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www.ildialogo.org “Le migrazioni nelle tradizioni religiose cristiane e musulmane”,di Patrizia Khadija Dal Monte

“Le migrazioni nelle tradizioni religiose cristiane e musulmane”

di Patrizia Khadija Dal Monte

giu 26th, 2011 | Di Patrizia Khadija Dal Monte | Categoria: Islam

Partire, lasciare casa, affetti, la propria terra, la lingua che fa tutt’uno col cuore e con i pensieri… Spinti dalla necessità, dalla guerra, dalla fede o da sogni umani che non sono più realizzabili là dove si è nati…

A prima vista può sembrare un fenomeno negativo, e tuttavia, se guardiamo alle vicende storia dei profeti, pace su di loro, contenute nei Libri, vediamo come l’emigrazione sia stata parte indispensabile e feconda del loro destino e del messaggio che hanno portato.

Abramo, pace su di lui, partì per sfuggire alla morte, come tanti uomini e donne, la sua vita era diventata impossibile là dove era nato a causa della sua fede nel Dio unico: “Disse: “Adorate ciò che scolpite voi stessi mentre è Allah che vi ha creati, voi e ciò che fabbricate”. Risposero: “Costruite un forno e gettatelo nella fornace!”. Tramarono contro di lui, ma furono loro gli umiliati. Disse: “In verità vado verso il mio Signore, Egli mi guiderà.” (XXXVII,97 )1

Mosè, pace su di lui, partì varie volte… in una, verso il deserto di Madian, ebbe a dire una frase che ben descrive lo stato d’animo di chi ha lasciato tutto: “…Abbeverò per loro, poi si mise all’ombra e disse: “Davvero, Signore, ho molto bisogno di qualsiasi bene che farai scendere su di me”. (XXVIII,24)

e il bene arriva a lui, attraverso due giovani ragazze, che come lui, conoscevano la situazione di umiliazione…

e poi, in un certo senso anche Mariam, pace su di lei, che compì una emigrazione particolare, il distacco dal mondo per accogliere la parola divina: « Ricorda Maria nel Libro, quando si allontanò dalla sua famiglia, in un luogo ad oriente. Tese una cortina tra sé e gli altri. » (XIX, 16)2

Perché come ricorda un hadith profetico, l’emigrazione non è solo verso un luogo ma anche un estraniarsi da se stessi, ha una valenza spirituale: « L’emigrazione è quella di colui che si esilia da ogni lato nocivo e distruttore che ha in sé ”, disse il Profeta (pbsl).

Al-’Aynî riporta il seguente hadith: “Venne un beduino e chiese: ‘Inviato di Dio, verso dove dev’essere compiuta l’emigrazione? Verso di te, ovunque tu sia? Verso una certa terra, o un popolo particolare? E poi, dopo la tua morte non vi sarà più hijra?’ Il Profeta (su di lui la preghiera e la pace divine) tacque per un’ora intera, quindi chiese: ‘Dov’è quell’uomo che mi ha chiesto dell’emigrazione?’ ‘Eccomi, sono qui,’ gli rispose il beduino. ‘Se compi la preghiera,’ gli disse il Profeta, ‘ed elargisci l’elemosina, sei un emigrato, anche se dovessi morire nella Khadrama’ ” (terra nella lontana provincia detta Yamâma).

Emigrare è un diritto anche per cercare un vita migliore3, anzi là dove si verifichino delle condizioni di oppressione che conculchino i diritti fondamentali della persona e costringano a fare il male. diventa un dovere, ci dice il Corano….

Gli angeli, quando faranno morire coloro che furono ingiusti nei loro stessi confronti, diranno: “Qual era la vostra condizione?”. Risponderanno: “Siamo stati oppressi sulla terra”. [Allora gli angeli] diranno: “La terra di Allah non era abbastanza vasta da permettervi di emigrare?”. Ecco coloro che avranno l’Inferno per dimora. Qual tristo rifugio. Eccezion fatta per gli oppressi, uomini, donne e bambini sprovvisti di ogni mezzo, che non hanno trovato via alcuna; forse a questi Allah perdonerà. Allah è indulgente, perdonatore.” 4

