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www.ildialogo.org IL TEMPO E LA STORIA DELLA NONVIOLENZA,di <i>Raffaello Saffioti</i>

VERSO IL CONGRESSO NAZIONALE DI “PAX CHRISTI” SUL TEMA “E’ L’ORA DELLA NONVIOLENZA!” ROMA, 25-28 APRILE 2013
IL TEMPO E LA STORIA DELLA NONVIOLENZA

di Raffaello Saffioti

  DANILO DOLCI E DON TONINO BELLO LA FORZA MAIEUTICA DELLA PAROLA


Guai a voi, Scribi e Farisei ipocriti, che edificate i sepolcri dei profeti
e ornate i monumenti dei giusti e dite: Se fossimo esistiti nei giorni dei nostri padri,
non saremmo loro complici nel sangue dei profeti.
E così testimoniate contro voi stessi che siete figli di coloro che uccisero i profeti”.
Matteo 23, 29-31

Ho sperimentato con rigore scientifico la non-violenza
e le sue possibilità di applicazione per più di cinquant’anni consecutivi.
Ho praticato la non-violenza in ogni campo della vita,
da quello privato, a quello istituzionale, a quello economico, a quello politico.
Non conosco un solo caso in cui essa abbia fallito.
I suoi apparenti fallimenti sono da attribuire unicamente alle mie imperfezioni.
Non pretendo di essere perfetto.
Ma pretendo di essere un appassionato cercatore della Verità,
la quale non è altro che un sinonimo di Dio.
E’ nel corso di tale ricerca che ho scoperto la non-violenza.
La diffusione di essa è la missione della mia vita.
Non ho altri interessi nella vita che lo svolgimento di questa missione.
La mia non-violenza richiede un amore universale.
Gandhi, Lettera agli inglesi, 1940

Il genere umano può liberarsi dalla violenza soltanto ricorrendo alla non-violenza.
L’odio può essere sconfitto soltanto con l’amore.
Sono perfettamente cosciente che sto ripetendo
quello che ho già detto innumerevoli volte
e che ho cercato di mettere in pratica al meglio delle mie capacità.
Ma anche quando ho detto tutto ciò per la prima volta,
non si trattava di nulla di nuovo.
Erano cose antiche quanto le colline.
Gandhi, Teoria e pratica della non-violenza, a cura di Giuliano Pontara, Einaudi

In questi ultimi tempi si è fatto qualche progresso in Italia
nel campo che esamineremo, oltre che per il numero delle persone interessate,
anche perché si è cominciato a scrivere nonviolenza in una sola parola,
sicché si è attenuato il significato negativo che c’era nello scrivere
non staccato da violenza, per cui qualcuno poteva domandare:
va bene, togliamo la violenza, ma non c’è altro?’
Se si scrive in una sola parola, si prepara l’interpretazione della nonviolenza
come di qualcosa di organico, e dunque, come vedremo, di positivo”.
Aldo Capitini, Le tecniche della Nonviolenza, 1967

PREMESSA

Dall’Assemblea nazionale sulla “Pacem in terris”

Al Congresso nazionale di “Pax Christi”

Questo mese di aprile 2013 è segnato da tre eventi significativi per la Chiesa cattolica: l’Assemblea nazionale sul Cinquantenario dell’Enciclica Pacem in terris, il ventesimo anniversario della scomparsa di don Tonino Bello e il Congresso nazionale di “Pax Christi” che si svolgerà alla fine del mese.

Questi eventi ci interpellano e, collegati tra loro, offrono materia per la riflessione, nel contesto dell’Anno della Fede e del XVII Centenario dell’Anno Costantiniano.

Con questo documento intendo sviluppare e approfondire l’analisi e la riflessione del documento “Il Cinquantenario della Pacem in terris e la nonviolenza in cammino nella Chiesa cattolica”, presentato come contributo all’Assemblea nazionale sulla Pacem in terris del 6 aprile scorso (nei siti: www.chiesadituttichiesadeipoveri.it; www.ildialogo.com).

In quel documento il tema della pace era posto in collegamento con il tema della nonviolenza, nella prospettiva del Congresso nazionale di “Pax Christi”, con la segnalazione del libro di Sergio Paronetto Tonino Bello maestro di nonviolenza (Paoline 2012).

  1. IL SENSO DEL TEMPO E DELLA STORIA. MEMORIA E PROFEZIA

Il paradosso dell’era atomica.

Il grande paradosso dell’era atomica, che è quella in cui viviamo, dopo Hiroshima, è il coesistere, da una parte, dell’avversione per la guerra, nelle parole, soprattutto per la paura dell’olocausto nucleare, e, dall’altra, del perpetuarsi di guerre grandi e piccole. Questo paradosso è uno scandalo. Si può volere la pace e fare la guerra?

Questa è una scandalosa contraddizione derivante dalla filosofia dell’antico motto “si vis pacem para bellum”.

