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www.ildialogo.org LA MONTAGNA LA LUCE E IL FIORE,di <em><strong>RAFFAELLO SAFFIOTI</strong></em>

LA MONTAGNA LA LUCE E IL FIORE

DAL MONTE TABOR ALLA SILA AL SUBASIO IL MESSAGGIO DI GIOACCHINO DA FIORE


di RAFFAELLO SAFFIOTI

“… e lucemi dallato
il calavrese abate Giovacchino
di spirito profetico dotato”.
DANTE, Paradiso, XII, 139-41
Purifica gli occhi della mente
abbandona le folle tumultanti
e lo strepitio delle parole.
Segui con lo spirito l’angelo nel deserto.
Ascendi con lui il monte grande e alto,
e allora potrai conoscere i profondi disegni
che vi sono nascosti fin dai tempi più antichi
per generazione di secoli”.
GIOACCHINO DA FIORE
(in Il Cristo fotòforo florense, di Pasquale Lopetrone,
2013,edizione on line)
Abbiamo giorni difficili davanti a noi.
Ma davvero non ha importanza per me adesso,
perché sono stato sulla cima della montagna.
E non mi preoccupo. (…) Voglio solo fare la volontà di Dio.
E lui mi ha concesso di salire sulla montagna.
E io ho guardato oltre. E ho visto la terra promessa.
Potrei non arrivarci assieme a voi.
Ma stasera voglio che sappiate che noi, come popolo,
arriveremo alla terra promessa. E stasera sono felice.
Non mi impensierisco per nulla, non temo alcun uomo.
I miei occhi hanno visto la gloria dell’avvento del Signore”.
Memphis, Tennessee, 3 aprile 1968
(Estratto dall’ultimo discorso di MARTIN LUTHER KING,
prima di essere assassinato, il 4 aprile.)
1. LA TERRA DELL’ABATE GIOACCHINO E’ ANCORA FECONDA
E SBOCCIANO NUOVI FIORI
La terra dell’Abate calabrese Gioacchino da Fiore, dopo otto secoli, si rivela ancora feconda e sbocciano nuovi fiori. In essa germinano esperienze come quella dell’Associazione Florense per lo Sviluppo Creativo, nata dalla manifestazione “La Scuola Ripudia la Guerra”, svoltasi il 22 maggio dell’anno scorso nella Scuola Media “Gioacchino da Fiore”. Questa Associazione è nata con lo scopo di promuovere la cultura della pace, della nonviolenza e dei diritti umani, per lo sviluppo della città.
Una serie di scritti pubblicati lo scorso anno sul giornale on line “il dialogo”, ha documentato l’attività finora svolta, animata dallo spirito profetico dell’Abate e ispirata dal suo messaggio, con la visione della terza età della storia, quella dello Spirito. Emerge l’anima profonda, autentica della Calabria, al di là dei pregiudizi, stereotipi negativi, luoghi comuni, dei quali è vittima.
L’esperienza dell’Associazione si sta rivelando promettente e nel corso del suo svolgimento è stata concepita l’idea di una Marcia per la Pace, da realizzare alla fine di questo anno scolastico, lungo la strada che corre tra Jure Vetere e l’Abbazia Florense, a San Giovanni in Fiore. La proposta della Marcia ha raccolto un numero considerevole di adesioni di scuole, associazioni, dell’Amministrazione Comunale e, mentre procede la sua preparazione, va acquistando un carattere che supera la dimensione locale.
L’iniziativa della Marcia, intanto, è occasione di studio e di approfondimento del pensiero e dell’opera dell’Abate. L’Associazione promotrice si sta avvalendo di importanti contributi, quello di Padre FELICE SCALIA, e quello dell’architetto PASQUALE LOPETRONE.
2. LA SPIRITUALITA’ DI GIOACCHINO
Padre SCALIA è un “gesuita scomodo”, innamorato della Sila, “luogo dell’anima”, profondo studioso di Gioacchino. Il 25 agosto dell’anno scorso è stato insignito del Premio Speciale “Calabria – Sila – Gioacchino da Fiore” e la sera di quel giorno ha tenuto una “lezione magistrale” nella Piazza Abbazia sulla spiritualità di Gioacchino, spiegata al popolo con grande semplicità. 1
Padre Scalia, tra l’altro, ha detto:
Noi meridionali storicamente depredati di tutto ciò che avevamo, a partire dalla cosiddetta liberazione dell’Italia, dal 1870, noi che abbiamo sempre avuto fonti inesauribili non soltanto di civiltà, ma anche di grande pensiero, noi ci dovremmo ribellare al pensiero che dobbiamo vivere da accattoni.
