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www.ildialogo.org L'omelia del 5 gennaio 1977,di p. Aldo Bergamaschi

L'omelia del 5 gennaio 1977

Pronunciata il 2 gennaio 1977


di p. Aldo Bergamaschi

Giovanni 1,11-18
In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui, senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l'hanno accolta.
Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, eppure il mondo non lo riconobbe. Venne fra la sua gente, ma i suoi non l'hanno accolto. A quanti però l'hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità.
Giovanni gli rende testimonianza e grida: “Ecco l’uomo di cui io dissi : Colui che viene dopo di me mi è passato avanti, perché era prima di me”. Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia. Perché la legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo. Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato.
Ieri, parlando della pace, avevo chiuso il mio discorso su questo concetto: Gesù non è venuto a portare la pace, e certo è un paradosso, ma è venuto a portare la guerra. Ed è venuto a portare la guerra ad ogni forma di grandezza ambigua, da quella che inizia con l'affermazione, essere se stessi, realizzare se stessi. Linguaggi che si odono un poco da tutte le parti e su tutti i versanti, poi passa questo ordine di grandezza, nella espansione del noi, noi Italiani, noi Americani, e così via, fino dunque ai grossi gruppi politici, linguistici, culturali e anche religiosi che poi si fronteggiano squadernando le loro potenze. Perché alla fine di potenza si tratta. L'io che diventa noi e fronteggia gli altri noi, così anche il più cretino degli uomini crede d’essere diventato un leone perché ha aggiunto al proprio io il noi.
Perciò Cristo ha costituito la ecclesia, che deve crescere come la luce nelle tenebre, questa è la sua caratteristica, senza cioè ripetere la logica delle tenebre. Esplicitiamo, il cristiano non ha progetti di conquiste storiche, questo deve essere chiaro, ha il solo progetto di diventare figlio di Dio. Dunque, si tratta di una crescita dall'interno, si tratta di qualcosa di effettivo, cosi come la pallida luce di una candela, non v'è dubbio che è più' forte di tutte le tenebre sono una mancanza di luce, la luce per quanto sia piccola è qualche cosa di positivo, è qualcosa di vivo, è essere, se dovessimo parlare in termini filosofici. Perché se dovessimo analizzare il testo di S.Giovanni: "In principio era i1 Verbo...”, a coloro che dicono che il Vangelo è semplice, qui c'è lavoro per tutti i più grandi pensatori del mondo.
E qui mi piace rivedere la traduzione che Salvatore Quasimodo ha fatto del Vangelo di San Giovanni. Nella traduzione della CEI noi abbiamo: "ma le tenebre non l'hanno accolta”. Rileggo due righe prima “In Lui era la vita, e la vita era la luce degli uomini, la luce splende nelle tenebre ma le tenebre non l'hanno accolta". Salvatore Quasimodo, lo guardiamo come specialista del teso greco, traduce: "E le tenebre non la offuscarono". Se per tenebre intendiamo gli uomini malvagi, allora resta fermo che nel testo di Giovanni, quando un lumicino si presenta in mezzo alle tenebre, non è il lumicino che fa guerra alle tenebre, ma sarebbero le tenebre che fanno guerra a questo lumicino. Il dire che non l'hanno accolta è lievemente diverso dal dire che le tenebre non la offuscarono, cioè nonostante che le tenebre abbiano preso la iniziativa di soffocare questa piccola luce, questa non si può soffocare, perché è nell'ordine della positività, invece le tenebre sono nell'ordine della negatività; in ogni caso resta fermo questo: mai il cristiano brilla soltanto per una sua testimonianza.
Resta vero fino alla fine del mondo, che solo il cristiano deve essere perseguitato, ma lui mai dovrà perseguitare, perché ripeto, la luce della candelina non ha bisogno di perseguitare le tenebre, saranno le tenebre che sentono il bisogno di perseguitare la luce, perché questa luce offusca la loro vista. Detto questo, vediamo cosa dice il messaggio di Paolo VI. Sembra dare credito ai fasti della potenza e della gloria dove dice che la pace non è una utopia.
“Il cristiano deve difendersi da questa accusa. Per il cristiano la pace non deve essere una utopia e neanche una illusione, poi continua. Essa, la pace, può segnare le più belle pagine della storia, non solo con i fasti della potenza e della gloria, ma ancora di più con quelli anche migliori della virtù della bontà popolare, della prosperità collettiva, della vera civiltà, la civiltà dell’amore”. E sta bene. Ma ecco qui il mio terrore: Paolo VI immagina la pace come una virtù, dentro alla quale c’è spazio nei due ordini di grandezza, la potenza e la gloria e poi le altre virtù popolari. Tutto questo deteriora un momentino il messaggio evangelico, quando la pace deve emergere come frutto solo se si abbandonano quei due tipi di grandezze, quelle cioè che danno fasto e potenza e gloria, queste grandezze devono essere certamente soppresse. La pace – ripeto – emerge quando invece si istaureranno nuovi rapporti fra gli uomini.
