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www.ildialogo.org Un popolo mite, continuamente umiliato, ma determinato, fiero, nella convinzione che la Resistenza vincerà.,di Normanna Albertini

Un popolo mite, continuamente umiliato, ma determinato, fiero, nella convinzione che la Resistenza vincerà.

di Normanna Albertini

Intervista a Patrizia Cecconi, presidente degli “Amici della Mezzaluna Rossa Palestinese”


(L’intervista risale alla primavera del 2012)

L’avevamo vista in televisione, all’aeroporto di Fiumicino, lei, determinata attivista italiana della Freedom Flytilla, dire: “Faremo causa all’Alitalia per non averci fatto partire” . Così Patrizia Cecconi commentava la decisione della compagnia di bandiera atta a bloccare l’iniziativa internazionale che doveva portare nel cuore della Palestina oltre 1.500 persone; venivano da tutto il mondo per partecipare all’ iniziativa ‘Welcome to Palestine’. Patrizia aveva spiegato cos’era successo il 15 aprile : “ Ci siamo presentanti con regolare biglietto all’imbarco, quando ci siamo trovati dinanzi a noi dei funzionari con la lista di tutti quelli che partivano per la Palestina con un messaggio: ‘Diniego di Imbarco’. Patrizia Cecconi sarebbe dovuta partire con un gruppo di 16 persone. Una delle tante iniziative che sta portando avanti da quando è diventata presidente di una onlus che vuole dare aiuto e voce alla Palestina. L’abbiamo intervistata.

Cos’è l’associazione per la Palestina di cui fai parte e come ne sei diventata presidente?

L’Associazione Amici della Mezzaluna Rossa Palestinese è una onlus costituita nel 2003 in stretto collegamento con la Mezzaluna Rossa P. che ha sede a Ramallah, in Cisgiordania e nasce con lo scopo di sostenere in modo pacifico e con interventi di tipo culturale e umanitario la Resistenza palestinese. Le sue attività principali consistono nell’adozione a distanza di bambini palestinesi feriti o resi orfani dalle azioni dell’esercito israeliano e nella diffusione della storia e della cultura palestinese in Italia. Ne sono presidente semplicemente perché sono stata eletta dall’assemblea generale.

Cara Patrizia, "ogni epoca ha i suoi ebrei": raccontaci.

I miei racconti si sommerebbero, senza troppe differenze, a quelli dei tanti che hanno messo piede, con mente vigile e occhi attenti, in Palestina, quindi non vorrei ripetere cose note. Però potrei dire che la frase di Primo Levi si fa esperienza concreta e palpabile non appena si arriva al ponte di Allemby o all’aeroporto di Tel Aviv. Essendo la Palestina (tanto Gaza che Cisgiordania) una sorta di “fondo chiuso”, per entrare è necessario passare per i controlli israeliani, sia che si arrivi con l’aereo al Ben Gurion, sia che si passi per Allemby dalla Giordania.

Voglio solo ricordare che al ponte di Allemby, i soldati israeliani possono trasformare il passaggio di poche centinaia di metri in un’umiliazione lunga da poche ore - per i turisti che vanno in Palestina - a diversi giorni - per i palestinesi lasciati lì senza sapere se possono o non possono passare, fortunati se hanno una sedia e costretti a comprare merci israeliane se vogliono bere o mangiare durante le ore o i giorni di attesa. I bambini, dolorosamente pazienti o a volte comprensibilmente piangenti, che ricordano la poesia di Fadwa Tuqan, i cui versi si scolpiscono nell’anima come un grido che trascende il tuo essere o meno palestinese, nel momento stesso in cui Allemby occupa qualche ora della tua vita: “ Fermarsi sul ponte e mendicare un permesso! / Ahimé! Mendicare un permesso d’attraversata! / Soffocare, perdere il fiato/ Nel caldo del mezzogiorno! […] E la voce di un militare straniero/ scoppia furiosa come uno schiaffo sul volto della folla:/ Arabi… disordine… cani…/ […] Chi ha rotto le ali del tempo?/ Chi ha paralizzato le gambe del giorno?....” Ecco, vedi, dopo esserci passati ti accorgi di come la poesia della Tuqan e la letteratura palestinese in genere, spuntino dalla quotidianità dell’occupazione e mescolino l’arte alla vita. Sempre al ponte di Allemby ho assistito a umiliazioni “scientifiche” come quella di gettare le valigie palestinesi tutte in un unico gabbione capace di contenerne più o meno un centinaio, e quindi assistere alla penosa e mortificante ricerca del proprio bagaglio, quando e se il funzionario di turno dà il permesso di passare. Ovviamente la faticosa ricerca avviene sotto lo sguardo un po’ disgustato e un po’ divertito di giovanissimi soldati i quali, per piglio militaresco, per ordini urlati e spesso anche per tratti somatici nord europei sembrano dirti “vedi che la storia non ha insegnato niente?” Potrei ancora raccontarti di quando ci si è rotto il pullman con targa gialla, cioè quella israeliana che può accedere a tutte le strade e quindi, non avendo a disposizione che un pullmino con targa grigia abbiamo dovuto raggiungere Gerusalemme facendo un’infinità di Km di strade sconnesse perché i palestinesi non hanno diritto – sulla loro terra, sia chiaro – di passare per le strade segnate dall’apartheid israeliana.