Forse, abbiamo in mano la possibilità di comprendere dove può andare il futuro.
Oggi un’epoca finisce, perché non si può andare avanti così. Se ancora c’è la preminenza delle cose e c’è la preminenza non del denaro, ma della finanza, l’uomo sparisce. Ma questo stesso sistema implode su se stesso, tanto è vero che le crisi si succedono alle crisi.
Non è forse il tempo di mettere in auge la parte più bella dell’uomo che è il suo spirito, la sua capacità di creatura umana di crescere nella sua umanità? Non è forse il tempo di mettere in moto quella capacità di sviluppo creativo?
Da dove deve venire questo, dal mondo capitalistico che ha interesse a darci sempre cose nuove, a farci riempire sempre più di debiti, per poter lavorare sempre per pagare questi debiti? O deve venire al contrario da chi dice: non ho bisogno di tutto ciò, ho bisogno soltanto di vivere in una città umana, dove i miei figli possano giocare tranquillamente alla luce di un lampione più o meno luminoso?
Io ho bisogno che i miei vicini non mi guardino come un nemico, come uno che vuole le loro cose, un possibile predone delle loro cose. Io ti voglio vedere fratello, perché io voglio vedere in te e tu devi vedere in me colui che nelle difficoltà darà una mano, non colui che mi darà ancora una volta un calcio per affossarmi ancora di più dal punto dove io sono.
Francesco d’Assisi diceva: i monaci non devono possedere la propria casa dove stanno, niente, devono essere mendicanti per essere segno che i poveri sono la voce di Dio su questa terra.
Chi piglierà il testimone di Gioacchino da Fiore?
Lungo questi 800 anni Gioacchino non ha mai cessato di essere una persona che turba. Forse lo studioso più rinomato di Gioacchino è il gesuita cardinale Henri De Lubac che ha scritto due grossi volumi di circa mille pagine su Gioacchino da Fiore. Il pensiero di Gioacchino, il suo desiderio di pace, di povertà, si infila perfino nell’aula conciliare al Vaticano II e tutti quelli che come Yves Congar auspicano un cambiamento della Chiesa, un nuovo atteggiamento della Chiesa verso il mondo, una Chiesa che faccia proprie le gioie, le speranze, il cammino arduo dell’umanità di questo mondo, tutti costoro attingevano a Gioacchino da Fiore.
E Spinoza, e Erich Fromm, per parlare di un laico, e Campanella, persone tutte che, ogni volta che hanno voluto parlare di speranza, non potevano non riferirsi che a lui.
Io non so oggi se siamo pronti a prendere noi il testimone.
Quando si parla della necessità di spiritualità, non so cosa s’intende: che le chiese si riempiano? Ma già, forse, sono piene. Che si dicano più rosari? Ma quanta gente, anziana e non anziana, oggi prega! Non è questa la spiritualità o, meglio, non si tratta di aumento di cose spirituali, perché se una cosa è importante oggi è smetterla con questa dicotomia di una vita ordinaria, là dove io vivo secondo il mondo, e poi una vita in chiesa, dove io ascolto la parola del Signore e dico: ma quanto è bello!
Peccato che non lo posso dire. E’ importante che le due cose vadano insieme.
La spiritualità di cui si parla è un modo di vivere la mia vita quotidiana, vivere tutto secondo questo Spirito di Dio: cioè, l’altro è mio fratello, né da depredare, né da ingannare, ma da amare e servire.
Quando tutto questo non sarà oggetto di un battimani, ma sarà esperienza, allora, forse, potremo dire che siamo degni di essere cittadini di una città come San Giovanni in Fiore”.