La grande novità della Pacem in terris è stata l’aver posto la storia come criterio ermeneutico. L’Enciclica, considerando “la Pace in terra, anelito profondo degli esseri umani di tutti i tempi”, si è posta dal punto di vista dell’uomo e ha letto la storia alla luce della ragione. Non si è limitata a enunciare principi in modo astratto, ma, andando oltre, ha seguito i movimenti storici con una visione ottimistica, animata da speranza per il futuro. A fronte della rigidità delle dottrine, ha privilegiato la dinamica dei movimenti generati dal travaglio della storia. Anche le linee dottrinali “scaturiscono o sono suggerite da esigenze insite nella stessa natura umana”.

Decifrando “i segni dei tempi”, l’Enciclica è giunta all’affermazione che nell’era atomica la guerra è fuori della ragione (“aetate hac nostra, quae vi atomica gloriatur, alienum est a ratione, bellum iam aptum esse ad violata iura sarcienda”).

Per proseguire sulla scia tracciata dall’Enciclica, il nostro impegno dev’essere quello di decifrare i nuovi segni dei tempi anche in relazione al tema della nonviolenza.

Pace e nonviolenza non sono sinonimi. La storia della pace non è la storia della nonviolenza.

Il tema del Congresso di Pax Christi : “E’ l’ora della nonviolenza!”.

Il Congresso, dato il suo tema, ha una straordinaria importanza perché vuole essere un momento di svolta per la vita del Movimento. Esso travalica i confini del Movimento stesso e richiama l’attenzione di chi ha interesse alle vicende della vita della Chiesa.

Nel documento congressuale si legge:

“Occorre decidere se Pax Christi debba esistere o possa estinguersi lasciando fare agli eventi. Stiamo concludendo il nostro cammino o siamo chiamati a rinascere per un nuovo inizio? Dobbiamo continuare come ora con qualche miglioramento per resistere e sopravvivere o dobbiamo rinnovarci radicalmente?

… Don Tonino va inserito nella più alta tradizione ecclesiale come un moderno padre della Chiesa di Cristo ‘nostra pace’, ministra di pace nonviolenta. Per incontrarlo bisogna mettersi in cammino.

… Già negli anni Ottanta don Tonino dichiara esplicitamente che per vivere il significato originario della parola pace occorre scegliere la nonviolenza (…)”.

Proposta di una sua variazione: “Il tempo e la storia della nonviolenza”.

Come la pace, secondo la metodologia della Pacem in terris, anche la nonviolenza va cercata nell’evolversi delle vicende storiche.

La nonviolenza moderna è nata con GANDHI (1869-1948) al di fuori della Chiesa cattolica.

E’ stato ALDO CAPITINI (1899-1968) a introdurla in Italia.

  1. NOVITA’ DELLA NONVIOLENZA MODERNA: GANDHI E MARTIN LUTHER KING

TRACCE E FRAMMENTI DI STORIA

Non sono molti nella Chiesa cattolica quelli che riconoscono il ritardo di essa rispetto alla nonviolenza moderna che, oltre tutto, ha radice nel Vangelo.

Uno di questi è mons. LUIGI BETTAZZI.

“Il discorso sulla ‘nonviolenza attiva’, il grande ideale del Mahatma Gandhi (che diceva di averlo appreso anche dal Vangelo, …) sta ritrovando la sua caratteristica evangelica. Mons. Tonino Bello vi era giunto al vertice del suo cammino di profeta (e martire!) della pace: mentre la grande Assemblea del Consiglio ecumenico delle Chiese cristiane, tenuta nel 2011 a Kingston in Giamaica, ne ha fatto il tema della sua riflessione e del suo impegno. Credo che questo sia il compito di ogni essere umano ragionevole: approfondire il tema della nonviolenza attiva come l’unica via per una vera pace. E tanto più dev’essere la missione di ogni cristiano, per coerenza col Vangelo e – per un cattolico – come sviluppo definitivo delle timide ma determinanti aperture del Concilio Vaticano II”.

(Luigi Bettazzi, “La condanna della guerra”, in “Mosaico di pace”, n. 1, gennaio 2013)

Lo stesso mons. Bettazzi, nel convegno di Bolzano col titolo “Le difficili strade della nonviolenza”, svoltosi in preparazione della Marcia per la Pace Perugia-Assisi del 2011, aveva detto: “La Chiesa ci ha messo molto per avvicinarsi alla nonviolenza. E dire che è nata proprio lì, nel Vangelo” (in “Adista Segni Nuovi, n. 54, 9 luglio 2011).

La nonviolenza si è fatta strada lentamente nella Chiesa cattolica negli ultimi cinquant’anni.

Ma la storia di questo percorso non va ignorata né rimossa ed è ancora da ricostruire.

Manca uno studio organico. Bisogna superare, da parte cattolica, imbarazzo, reticenze, e finanche silenzi e omissioni. C’è molto da studiare con onestà intellettuale.

