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www.ildialogo.org   L'omelia del 22 giugno 2014,di p. Aldo Bergamaschi

  L'omelia del 22 giugno 2014

Pronunciata il 21 giugno 1981


di p. Aldo Bergamaschi

Giovanni 6,51-58
In quel tempo, Gesù disse alle folle dei Giudei: “Io sono il pane vivo disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno, e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”. Allora i Giudei si misero a discutere fra di loro: “Come può costui darci la sua carne da mangiare?” Gesù disse:”In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne dei Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo resusciterò nell'ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue è vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono. Chi magia questo pane vivrà in eterno”.
Voglio attenermi ad una pura ricerca intimistica, nella speranza di toccare talune corde dentro le quali siamo impigliati. D’altra parte, credo che l'Eucarestia sia proprio questo momento intimistico che deve strutturare i rapporti tra il fedele e il suo Dio, in questo caso Gesù Cristo. Al di là dell'appartenenza alla Chiesa naturalmente. Lo so, lo so, che parlare troppo di Cristo crea il terrore protestantico, ma una volta che sia stabilito che il colloquio deve avvenire dentro la Chiesa, deve rimanere fermo che deve essere fra i fedeli e Gesù.
Nella vita quotidiana, la sfera animale, (i sensi) e la sfera spirituale (l'intelligenza), vengono a contrasto. Quando un desiderio quale che sia non può venire soddisfatto si prova delusione. Sarebbe la delusione, la reazione psicologica che segue la impossibilità di conseguire ciò che si vuole. Ebbene, Freud ha fatto del chiasso, attorno alla delusione lamentando i guasti psicologici che da essa derivano.
Ma siccome, il grande psicologo, considera l'uomo come pura materia, dà ai sensi il primato assoluto e considera la delusione - non perdiamo la parola - come il conflitto tra le varie tendenze materiali dell'uomo e non come un contrasto fra le richieste del corpo e le esigenze dello spirito. Il problema è appunto quello di elevare l'individuo si capisce, al di sopra delle delusioni cioè di uscire dalla nevrosi.
Domanda: debbo soddisfare gli istinti o le aspirazioni dell'anima? Badate che questo problema si pone per ogni uomo. Se io accetto che si debbano soddisfare gli istinti, allora io li assolutizzo. Se invece sono dell'idea che debbo soddisfare le aspirazioni dell' anima, vengo ad ammettere indirettamente che sono una creatura bisognosa di salvezza, una creatura che deve mendicare qualcosa, o deve liberarsi da qualcosa per raggiungere una certa perfezione. Freud propende per la soddisfazione degli istinti. Domanda: come potrà elevarsi al di sopra di essi?
Badate le delusioni in linea di principio, di un semplice cristiano, esercitato in un qualche modo alla rinuncia di se, dovrebbero essere minori di quelle di qualsiasi altro uomo in questo mondo. Ma anche il cristiano che supera gli altri uomini nella vittoria sulle delusioni, non è ancora il vero cristiano. Perché è già una cosa grave che il cristiano debba trovarsi impigliato nella delusione come se fosse in un pozzo e debba poi risalire fino alla superficie del pozzo. Il guaio sta nel fatto che noi non siamo cosi pronti e decisi a tagliare le emozioni e gli impulsi.
Affermazione un poco drastica, ma di cui darò subito la spiegazione, consideriamo gli impulsi e le emozioni come valori, ci dispiace perderli. Quando noi potiamo una vite o un albero, non abbiamo esitazioni: questi rami via. Ma quando siamo toccati noi, quando si tratta di andare attorno alla nostra persona allora l'operazione diventa dura. Si badi, ciò che è istintuale, non solo dal punto di vista cristiana non va assecondato, ma deve essere reciso. Che tutto questo comporti una piccola altalena, ve lo concedo, ma che nell'esito finale debba essere questa la conquista, non vi sono altre strade per potersi definire cristiani.