3. ATTUALITA’ DEL MESSAGGIO DI GIOACCHINO
Ancora Padre SCALIA in una recente intervista 2, rispondendo alla domanda: “Si può parlare lato sensu di un’eredità ‘politica’ del pensiero gioachimita?”, ha risposto:
Certamente che se ne può parlare. Gioacchino da Fiore conosceva bene il mondo politico di allora. Conosceva la politica accentratrice dei pontefici romani, la loro rivendicazione di poteri assoluti non solo sui credenti ma anche sui principi ed i re. Vuole ‘altro’. Anzi: vede ‘altro’ come destino dell’uomo in attuazione dei piani divini di salvezza. Credo che in tempi in cui la storia era affidata solo alla forza dei potenti di turno, pensare possibile una storia costruita dallo Spirito di Amore, credere cioè che l’Amore possa non solo animare i sentimenti personali ma strutturare la storia, era semplicemente ‘rivoluzionario’. Anzi per lui era la pienezza, la completezza di quella ‘rivoluzione’ che era sbocciata a Nazareth in quel ‘Fiore’ che era Gesù. Si può dire che questo pensiero gioachimita di novità che non rinnega il passato ma lo ‘supera’, solca ogni pensatore medievale e moderno, ogni teologo, che si rifiuta di imbalsamare Dio ma crede nel Dio vivente. Chi ha cercato di delineare l’uomo nuovo, la storia umanizzata, non ha potuto fare a meno di riferirsi (spesso esplicitamente) all’Abate calabrese. Direbbe Ernst Bloch che in Gioacchino da Fiore rivive la ‘linea rossa’ del profetismo biblico e dunque della speranza che anima ogni uomo cosciente di essere tale. Una tale speranza ha animato anche i vescovi del Vaticano II”.
E alla domanda: “C’è un Gioacchino da Fiore inesplorato?”, ha risposto:
Il Centro Internazionale di Studi Gioachimiti sta portando alla luce veri tesori sconosciuti alla grande massa. Io direi che c’è un Gioacchino da Fiore ancora da accogliere. C’è un pregiudizio su di lui, un sospetto di eresia. A nulla è valsa la dichiarazione di papa Onorio III nel 1220 sulla piena ortodossia dell’Abate calabrese. Il punto è che Gioacchino è scomodo, molto scomodo. Presupporre una chiesa che passa dal culto della legge alla legge dell’Amore, dalla lettera allo Spirito, significa relativizzare un tipo di gerarchia ed un modo di governo che nella cosiddetta ‘riforma gregoriana’ erano al contrario una meta da perseguire ad ogni costo. Una chiesa che non ha bisogno di un papa-re, né di una banca vaticana, di una burocratizzazione dello Spirito, né di un accentramento disciplinare romano, una simile chiesa fa paura anche oggi, soprattutto a quanti non servono Dio ma si servono di Dio”.
E alla domanda: “Qual è, se c’è, la modernità del pensiero di Gioacchino?”, ha risposto:
Mi pare consista nella sua visione del futuro come luogo della rivelazione di Dio e dell’uomo. Il meglio non è nel passato, ma nel futuro. Non c’è una ‘età dell’oro’ a cui ritornare, ma una bellezza-pienezza di essere, di relazione che bisogna costruire. L’uomo eccede le sue realizzazioni storiche. Per dirla in termini paolini ‘l’uomo è già figlio di Dio ma ciò che è non appare ancora, deve ancora essere rivelato’. La fiducia nel futuro, nella capacità umana di risolvere i problemi, anima quanti sono sempre alla ricerca di un ‘più’, di un ‘meglio’, e non si appiattiscono alla conservazione del passato”.
Infine, alla domanda: “Secondo lei quale dovrà essere la missione della Chiesa nei prossimi anni?”, ha risposto:
“… due tappe attendono la chiesa: vivere il Vaticano II, andare oltre il Vaticano II. Vivere il Concilio che da ben due pontificati è stato messo in ombra se non osteggiato. Quando parlo di Concilio intendo la visione del Cristo come salvatore della storia e non solo dell’al di là, la centralità del Regno di Dio e la relativizzazione della chiesa a ‘segno e strumento di salvezza’, la fiducia nell’uomo e nel cammino degli uomini (quale che sia la cultura e la religione), la Parola di Dio come norma suprema del vivere, del credere, delle stesse azioni liturgiche, la chiesa come ‘popolo di Dio’ che ritorna al vangelo e vede nei ‘piccoli’ e nei ‘poveri’ non oggetti di pastorale ma maestri nello Spirito … Andare oltre il Vaticano II significa affrontare con spirito evangelico i problemi che in questi 50 anni che ci separano da quell’evento, sono sorti. ‘Non è il Vangelo che cambia, siamo noi che lo comprendiamo meglio’ – diceva Giovanni XXIII. Ecco, la chiesa deve comprendere meglio il Vangelo alla luce del cammino fatto dall’uomo per la cui salvezza è stato annunciato”.
