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www.ildialogo.org Una fede che nasce dalle ceneri della vecchia religione. La sfida del cristianesimo in un mondo secolarizzato,di André Fossion

Una fede che nasce dalle ceneri della vecchia religione. La sfida del cristianesimo in un mondo secolarizzato

di André Fossion

da Adista Documenti n. 24 del 23/06/2012


DOC-2450. BRUXELLES-ADISTA. Il mondo che conosciamo sta morendo, ma non è necessariamente una cattiva notizia. Con la forza travolgente di uno tsunami, il cambiamento in atto spazzerà via quanto ci è di più familiare e più noto, ma liberando nuove speranze. È un nuovo “tempo assiale”, ci annunciano i migliori osservatori, il tempo di una nuova configurazione religiosa e culturale dell’umanità. E in questo scenario assolutamente inedito, è chiaro che, se il cristianesimo vorrà ancora dire qualcosa di significativo per il mondo, dovrà farlo sulla base di idee e parole radicalmente nuove. È su questo tema, divenuto non a caso centrale nella ricerca teologica più avanzata (v. Adista nn. 44/09, 80 e 94/10 e 16/2012), che si sofferma il gesuita André Fossion, docente al Centro internazionale di catechesi e di pastorale Lumen Vitae a Bruxelles, evidenziando, durante una conferenza tenuta a Milano il 26 aprile scorso, come il radicale cambiamento culturale in atto investa anche la fede cristiana: «C’è - afferma - un cristianesimo che muore, ma anche, possiamo sperarlo, un cristianesimo che nasce».

Di seguito ampi stralci della sua conferenza, la cui versione integrale, in francese, può essere letta sul sito di Culture et Foi (www.culture-et-foi.com). (c. f.)

UNA PROPOSTA DI FEDE PER L’OGGI

di André Fossion

Oggi, lo sappiamo bene, ci troviamo di fronte ad un mondo che muore e ad un altro mondo che nasce. Una grande mutazione socioculturale che tocca tutti i settori e riguarda, beninteso, anche il cristianesimo. C’è un cristianesimo che muore, ma anche, possiamo sperarlo, un cristianesimo che nasce. (…)

1. LA RINASCITA DELLE SAGGEZZE PAGANE

Una doppia secolarizzazione: pubblica e privata

Il mondo occidentale europeo ha conosciuto, mi sembra, una doppia secolarizzazione. La prima, relativa alla vita pubblica, è iniziata sostanzialmente alla fine del XVIII secolo, con la rivoluzione democratica, l’affermazione dei diritti dell’uomo, lo sviluppo delle scienze e l’autonomia della ragione filosofica. Questa nuova società, prodotto della modernità, (…) si è emancipata dalla tutela religiosa o clericale. D’altro canto, la religione non è scomparsa, ma è rimessa al libero consenso dell’individuo in un universo divenuto pluralista. Nel passato, in epoca cristiana, nascere e diventare cristiani era tutt’uno. (…). Al contrario, con l’avvento della modernità, ciò che la società trasmette non è la fede ma la libertà religiosa del cittadino. È il primo effetto della secolarizzazione: mentre la società diventa politicamente laica, la fede religiosa entra a far parte del dominio dei convincimenti liberi e personali. (…).

Oggi assistiamo però a una seconda fase della secolarizzazione: quella della vita privata. Sono gli individui stessi che ora si allontanano dalle forme ereditate del cristianesimo perché non soddisfano più le loro aspirazioni, hanno smarrito il loro significato, sono divenute incomprensibili e hanno perduto credibilità. (…). I sintomi della crisi sono evidenti: calo dei praticanti, diminuzione dei bambini catechizzati, crisi delle vocazioni sacerdotali e religiose, invecchiamento delle comunità, ecc. Le resistenze verso la fede cristiana sono molteplici. Ne elenco cinque:

- Dio ipotetico. È la posizione agnostica. Non si sa e non si saprà mai se Dio esiste.

- Dio incredibile. È la posizione di una parte della scienza che riduce il reale a ciò che è verificabile.

