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www.ildialogo.org DOPO LA PARENTESI LUGO, IL PARAGUAY TORNA ALLA "NORMALITÀ",da Adista Notizie n. 17 del 04/05/2013

DOPO LA PARENTESI LUGO, IL PARAGUAY TORNA ALLA "NORMALITÀ"

da Adista Notizie n. 17 del 04/05/2013

37151. ASUNCION-ADISTA. Liquidata con un colpo di Stato di nuova generazione la fastidiosa parentesi presidenziale di Fernando Lugo – destituito il 22 giugno del 2012 sulla base di un procedimento solo formalmente rispettoso della Costituzione, ma in realtà riconducibile ad un preciso disegno di destabilizzazione da parte dell’oligarchia (v. Adista Notizie n. 25/12) –, il Partito Colorado, al potere ininterrottamente per 61 anni, dal 1946 al 2008, si è ripreso quel governo che ha sempre considerato “cosa sua”. A dimostrazione – proprio come avvenuto in Honduras – che il golpe paga sempre.
A guidare il Partito Colorado alla riconquista del potere è stato l’imprenditore 56enne Horacio Cartes, “il re del tabacco”, il quale, alle elezioni del 21 aprile scorso, ha avuto la meglio (45,8 contro 36,9) sul candidato del Partito Liberale Radicale Autentico, Efraín Alegre, già ministro delle Opere Pubbliche nel governo Lugo (che lo aveva destituito dopo due anni): una partita tutta giocata in casa dell’oligarchia, al servizio della quale i due partiti si erano alleati per rovesciare l’odiato ex vescovo, consegnando il potere, per i restanti 14 mesi del mandato presidenziale, al vice Federico Franco. Di questi ancora risuonano le parole di giubilo pronunciate recentemente in Spagna a proposito del «miracolo» rappresentato dalla scomparsa «dalla faccia della terra del signor Chávez», a suo dire colpevole di aver «arrecato molto danno» al Paraguay («deve essere perché Chávez aveva incorporato questo Paese nel programma di fornitura preferenziale del petrolio a prezzo di molto inferiore a quello di mercato», ha commentato ironicamente il sociologo Atilio Borón).
Di certo, il nuovo presidente, un nostalgico della dittatura e uno degli imprenditori più potenti del Paese – è a capo di un impero di cui fanno parte 26 imprese ed è proprietario di una importante squadra di calcio, la Libertad de Asunción –, non sembra essere proprio un modello di onestà, stando alle accuse che gli vengono rivolte di riciclaggio e di narcotraffico. Cartes, chiamato anche il “Berlusconi guaranì”, figura peraltro anche in un cablogramma dell’Ambasciata Usa a Buenos Aires (datato 5 gennaio 2010) diretto, tra gli altri, agli uffici dell’agenzia federale antidroga, Dea, che lo vincola ad attività illecite nella regione della Triple Frontera (tra Brasile, Argentina e Paraguay). Né di lui si può dire che sia sensibile alla questione dei diritti civili: come evidenzia l’Aduc (http://droghe.aduc.it), «ad una domanda sul matrimonio gay, Cartes ha risposto che, se suo figlio si sposasse con un uomo, gli tirerebbe una fucilata sui coglioni».
Al solito, la sinistra ci ha messo del suo, presentandosi alle elezioni divisa tra ben cinque candidati, malgrado gli inviti all’unità espressi prima dell’inizio della campagna elettorale e risuonati anche all’indomani delle elezioni. Il più votato, con il 5,9% dei voti, è stato l’ex presentatore televisivo Mario Ferreiro di Avanza País (coalizione sostenuta, tra gli altri, dal primo ministro del governo Lugo, Miguel López Perito), che ha preceduto il candidato del Frente Guasù (il partito di Lugo), Aníbal Carrillo, pediatra 58enne con una grande esperienza sindacale alle spalle. Troppo piccolo l’intervallo di tempo tra il golpe parlamentare e le elezioni del 21 aprile – ha spiegato Lilian Soto, candidata alla presidenza per un altro movimento di sinistra, Kuña Pyrenda – per realizzare un accordo unitario: «Un processo di articolazione di questa portata richiede tempo. I paraguayani hanno passato 35 anni sotto un regime in cui chi si professava comunista o di sinistra veniva torturato, esiliato o ucciso. Varie generazioni sono state spazzate via. Ora che stanno emergendo nuovi settori della sinistra diventa difficile unirsi sacrificando la propria identità».
Ma sul modesto risultato della sinistra hanno pesato anche il suo enorme svantaggio in termini di disponibilità economica rispetto ai due principali partiti, con la conseguente invisibilità dei suoi candidati durante la campagna elettorale, e il diffuso fenomeno della compravendita dei voti, su cui hanno richiamato l’attenzione anche i vescovi del Paraguay. Quei vescovi che, di fronte al golpe parlamentare, si erano schierati di fatto contro Lugo, esortandolo a rinunciare prima ancora che avesse luogo l’impeachment del 22 giugno 2012. Un comportamento che aveva provocato un profondo malessere all’interno della Chiesa paraguayana, accresciuto dalla visita resa al presidente illegittimo Federico Franco dal nunzio apostolico Eliseo Ariotti, appena poche ore dopo il giudizio politico, e dalle immagini dell’arcivescovo coadiutore di Asunción, Edmundo Valenzuela, nell’atto di somministrare la comunione al presidente golpista (comportamento, tuttavia, rispetto a cui la Conferenza episcopale aveva poi chiesto perdono, motivando le pressioni esercitate sul presidente Lugo con il timore di un imminente bagno di sangue; v. Adista Notizie nn. 25, 26, 28 e 33/12). (claudia fanti)

Articolo tratto da
ADISTA
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Sabato 04 Maggio,2013 Ore: 17:16
 
 
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