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www.ildialogo.org Inchiesta di Famiglia Cristiana sugli immigranti in provincia di Caserta,di Luciano Scalettari

Inchiesta di Famiglia Cristiana sugli immigranti in provincia di Caserta

di Luciano Scalettari

INCHIESTA
GLI STRANIERI NEI CAMPI, DA CASERTA A BRESCIA

LE NOSTRE BRACCIA
Arance e carciofi. Mele e latte. L’Italia si regge sugli immigrati: 90 mila, secondo i dati ufficiali. In realtà sono molti di più. Alcuni trattati come schiavi. Altri, invece, integrati. Ecco le loro storie.

Mostra mani callose e ruvide. «Non sono di uno spacciatore, queste», dice, con le labbra tremanti di rabbia. «Sono mani di uno che lavora duro. Allora perché ci danno la caccia? Perché fermano gli autobus alle cinque del mattino e ci portano via? Oggi, all’alba, 90 ne hanno presi. Abbiamo paura anche di uscire per strada. Ma se non cerchiamo lavoro, come possiamo mangiare?».

 

'arrivo
del ministro Maroni, ha riunito migliaia di stranieri.

È certamente la maggiore concentrazione in Italia, in rapporto alla popolazione locale che non arriva a 25 mila unità. Ma non è l’inferno che certi giornali raccontano in questi giorni, magari perché così si giustifica un altro intervento di deportazione come a Rosarno».

Momenti della protesta degli immigrati a Caserta, svoltasi il 19 gennaio. La manifestazione, organizzata il giorno prima dell arrivo del ministro Maroni, ha riunito migliaia di stranieri (foto di Cesare Abbate/Fotoagenzia Napoli).

«Certo, ci sono anche spacciatori e prostitute», continua padre Antonio, «ma la stragrande maggioranza è gente onesta che vuole solo lavorare. La soluzione non è la repressione. Se non si apre una finestra verso la regolarizzazione, continueranno a girare nell’illegalità, braccia a poco prezzo e senza diritti». Pochissimi trovano un posto nella zona di Castel Volturno. Vanno nel Foggiano, in Sicilia o in Calabria per "la stagione", o aspettano lungo la Domiziana il "caporale" che li porti a Napoli o Caserta per lavorare a giornata.

Prince

Prince ha fatto di tutto, e subìto di tutto. Ha lavorato in edilizia e in agricoltura, cacciato quando chiedeva di essere messo in regola, sfruttato fino all’osso ovunque: «Ti chiamano quando c’è da fare il lavoro duro», spiega, «come portare i sacchi di cemento all’ottavo piano o scaricare un camion di materiale». Mostra la mano sinistra: «Una volta mi sono mozzato un pezzo di dito. Mi hanno buttato in strada per non avere rogne. Che futuro ci può essere qui?» Se lo chiede lui come tutti gli altri, intorno al tavolo del ristorantino di Rose: «Siamo solo carne da macello, braccati dalla Polizia», dicono, «non abbiamo nemmeno il denaro per tornare nel nostro Paese. E anche l’avessimo, con che faccia ci presenteremmo ai nostri familiari, che ci hanno dato tutto ciò che avevano per il viaggio della speranza?».

Per capire cosa intendono concretamente per "sfruttamento", occorre andare al Centro sociale di Caserta, dove ha sede il Movimento dei migranti e dei rifugiati. Il mercoledì e il venerdì funziona lo Sportello legale e di assistenza. Quando arriviamo c’è una fila di 250 persone che presentano il loro problema e poi parlano con gli operatori. Trenta persone di staff, quattro avvocati, tanti volontari, questa realtà singolare è gestita insieme da Caritas, Sacramentini della comunità di Caserta, Comboniani, oltre agli attivisti del Centro sociale.

Gian Luca Castaldi

«Ci occupiamo di immigrazione da 15 anni», gli fa eco Mimma D’Amico, del Centro sociale, «e ormai siamo un punto di riferimento: in un anno prendiamo in carico circa 4 mila persone. Lo Sportello fa informazione. Aiuta gli immigrati a risolvere i problemi di ciascuno. Accompagniamo anche le loro rivendicazioni e la loro lotta per i diritti. Il problema sono le leggi, inique e inefficaci. Ma lo sa che a settembre scorso avevamo la fila di piccoli imprenditori, qui fuori, che ci chiedevano allibiti perché mai non potessero regolarizzarli e prenderli a lavorare com’è avvenuto per le badanti? Se si continua a far finta di non vedere, presto o tardi, Castel Volturno diventerà un’altra Rosarno».

, un operatore della Caritas, si occupa delle denunce di sfruttamento: «Il caporalato "normale" consiste in paghe di 25 euro al giorno per 14 ore di lavoro. Non sono questi i casi gravi». No. I casi gravi narrano di lavoro non pagato, di violenze reiterate, di minacce con la pistola in mano, di insulti e pestaggi. «Fino alle situazioni-limite», spiega Castaldi, «come la storia raccontata da Kwadwo, arrivato allo Sportello pieno di ustioni perché per "scherzare" i datori di lavoro lo mettevano con la testa dentro un forno, e una volta gli è scivolato dentro».
è uno di loro. È sposato con Rose, conosciuta qui in Italia, entrambi sono arrivati dalla Libia via mare, lui liberiano e lei ghanese. La moglie gestisce dentro casa un piccolo ristorantino all’africana (in media, un pranzo costa 3 euro), lui va dove lo chiamano. «Sono un fortunato», dice, «perché dopo sette anni mi sono fatto un giro di padroni che mi chiamano direttamente. Non devo aspettare in strada i "caporali". Ma si lavora poco e con quello che ci danno, tra 25 e 35 euro al giorno, non riusciamo a mandare niente in patria».