- Dio insopportabile. È quanto sperimentano coloro che si sono allontanati dall’educazione cristiana avvertendola come una morsa dogmatica e moralistica ostile alla vita, di cui liberarsi per crescere in umanità. (…).

- Dio indecifrabile. La resistenza deriva qui dalla difficoltà di comprensione di fronte alla diversità o alla complessità dei linguaggi.

- Dio inclassificabile. È la questione stessa di Dio che si dissolve. Si può fare a meno di tale questione e vivere tranquillamente una vita a-religiosa.

Queste cinque resistenze costituiscono più o meno ciò che viene trasmesso in eredità alle giovani generazioni. Rappresentano, come per noi d’altronde, ciò che bisogna attraversare per accedere alla fede in un modo maturo e personale.

La rinascita delle saggezze

Da tali resistenze all’eredità cristiana emerge il ritorno, sotto nuove forme, a saggezze senza verità trascendenti, orientate, in maniera pratica, al benessere individuale e collettivo, senza altro orizzonte che quello della vita presente. Secondo quanto sostiene Chantal Delsol nella sua opera L’Âge du renoncement, si assiste oggi al ritorno di modi di essere e di pensare comparabili a quelli che precedono l’Occidente cristiano e a quelli che si sviluppano al suo esterno, in particolare il buddismo (…). Si assiste, afferma, a un vero capovolgimento di tutta la visione dell’esistenza. La parentesi del monoteismo viene così richiusa e tornano in forza saggezze e modi di essere che rinunciano alla pretesa della verità, che guardano al mondo come nostro unico ambito sacro, per quanto completamente secolare.

Queste saggezze manifestano un sottile equilibrio di stoicismo, epicureimo e panteismo. Stoicismo perché non c’è un aldilà nel quale sperare ed è bene rassegnarsi alla morte e ai limiti del nostro unico mondo. Epicureimo perché entro questi limiti esiste comunque una possibilità di vita felice e piacevole per se stessi, per gli altri e per la società nel suo insieme. Panteismo, infine, perché (…) il mondo, la natura, è la sola realtà che ci sia data. (…). E allora conviene ridurre le nostre pretese di senso e abbandonare le speranze, sforzandoci di vivere umanamente il destino pragmatico della vita ordinaria. Così la morale si sostituisce alla religione e la saggezza alla fede.

Un cristianesimo rispettato ma tenuto a distanza

Questo riemergere delle saggezze pagane non è un semplice ritorno a un antico passato. Le saggezze di oggi hanno imparato dalla storia; si sono forgiate nella lotta per i diritti dell’essere umano e si sono nutrite dell’apporto delle scienze. Conservano ancora la memoria del cristianesimo. Ne riprendono i valori essenziali e, in questo senso, gli sono fedeli. Si mostrano debitrici e riconoscenti nei suoi confronti. (…).

Ma (...) le saggezze di oggi conservano memoria anche delle derive, delle deviazioni e delle perversioni che il cristianesimo ha espresso nel corso della sua storia e il cui gusto amaro persiste nelle coscienze e nel corpo. Un gusto amaro che si chiama dogmatismo, tutela clericale, pretesa di sapere, colpevolizzazione, sospetto nei confronti del piacere, supremazia maschile, ecc. (…). Così il cristianesimo appare come una realtà da superare, per lasciare posto a un’umanità meno ambiziosa, forse, perché privata di un aldilà, ma più serena, pacificata e riconciliata. (…).

Abbiamo a che fare con un cambiamento di paradigma culturale. La situazione è inedita. Siamo chiamati a viverla con umiltà, audacia e speranza, preparandoci ad operare liberamente i cambiamenti necessari, quelli che la fedeltà al Vangelo potrà ispirarci, in seno alla Chiesa, per capire il mondo e per presentare la proposta cristiana in un modo che sia comprensibile e desiderabile per i nostri contemporanei.