4. LA LUCE DI GIOACCHINO DALLA MONTAGNA CALABRESE DELLA SILA
JURE VETERE (Fiore antico) è il nome della località, distante circa 5 chilometri da San Giovanni in Fiore, scelta da Gioacchino per edificare la sua prima Abbazia (Protocenobio, o Protomonastero).
L’Abate aveva scelto quel luogo di pace perché adatto a rigenerare la spiritualità.
Il sito fu scoperto sul finire degli anni 90 del secolo scorso dall’architetto sangiovannese PASQUALE LOPETRONE, restauratore-conservatore di monumenti.
LOPETRONE è anche studioso delle varie tipologie architettoniche, comprese le architetture religiose. Come studioso, quindi, è portato a “valutare i caratteri propri di ogni costruzione”. Una particolare attenzione ha dedicato alla Chiesa abbaziale florense.
E’ autore di numerose pubblicazioni, una delle quali, ricca di referenze iconografiche, ha come titolo Il Cristo fotòforo florense (Publisfera Edizioni, 2012). Altra edizione, del 2013, è on line.
Nel “Prologo” leggiamo:
“Gli edifici religiosi, giacché connotati da aspetti trascendentali, si elevano sul resto; la loro creazione, frutto di processi intellettuali imbrigliati dalla teologia, è il risultato di una vera e propria ‘creazione’, scaturita dall’unione tra lo spirito del dettato divino, la tecnica e il lavoro manuale.
La Chiesa abbaziale florense rientra tra questa tipologia di edifici sensibili che rispondono a dimensioni codificate e funzioni prestabilite, legate ai quattro significati delle Sacre Scritture: il senso letterale che indica i fatti, l’allegoria quello cui bisogna credere, tropologico-morale quello che bisogna intendere e l’anagogia quello verso cui bisogna tendere” (p. 5).
LOPETRONE intende rispondere alla domanda se l’architettura dell’Abbazia di San Giovanni in Fiore, “caposaldo dell’architettura gioachimita”, possa essere espressione di una data teologia della storia. E a un’altra domanda: “E’ possibile che forme architettoniche sublimino manifestazioni sensibili sul piano spirituale che rimandano a un evento storico-biblico e al mondo trascendentale?” (dalla quarta di copertina).
E la foto di copertina presenta “L’Aula della chiesa abbaziale florense illuminata dalla luce del mattino”.
Il Cristo fotòforo florense è un’opera importante che è servita all’Associazione per lo studio e l’approfondimento del pensiero e del messaggio di Gioacchino.
Può servire anche come guida per la visita all’Abbazia, per vederla con occhi nuovi e intenderne meglio il valore artistico e il significato religioso.
LA LUCE NELLA BIBBIA
Il tema della luce attraversa tutta la Bibbia, dalla Genesi all’Apocalisse.
La luce è la prima delle creature, nel racconto della creazione .
«E Dio disse: “Sia la luce!”. E la luce fu». (Genesi 1,3)
Il libro dell’Apocalisse si chiude con la manifestazione della Gerusalemme celeste (22,5):
«Non vi sarà più notte, e non avranno più bisogno di luce di lampada né di luce di sole perché il Signore Iddio li illuminerà. E regneranno nei secoli dei secoli».
Nei libri profetici la simbologia della luce è collegata soprattutto alla manifestazione del Messia.
Nel Vangelo di Giovanni c’è la più alta identificazione di Gesù con la luce. E’ paradigmatico il “Prologo”, in cui ricorre sei volte la parola fos, cioè luce.