 



Luciano Scalettari
   
   

 

Fonte: http://www.sanpaolo.org/fc/1005fc/1005fc30.htm

MARINI (COLDIRETTI): «PRESENZA VITALE»

Per il 10 per cento dei lavori agricoli e per quasi un quarto del made in Italy a denominazione di origine alimentare è determinante il contributo dei lavoratori immigrati, senza i quali non sarebbe possibile la produzione di numerose eccellenze e prodotti tipici. A fornire i dati è il presidente della Coldiretti Sergio Marini, la più grande organizzazione di imprenditori agricoli con più di un milione e mezzo di associati. «Nelle campagne italiane», dice Marini, «lavorano regolarmente circa 90 mila immigrati extracomunitari, dei quali circa 15 mila con contratti a tempo indeterminato».

Gli stranieri occupati nell’agricoltura appartengono a 155 diverse nazionalità. Non ci sono solo Rosarno e Castel Volturno. «In molti "distretti agricoli" i lavoratori immigrati sono una componente bene integrata nel tessuto economico e sociale», aggiunge il presidente della Coldiretti: «È il caso della preparazione delle barbatelle in Friuli, della raccolta delle fragole nel Veronese, delle mele in Trentino, della frutta in Emilia Romagna, dell’uva in Piemonte fino agli allevamenti in Lombardia, dove a lavorare nelle stalle sono soprattutto gli indiani, mentre i macedoni sono coinvolti, principalmente, nella pastorizia». Le aziende agricole italiane che assumono immigrati stranieri risultano essere circa 30 mila. Perché Rosarno? «Per diversi motivi», risponde Marini. «Primo», spiega, «perché la nuova normativa europea di due anni fa non paga più gli incentivi agli agricoltori in base al raccolto, ma in base alla superficie, cioè a ettaro. Perciò tanti hanno rinunciato a raccogliere e molti stagionali sono rimasti senza lavoro. La raccolta, inoltre, non viene fatta dai proprietari della terra, ma da commercianti, i quali per trovare la manodopera utilizzano cooperative o società di servizi, tra le quali s’annidano caporalato e illegalità; al Sud, s’insinuano le mafie».

Infine, i prezzi: le arance destinate all’industria alimentare vengono pagate da 4 a 6 centesimi al chilo. In Italia c’è l’anomalia del regime di oligopolio della grande distribuzione, che di fatto impone i prezzi. «L’Europa continua a dire "no" all’etichettatura sull’origine del prodotto», conclude Marini, «perché favorirebbe – dicono proprio così – la produzione italiana. Il "no" dell’Europa è sostenuto, purtroppo, anche dalla nostra Confindustria. Così, nei succhi di frutta beviamo il concentrato surgelato brasiliano invece delle arance siciliane, il latte a lunga conservazione viene tutto dall’estero. E gli immigrati, l’anello più debole della catena, vengono sempre più sfruttati».

L.Sc.

Non siamo a Rosarno, ma a Castel Volturno. Issah, da Rosarno, ci è appena arrivato, fuggito in tempo prima della deportazione. Ci andava sempre, tre mesi in Sicilia per le arance, due in Puglia per i pomodori, il resto dell’anno a cercare lavori di fortuna, andando in strada, sulla Domiziana alle quattro o alle cinque di mattina, ad aspettare che passino i "caporali" per tirar su i kalifoo, gli schiavi a giornata, come vengono chiamati qui con una parola importata dalla Libia. Issah e gli altri, in maggioranza ghanesi, ci accolgono guardinghi e diffidenti. Hanno assistito alla "caccia all’uomo" di Rosarno delle ronde calabresi, e ora ne vivono un’altra qui, ma da parte di Carabinieri e Polizia.


Momenti della protesta degli immigrati a Caserta, svoltasi il 19 gennaio.
La manifestazione, organizzata il giorno prima dell

Castel Volturno. Quindici chilometri da Casal di Principe, 10 da Villa Literno, 25 da Caserta. È il regno del clan dei "casalesi". Un tempo era paese di seconde case dei benestanti di Napoli e Caserta; oggi, col mare inquinato, in vacanza non ci viene più nessuno e si affitta agli stranieri. Le strade si presentano semideserte, mentre alle porte sbarrate si alter-nano abitazioni stracolme di africani. Thomas, Rose, Dominic, Prince e gli altri ci incontrano perché ci ha condotti da loro padre Filippo Mondini, uno dei tre comboniani della parrocchia Santa Maria dell’aiuto. Tutti africani, sono cattolici e frequentano la parrocchia. 

«L’Africa è qui da noi», spiega il neo parroco padre Antonio Bonato, succeduto da pochissimo a padre Giorgio Poletti, che 15 anni fa ha fondato la comunità. «Stiamo semplicemente accanto a loro, accompagnandoli in un cammino che è di fede, ma anche di rivendicazione della dignità umana. L’intento è far sì che gli africani diventino protagonisti, nello spirito del beato Comboni: salvare l’Africa con l’Africa. A Castel Volturno gli immigrati sono fra 6 e 7 mila.



Luned́ 01 Febbraio,2010 Ore: 16:10
 
 
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