Lasciatemi fare un riferimento culturale. Già cicerone aveva una curiosa tabella delle virtù, quando metteva al primo posto l’attività del foro (era un avvocato). I romani cosa pensavano che un uomo si identificasse con la sua capacità di parlare, forse un po’ tropo probabilmente. Egli diceva che nella tabella delle virtù la prima era quella del foro, poi venivano quelle della politica e poi quella bellica. Diceva che come avvocato valeva di più di Milone, politico, e più di Cesare, il quale era soltanto un capitano. Vedremo come collocava le virtù cicerone, incredibile a dirsi secondo la nostra mentalità cristiana. Elenchiamole: la giustizia, la lealtà, la fedeltà, la modestia, la temperanza. Queste sarebbero a dire di Cicerone i surrogati delle non-virtù di grandezza. Cioè potendo essere grandi nel foro, nell’ordine bellico, di essere grandi parlatori o dei grandi politici o capitani, dobbiamo ripiegare nelle meschine virtù la giustizia ecc. elencate prima. Queste le attuano i tapini, perché non sono in grado di attuare le più grandi.
Ecco probabilmente dove c'e' la natura ciceroniana in questo accenno di Paolo VI. D'altra parte si dice che il cristianesimo ha ereditato il pensiero romano. Si dice che anche la Chiesa, sotto un certo profilo, sia strutturata. Può darsi che ci sia una venatura in questo modo di concepire le cose. Poi la cosa che credo, e lo dico con la tristezza nell'animo, e certamente con sentimento di figlio, premetto che guai a noi chi nega il concetto di Papa, ce n’è già fin troppo di uno, intendiamoci bene, guai a chi ne dovesse istituirne degli altri spaccando la Chiesa e così, in questa verità è probabilmente giusta una certa critica positiva. Ora l’aspetto più strano di questo documento, è che ad un certo punto Paolo VI, dice che il discorso sulla pace esige il concorso di molte e non facili combinazioni. Certo, siamo d’accordo, perché la pace è un frutto e non è una virtù.
“E noi – dice - il discorso sulla pace, noi ce ne rendiamo conto, è molto difficile e molto lungo, noi non oseremo affrontarlo, lo lasciamo agli esperti”. Ma gran Dio, ma sei tu l’esperto Papa! Sei tu l'esperto di queste cose, non può essere delegato a nessun altro questo tipo di discorso. Proprio perché tu sei il vicario di Colui che si è proclamato la Verità, ecco dove sono profondamente afflitto di questa delega. No, il discorso della pace è tuo e devi sviscerarlo fino in fondo. Ma chi sono questi esperti, sono Cicerone, sono Cesare, sono Milone , questi sono gli esperti? Ma no, quelli sono i tecnici, gli esecutori ma qui l'esperto sei tu.
E poi ecco qui l'altra piccola virata del discorso di Paolo VI, il discorso sull'aborto: "Se vuoi la pace difendi la vita" Eh certo, io ci ho pensato tre giorni. Per favore, rispettiamo i canoni della logica, si lo slogan è anche sonoro, simpatico, ma c'e' qualcosa che non funziona. L'aborto diciamo subito è uno dei sintomi della perdita del punto di riferimento cristiano, questo resta fermo. Queste cose le ho già dette da1 pulpito, le ho anche scritte in un opuscolo da pochi soldi, ma che ritengo affronti il problema nella sua sostanza. L'aborto non c'e' dubbio è uno dei sintomi della perdita del punto di riferimento cristiano, così come lo è la guerra, come lo sono gli armamenti, su questo non v'e' dubbio. Si tratta di sintomi assai gravi, ma non è che guadagnando un punto si sia guadagnato l'altro. Questo deve essere precisato, perché nel medioevo non c'era l'aborto però c'erano le guerre (tra cristiani). La cosa, voi capite, diventa ancora più' orribile, ecco perché non c'e' un rapporto fra le due cose, così stretto.
Il discorso va rigorizzato, deve essere più' rigoroso nella ricerca dalla radice di questi sintomi e va rigorizzato per i credenti. Occorre discutere il fenomeno dei cappellani militari, discutere questo come si discute dell'aborto, certamente sintomi di malattie più profonde e nell'ordine storico e concettuale. Bisognerà ridiscutere con serenità, ma anche con esattezza i rapporti fra stato e Chiesa, non v'e' dubbio, perché anche quelli sono sintomi allo stesso modo dell'aborto. Occorre utilizzare le pene ecclesiastiche, lasciamo stare la scomunica, non c'e n'e' bisogno, la Chiesa ha degli strumenti per tirare le orecchie ai suoi fedeli, usi quelli. Per esempio, se venisse un tipo di richiamo così come il richiamo è stato fatto ad un certo Abate e poi a un certo Vescovo. Bisognerebbe utilizzare tutta la forza ecclesiastica, per esempio per dire ai cattolici che in Irlanda conducono un tipo di ricerca indipendentistica attraverso l'uso della violenza, voi siete in peccato mortale.
Bene, se la Chiesa Cattolica denunciasse quel tipo di sperequazione che va a violare i punti fondamentali dei rapporti fra gli uomini, voi capite che, mantiene nei confronti dei cattolici la discriminazione sociale, darebbe da che riflettere, a parte il fatto che tutto il mondo dei cristiani cattolici dovrebbe essere pronto a darsi a coloro che soffrono, nell’ipotesi in nome della fede. Anzi ci vorrebbe un concistoro permanente per tener vivo questo discorso della denuncia al mondo delle persecuzioni nei confronti dei cattolici in ordine alla discriminazione sociale. Proprio qui dovrebbero brillare i cattolici, ma noi non accendiamo neanche un fiammifero, perché abbiamo paura del martirio. Allora la vittoria o sarà perché la luce riesce ad imporsi alle tenebre, o diversamente il male durerà fino alla fine del mondo.



Sabato 04 Gennaio,2014 Ore: 19:01
 
 
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