Ma sono incoraggianti le spinte che vengono dal basso della Chiesa e da alcune sue voci profetiche, rimaste a lungo isolate e osteggiate.

La storia della nonviolenza del XX secolo non può essere fatta senza ricordare figure come don Primo Mazzolari, don Lorenzo Milani, padre David Maria Turoldo, padre Ernesto Balducci, don Tonino Bello.

Gandhi ha scritto umilmente che non ha nulla di nuovo da insegnare agli uomini perché “la verità e la nonviolenza sono antiche come le montagne”.

Ma non è del tutto vero, perché con Gandhi è emersa una novità storica.

Antiche come le montagne”, di Gandhi (Edizioni di Comunità, 1963)

“Quest’opera nasce da una risoluzione della Conferenza generale dell’Unesco che, nella sessione del 1956, deliberò di ‘curare la pubblicazione di un libro contenente brani scelti dai pensieri di Gandhi, preceduti da uno studio della sua personalità’, per introdurre un vasto pubblico alla conoscenza dell’attività intellettuale del Mahatma, e delle tecniche pratiche che egli adottò. Questi testi, sottolineando le costanti del pensiero di Gandhi che si riflettono su tutta la sua lunga e tormentata esperienza politica, ne offrono un autoritratto che spiega l’immenso fascino di una figura diventata ormai leggendaria non soltanto nella sua patria indiana, e che dà la misura della sua azione di leader, fondata su due precisi obiettivi: raggiungere l’indipendenza dell’India dal dominio inglese ed educare il suo popolo ai principi della verità e della non-violenza.

In realtà Gandhi amava sostenere di non aver inventato nulla, poiché ‘la verità e la non-violenza sono antiche come le montagne’. Ed effettivamente la sua personalità si riallaccia alla tradizione religiosa indiana, condividendone un principio fondamentale: se crediamo in Dio non soltanto con l’intelletto ma con tutto il nostro essere, ameremo l’umanità senza distinzione di razza o di classe, nazione o religione. Questa teoria porta naturalmente all’adozione della non-violenza come il mezzo migliore per risolvere tutti i problemi, nazionali e internazionali.

Ma appunto Gandhi fu il primo nella storia della umanità a estendere il credo della non-violenza dal piano individuale a quello sociale e politico. E giustamente egli affermava di non essere un visionario, bensì un idealista pratico, in quanto proponeva la non-violenza non soltanto ai santi e ai saggi, ma alla gente comune: cioè la assumeva come un principio operativo per l’azione di massa. La lotta per l’indipendenza dell’India fornì la prova della validità del metodo gandhiano: il risultato non fu soltanto la liberazione del popolo indiano ma un accrescimento delle risorse morali dell’umanità. Da allora la predicazione del Mahatma si è diffusa in tutto il pianeta, trovando interpreti di eccezionale levatura morale e diffondendosi tra le masse dei più diversi paesi. Nei tanti conflitti civili e razziali, nelle guerre ideologiche che caratterizzano la nostra epoca, su cui incombe sempre la prospettiva dello sterminio nucleare, il principio della non-violenza rappresenta un punto di riferimento essenziale per la spiritualità di milioni e milioni di uomini”.

(Dalla quarta di copertina)

E’ il caso di ricordare che Gandhi visitò l’Italia nel 1931, nel viaggio di ritorno da Londra verso l’India. Sostando a Roma, espresse il desiderio di incontrare il Papa Pio XI, che, però, rifiutò di riceverlo.

Ha scritto Ernesto Balducci:

“Il Vaticano mostrò di non gradire la visita del Mahatma. Difficile stabilire il perché. Ci fu, allora, chi chiamò in causa l’etichetta delle udienze, che non poteva passare sopra l’abbigliamento esotico del Mahatma. Altri indicarono la causa del diniego in un doveroso atto di riguardo di Pio XI per il governo inglese. Nehru avanzò un’altra ipotesi. ‘Quel rifiuto – egli scrisse – mi sembrò un affronto all’India e non vi può essere alcun dubbio che il rifiuto fosse intenzionale, per quanto probabilmente non si pensasse di fare un affronto. La Chiesa cattolica non approva i santi o i mahatma al di fuori della propria circoscrizione e poiché alcuni ecclesiastici protestanti avevano definito Gandhi un grande religioso ed un vero cristiano, per Roma era diventato assolutamente necessario distinguersi da questa eresia’.

Gandhi dovette limitarsi a girare nella sacra città come turista. Visitò anche i Musei Vaticani, aperti per lui fuori orario. Non pare che ne rimanesse molto impressionato. Nella Cappella Sistina i suoi occhi furono attratti, come ci racconta il segretario Desai, più che dagli affreschi di Michelangelo, dal crocifisso dell’altare della cappella: ‘rimase davanti ad esso – racconta Desai – per parecchi minuti, gli si accostò, gli girò intorno, e seguì per così dire un pradakshina (rito della circumambulazione di un oggetto di culto) di esso e disse: ‘Non si può fare a meno di commuoversi fino alle lacrime’. Chi potrebbe negare che quegli occhi pieni di lacrime vedessero più a fondo e più lontano che non quelli del papa del Concordato?”