La terra di Allah… Questa espressione è molto importante perché ci fa capire che al di là dei pur legittimi confini degli Stati, la terra è prima di tutto di Allah, per tutti i credenti è Dio il Signore e Creatore del mondo :« Il principio creazione è strettamente legato al principio destinazione universale dei beni terreni: la terra è donata da Dio all’umanità, quindi a tutte le generazioni che si succedono sulla terra… La verità della destinazione universale dei beni è stata ampiamente tradita dal processo di industrializzazione moderna che coincide con l’appropriazione e lo sfruttamento delle risorse del pianeta da parte dei popoli ricchi…”5

Il fenomeno della migrazione ha un significato tutto particolare nella tradizione islamica, Egira in arabo: هجرة, hijra, significa separazione (da HAJ’ARA o HAJARA separarsi, abbandonare, Esodo in greco), ed è il termine usato per indicare l’emigrazione del Profeta e delle persone a lui fedeli dalla Mecca a Medina, nel 622 d.C., (15 o 16 luglio), inizio del calendario islamico.6

L’egira fu motivata da una crescente persecuzione da parte dei Meccani verso il Profeta e la comunità primitiva, fu dunque un atto politico e religioso insieme. Persecuzione da parte dell’oligarchia meccana, specialmente di quella del clan dei Quraysh, poiché il messaggio dell’islam costituiva una rottura radicale con l’antico ordine sociale fondato sull’interesse e la solidarietà tribale… Le centinaia di statue che erano intorno alla Ka‘ba in quel tempo, rappresentavano, ciascuna secondo la propria provenienza e dimensione simbolica, il potere economico di una tribù confinante, una specie di far valere concesso dall’élite dei Quraysh, per proteggere il flusso degli scambi commerciali tra queste stesse tribù e la Mecca… I beneficiari di questo potere concentrato nelle mani di qualche capo, capirono in fretta che il messaggio dell’islam li minacciava seriamente, poiché preconizzava l’affrancamento da ogni sistema dominatore e oppressore, propugnando la sottomissione al solo Creatore… Per questo, organizzarono una vera e propria campagna di repressione contro i primi musulmani. Repressione che andò dal boicottaggio economico all’assassinio mirato, passando per ogni sorta di sanzione morale e sevizia fisica. Vedendo che questa persecuzione si intensificava giorno dopo giorno, il Profeta, fu costretto in un primo tempo a consigliare  vivamente ai suoi seguaci, soprattutto a quelli la cui vita era seriamente minacciata, di emigrare in Abissinia, governata allora da un Negus cristiano, giusto ed onesto, come lo descriverà il Profeta stesso.”7

E’ molto interessante anche questa prima migrazione in terra cristiana… “In quel paese regna un sovrano sotto il quale nessuno è perseguitato. Vi potrete rimanere finché Allah non ci aprirà una strada, disse il Profeta, pace e benedizione su di lui.

