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www.ildialogo.org Silvia Layla Olivetti: “Garantire i diritti alle minoranze”,di NUCCIO FRANCO

Islam.
Silvia Layla Olivetti: “Garantire i diritti alle minoranze”

di NUCCIO FRANCO

Questa intervista fa parte di un lavoro che il compagno Nuccio Franco di Agenzia Radicale sta portando aventi da circa un anno sul tema dell Islam in Italia attraverso interviste con musulmani italiani. L'intento e dare uno spazio finalmente libero da pregiudizi ai musulmani ed alle musulmane per difendere la loro fede ed identita nel rispetto assoluto della democrazia e della cinvivenza civile per un Italia migliore. Adesso Agenzia Radicale vuole finalmente raccogliere e denunciare i soprusi e le discriminazioni sul lavoro a scuola e per strada che le donne musulmane soffrono perche qualcosa si muova insh Allah. salam
Amina Salina

Articolo ripreso dal sito: http://www.agenziaradicale.com

lunedì 30 maggio 2011

velo.jpgIl variegato panorama della rappresentanza e della tutela dei diritti dei musulmani in Italia registra la nascita di un nuovo soggetto. Si tratta del Movimento per la tutela dei diritti dei musulmani, che ha come finalità principale quella di garantire che i diritti sanciti e garantiti dalla Costituzione vengano effettivamente rispettati e applicati anche nei confronti della minoranza musulmana.

 Sorto dal desiderio di conciliare islamicità e italianità nel rispetto dei diritti civili, la circostanza che ai vertici ci siano donne rappresenta una novità assoluta per una organizzazione di matrice islamica. Tra le tante attività del neonato Movimento, spicca per attualità il progetto denominato significativamente “Giù le mani dal mio velo” ossia una serie di iniziative di varia natura aventi per oggetto il velo islamico.

Si va dalle convenzioni con le aziende per incentivare l’assunzione di donne velate per mansioni a contatto col pubblico alla pacifica manifestazione di piazza a sostegno della scelta delle donne che vogliono indossare il velo. Ciò, unitamente ad una campagna di informazione per far conoscere loro i diritti/doveri rispetto al velo secondo la legge italiana.

“Le nostre madri hanno lottato per ottenere diritti e libertà: oggi noi intendiamo beneficiare del loro sforzo, manifestandolo nella scelta di indossare il velo. La libertà di chi vuole portare la minigonna è la stessa di chi vuole portare il velo. E’ questa la chiave: le donne velate non vanno “emancipate” obbligandole a toglierlo, vanno rispettate nella loro scelta”. Parole chiare è decise che non danno adito a dubbi quelle di Silvia Layla Olivetti, operatrice multiculturale, fondatrice del Movimento e da anni impegnata in prima linea a tutela dei diritti delle donne.

- Dottoressa, quali sono gli scopi e le peculiarità del Movimento?

“Il Movimento, pur essendo islamico, ha nel direttivo anche persone di fede cattolica oltre che molte donne: questo è possibile perchè ci proponiamo il dialogo reciproco, il rispetto della legge italiana e il raggiungimento della pacifica convivenza. Noi non ci proponiamo la supremazia islamica in Italia, ma il rispetto dei diritti civili e della democratica condivisione, per questo mettiamo d’accordo tutti, persino gli atei.

- Si tratta di un’idea significativa soprattutto in un momento in cui il dibattito sul velo islamico in Italia è decisamente acceso soprattutto sulla scorta delle leggi adottate in altri paesi, Francia e Belgio in primis. Com’è nata?