2. UNA SPIRITUALITÀ PER VIVERE IL MOMENTO PRESENTE DELLA MISSIONE

Di fronte alla sfida che per la fede rappresentano tali saggezze, (…) si rende necessaria una riflessione di fondo sugli atteggiamenti spirituali da adottare per attraversare questo momento inedito con speranza. Abbiamo bisogno oggi più che mai di una spiritualità pastorale. L’evangelizzazione del mondo contemporaneo comincia in noi, nelle sollecitazioni che scorgiamo nel Vangelo, nei comportamenti che mettiamo in atto al riguardo. (…).

«Vedere Dio in tutte le cose»

La formula è ignaziana, lo sappiamo. (…). Non è nuova, ma conserva tutta la sua pertinenza in un mondo di grande mutazione in cui la fede cristiana è messa alla prova. «Vedere Dio in tutte le cose» significa riconoscere l’amore di Dio all’opera nel mondo. (…).

Vedendo Dio all’opera in tutte le cose, ci sembra particolarmente importante, nel mondo secolarizzato e pluralista di oggi, riconoscere come la nostra fede cristiana non costituisca un passaggio obbligato per la salvezza. (…). Alla fine dell’esortazione apostolica Evangelii Nuntiandi, Paolo VI scrive: «Non sarà inutile che ciascun cristiano e ciascun evangelizzatore approfondisca nella preghiera questo pensiero: gli uomini potranno salvarsi anche per altri sentieri, grazie alla misericordia di Dio, benché noi non annunziamo loro il Vangelo». (…). Vale a dire che la potenza salvifica di Dio si estende ben al di là delle realtà ecclesiali, le quali testimoniano la grazia di Dio, ma senza limitarla. (…). Di fatto, l’unico cammino per la salvezza è la via delle beatitudini. (…) Ma queste beatitidini non implicano un’appartenenza a questa o quella religione o convinzione. Il Vangelo delle beatitudini si indirizza a tutti e a tutte. (…)

Di conseguenza, la prima missione dei cristiani è vivere, essi stessi, nello spirito delle beatitudini (…), ricongiungendosi a questa corrente di carità che esiste nell’umanità, che ci precede, cui siamo debitori, e di prendervi parte per quanto possiamo, in nome della nostra fede. In questo senso, la Chiesa è prioritariamente «consacrata» alla carità, al servizio, senza proselitismo né ecclesiocentrismo. (…).

Ma allora, se la fede cristiana non è necessaria a condurre una vita gioiosa, sensata e generosa, se non è un cammino obbligato di accesso al Regno, a cosa serve annunciare il Vangelo? Perché bisognerebbe annunciarlo? Per carità. È l’amore dell’altro, in effetti, che ci spinge ad annunciare il Vangelo. (…). Se la fede cristiana non è una via necessaria di salvezza, essa è ciononostante radicalmente preziosa, buona e salvifica per quanto permette di conoscere, riconoscere, vivere e celebrare. È l’amore dell’altro che ci spinge a testimoniare la nostra fede. Non perché sia salvato – Dio può salvare comunque – ma perché assapori la felicità, la gioia di sapersi amato, come figlio e figlia di Dio, promesso a una vita che non finirà. (…).

Coniugare il rigore della ragione e la grazia

Le resistenze nei confronti della fede e la sfida rappresentata dalla rinascita delle saggezze ci convincono che la fede cristiana non è per niente un’impresa facile. Non è qualcosa di spontaneo. Sarà sempre più il frutto di un lavoro personale, di un’adesione libera, matura e meditata. Ne consegue l’importanza della ragione. La cosa peggiore, nella situazione attuale, sarebbe fossilizzarsi nella pigrizia intellettuale e nei discorsi preconfezionati. L’esigenza spirituale, al contrario, è quella di rendere la fede comprensibile, intelleggibile, plausibile per l’essere umano contemporaneo, senza cercare di vincolarlo. Perché la proposta della fede interpella la ragione senza forzarla. La proposta della fede non obbliga, ma «dà da pensare». Unisce, da questo punto di vista, leggerezza e gravità: gravità per le questioni che pone, leggerezza per la libertà che dona. La proposta della fede, in effetti, non pesa; non spinge, né opprime, ma si offre al libero riconoscimento tanto della sua fondatezza intellettuale quanto del suo carattere salvifico. In questo senso, il discorso della fede si dispiega in questo doppio spazio della plausibilità e della desiderabilità.