Partirono a piccoli gruppi per non dare troppo nell’occhio, un’ottantina di persone in tutto, senza contare i loro figli più piccoli. Guidavano questi emigranti Uthman ibn Affan con sua moglie Ruqayya, figlia dell’Inviato di Allah, e Jafar ibn Abu Talib che ne era il portavoce… La sua presenza e la sua oratoria si resero preziose quando i Coreisciti decisero di inviare una missione diplomatica, per convincere il re di quel paese a restituire loro i fuggiaschi. I maggiorenti della Mecca avevano infatti intuito la pericolosità della presenza dei Musulmani in un paese con il quale essi mantenevano proficue relazioni commerciali… Amr ibn al-’As, inviato dai quraishiti, giunse alla corte abissina carico di regali ed ebbe contatti con tutti i principali notabili e con i generali del Negus, affinché usassero la loro influenza a suo favore. Quando fu ricevuto dal re gli descrisse i Musulmani come reprobi e ingrati, gente che aveva tradito le loro famiglie e bestemmiato il culto dei padri e chiese che fossero estradati. Nonostante le pressioni dei cortigiani che appoggiavano la richiesta di Amr, il Negus decise di ascoltare quello che avevano da dire i Musulmani; li fece venire al suo cospetto e li interrogò a proposito della loro religione. Jafar parlò a nome di tutti gli altri: “O re, noi vivevamo nell’ignoranza, adoravamo gli idoli, mangiavamo le carogne, ci abbandonavamo alla fornicazione e opprimevamo i deboli. Allah ha suscitato tra noi un Messaggero. Un uomo che ben conoscevamo e che stimavamo per la sua sincerità, rettitudine e castità. Ci ha insegnato a non adorare altri che Allah nella Sua unicità, a pregare, a dare elemosine a digiunare e ad astenerci dall’iniquità e dal crimine. A causa di ciò siamo stati perseguitati dai nostri concittadini ed è per questo che siamo venuti nel tuo paese nel quale siamo stati accolti e rispettati. Il Negus chiese che gli riferissero un passo della Scrittura che era stata loro rivelata. Jafar recitò un brano della sura di Maria. “Ricorda Maria nel Libro, quando si allontanò dalla sua famiglia, in un luogo ad oriente. Tese una cortina tra sé e gli altri. Le inviammo il Nostro Spirito, che assunse le sembianze di un uomo perfetto. Disse [Maria]:” Mi rifugio contro di te presso il Compassionevole, se sei[di Lui] timorato!. Rispose: “Non sono altro che un messaggero del tuo Signore, per darti un figlio puro. Disse:” Come potrei avere un figlio, ché mai un uomo mi ha toccata e non sono certo una libertina? Rispose: “E’ così. Il tuo Signore ha detto: “Ciò è facile per Me Faremo di lui un segno per le genti e una misericordia da parte Nostra. E’ cosa stabilita”. (Corano XIX,16-21) La recitazione suscitò una grande impressione nel re e in tutta la corte. Quando poi i versetti furono tradotti, molti scoppiarono in lacrime e il Negus disse: ” Questa luce proviene dalla stessa fonte da cui proviene il messaggio di Gesù. Poi si rivolse agli inviati dei Coreisciti: ” Andatevene, poiché non ve li consegnerò mai”8.

Il racconto conferma l’esistenza di persone hanif, sincere, dal cuore puro, che riescono a riconoscere la verità, là dove si trova… Nell’emigrazione ci insegna ancora questa vicenda, gioca un ruolo l’essenziale non solo il coraggio di partire, ma anche l’accoglienza che si riceve, e in particolare i credenti sono chiamati a “riconoscere” colui che è straniero, e non è a caso, credo. che proprio il cristianesimo , che è impregnato del dovere di amore verso l’altro e che è così vicino all’islam in molti temi della rivelazione, abbia svolto per primo questo ruolo. Da notare anche la presenza della lunga mano dei persecutori, anche oggi l’accoglienza degli immigrati risente di una forte propaganda negativa nei confronti degli immigrati…