“Vogliamo sottolineare il fatto che il diritto di scelta deve essere inteso a 360°. Vanno rispettate anche le scelte che non si condividono, come quella di coprirsi in una società in cui la nudità è la regola. Nel ‘68 le donne gridavano in piazza “l’utero è mio e me lo gestisco io”, reclamando l’inviolabile diritto di disporre del proprio corpo (e per estensione anche del proprio abbigliamento), senza alcuna limitazione o imposizione maschile. Oggi noi grideremo “il velo è mio e me lo gestisco io”, perchè la liberazione della donna e la rivoluzione del ‘68 non sono servite a nulla e a nessuno se oggi le donne sono libere solo di girare per strada seminude. L’odierna mercificazione è solo un’altra forma si sottomissione, solo più subdola e mascherata da “moda”. Rigettiamo la schiavitù del doversi conformare a un codice di abbigliamento che non ci appartiene, così come condanniamo l’imposizione maschile del velo. La donna deve essere libera di scegliere , in un senso o nell’altro, nella consapevolezza che il velo è un precetto coranico: nessuno può obbligarla a indossarlo, ma altrettanto nessuno può obbligarla a toglierlo sotto il ricatto dell’esclusione dalla società. Indossare o meno il velo è, e deve essere, una questione tra Allah e la donna: aderire o meno a quest’obbligo sta alla donna, che in questa vita e nell’altra dovrà rendere conto solo a Dio del suo operato, non agli esseri umani.

- Il progetto contempla una serie di iniziative tra le quali spicca la previsione di convenzioni con le aziende per l’assunzione di donne che hanno deciso di operare la scelta di indossare il velo. Cosa vi proponete in tal modo?

“Riteniamo necessario “abituare” la clientela alla vista del velo e avviare un processo volto a rendere normale la presenza del velo nei luoghi pubblici. L’ignoranza è la peggiore nemica della pace e della condivisione: vogliamo combatterla mostrando che la donna velata partecipa alla vita lavorativa esattamente come una donna non velata e che dal punto di vista produttivo l’abbigliamento non influisce. Siamo convinti che se la gente potesse “toccare con mano” nella quotidianità che il velo non ha nulla a che fare col terrorismo, allora comincerebbe a temerlo meno. E siamo anche convinti che il modo migliore per ottenere questo risultato sia di rendere estremamente visibili le donne velate, che al momento sono invece spesso ripiegate su sé stesse, invisibili non di rado per precisa volontà o per timore di essere giudicate, discriminate o aggredite oltre che per la palese emarginazione della quale sono vittime specialmente in ambito lavorativo. Se oggi esse, a prescindere dalla loro preparazione e dal loro curriculum, sono destinate ai soli lavori “nascosti”, domani dovranno uscire alla luce del sole, avendo così l’occasione di partecipare pienamente alla vita sociale e lavorativa. Sarebbe fantastico se un giorno, che ci auguriamo non lontano, fosse assolutamente normale vedere alla cassa del supermercato una ragazza velata o alla biglietteria dei treni o, perchè no, alla guida di un autobus urbano.

- Il Suo impegno a tutela dei diritti delle donne è stato molto apprezzato; tuttavia, non tutti sono dello stesso avviso. Ha ricevuto minacce di morte, è così?

“Si, è vero. Le sto ricevendo da un gruppo di razzisti che sono arrivati anche all’hackeraggio in due occasioni, attaccando la pagina del Movimento. In una delle intimidazioni mi si dice che finirò sciolta nell’acido, in un’altra che farò una fine tremenda. Alcune sono state pubblicate sulle bacheche di alcune pagine Facebook insieme a una serie di ingiurie irripetibili, a volte rivolte anche ai miei familiari, bambini compresi. Attualmente la cosa è all’attenzione delle forze dell’ordine, anche perchè il mese scorso è stata pubblicata una sorta di circolare di confezione mafiosa (sul sito “fronteindipendentistaduesicilie” , ndr) nella quale io e il Movimento veniamo descritti come nemici da combattere con tutti i mezzi.

- A suo avviso, quali sono le ragioni alla base di tanto accanimento?

Riteniamo che il motivo di queste minacce sia la potenziale pericolosità sociale e politica di un movimento islamico che si propone di far valere alcuni diritti costituzionalmente garantiti. Il musulmano straniero è malvoluto, ma non pericoloso, secondo queste persone. Il musulmano italiano invece, ha diritto di voto, conosce la legge, si muove bene nei canali istituzionali, può interloquire a livello politico e perciò ha un innegabile “potere d’acquisto” che viene vissuto come una minaccia.



Martedě 31 Maggio,2011 Ore: 16:11
 
 
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