si riferisce al cristianesimo reale così come si è affermato nella storia e nelle società umane, quel che si usa chiamare ‘cristianità’” (dal risvolto di copertina). 7

Leggiamo in una intervista all’ Autore del libro:

“La storia del cristianesimo si è sviluppata attraverso questa ambiguità, che da un lato comprende l’assoluta novità del messaggio evangelico e dall’altro gli aspetti prepotenti dell’autoritarismo di sempre” spiega Thellung.

“… mi piacerebbe che si chiamassero le cose con il loro nome, cioè che si chiamasse cristianesimo solo quel che è conforme al messaggio di Gesù, dando invece il loro nome a tutti quegli aspetti imperialistici della cristianità che si sono affermati nella storia e che permangono tuttora sotto diversi aspetti”. 8

A questo punto non possiamo non citare il famoso saggio del filosofo Benedetto Croce, Perché non possiamo non dirci ‘cristiani’, pubblicato la prima volta sulla rivista “La Critica” il 20 novembre 1942. Questo saggio di poche ma dense pagine ha avuto una grande fortuna; di esso spesso si cita il titolo, pur se del saggio si ignora il contenuto, e il titolo viene strumentalizzato dai cristiani per opporlo ai non cristiani.

Croce sostiene nel suo discorso:

… si vuole unicamente affermare, con l’appello alla storia, che noi non possiamo non riconoscerci e non dirci cristiani, e che questa denominazione è semplice osservanza della verità.

Il cristianesimo è stato la più grande rivoluzione che l’umanità abbia mai compiuta. Così grande, così comprensiva e profonda, così feconda di conseguenze, così inaspettata e irresistibile nel suo attuarsi, che non meraviglia che sia apparso o possa apparire un miracolo, una rivoluzione dall’alto, un diretto intervento di Dio nelle cose umane, che da lui hanno ricevuto legge e indirizzo affatto nuovo.

Tutte le altre rivoluzioni, tutte le maggiori scoperte che segnano epoche nella storia umana, non sostengono il suo confronto, parendo rispetto a lei particolari e limitate.

… La ragione di ciò è che la rivoluzione cristiana operò nel centro dell’anima, nella coscienza morale, e, conferendo risalto all’intimo e al proprio di tale coscienza, quasi parve che le acquistasse una nuova virtù, una nuova qualità spirituale, che fin allora era mancata all’umanità. 9

La prosa clericale di un laico antico” è il titolo di un articolo , di Giorgio Pecorini, che critica il saggio di Croce.

In esso si legge:

Il trionfo del genocidio

Ma se davvero non possiamo non dirci cristiani, allora non possiamo neppure non tenerci corresponsabili di una serie di errori e crimini del cristianesimo. Misurandolo col proprio metro razionale laico, il filosofo liberale assolve la “chiesa cristiana cattolica per la corruttela che dentro di sé lasciò penetrare e spesso in modo assai grave allargare”, dato che “ogni istituto reca in sé il pericolo della corruttela”. E anzi la elogia per aver animato “alla difesa contro l’Islam, minaccioso alla civiltà europea”. Le riconosce infine il merito, “continuando nell’opera sua”, di aver riportato “i trionfi migliori nelle terre di recente scoperte del Nuovo mondo”. Il fatto che quel “trionfo” sia consistito in un genocidio cristianissimo distruttore assieme alla vita della cultura e della dignità di un intero popolo è soltanto uno fra i tanti accidenti del generale processo storico con le sue crisi, e amen.

Per compiacere l’eterno pragmatismo della chiesa postcostantiniana, l’Europa e l’Occidente dovrebbero insomma rivendicare gli sbudellamenti fatti in nome di Dio dalle crociate all’Iraq, i roghi delle streghe e degli eretici, le benedizioni ai regni e agli eserciti, le indulgenze, le scomuniche eccetera. Tutto quanto a quelle radici è intrecciato.

… Ecco dove si finisce, a furia di non potersi non dichiarare cristiani. Al laico don Benedetto va bene così, convinto com’è che il “reale è razionale”, sempre e comunque. Ma ecco anche perché un altro filosofo e matematico ateo, Piergiorgio Odifreddi, ha preso e rovesciato proprio la strausata sentenza di Croce per farne il titolo di un proprio libro contro tutte le radici dei possibili fondamentalismi religiosi: perché non possiamo essere cristiani. E per scrupolo di maggior chiarezza ci ha aggiunto tra parentesi: (e meno che mai cattolici). 10

Un libro profetico, L’uomo planetario, di Ernesto Balducci

La migliore conclusione di questo scritto, coerente con il titolo ed il suo svolgimento, è la citazione di brevi passi tratti da una delle ultime opere di Ernesto Balducci (1922-1992), che intendo come profetica.