Così, per quanto riguarda la trasmissione della fede, dobbiamo abbandonare ogni immagine di potenza e di potere. (…). L’azione pastorale, effettivamente, non consiste nel comunicare la fede – cosa che non è in nostro potere – ma nel renderla possibile, nel facilitarla, nel rimuovere gli ostacoli. (…). La testimonianza resa alla grazia di Dio riguarda anche le modalità con cui l’annunciamo. (…). Come caratterizzare questo stile? Il ricco campo semantico della parola «grazia» può esserci di aiuto. Comporta le nozioni di gratuità, ma anche di riconoscenza, come nella parola “gratitudine”, la dimensione del perdono come nella parola “grazia”, quella del piacere e della felicità come nella parola “gradevole”, quella di bellezza come nella parola “grazioso”. Comporta ancora la menzione di dolcezza, di nonviolenza e vulnerabilità come nella parola “gracile”. Lo stile della proposta della fede riassume tutti questi tratti: gratuità, gratitudine, grazia, piacere, bellezza e dolcezza. E questo stile è esso stesso espressione della grazia di Dio che vi si trova annunciata. (…)

3. UNO STRUMENTO PASTORALE RINNOVATO ED APERTO ALL’INNOVAZIONE

(…) Di quale strumento pastorale abbiamo bisogno per dare all’evangelizzazione, all’annuncio e alla proposta della fede le sue migliori condizioni di riuscita? (…)

Il rischio per la Chiesa di oggi è quello di diventare un’istituzione depositaria del sacro che distribuisce sacramenti a quella frangia della popolazione ancora imbevuta di religiosità e bisognosa di riti, in maniera individualista, senza legami fraterni né lettura condivisa delle Scritture. La tentazione per la Chiesa sarebbe di assecondare questa tendenza e di restaurare lo spazio del sacro, in particolare nella liturgia, al fine di scongiurare l’accelerata secolarizzazione della società e la rinascita delle saggezze pagane. Ma è a questo che ci invita il Vangelo?

L’annuncio di Gesù e la testimonianza della sua resurrezione sono di altra natura e impegnano ad altro. (…) L’evangelizzazione oggi passa attraverso l’esistenza di comunità cristiane responsabili in maniera solidale della vitalità della loro fede, dell’autenticità del loro riunirsi e della determinazione del loro impegno al servizio del mondo. (…).

C’è oggi una crisi di vocazioni sacerdotali, una diminuzione radicale del numero di praticanti, un esodo massiccio dei giovani dai luoghi di culto. Tuttavia, non si può leggere in questo un allontanamento da Dio, ma piuttosto l’effetto di un cambiamento di paradigma socioculturale che modifica in profondità il rapporto con la dimensione religiosa.

In un contesto in cui i fedeli cristiani si sono liberati dalla tutela clericale, ciò che conta è che questi possano riunirsi e costituire comunità che si nutrano delle Scritture e si dotino di un servizio ministeriale adatto alla loro situazione e ai loro bisogni. (…).

La prima sfida è dunque ecclesiologica: si tratta di creare comunità responsabili e solidali, ordinando persone in grado di assicurare, mediante una formazione adatta, il servizio sacramentale di cui tali comunità hanno bisogno. (…).

Queste comunità dovranno acquistare una vera competenza missionaria, cioè una coscienza della loro missione in seno alla società e una coscienza dei diversi modi di metterla in atto in spirito evangelico. (…) La prima missione dei cristiani è quella di favorire la disseminazione delle immagini del Regno nel tessuto sociale: l’aiuto reciproco, il sostegno ai deboli, l’educazione dei giovani, l’assistenza ai malati, l’accompagnamento dei morenti, il perdono delle offese, la lotta per la giustizia, la riconciliazione con i nemici. (…)

Evidenziamo tre modi in cui promuovere le immagini del Vangelo nella società.