LE ARMI DELLA LUCE
Dalla liturgia del 2 dicembre 2013
  • Prima lettura (Is 2, 1-5):
“… Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri,
dalle loro lance faranno falci;
una nazione non alzerà più la spada
contro un’altra nazione,
non impareranno più l’arte della guerra.
Casa di Giacobbe, venite,
camminiamo nella luce del Signore”.
  • Salmo responsoriale (dal Salmo 121):
“… Chiedete pace per Gerusalemme:
vivano sicuri quelli che ti amano
sia pace nelle tue mura,
sicurezza nei tuoi palazzi.
Per i miei fratelli e i miei amici
lo dirò: «Su di te sia pace»”.
  • Seconda lettura (Rm 13, 11-14):
“… La notte è avanzata, il giorno è vicino. Perciò gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce”.
LA LUCE DELLA TRASFIGURAZIONE (Pasquale Lopetrone)
Leggiamo quanto LOPETRONE scrive nel libro già citato:
Il Gesù Cristo fotòforo in maestà (fig. 1), non figurato ma trasfigurato dalla luce che attraversa i trafori ordinati sul muro orientale dell’abside della chiesa abbaziale florense di San Giovanni in Fiore, allude alla presenza di Dio, sia in cielo sia in terra.
Quei trafori luminosi (costituiti da un grande rosone circolare, da tre piccoli rosoni disposti intorno al grande cerchio, a mo’ di triangolo, e dalle sottostanti tre monofore), oltre a proporre un singolare quadro simbolico, costruiscono una composizione sensibile, che nell’insieme conforma vaghe forme antropomorfiche ‘in dissoluzione’, collegabile alla descrizione fatta nei passi del Vangelo dove si racconta che Gesù, salito sul monte, fu trasfigurato in luce.
[In nota vengono riportati i passi dei Vangeli sinottici: Matteo 17, 1-9; Marco 9, 1-9; Luca 9, 28-36]
In particolare, la composizione, attraverso una combinazione luce/ombra, offre al credente uno spettacolo di luce suggestivo, simile a quello che fu partecipato ai tre Apostoli sul monte Tabor. La scena articolata su sette trafori, sembra condensare l’attimo in cui la luce ‘dissolve’ le fattezze umane del Cristo, quando «il suo volto cambiò d’aspetto», «divenne come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce», manifestando la natura divina di Gesù fatto uomo, per come la voce disse: «Questi è il Figlio mio prediletto; ascoltatelo!».
La scena dell’abside florense (…), alludendo alla Trinità, sublimina la teofania della Trasfigurazione, evento in cui Cristo ebbe modo di rivelare, ai tre Apostoli prescelti e al mondo, la sua Gloria, annunciare la Pasqua di resurrezione, il Regno dei Cieli e proclamare, attraverso il Padre, anche la Gloria degli uomini che ascoltano la sua Parola.
La composizione di luce, oltre a richiamare la presenza di Dio, rinnova gli interrogativi escatologici legati alle attese ultime dell’uomo – la vita oltre la morte -, suscitando nell’essere la conversione, l’opportunità di ravvedersi e di riconoscere la propria condizione di peccatore, quindi l’occasione di intraprendere la via della salvezza e vivere l’esperienza della luce spirituale, che illumina il cammino e l’accesso al Paradiso. Conseguentemente, con l’inizio della penitenza si avvia anche la fase di transito, ‘dal buio della morte alla luce della redenzione di Cristo fotòforo (generatore di luce), e così, bramando un saldo legame col Padre Eterno, si accoglie definitivamente nell’anima la luce spirituale, che apre le porte a Cristo e innesca una consapevole ricettività verso la volontà divina. Quella stessa luce, col fortificare del Credo e della Fede, fa crescere nell’essere la volontà di rinascere, il desiderio di svuotarsi (kenosis), liberarsi, spogliarsi, evolversi, rendendolo capace di calcare il sentiero della speranza, che sempre sale, fino in vetta Monte della Trasfigurazione.
Lo scopo è raggiunto quando lo stato d’essere cosciente dell’uomo spirituale lo è anche per l’uomo incarnato, giacché, questi, allora, recepito il fine apocalittico della storia, non è più alla mercé del corpo fisico, ‘vittima del mondo’, ma procede libero, col volto splendente e la sua luce si effonde su ciò che lo circonda, perché quell’uomo persegue il rifiuto d’ogni bene terreno, perfino della vita stessa, perché l’uomo vive non per questa vita ma per un’altra, non per questo mondo ma per il Regno che verrà alla fine del mondo.