(Ernesto Balducci, Gandhi, Edizioni Cultura della Pace, S. Domenico di Fiesole, 1988, p. 107)

MARTIN LUTHER KING, “Pellegrinaggio alla nonviolenza”, (1958)

“Prima di leggere Gandhi, avevo quasi concluso che l’etica di Gesù fosse efficace soltanto nei rapporti individuali. La filosofia del ‘porgi l’altra guancia’ e dell’ ‘amate i vostri nemici’ sentivo che era valida solo quando gli individui erano in conflitto con altri individui; quando invece erano in conflitto gruppi razziali e nazioni, sembrava necessario un comportamento realistico. Ma dopo aver letto Gandhi, vidi che ero completamente in errore.

Gandhi fu probabilmente la prima persona della storia ad elevare l’etica dell’amore di Gesù al di sopra dei rapporti individuali e a trasformarla in una forza sociale su larga scala, potente ed efficace. L’amore, per Gandhi, era uno strumento potente per operare un mutamento sociale collettivo. Fu in questa insistenza gandhiana sull’amore e la nonviolenza che scoprii il metodo per la riforma sociale, del quale ero andato alla ricerca per tanti mesi. La soddisfazione intellettuale e morale che non avevo saputo ricavare dall’utilitarismo di Bentham e Mill, dai metodi rivoluzionari di Marx e Lenin, dalla teoria del contratto sociale di Hobbes, dall’ottimismo del ‘ritorno alla natura’ di Rosseau e dalla filosofia del superuomo di Nietzsche, la trovai nella filosofia della resistenza nonviolenta di Gandhi. Giunsi a sentire che questo era l’unico metodo, moralmente e praticamente valido, a disposizione delle persone oppresse nella loro lotta per la libertà”.

Si può dire che un analogo “pellegrinaggio alla nonviolenza” sia stato compiuto dalla Chiesa cattolica?

  1. ALDO CAPITINI

Capitini nell’Autobiografia scrisse:

“Nel capo della nonviolenza, dal 1944 ad oggi, posso dire di aver fatto più di ogni altro in Italia. Ho approfondito in più libri gli aspetti teorici, ho organizzato convegni e conversazioni quasi ininterrottamente, ho lavorato per l’obiezione di coscienza, ho promosso, attraverso il Centro di Perugia per la nonviolenza i convegni Oriente-Occidente, la Società vegetariana, la marcia della Pace da Perugia ad Assisi del 24 settembre 1961, e poi il Movimento nonviolento per la pace e il periodico “Azione nonviolenta” che dirigo. (…) Sono, insomma, riuscito a far dare ampia cittadinanza, nel largo interesse per la pace, alla tematica nonviolenta. Come teoria e come proposte di lavoro, la nonviolenza in Italia ha una certa maturità”.

(“Attraverso due terzi del secolo”, 16 agosto 1968, in Aldo Capitini, Scritti sulla nonviolenza, Perugia, Protagon, 1992, p. 11)

E altrove:

“In questi ultimi tempi si è fatto qualche progresso in Italia nel campo che esamineremo, oltre che per il numero delle persone interessate, anche perché si è cominciato a scrivere nonviolenza in una sola parola, sicché si è attenuato il significato negativo che c’era nello scrivere non staccato da violenza, per cui qualcuno poteva domandare: ‘va bene, togliamo la violenza, ma non c’è altro?’ Se si scrive in una sola parola, si prepara l’interpretazione della nonviolenza come di qualche cosa di organico, e dunque, come vedremo,di positivo”.

(Aldo Capitini, Le tecniche della Nonviolenza, Feltrinelli, 1967, p. 9)

Non va ignorata la storia del rapporto di Capitini con la Chiesa cattolica.

Non va ignorato, in particolare, il Decreto del Sant’Uffizio del 1956 con il quale veniva condannato e inserito nell’ “Indice dei libri proibiti” il libro di Capitini Religione aperta.

Non va ignorato che manifesti a stampa affissi alle porte delle chiese di Perugia “davano la notizia della scomunica [di Capitini] e invitavano i fedeli a disertare il C.O.R.” (Maurizio Cavicchi, Aldo Capitini. Un itinerario di vita e di pensiero, Lacaita editore, 2005). Il C.O.R. era il “Centro di Orientamento Religioso”.

Inoltre, non è da ignorare che per la prima Marcia per la Pace Perugia-Assisi, del 1961, organizzata da Capitini, “le gerarchie ecclesiastiche avevano dato ordine al clero di non partecipare, e nelle chiese era stato detto che quella era una marcia comunista e paracomunista da evitare” (Aldo Capitini, “In cammino per la pace”, Einaudi, 1962, ora in Aldo Capitini, Scritti sulla nonviolenza, Perugia, Protagon, 1992).