- Il primo modo è quello di riconoscere le immagini del Vangelo già presenti nel tessuto sociale. Il primo atteggiamento della Chiesa, nella sua missione pastorale, è quello di unirsi al mondo per riconoscervi le tracce dello Spirito di Cristo resuscitato. (…).

- Ma il compito dei cristiani non è soltanto quello di riconoscere le immagini del Vangelo già all’opera nella società. È anche quello di promuoverle, di impegnarsi con tutte le persone di buona volontà nella costruzione di un mondo più umano che possa testimoniare il Vangelo. (…). La loro missione, da questo punto di vista, è di impegnarsi prioritariamente nei luoghi della povertà, della sofferenza, dell’esclusione e della disperazione, di operare in maniera creativa nell’instaurazione e/o restaurazione delle giuste relazioni tra i sessi, tra le sociali, tra le generazioni, tra le culture, tra le nazioni, tra le religioni, con la natura. (…).

- Ma per questo è necessario che la comunità cristiana sia nel mondo e per il mondo un’immagine del Vangelo. L’esigenza è di costruire la Chiesa nella reciprocità, nell’uguale dignità dei suoi componenti, in un esercizio del potere ordinato al servizio, nella possibilità per tutte e tutti di riconoscere nella fede cristiana un cammino autentico di umanizzazione. La credibilità della Chiesa risiede in tal senso nell’eccellenza delle qualità relazionali che promette e nella modalità dell’esercizio del potere al suo interno. (…) I luoghi dell’autorità dovrebbero essere concepiti come plurali: le Scritture, il Magistero, il sensus fidelium, le leggi morali, la coscienza personale, la voce dei poveri, le scienze. (…). Nessuno di questi luoghi occupa il vertice, proprio per lasciare posto allo Spirito. (…)

Ma la comparsa del Vangelo nella società richiede che questo non sia solo vissuto ma anche annunciato esplicitamente. (…). La sfida oggi è quella di poter annunciare la Buona Novella in un mondo secolarizzato che, se da un lato sembra non mostrare interesse, dall’altro resta profondamente sensibile al mistero dell’amore che l’abita, al tesoro che rappresenta, agli interrogativi che solleva. (…).

Credere in Gesù, soprattutto nella cultura secolarizzata di oggi, non è mai un atto spontaneo. È un lavoro, un parto, un cammino che può procedere in maniera lenta e difficile tra credulità e incredulità. Oggi, in un contesto secolarizzato, la fede è sempre un viaggio tra dubbi e resistenze. Ne consegue la necessità di un accompagnamento nella fede o, in altri termini, un’iniziazione. Questo termine ha assunto nella Chiesa di oggi una grande risonanza. Comporta, etimologicamente, l’idea di cammino e di inizio; l’iniziazione in effetti è un’entrata guidata in un percorso. Implica un divenire: «Non si nasce cristiani, lo si diventa». Questa formula di Tertulliano trova oggi tutta la sua attualità. La fede non è più trasmessa, come durante l’epoca cristiana, dal contesto sociale, al modo della lingua materna, ma appartiene ad una logica di adesione e di convincimento libero e personale che suppone una lotta, un viaggio in mezzo a dubbi e resistenze. (…).

La difficoltà attuale risiede nel fatto che offriamo una catechesi di tipo didattico dominata ancora da una logica ereditaria della fede (…), anziché proporre un cammino di maturazione legato a un libero impegno di appartenenza alla comunità di cristiani. (…).

Articolo tratto da
ADISTA
La redazione di ADISTA si trova in via Acciaioli n.7 - 00186 Roma Telefono +39 06 686.86.92 +39 06 688.019.24 Fax +39 06 686.58.98 E-mail info@adista.it Sito www.adista.it



Mercoledì 20 Giugno,2012 Ore: 16:04
 
 
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