In questa proiezione escatologica la luce che travalica la parete gioachimita è luce indirizzata verso l’anima desiderosa di trasfigurarsi nella luce di Cristo che è luce della Trinità («La Luce non è altri che suo Figlio Gesù che ha detto: Io sono la luce del mondo; chi segue me non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita.»),affinché la Trinità diventi esperienza vivente dell’essere e aiuti ad accantonare definitivamente il bisogno di ricercare altre prove sull’esistenza di Dio, perché la Sua presenza è luce, quella luce, metafora anche di connessione tra cielo e terra, che santifica, vivifica e guida spiritualmente tutti quelli che bramano conquistare il Regno dei Cieli”. 3
LA TEOLOGIA DELLA MONTAGNA
LE MONTAGNE NELLA BIBBIA
La teologia della Luce si collega, nella Bibbia, alla teologia della Montagna.
Se il Tabor è connotato nei Vangeli come il Monte della Trasfigurazione, nella Bibbia vi sono altri monti, variamente connotati (Gianfranco Ravasi).
  • Il Monte Sion: Genesi, 22 ( monte della fede); Isaia 2, 1-5 (monte della pace); 1 Re 8, 27 (monte dell’abbraccio di Dio con l’uomo).
  • Il Monte Sinai: Esodo, 19-26 (1. monte della teofania; 2. monte della teologia; 3. monte della diafania).
  • Il Monte delle Beatitudini: Matteo 5, 1 e segg.
  • Il Monte degli Ulivi: Luca 22, 39 (monte della passione di Gesù).
Il tema del rapporto dell’uomo con la montagna è stato già studiato, nelle varie religioni e culture.
In sintesi: la montagna è stata vista come sacra, simbolo della trascendenza, della tensione dell’uomo verso il divino. Luogo di ascesi, contemplazione e preghiera. E’ luogo di avvenimenti speciali. Si sale verso la cima, guardando dalla terra verso il cielo.
5. DAL MONTE TABOR ALLA SILA AL SUBASIO
Seguendo le orme di Gioacchino da Fiore si è delineato un itinerario spirituale che parte dal Tabor, come Monte della Trasfigurazione, con Gioacchino da Fiore arriva alla Sila, montagna calabrese, e con Francesco d’Assisi arriva al Subasio, montagna umbra.
Qual è il collegamento tra Gioacchino da Fiore e Francesco d’Assisi?
Il problema è complesso.
ERNESTO BUONAIUTI scrisse:
La catena appeninica non è soltanto fisicamente la spina dorsale della penisola. Dalla Sila al Subasio è corsa, nella maturità del Medio Evo italiano, una stupenda continuità spirituale.
Aveva annunciato Gioacchino: ‘il primo stato del mondo fu stato di schiavi, il secondo di liberi; il terzo sarà comunità di amici’. Quando il poeta che aveva sciolto l’inno alato alla veniente risurrezione del regno di Dio si spegneva nella solitudine della sua Sila, Francesco subiva in una prigione di Perugia la sua prima delusione politica.
Ma non era ancora suonato l’istante della conversione. Questa sopravvenne, brusca e inattesa, quel giorno in cui a Spoleto, sul punto di arruolarsi ai servizi di Gualtiero di Brienne, Francesco preferì, secondo la consegna di Gioacchino, all’armatura, la cetra.
Gli era giunto agli orecchi il prognostico sconcertante del veggente di Fiore? Impossibile rispondere.
E noi non sapremo mai per quali vie sotterranee il messaggio profetico di Gioacchino da Fiore si insinuò nell’organismo precoce del francescanesimo primitivo. Sta di fatto però che le corrispondenze fra la visione del terzo stato gioachimita e il programma minoritico sono copiose e precise: dalla consegna assoluta della povertà e della rinuncia, al proselitismo laico, dall’indifferenza e dall’autonomia di fronte ai privilegi curiali, alla concezione della crociata puramente pacifica ed evangelica.