Potrei anche raccontarti di quando, sul sagrato della chiesa della Natività, a Betlemme, durante il funerale di un palestinese cristiano, un ebreo integralista russo (riconoscibile dal tipo di copricapo) ha sputato sulla salma e se n’è potuto andar via, fiero del suo scempio e senza ritorsioni, perché poco più avanti alcuni soldati giocherellavano col mitra e ridacchiavano guardando verso il corteo funebre.

Sinceramente, dai tuoi viaggi in Palestina: cosa hai capito e sentito di quella terra, di quella situazione e di quella gente?

Come vedi finora non ti ho raccontato di sangue, cosa che pure fa parte della quotidianità, dato l’uso assolutamente impunito delle armi da parte dell’esercito e dei coloni, ma solo della quotidianità delle umiliazioni, e della risposta popolare che mi fa dire, contrariamente all’immagine fornita dai nostri mass media, di aver conosciuto un popolo mite.

Voglio aggiungere che questo popolo, che dati i soprusi quotidiani, tollerati da numerosi governi compreso il nostro, può essere facilmente definito “disperato” è invece un popolo stracarico di speranza. La forma di resistenza non violenta che da alcuni anni sta portando avanti, dà la misura della determinazione e della speranza che si respira anche nelle situazioni che oggettivamente sembrerebbero le più disperate. Ti faccio esempio. Siamo a sud di Hebron, sulle colline invase dai peggiori e più feroci insediamenti di ebrei integralisti, convinti di agire mossi dalla mano divina e “aiutati” in questa convinzione dalla tolleranza del loro Stato e dall’inazione degli organismi internazionali. Qui andare a scuola è un’impresa difficile, pascolare due capre è un’attività rischiosa al punto che i volontari dell’operazione Colomba si pongono come veri scudi umani (e spesso finiscono loro stessi in ospedale) per tutelare i pastori palestinesi. Andare all’università o avere un’attività indipendente poi è quasi impossibile, eppure nel villaggio di At Twani (cito questo perché lo conosco personalmente) alcune donne sono riuscite a mettere su una cooperativa producendo oggetti di artigianato e col ricavato sono riuscite a mandare e mantenere una ragazza (per ora una) all’università. Non ti sembra, questo, uno dei tanti esempi di un popolo che pur avendo davanti a sé la consapevolezza della complicità internazionale con l’occupante, ha un’incrollabile speranza dovuta alla convinzione che vincere è solo una questione di tempo? E’ un popolo mite, continuamente umiliato, ma determinato, fiero e mosso dalla speranza e dalla convinzione che la Resistenza vincerà.

Quali sono i progetti e le battaglie che, da quando sei entrata nell’associazione, stai portando avanti?

Manteniamo le adozioni a distanza perché rappresentano una forma di resistenza all’occupazione. Infatti ci piace definirci come il braccio umanitario della resistenza palestinese. Portiamo avanti ogni forma possibile di diffusione culturale perché si capisca che la Palestina non è né era “una terra senza un popolo” bensì una terra “con un popolo e una propria cultura” spesso di livello anche molto elevato. Abbiamo aderito da alcuni anni alla campagna BDS (boicottaggio, disinvestimento e sanzioni) riconoscendola come una forma valida, considerando anche l’esempio del Sud Africa, per frenare l’arbitrio israeliano. Abbiamo aderito alla campagna “Welcome to Palestine” e i nostri viaggi annuali ormai seguiranno quel percorso, vale a dire non assecondare più Israele accettando l’umiliazione di dire bugie inaccettabili per entrare in Palestina. La nostra dignità di italiani liberi di circolare la mettiamo in campo affinché si sappia che Israele assedia non solo Gaza, ma anche la Cisgiordania e impedisce a cittadini di tutto il mondo di varcare le frontiere se solo si dichiarano interessati a visitare i loro amici palestinesi. Lavoriamo con le scuole portando avanti progetti di conoscenza. Stiamo tentando un gemellaggio tra un comune della provincia di Roma ed uno del distretto di Nablus per far conoscere aspetti comuni (cultura e coltura dell’olivo, e scuola di mosaico) alle due comunità divise, ma potremmo anche dire unite, come piaceva a Vittorio Arrigoni, dal Mediterraneo.