In un secondo tempo che il Profeta, pace e benedizione su di lui, organizzò l’esilio progressivo dei fedeli verso la futura Medina, città dell’islam nascente, questo esodo permanente dalla loro terra d’origine è stato chiamato hijra o Egira. A piccoli gruppi i credenti cominciarono ad emigrare verso Yathrib. Partirono Hamza e Zaid, Uthman e Omar con le loro mogli e i figli; in poco tempo la maggior parte dei compagni del Profeta emigrò. Intanto i politeisti guardavano con sempre maggior apprensione a quanto stava accadendo. Anche questa volta fu la mente malefica e feconda di Abu Jahl a concepire il piano criminale. Avrebbero ucciso Muhammad (pbsl) e lo avrebbero fatto in modo tale da evitare la vendetta tribale sull’omicida. Una banda di sicari, uno per ognuno dei clan, sarebbe penetrata nella sua casa e lo avrebbe ucciso. I Bani Hashim non avrebbero potuto far la guerra a tutta la città e in tal modo i congiurati avrebbero ottenuto l’impunità. In quelle stesse ore il Profeta (pbsl) ricevette la visita di Gabriele, che gli portò l’ordine di lasciare la città. Subito si recò da Abu Bakr e lo informò di quello che l’Angelo gli aveva detto. Quando il Profeta gli confermò che sarebbero partiti insieme, Abu Bakr pianse di gioia. Sapendo che i suoi movimenti erano spiati da quelli che si stavano preparando ad ucciderlo Muhammad (pbsl) ideò uno stratagemma. Diede ad Ali il suo mantello e gli disse: “Avvolgiti in questo o mantello e dormi sul mio letto. Non ti faranno alcun male. Poi iniziò la recitazione della sura Ya-Sin e quando giunse al versetto che dice: “poi li avvilupperemo affinché non vedano niente” (Corano XXXVI,9), uscì di casa senza che nessuno lo potesse vedere. Quando i congiurati si accorsero della sua sparizione il Profeta (pbsl) era già lontano. Aveva raggiunto Abu Bakr ed erano partiti verso sud per ingannare gli inseguitori. Si rifugiarono in una grotta sulle pendici del monte Thawr, sulla strada per lo Yemen. I loro nemici avevano promesso cento cammelli a chi li avesse riportati indietro e molti armati stavano percorrendo tutte le possibili piste che si dirigevano verso l’oasi. Nel piano del Profeta la permanenza nella grotta aveva lo scopo di far calmare le acque perché poi potessero dirigersi con maggior sicurezza verso la meta. Al terzo giorno un gruppo di uomini giunse ai piedi del monte e cominciò ad inerpicarsi sulle sue pendici. Giunti davanti all’apertura della grotta rimasero a discutere tra loro, poi si convinsero che all’interno non poteva esserci nessuno e se ne andarono. Appena si furono allontanati, Muhammad e Abu Bakr si avvicinarono all’imboccatura e videro con emozione i segni del favore del loro Signore: una acacia era cresciuta coprendo con le sue foglie l’entrata della grotta, un ragno aveva tessuto una spessa ragnatela tra l’albero e la roccia e, nel punto dove un uomo avrebbe dovuto posare il piede per poter entrare nella cavità naturale, una colomba aveva fatto il suo nido e stava covando. Giunsero infine a Yathrib, accolti in un tripudio generale. Il Profeta (pbsl) declinò con gentilezza tutti gli inviti a fermarsi che la gente gli rivolgeva speranzosa di potersi concedere un onore di quel genere e lasciò che la sua cammella vagasse per l’oasi senza guida apparente. Quando qualcuno cercava di fermarla afferrando le sue briglie, diceva amabilmente: “Lasciatela andare, è guidata. Si fermò infine in un cortile di proprietà di due orfani. Muhammad chiese loro se volevano vendergli quel terreno. “Te lo regaliamo, o Inviato di Allah risposero gli orfani. Il Profeta (pbsl) insistette per comprarlo e infine la transazione fu conclusa. In quel cortile sarebbe sorta la sua casa, la sua moschea e vi sarebbe stato sepolto alla sua morte”.9

La migrazione da Mecca a Medina fu un profondo fattore di trasformazione dell’ordine politico dell’epoca e determinante per la diffusione, l’espansione ed il successo che conobbe da allora in poi il messaggio dell’islam. Donne e uomini furono coinvolti in questa azione politica, nella hijra, infatti, il Corano parla sia di  muhâjirât, che di« muhâjirûn », termine, il primo, che designa le donne espatriate ovvero le rifugiate politiche che effettuarono la hijra.