  1. LA CHIESA, IL CONCILIO, LA NONVIOLENZA

Prima della fine del Concilio, don Lorenzo Milani nella famosa “Lettera ai giudici” (18 ottobre 1965), scrisse:

Ho evitato apposta di parlare da non-violento. Personalmente lo sono. (…) Ma la non-violenza non è ancora la dottrina ufficiale di tutta la Chiesa”.

La nonviolenza non fu compresa e neppure nominata dalla Chiesa del Concilio.

Capitini seguì con interesse i lavori del Concilio Vaticano II ed esaminò i sedici documenti conciliari dal punto di vista della “religione aperta”. Pur deluso dalle conclusioni del Concilio, seppe riconoscere, oltre i suoi limiti, le sue aperture e i fermenti di rinnovamento ed espresse un giudizio severo e sereno, nello stesso tempo.

“Non capire l’importanza centrale della nonviolenza è proprio, per se stesso, significativo di appartenere al versante del passato e di non essere riusciti, pur con un imponente moto di persone e di mezzi, a salire alla cima per discendere l’altro versante sereno. Ma gli esseri sono più delle istituzioni; i cattolici, con nuovo fervore, cercano, incontrano, discutono, s’impegnano.

Severità religiosa per il Concilio;

rispetto per la Chiesa;

affetto per i cattolici”.

(Aldo Capitini, Severità religiosa per il Concilio, De Donato, Bari,1966)

Aldo Capitini e don Lorenzo Milani: un incontro profetico

Nell’Autobiografia già citata, Capitini scrisse:

“… quando sono andato due volte a Barbiana, a parlare con Don Lorenzo Milani e la sua scuola, la discussione e l’esposizione non è stata altro che sulla nonviolenza, per la quale egli mi disse di concordare con me”.

Questa è una traccia da approfondire.

Capitini e don Milani furono due maestri e profeti appartenenti a due mondi diversi e distanti. Anche il loro incontro fu profetico, annuncio di futuro.

Dopo che Capitini si mosse negli anni Sessanta due volte per salire a Barbiana, il mondo rappresentato da Barbiana si è mosso per incontrare il movimento nonviolento e partecipare alla Marcia per la Pace Perugia-Assisi, inventata da Capitini.

E all’ultima Marcia, quella del Cinquantenario, giunse la benedizione di Benedetto XVI.

  1. DANILO DOLCI

Danilo Dolci (1924-1997) è un altro grande maestro della nonviolenza moderna.

Rimane difficile ricostruire la storia del suo rapporto con la Chiesa cattolica. Qui, solo qualche accenno a momenti significativi.

Dolci, dopo aver lasciato la comunità di Nomadelfia di don Zeno Saltini, nel 1952, scelse di vivere e impegnarsi in una delle zone più povere e abbandonate della Sicilia occidentale, a Trappeto e Partinico. E’ stato quell’impegno dalla parte degli ultimi e dei deboli che lo portò a scontrarsi con tutto un sistema da lui definito di dominio clientelare-mafioso, soprattutto nel corso degli anni ’60. In quel contesto si situa il rapporto di Dolci con la Chiesa cattolica.

Per ricordare il clima storico di quegli anni è significativa la testimonianza di ERNESTO BALDUCCI.

“Nel lontano 1958 accolsi a Firenze due ‘laici’ che allora facevano spesso saltare i nervi alla società benpensante e alla chiesa, anche a quel settore aperto della chiesa a cui appartenevo. Ebbi con loro un pubblico dibattito, durante il quale e dopo il quale, nei commenti che ne scrissi, non fui cortese con loro, anzi detti segni evidenti – me ne resi conto più tardi – di non aver compreso il valore profondo della loro scelta gandhiana. La storia, se così posso dire, mi punì, perché appena quattro anni dopo toccò a me sedermi sul banco degli imputati e ascoltare una sentenza che mi ha messo per sempre, accanto a Danilo, tra i cittadini senza la fedina penale pulita. Ma quella mia incomprensione ha sempre pesato in me come una colpa e oggi sono lieto che le Edizioni Cultura della Pace propongano al pubblico italiano i messaggi di Aldo Capitini e di Danilo Dolci, col quale oltretutto ho ormai rapporti di amicizia e di collaborazione”.

(Prefazione a Antonino Mangano, Danilo Dolci educatore, Edizioni Cultura della Pace, 1992, p. 7)

Anche qui c’è una traccia per la ricerca storica.

L’atto più clamoroso della ostilità contro Dolci da parte della Chiesa gerarchica fu la lettera pastorale “Il vero volto della Sicilia” del 1964 del Cardinale Arcivescovo di Palermo Ernesto Ruffini.

Il Cardinale Ruffini con quella Lettera ha bollato Dolci come uno dei fattori che hanno maggiormente contribuito a disonorare la Sicilia.