Nell’ultimo passo troviamo “una professione di fede sotto le forme della speranza” nella quale è possibile riconoscersi.

E’ qui, su questo limitare fra il passato e il futuro, che mi è possibile, senza niente rinnegare di ciò che sono, intuire una mia nuova identità di credente. L’uomo planetario è l’uomo postcristiano, nel senso che non si adattano a lui determinazioni che lo separino dalla comune degli uomini. (…) che cos’è l’Incarnazione se non un’immersione di Dio nell’umano, in virtù dell’amore che di Dio è la stessa essenza?

La qualifica di cristiano mi pesa. Mi dà soddisfazione sapere che i primi credenti in Cristo la ignoravano. Il termine fu inventato ad Antiochia, nel 43, dai burocrati e dai militari romani che, per ragioni di ordine pubblico, avevano bisogno di identificare in qualche modo certe comunità poco conformi alle regole della società. Dunque, un’invenzione del potere, che distingue per meglio dominare.

… “Non sono che un uomo”: ecco un’espressione neotestamentaria in cui la mia fede meglio si esprime. E’ vicino il giorno in cui si comprenderà che Gesù di Nazareth non intese aggiungere una nuova religione a quelle esistenti, ma, al contrario, volle abbattere tutte le barriere che impediscono all’uomo di essere fratello all’uomo e specialmente all’uomo più diverso, più disprezzato. Egli disse: quando sarò sollevato da terra attirerò tutti a me. Non prima, dunque, ma proprio nel momento in cui, sollevato sulla croce, egli entrò nell’angoscia ed emise il suo spirito, spogliato di tutte le determinazioni. Non era più, allora, né di razza semitica, né ebreo, né figlio di David. Era universale, com’è universale la qualità che in quell’annullarsi divampò: l’amore per gli altri fino all’annientamento di sé. E’ in questo annientamento per amore la definizione di Gesù, uomo planetario.

E’ questa la mia professione di fede, sotto le forme della speranza. Chi ancora si professa ateo, o marxista, o laico e ha bisogno di un cristiano per completare la serie delle rappresentanze sul proscenio della cultura, non mi cerchi. Io non sono che un uomo. 11

Palmi, novembre 2012

Raffaello Saffioti

Centro Gandhi

rsaffi@libero.it

1 “Dichiarazione sulla libertà religiosa” del Concilio Ecumenico Vaticano II (2).

2 DANILO DOLCI (a cura di), Variazioni sul tema Comunicare, Vibo Valentia, Qualecultura-Jaca Book, 1991, vol. I, pp. 12, 14-15.

3 DANILO DOLCI, La struttura maieutica e l’evolverci, Scandicci (Firenze), La Nuova Italia, 1996, pp. 54-57.

4 BENIGNO PAPA, La prima comunità cristiana, Bari, L’Aurora Editrice, 1979, pp. 7-8.

5 Ivi, pp. 9, 11-12, 15-17, 47-48.

6 IGNAZIO SILONE, L’avventura di un povero cristiano, Oscar Mondadori, 1974, pp. 257-259.

7 ANTONIO THELLUNG, I due cristianesimi, edizioni la meridiana.

8 LUCA KOCCI INTERVISTA ANTONIO THELLUNG, “Da Gesù a Ratzinger, ‘cristianesimi’ a confronto” (in “Adista Segni nuovi”, n. 38, 27 ottobre 2012, p. 10.

9 BENEDETTO CROCE, Perché non possiamo non dirci “cristiani”, Vicenza, La Locusta, 1966, pp. 5-7.

10 GIORGIO PECORINI, “La prosa clericale di un laico antico”, in “il manifesto” del 25 agosto 2012.

11 ERNESTO BALDUCCI, L’uomo planetario, San Domenico di Fiesole (FI), Edizioni Cultura della Pace, 1994, pp. 160-162.




Sabato 17 Novembre,2012 Ore: 19:48
 
 
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