A proposito di donne, ricordiamo Umm Salama che la tradizione ha soprannominato « la donna dei due esili », per la sua doppia emigrazione in Abissinia. “La storia riporta che ella fu la prima donna a immigrare dalla Mecca in Abissinia, con il suo primo marito Abu Salama. Questo primo esilio forzato fu reso necessario dopo le angherie subite dalla coppia da parte sia dell’élite dirigente meccana sia dalla propria tribù. Ad Umm Salama vengono attribuiti lunghi racconti sugli avvenimenti occorsi in terra d’esilio, sulle sofferenze subite da lei e dai diversi compagni dell’epoca e anche di quelli in occasione della sua immigrazione verso Medina. Infatti, la tradizione riferisce le differenti prove che ella dovette subire, soprattutto quando ella fu separata – contro la sua volontà – dal marito e dal figlio, dalla sua tribù e dai suoi familiari. Separata dal suo sposo, che obbligato a lasciarla si recò a Medina e da suo figlio, sequestrato dai membri della sua famiglia, soffrì in questo stato per un anno intero, sola, inconsolabile, trascorrendo le giornate a piangere il figlio e lo sposo… Finché un notabile della sua famiglia, commosso dal supplizio che viveva, intercesse presso la sua tribù che così finalmente le rese il figlio e le permise di raggiungere il marito e gli altri musulmani a Medina. Sola, con unico compagno il figlio ancora piccolo, intraprese, malgrado i pericoli in cui poteva incorrere, la lunga strada per l’ esilio verso Medina. Era risoluta a raggiungere lo sposo, per vivere in pace la loro fede in quella nuova città della libertà che era la città del profeta… Poi, ad un po’ di distanza dalla Mecca, incontrò un valente cavaliere, il quale le propose di accompagnarla fino a destinazione. E qui è importante ricordare come colui che offerse il suo aiuto e la sua protezione a questa donna e al suo bambino, era all’epoca un non musulmano e ciò non impedì ad Umm Salama d’accettare il suo aiuto e di lodare in seguito la sua attitudine cavalleresca e la sua condotta morale irreprensibile… A proposito dell’Egira ricordiamo anche il contributo di “Asmâ Bint Abû Bakr, che seppe mantenere nel segreto la data del giorno previsto per la partenza del Profeta verso Medina e di suo padre Abû Bakr, entrambi, sorvegliati strettamente dai loro nemici Quraish. Quest’ultimi con alla testa Abû Jahl, andarono a interrogare Asma, alla ricerca del Profeta e a causa del suo fermo silenzio riceverà lo schiaffo di un Abû Jahl esasperato dalla sua impassibilità. Sarà lei pure ad assicurare di nascosto la sopravvivenza del Profeta e di Abû Bakr , nascosti nella grotta, durante il cammino d’esilio. Il Profeta la soprannominerà per questo « dhât anitâkain » cioè quella «dei due cinturoni », a causa del fatto che essa nascondeva i viveri, che trasportava per il Profeta e il padre Abû Bakr As-sadîk, tutto intorno alla vita con l’aiuto di due grandi cinture.

L’esilio, considerato come atto politico ha costituito un modo per la donna musulmana dell’epoca di affermare la sua presenza come membro attivo della società, assicurando il suo totale contributo al nuovo concetto di azione politica che fu istituito dall’islam. Non le si è chiesto di « rimanere in casa » ad aspettare che gli uomini da soli erigessero le fondamenta della nuova città musulmana !”10

A Medina verrà edificata la prima comunità musulmana che si doterà di una Costituzione vera e propria. Tanti sono gli eventi che si succedono ma vorrei sottolineare in particolare due elementi: la nascita della moschea e il problema dell’unità tra i credenti e il conseguente rapporto cultura-religione. La costruzione di una moschea fu il primo atto compiuto dal Profeta a Medina, che ci insegna come l’unità di una comunità di musulmani si cementa proprio a partire dalla fede e dalla preghiera in comune, là nella salat e davanti a Dio spariscono le distinzioni fra le persone. I nomi stessi che in arabo designano la moschea, ci dicono la sua realtà. Il significato etimologico della parola araba masjid, resa in spagnolo con mezquita, e quindi nelle diverse lingue europee con ‘moschea ‘, deriva dalla radice araba s-j-d che significa prosternarsi e, quindi, può essere tradotta con “luogo di prosternazione”, il luogo cioè in cui musulmani e musulmane, compiendo la salat, si inchinano fino a terra per pregare Dio. Il significato primario di moschea è quindi quello legato alla preghiera, come afferma chiaramente anche un versetto coranico: “Le moschee appartengono ad Allah: non invocate nessuno insieme con Lui.” (LXXII,18) Oltre a masjid esiste nella tradizione islamica un altro termine per indicare la moschea è jamah’a, il più diffuso nel mondo arabo-islamico e deriva dalla radice trilittera j-m-a che significa radunare. Questo termine è vicino a quello di ekklesia e synagogè, parole che indicano, infatti, una riunione di credenti.
E vorrei qui ricordare tutte le polemiche che oggi ci sono intorno alle moschee… Anche oggi, i credenti musulmani, desiderano un luogo dove riunirsi a pregare, questo fa parte della loro storia e della loro fede… Dei loro diritti in uno stato che garantisce la libertà religiosa e il suo espletamento.