Fa effetto leggere oggi quel documento, ma serve a comprendere le difficoltà incontrate dalla nonviolenza moderna nel suo progredire all’interno della Chiesa cattolica.

Dolci ha dato un contributo originale alla teoria e alla pratica della nonviolenza. Complessa è stata la sua personalità, variamente definita. La sua opera ha avuto una linea evolutiva e quella svolta nell’ultima parte della sua vita rimane ancora la meno conosciuta.

Lo si vede anche scorrendo il ricco “Panorama bibliografico” nel libro di Sergio Paronetto, Tonino Bello maestro di nonviolenza (Paoline, 2012), prima segnalato.

Il tema “comunicare” è stato dominante nell’ultimo periodo della sua vita.

La Bozza di Manifesto su questo tema è l’opera da lui curata, continuamente rivista e rielaborata, con sempre nuovi contributi e verifiche di gruppo in varie parti del mondo, nei suoi continui viaggi.

Essa ha avuto varie edizioni dal 1989 fino all’ultima apparsa in Comunicare, legge della vita (La Nuova Italia, Firenze, 1997). Quest’opera può essere considerata come il suo “testamento spirituale”.

E’ un’opera maieutica, interrogativa, e può essere letta come un MANIFESTO POLITICO ED EDUCATIVO PER UN MONDO NUOVO NONVIOLENTO

Ho cercato di ricordarlo a quindici anni dalla morte con il documento “Democrazia e comunicazione, oggi”, pubblicato on line sul sito del giornale telematico “il dialogo” (www.ildialogo.org).

In Dolci il pensiero è strettamente legato con la vita, la sua riflessione matura con l’esperienza ed ha una dimensione planetaria.

  1. DANILO DOLCI E DON TONINO BELLO: LA FORZA MAIEUTICA DELLA PAROLA

Sono molteplici i contributi di ecclesiastici dati al “Manifesto”.

Uno di questi è di don TONINO BELLO. E’ un contributo pregnante per il suo significato, è documento e testimonianza da studiare e da proporre al Congresso di Pax Christi come ulteriore traccia per la ricerca storica.

Ha scritto don Tonino:

“Mi sovviene una pagina di Isaia: ‘Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non ritornano senza aver irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata’ (Isaia 55, 10-11).

Credo che sia davvero difficile trovare moduli espressivi capaci di tradurre meglio la forza maieutica della parola. La parola di Dio non schiaccia, non azzera, non omologa. Ma pro-voca, pro-duce, pro-nunzia. Cioè: chiama in avanti, conduce in avanti, annuncia realtà che stanno in avanti! Ed è quindi una parola che come il seme, va accolta e custodita, e se cade su terreno disponibile, ‘dà frutto e produce ora il cento, ora il sessanta, ora il trenta’ (Matteo 13, 23)”.

Gesù maieuta?

Dolci ha scritto:

“Gesù parla sovente per parabole da interpretare, vere in vari sensi. Sono inviti a scoprire. Pure in questo Gesù è maieuta: invita ognuno a leggere i propri cimenti, a crescere creativo. E sovente lamenta: ‘Hanno gli occhi e non vedono, le orecchie e non intendono’.

La parabola del seminatore risulta tipica (…).

O la parabola del seme che sembra cresca da solo (…).

Racconta Marco: ‘Gesù parlava alla gente in modo che potessero capire. Con la gente non parlava mai senza parabole’.

Parafraso Gesù: ‘Quelli che pensano di non saper vedere, vedranno. Quelli che credono di vedere, diventeranno ciechi’.

Ai farisei dice: ‘Se foste ciechi, non avreste colpa; invece dite: ‘Noi vediamo’. Così il vostro peccato [impedimento], rimane’.

La parabola è inizio di maieutica?

E’ un invito a passare da empiria al futuro concetto di esperienza ?

… Il Vangelo è invito a illuminare illuminandosi.

In Matteo (5, 14-16) Gesù dice: ‘Voi siete la luce del mondo. Una luce fa lume a quanti sono in casa. Risplenda così, attraverso le vostre opere buone, la vostra luce agli occhi degli uomini’.

Ancora in Matteo (6, 22-23): ‘Se l’occhio tuo è puro, tutto il tuo corpo sarà nella luce; se l’occhio tuo è fosco, tenebroso sarà tutto il tuo corpo’.

Giovanni insiste (3, 19-21): ‘Chi opera il male, odia la luce, non si accosta alla luce’. ‘Chi opera il vero si accosta alla luce, […] avrà la luce della vita’ (8, 12). ‘[…] Chi cammina nelle tenebre non sa dove vada’ (12, 35).

… Invita a ‘camminare nella luce’, Giovanni (1, 7): ‘Chi ama il suo fratello è nella luce, e non inciampa. […] Chi odia il fratello cammina nelle tenebre e, accecato, non sa dove vada’.

La città apocalittica non splende solo di sole e luna, anche di amore.

… La semina è fra i temi più frequenti nelle parabole, col germogliare, il coltivare (anche i soldi, i talenti).