Se voi ricordate il Renzo manzoniano, a un certo momento perde la testa nei confronti di don Rodrigo, quando viene a scoprire tutta la macchinazione e allora dice il Manzoni che strada facendo, aveva già coltivato nella sua testa l'idea di ucciderlo. Lo vedeva mentre passava, lui era appostato dietro a una siepe, lo vedeva passare vedeva partire il colpo, lo vedeva cadere e poi con le gambe per aria mentre tirava le cuoia. Dentro al suo cervello come andava coltivando l'istinto. Dice il Manzoni, ed è questa la fortuna, che per venti volte Renzo lo aveva ucciso e poi resuscitato. L'istinto, ucciderlo: ma cosa ho fatto...la componente cristiana, allora lo resuscita. Poi riprende da capo, venti volte, per venti volte lo uccide e lo resuscita. Bene ho detto che vi ho concesso questo tempo. Però a un certo momento il pensiero di Renzo, va alle trecce di Lucia, alla barba bianca di padre Cristoforo; il discorso riprende quota e allora, si dice che non c'è stato peccato di omicidio, perché dentro alla coscienza non c'è stata la fase conclusiva, ma poi alla fine bisogna reciderli, bisogna riconquistare la quota della Spirito.
Prendiamo una donna che abbia avuto una delusione nel matrimonio. Parentesi, facciamo il caso del bambino di Vermicino. Chiedo scusa se approfitto dei vostri sentimenti, non lo voglio forzare però oltre i limiti. In fondo in che cosa sta la grandezza di quell'uomo che è rimasto li a dialogare per venticinque ore. Io non sono cosi miseramente clericale come qualcuno dice: ma non gli ha fatto dire neanche una preghiera. Non abbiamo capito nulla, ciò che conta per la mia analisi è che quest'uomo ha rappresentato per lui, la salvezza e lo ha liberato esattamente dalla nevrosi e lo ha aiutato a morire in pace. Per il resto lasciamo fare a Dio perché se anche quel bambino avesse detto un'Ave Maria o un Padre Nostro, non sarebbero stati diversi dal vivere con lui la vicenda di Mazzinga, o di qualsiasi altro eroe della sua fantasia. Come mai la madre lo metteva in nevrosi, lungi da me qualsiasi allusione. Proprio perché madre, è anziché rappresentare la salvezza al di fuori del suo sistema, lo viveva con lui ed era incapace esattamente di liberarlo da questa nevrosi. E allora ecco il grande fatto, averlo aiutato a morire in pace, senza cadere in nevrosi vale a dire nella disperazione.
Facciamo l'ipotesi più florida, di uno psicanalista che sia credente, il pericolo, è quello di presentare Cristo come una soluzione estrinseca. Attenzione a non diventare più clericale di un prete, perché Gesù Cristo non può essere presentato come una pillola che opera in modo estrinseco. Vale a dire dall'esterno, allora in questo caso anche gli atei correrebbero a fare la comunione. Adesso si capisce perché Gesù Cristo si presenta come cibo e come bevanda. Quando sentite la voglia di mangiare sempre, o di bere, o di fumare, più del solito, guardate a fondo, vuol dire che c'è qualche nevrosi in giro. Gesù Cristo si presenta come cibo e come bevanda: “Prendete, mangiate, bevete, chi dimora in me, chi mangia il mio corpo e beve il mio sangue dimora in me e insieme con me nel padre”. Ecco il riassestamento di tutto finalismo. Cristo trova un mezzo per essere presente al credente.
Le immagini nella televisione, sono presenti nell'atto in cui noi vediamo, vi è come qualcosa di misterioso che prepara quella presenza, poi quella presenza cessa quando quel meccanismo che le produce rientra verso le zone del privato. Non partecipa più a questo genere di produzione. Bene, noi catturiamo tale presenza, spero di essere capito, a fini religiosi. E assolutizziamo questa presenza e la cosifichiamo, facciamo diventare Dio una cosa.
Nel medioevo, se vi ricordate sul Carroccio, si celebrava l'Eucarestia e si immaginava che Cristo presente personalmente col suo corpo, dovesse aiutarci a sconfiggere il nemico. Il nemico poi erano degli altri cristiani, che avevano un altro Carroccio con sopra un ostensorio e un ostia, perché dovevano avere il Cristo con loro. Ecco cosa vuol dire cosificare la Eucarestia.
Certo con delle persone riassestate interiormente dalla presenza di Cristo, liberate dalla nevrosi, ed ecco il compito della prima comunione, la capacità di liberarci dalla nevrosi, di renderci capaci di non caderci. Perché è triste che un cristiano debba caderci per poi doversene liberare, condizione misera. Allora con queste persone è possibile la ecclesia. Invece con chi non ottiene questa identificazione col Cristo, non è più possibile la ecclesia, perché non è più il Cristo che si trasforma, ma sono loro questi tipi cristiani, che cominciano a utilizzare il Cristo.



Sabato 21 Giugno,2014 Ore: 09:46
 
 
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