Molto più difficile realizzare questa unità nella vita di tutti i giorni, in cui le diverse mentalità rischiano di creare divisioni, oggi come allora. La seconda importante azione intrapresa dal Profeta fu la fraternizzazione tra i Muhajirin (Emigrati -di Mecca) e gli Ansar (Ausiliari -di Medina). Bisogna notare come l’islam si edificò dall’inizio con la cooperazione tra istanze culturali diverse c’era un persiano, Salman, un africano, Bilal e un bizantino, Shuayb ar-Rumi…

Cooperazione che importò un inevitabile e fecondo confronto tra culture, confronto di cui oggi abbiamo più che mai bisogno con l’impiantarsi dei comunità musulmane in terra d’Occidente: “L’esperienza profetica ci ricorda che quando queste usanze diverse non contraddicevano o non riguardavano direttamente una prescrizione religiosa, il Profeta le accoglieva. Lo vediamo in tante situazioni in cui si andava a toccare i costumi, la relazione tra gli individui, le modalità di espressione in pubblico, il rispetto del gusto degli Ansâr per l’arte e il canto o, ancora, nei confronti del ruolo della donna nella società (molto più presente a Medina di quanto non lo fosse alla Mecca). A questo proposito testimonino le parole di Umar Ibn al-Khattab : “Noi, uomini della tribù di Quraish, dominiamo le nostre mogli, ma quando abbiamo incontrato la tribù degli Ansar, abbiamo visto che le donne dominano gli uomini; e di conseguenza le nostre mogli cominciarono ad imparare dalle donne degli Ansar i loro modi”.
‘Aisha riferì :
“Accompagnammo una donna al suo matrimonio con un uomo degli Ansar. Il Profeta (pbsl) disse: “‘Aisha, non avete alcun intrattenimento? Agli Ansar piace l’intrattenimento”" Il Profeta (pbsl) accettava i costumi e le abitudini e rispettava i gusti e le aspirazioni. Fin dall’origine, l’universalità dei principi islamici tra la Mecca e Medina non ha mai significato quindi l’uniformazione delle culture, ma al contrario l’integrazione di queste ultime nel rispetto dei principi comuni della fede e della pratica religiosa (al-‘aqîda, al-‘ibadât), oltre che la ricchezza delle varie esperienze umane e sociali. Fu necessario che gli esiliati, al-Muhâjirûn, compissero un indispensabile e difficile sforzo per scindere il rispetto dei principi universali dell’islam dalle tensioni che l’esperienza dell’esilio inevitabilmente generava nei confronti della cultura di origine. “Essi dovevano quindi cercare di distinguere la religione dalla cultura. Ma le difficoltà non finivano qui. Non solo bisognava separare i principi religiosi dai costumi, ma in alcune circostanze occorreva essere anche capaci di mostrarsi critici nei confronti della propria cultura. L’atteggiamento delle donne a Medina aveva rivelato alcuni tratti culturali meccani che era necessario rivedere e nei confronti dei quali bisognava fare autocritica. L’esperienza dell’esilio, e quindi della diversità culturale, aveva infatti una doppia conseguenza positiva: imporre una distinzione tra ciò che era veramente religioso e ciò che apparteneva alla cultura, ma anche consentire di valutare criticamente i propri costumi e le abitudini che fino a quel momento potevano sembrare indiscutibili perché assolutamente naturali. Il riferimento religioso può, e deve giocare questo ruolo di specchio critico delle consuetudini culturali: per essere veramente universale, il messaggio religioso non deve soltanto integrare la diversità dei costumi, ma anche stabilire un corpus di principi a partire dai quali è possibile riformare dei comportamenti ritenuti culturalmente normali (o accettati perché naturali e diffusi) e che devono tuttavia essere sottoposti a un’adeguata valutazione etica.”11