Frutto è anche l’uomo: ‘Il seminato nella terra buona è chi ascolta la parola e la comprende’ (Matteo 13, 23).

Anche il Regno di Dio è come un frutto: ‘Il Regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa […]. Quando il frutto è pronto […] viene la mietitura’ (Marco 4, 26).

‘Il Padre mio è il vignaiolo, io sono la vite. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo pota affinché porti più frutto’ (Giovanni 15, 1-2).

… Gesù è morto troppo presto. In ogni senso. L’ultima notte della sua vita Gesù l’ha trascorsa nel carcere scavato sotto la casa di Caifa, il sommo sacerdote”.

(Danilo Dolci, La struttura maieutica e l’evolverci, Scandicci, La Nuova Italia, 1996, pp. 54-57)

E’ da notare la condotta dei discepoli e c’è da chiedersi fino a che punto abbiano appreso l’insegnamento del Maestro. Quante volte i discepoli e il gruppo scelto degli Apostoli non capirono i discorsi di Gesù?

Se torniamo all’incontro di don Tonino Bello con Dolci, come non ricordare altri incontri profetici: quello di Capitini con don Milani, e quello dello stesso Dolci con Ernesto Balducci? Sono stati incontri che hanno segnato la storia della nonviolenza moderna.

Si comprende quanto siano lontani i tempi della Chiesa del Santo Uffizio o quella del cardinale Ruffini, quanta strada abbia fatto l’idea della nonviolenza all’interno della Chiesa.

Ma per superare il suo ritardo storico, la Chiesa ha da fare ancora un lungo cammino.

Cosa deve mettere nella bisaccia per questo cammino?

La risposta ce la dà il Discorso della Montagna.

Nella bisaccia di chi cammina sulla via della nonviolenza non dovrebbe mancare la Bibbia.

Per i “viandanti della nonviolenza” ricordiamo la parola dell’Apostolo delle Genti:

Non spegnete lo Spirito, non disprezzate la profezia. Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono”.

(San Paolo, Prima lettera ai Tessalonicesi 5, 19-21)

  1. SPINTE DAL “BASSO” DELLA CHIESA DOPO IL CONCILIO

Per riconoscere i fermenti del rinnovamento avviato dal Concilio e quale sia il contributo dei cattolici al movimento per la pace e la nonviolenza, basta considerare il panorama di associazioni, movimenti, riviste che animano il cosiddetto “mondo cattolico”, o i partecipanti alla Marcia per la Pace Perugia-Assisi.

E’ la spinta che viene dal “basso” ad indurre i vertici ecclesiastici a modificare le loro posizioni e a far evolvere anche la dottrina.

Quando si potrà dire che la nonviolenza è la dottrina di tutta la Chiesa?

Abbiamo avuto una enciclica sulla Pace.

Quando avremo una enciclica sulla Nonviolenza?

Una particolare citazione merita il movimento delle Comunità Cristiane di Base, nato alla fine degli anni ’60, con una testimonianza proveniente da quel movimento, senza nascondere interventi repressivi subiti da alcune comunità da parte della Gerarchia ecclesiastica.

Una delle esperienze più significative è quella della Comunità dell’Isolotto di Firenze.

E’ il caso di riportare un testo di Enzo Mazzi, che di quella Comunità è stato animatore, sul tema “La nonviolenza e il sacro”.

“L’utopia della nonviolenza ha percorso i millenni ma sempre relegata nell’iperuranio dei profeti e delle anime belle. Non c’era scampo: la sopravvivenza della specie chiedeva la gestione della violenza attraverso il sacrificio e la guerra. E infatti lo stesso cristianesimo, nato come complessa e coerente esperienza di nonviolenza, alternativa alla cultura del Tempio, del sacrificio, della guerra, nell’affermarsi e per affermarsi come religione dell’Impero ha dovuto tornare a far propria la cultura del sacrificio e della guerra.

(…) La cultura della guerra … è stata considerata fino al secolo scorso l’unica razionalità possibile.

Ma oggi? Dilaga (…) la consapevolezza che la vera razionalità non è più la guerra ma è proprio la nonviolenza. Lo dice la ‘lotta quotidiana mondiale per la trasformazione’.

(…) La transizione dalla cultura di guerra alla cultura di pace è un processo rivoluzionario. Investe tutti i campi del convivere, non solo quelli economici e politici ma anche quelli simbolici. Investe l’arte, le religioni, il mondo del sacro.

Il dominio del sacro è una delle più insidiose e distruttive radici della violenza.

(…) Le comunità di base, che sono il mio riferimento, sono significative esperienze di nonviolenza attiva. (…) Il sacro può realisticamente e concretamente essere sottratto alla mediazione del potere della casta e del Tempio e riportato nella vita. Torna attuale la scommessa della straordinaria esperienza di cui Gesù fu animatore: è possibile nelle condizioni storiche attuali un nuovo incontro col mistero e il sacro, che testimoni e riveli la sacralità di tutto il creato e di ogni donna e uomo senza più bisogno della separatezza del sacro e della sua gestione da parte della casta.