Quanto dolore e quanta disillusione stai sopportando?

Il dolore è soprattutto quello di vedere i democratici in casa (per esempio Saviano, Augias, Travaglio, tanto per citarne qualcuno) farsi primi mistificatori, antidemocratici e sostenitori della quotidiana strage vuoi di diritti umani che di vite umane commessa da Israele senza vergogna.

Per la disillusione che dire? Basterebbe non illudersi,, ma chi lavora in questi campi un po’ idealista lo è sempre, anche se, come nel mio caso, vanta una formazione marxista. Quel pizzico di idealismo che ormai ho capito far parte di me è il primo responsabile delle mie disillusioni, ma mi lascio guidare dall’indicazione gramsciana di seguire l’ottimismo della volontà nonostante il pessimismo della ragione mi mostri quanto l’ipocrisia occidentale rappresenta uno dei più grossi ostacoli alla soluzione giusta e alle rivendicazioni legittime dei palestinesi. Ultimo esempio lo traggo dalla cronaca di questi giorni: leggo che la regione Umbria e in particolare la provincia di Perugia ricevono con tutti gli onori l’ambasciatore israeliano, e fin qui si può dire “questione di etichetta diplomatica”. Ma invece che ricordargli che il suo Paese sta violando la legalità internazionale e lo stesso diritto universale, si dicono onorati di offrirgli ogni collaborazione culturale, tecnologica, economica in particolare per quanto riguarda le energie alternative e l’acqua, dimenticando di ricordare all’ambasciatore che l’acqua che rubano ai palestinesi è un crimine. Per restare nella mia provincia, trovo scandaloso che il presidente Zingaretti, intenzionato a presentarsi come futuro sindaco democratico della Capitale, in accordo con l’ambasciatore israeliano, promuove un’iniziativa indicando ai giovani come uscire dalla crisi imitando il modello israeliano, riconoscendo ad Israele non la caratteristica, bensì il pregio, di essere una “nazione pioniera” che ha saputo conquistare ricchezza, acqua, armi e, ovviamente territori, omettendo completamente il fatto che si tratta di illegalità internazionali quando non di veri e propri crimini contro l’umanità Questo è ciò che il democratico Zingaretti propone ai giovani regalando ai più meritevoli un viaggio premio in Israele per imparare direttamente come si agisce per acquisire importanza e ricchezza. Se il sindaco Alemanno, di formazione fascista, commemora in Campidoglio la X MAS e dà la cittadinanza onoraria al soldato di un esercito occupante in barba allo spirito della Costituzione repubblicana, come sperare che un potenziale sindaco democratico, che davanti a Israele getta alle ortiche i principi fondamentali cui è ispirato il nostro ordinamento giuridico possa fare di meglio? Prova a sentire i gruppi di democratici ebrei in Italia o in Israele e vedrai che saranno critici e scandalizzati almeno quanto me, e questo, devo dire, è un elemento di conforto e di speranza che qualcosa dovrà cambiare, anche nell’ipocrisia occidentale.

Troppo Dio, troppo sangue…” . E’ vero? Pensi che le religioni c’entrino nei conflitti come quello palestinese?

Nel caso specifico credo che la religione sia una giustificazione a dir poco strumentale. Certo, quando si parla di stato “ebraico” si parla di stato confessionale che, per definizione, è la negazione dello stato democratico, ma sembra che quasi nessuno se ne accorga. Invece questa disattenzione scompare se si parla di stato “islamico”. Non ti sembra un po’ strano? Comunque ritengo che il problema religioso copra semplicemente l’inaccettabile (anche per il diritto internazionale) pretesa di Israele a non riconoscere nessun diritto al popolo palestinese. Lo dimostra il fatto che davanti alla richiesta di Abu Mazen di riconoscimento dello stato di Palestina sul solo 22% della Palestina storica, contro il 44% stabilito dalla stessa Onu nel “47, la risposta di Israele, sostenuta dal supporter americano Nobel preventivo per la pace, è stata un secco NO.

(Normanna Albertini)




Lunedì 15 Aprile,2013 Ore: 07:41
 
 
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