L’emigrazione dunque è un fenomeno che parte da una mancanza o forte difficoltà, ma dà luogo ad un nuovo inizio e spesso ciò che nasce è sorprendentemente migliore di ciò che si è lasciato. L’emigrazione è un potente fattore di rinnovamento di se stessi e dei popoli, della propria cultura e e di quella dei luoghi dove si arriva, l’incontro tra i popoli, oggi è frutto senz’altro del fenomeno della globalizzazione e dei forti squilibri esistenti tra nord e sud del mondo, ma è anche, dall’inizio, iscritto nel destino del mondo: “ O uomini, vi abbiamo creato da un maschio e una femmina e abbiamo fatto di voi popoli e tribù, affinché vi conosceste a vicenda. Presso Allah, il più nobile di voi è colui che più Lo teme.” (XLIX,13)

 Patrizia Khadija Dal Monte

Venerdì 6 maggio 2011, Forlì.

1Dopo che Allah (gloria a Lui l’Altissimo) lo salvò dal fuoco, Abramo, rendendosi conto dell’irrimediabile miscredenza dei suoi concittadini, emigrò dalla sua terra d’origine, nell’attuale Iraq, verso la Palestina ed è considerato il primo “muhajer” emigrante per la causa divina.(XXXVII)

2I commentatori mistici sono più eloquenti a proposito e cercano di oltrepassare « i veli » di questa solitudine di Mariam per svelarvi un’attitudine simbolica greve di senso. Alcuni sapienti sufi vedono l’isolamento orientale di Mariam come simbolo del suo distacco dal mondo naturale, dall’anima carnale e dalle sue facoltà. Ella, secondo le loro interpretazioni, raggiunge l’Oriente del mondo sacrale, il luogo dello Spirito santo, condizione questa per l’accoglienza del verbo divino. Il « velo » in questione, sarebbe il recinto sacro, il luogo del cuore preservato, inaccessibile a ciò che appartiene al mondo dell’anima carnale o nafs. Lo Spirito santo vi poteva accedere solo se questo luogo era veramente spogliato da tutto, come lo era il cuore di Mariam, interamente rivolta al Suo Creatore. In questa specie di « iniziazione » fatta di profonda rinuncia, apparentemente molto vulnerabile per la sua umiltà esteriore ma invece molto forte nella sua interiorità grazie al favore divino, ella riceverà un invito inatteso da un visitatore straniero proveniente dal Creatore.” ”. (Asma Lamrabet, il Corano e le donne, in pubblicazione, ed. Al Hikma)

 

3 ‘Alqama ben Waqqâs Al-Laythî sentì ‘Umar ben Al-Khattâb dire dal pulpito: “Ho sentito l’Inviato di Dio (su di lui la preghiera e la pace divine) che diceva: ‘Le opere non sono che secondo le intenzioni (an-niyyât), e ad ogni uomo non va che ciò che si è proposto; dunque, colui che emigra per ottenere [qualcosa del] basso mondo, o per sposare una donna, la sua emigrazione sarà in effetti verso ciò per cui è emigrato’.”

4 In particolare il versetto si riferisce a quei musulmani che non ebbero il coraggio di seguire l’Egira dell’Inviato di Allah (pace e benedizioni su di lui) e che furono uccisi tra le file dei politeisti nella battaglia di Badr (Tabarî V, 234). La portata generale del brano riguarda invece tutti coloro i quali giustificano con la loro debolezza il fatto di aver subìto qualcosa che il loro animo e le loro convinzioni rifiutavano profondamente]

5La locuzione latina ius utendi et abutendi, in italiano diritto di usare e di consumare, si riferisce al diritto del

proprietario di usare una cosa e di consumarla. (www.greenaccord.org/portale/articolo.asp?id=187)

 

6Secondo la tradizione, il calendario islamico fu canonizzato dal secondo califfo, Omar, nel 638 d. C.; l’anno 622 del calendario cristiano corrisponde dunque al primo anno dell’Egira.

7Asma Lamrabet, Il Corano e le donne, in pubblicazione, ed. Al Hikma

8Hamza Roberto Piccardo, Il profeta Muhammad, ed. al Hikma, Imperia

9Ibidem

10Asma Lamrabet, op. cit.

11Tariq Ramadan



Venerdì 01 Luglio,2011 Ore: 19:55
 
 
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