Come la vita di Gesù tradiva conformità prodigiose al vaticinio dei profeti, allo stesso modo l’opera di Francesco si uniformava ai presagi del profeta calabrese.
E solo la fiammata di sogno accesa dalle resine delle pinete silane poteva apprestare, propagandosi su per le balze dell’Appennino, la temperie acconcia allo sbocciare del canto delle Creature”. 4
6. DANILO DOLCI NELLA TERRA DI GIOACCHINO
E IL FIORE, ANNUNCIO DI FUTURO
Nella terra di Gioacchino semi fecondi furono sparsi nei primi anni 90 del secolo scorso da un altro profeta, DANILO DOLCI (1924-1997), riconosciuto tra i più grandi maestri della nonviolenza moderna. Dolci fu attratto e ispirato dalla tradizione culturale di questa terra. Vi soggiornò per lunghi e frequenti periodi, come nella zona silana, operando per lo sviluppo creativo, geniale maieuta e cantore, lasciando molte tracce in varie sue opere.
Su Gioacchino, Dolci scrisse:
E’ utile il profeta, la scoperta del dire meditante che ricerca e interpreta presagi? E’ come domandarsi se il vedere – nelle ampie prospettive dei diversi spazi e tempi – giova.
Si può discutere un interpretare ma fra le ginestre di Corazzo e i boschi di San Giovanni in Fiore otto secoli fa è germinata una nuova ermeneutica del mondo, che rischiamo ignorare, dissipare. L’economia – ci avvisa – è la scienza-arte della salute: di ciascuno, insieme.
Se il veggente esprime il desiderio di strutture pacifiche del mondo, nel secolo in cui Gandhi solidifica gli strumenti di lotta e innovazione pacifica, dalla Calabria ancora rigermogliano esperienze concrete a illuminarci.
Se i futurologi – sempre esistiti nei più diversi modi – studiano tendenze, chi attento al vicino e al più lontano con gli occhi dell’ascesi comunitaria osserva pur studiando alternative necessarie, è un costruttore etico, un poeta dell’etica profonda. Tra quelle di Agostino e Bonaventura, non è ancora esaurita l’ermeneutica del calabrese abate Gioacchino: l’annunzio che inventa costruendo il comunicare”. 5
Il fiore (boccioli di rosa) è uno degli elementi raffigurati nello stemma civico di San Giovanni in Fiore ed è nel nome della città.
Del fiore, visto sbocciare nella terra di Gioacchino, Dolci ha interpretato ed espresso il senso profondo:
Ai cigli della strada verso il lago Ampollino, tra il verde sgrumarsi delle felci e in prati aperti fioriscono … cespugli di ginestre, rive scoscese folte di ginestre.
Fiore è irradiare annunziante gioia a ognuno e desiderio sapiente di congiungersi. Nel fiorire l’esistere – fiorire del mondo per il mondo – annunzia e silenziosamente chiama”. 6
Palmi, 31 gennaio 2014
RAFFAELLO SAFFIOTI
Centro Gandhi
raffaello.saffioti@gmail.com
1 RAFFAELLO SAFFIOTI, “A Padre FELICE SCALIA, gesuita scomodo, il Premio Speciale ‘Calabria – Sila – Gioacchino da Fiore’” (“il dialogo”, 9 settembre 2013 – www.ildialogo.org)
 
2 LUIGI PANDOLFI, intervista a PADRE FELICE SCALIA, “Da Mazzini ad Obama: l’eredità politica del pensiero di Gioacchino da Fiore”, 18 novembre 2013 (www.scenariglobali.it).
 
3 PASQUALE LOPETRONE, Il Cristo fotòforo florense, Publisfera Edizioni, 2012, pp. 9-11.
 
4 ERNESTO BUONAIUTI, Gioacchino da Fiore. I tempi, la vita, il messaggio, Lionello Giordano Editore, Cosenza, 1984, pp. 4-6.
 
5 DANILO DOLCI (a cura di), Sorgente e progetto. Per una ricerca autoanalitica dall’intima Calabria all’industria del Nord, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli (CZ), 1991, pp. 76, 79, 219.
 
6 Ibidem, p. 53.



Venerdì 31 Gennaio,2014 Ore: 17:57
 
 
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