(…) Dopo il Concilio non si sono fatti molti passi avanti, c’è stata un’involuzione. (…) L’autoritarismo, il verticalismo, l’individualismo, il liberismo, l’imperialismo, con tutte le conseguenze disastrose, fame, ingiustizie, guerre, trovano una loro radice profonda negli assetti interni delle chiese cristiane e nella stessa sistematizzazione della fede cristiana.

Ora che ‘un mondo nuovo’ è tornato negli orizzonti e nei percorsi delle nuove generazioni si può far mancare il contributo della ricerca di ‘mondi religiosi ed ecclesiali nuovi’? O meglio, è possibile un mondo nonviolento senza lavorare anche per mondi religiosi ed ecclesiali intimamente e strutturalmente nonviolenti?”.

(“La nonviolenza e il sacro”, di Enzo Mazzi, è tratto da “Voci e volti della nonviolenza”, supplemento del notiziario telematico “La nonviolenza è in cammino”, n. 237 del 29 settembre 2008)

  1. GESU’, I PROFETI E I FARISEI

Il Congresso di Pax Christi vuole fare “memoria creativa” di don Tonino Bello a venti anni dalla morte. Don Tonino viene ricordato come “maestro e profeta della nonviolenza”.

Qual è il destino dei profeti?

Si dice di solito che il loro destino sia quello di essere incompresi, perseguitati e talvolta uccisi dai loro contemporanei, imbalsamati e riabilitati dai posteri. Ma imbalsamare i profeti e svuotarli della loro carica rivoluzionaria è come tradirli.

In epigrafe a questo testo si legge una invettiva di Gesù contro gli Scribi e Farisei ipocriti che è di grande attualità. La Chiesa di oggi che vuole ricordare i profeti della nonviolenza deve avere il coraggio di pentirsi e confessare i suoi errori, chiedendo perdono per le colpe da lei commesse. Serve il coraggio dell’autocritica e serve lo sforzo per uscire dalla cultura della violenza che ha prodotto la persecuzione dei profeti.

PER CONCLUDERE.

PADRE ALEX ZANOTELLI E LA CONVERSIONE ALLA NONVIOLENZA

Sono da sottolineare le parole, prima citate, di Aldo Capitini che, concludendo il suo Severità religiosa per il Concilio (1966), aveva scritto:

Ma gli esseri sono più delle istituzioni; i cattolici, con nuovo fervore, cercano, incontrano, discutono, s’impegnano”.

Quelle parole, valide allora, lo sono di più oggi, dopo circa mezzo secolo, e vale la pena riproporle alla vigilia del Congresso nazionale di “Pax Cristi”.

Si sta, pure, avverando una delle profezie di Capitini che in una lettera a Walter Binni del 26 agosto 1967 scrisse:

C’è bisogno che si delinei in Italia una certa consistenza della scelta pura nonviolenta, dal basso e rivoluzionaria in religione (…). Il mio compito mi pare sia stato e sia questo (se ce la farò). Se no, faranno altri”.

“Mosaico di pace” è la rivista promossa da “Pax Christi” ed ha come direttore responsabile ALEX ZANOTELLI.

Esemplare è la sua testimonianza, di vero profeta disarmato.

A cinquant’anni, è il momento caldo delle lotte su ‘Nigrizia’, ho cominciato a legare un po’ tutto e ho capito che l’unica salvezza è davvero la nonviolenza attiva.

E’ stato Gandhi che mi ha aiutato a ritornare al Vangelo e a scoprire che è Gesù di Nazareth che l’ha scoperta. Ricordiamocelo, perché è importante come cristiani ricordarcelo.

Purtroppo per molti secoli come Chiesa abbiamo dimenticato una delle verità più profonde del Vangelo. Pensate che per tre secoli le prime comunità cristiane sono state obbedienti a questo insegnamento di Gesù.

Basterebbe che come Chiesa ritornassimo a questa pratica e metteremmo in crisi un sistema radicalmente, ed è giunto il momento di farlo, riscoprendo davvero che questo è il cuore del Vangelo.

anche per me è stata una lunga marcia, sofferta, quella della nonviolenza attiva, che mi ha portato proprio a una conversione radicale e a capire che il cuore di quel Vangelo (…) è lì. E quindi diventa per me una doppia sfida, sia come uomo, sia come cristiano, nel tentare di vivere questo”.

(Intervento nell’incontro a Napoli, l’11 settembre 2007, organizzato dalla rivista “Quaderni Satyagraha”. Il testo è tratto dalla registrazione di Radio Radicale e non rivisto dall’Autore)

Palmi, 18 aprile 2013

Raffaello Saffioti

Centro Gandhi

raffaello.saffioti@gmail.com




Giovedì 18 Aprile,2013 Ore: 18:02
 
 
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