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www.ildialogo.org IL VANGELO NORMA E NORMALITÀ DELLA CHIESA,di Alberto B.Simoni

Attraverso la Evangelii gaudium
IL VANGELO NORMA E NORMALITÀ DELLA CHIESA

di Alberto B.Simoni

Premessa
Una prima impressione di lettura della Evangelii gaudium è come un’eco di Ef. 2,14.16: “Egli infatti è la nostra pace, colui che di due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva, cioè l'inimicizia, per mezzo della sua carne. Così egli ha abolito la Legge, fatta di prescrizioni e di decreti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace, e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce, eliminando in se stesso l'inimicizia”.
Non è difficile pensare a tutte le periferie e rivivere il sogno di una “Chiesa dei Gentili”, che è poi la “Chiesa dei poveri” (cfr Gal 2,10): tante barriere, muri di separazione, motivi di incomunicabilità sembrano cadere, per rendere possibile un rimescolamento dentro un Popolo di Dio ridotto da tempo a compartimenti stagni. In questo intreccio di correnti è come se fosse stata applicata la cartina di tornasole del vangelo, in modo che ogni elemento ritrovi la sua giusta fisionomia ea sorta di “rompete le righe” per dare respiro alla comunicazione libera e a nuove convergenze operative di servizio evangelico: gli operai di tutte le ore sono chiamati a lavorare nella vigna!
Si deve dire che il contesto non è quello del “mondo secolarizzato” o europeo della non-fede e dei non credenti; né quello dell’ecumenismo o del dialogo inter-religioso, che sembrano rimanere ai margini come situazioni-limite. Ma è indubbio che Papa Francesco ha dato la stura a tutte le periferie interne, nel tentativo di riattivare una circolazione fisiologica dentro la chiesa, perché possa presentarsi con un volto riconoscibile e credibile, senza troppe incrostazioni e rughe varie: “Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola con il lavacro dell'acqua mediante la parola, e per presentare a se stesso la Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata” (Ef 5,25-27).
Prima che ad altre immagini derivate di chiesa, si dovrebbe pensare ad una chiesa dal volto evangelico, in cui appunto il Vangelo fa da ponte verso il mondo da evangelizzare e non da cristianizzare o cattolicizzare.
Vangelo principio e norma della Chiesa
Vorrei tentare una lettura della EG per capire appunto come una riconversione unitaria delle membra separate o disgregate del Popolo di Dio sia possibile “con il lavacro dell'acqua mediante la parola”, grazie appunto a quel principio attivo e vitale che è il vangelo predicato ai poveri, criterio primario di discernimento e di verifica per tutti: un vangelo che non ruoti più intorno alla chiesa costituita, ma una chiesa in fieri che ruoti intorno al vangelo e in ultima analisi intorno al suo Signore Cristo Gesù, irriducibile alle forme religiose di ogni tipo.
Le parole con cui si apre l’esortazione sono rivelative di quale sia la fonte e di quali siano gli sbocchi desiderati: “La gioia del vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù… In questa Esortazione desidero indirizzarmi ai fedeli cristiani, per invitarli a una nuova tappa evangelizzatrice marcata da questa gioia e indicare vie per il cammino della Chiesa nei prossimi anni” (n.1). Si guarda ad un coinvolgimento nella evangelizzazione di tutti i fedeli cristiani, quindi anche dei semplici praticanti che fanno numero; ma anche questa zona grigia è sollecitata a cercare le vie per il suo cammino futuro nella storia e nel mondo di oggi. Nessuno può ritenersi escluso o dispensato! Venendo da altri contesti ecclesiali, forse Papa Francesco non si rende conto della difficoltà di rimuovere blocchi mentali e secolari per poter coscientizzare questa massa passiva di credenti sui generis.
Secondo lui, questo è possibile perché “Gesù Cristo può anche rompere gli schemi noiosi nei quali pretendiamo di imprigionarlo e ci sorprende con la sua costante creatività divina. Ogni volta che cerchiamo di tornare alla fonte e recuperare la freschezza originale del Vangelo spuntano nuove strade, metodi creativi, altre forme di espressione, segni più eloquenti, parole cariche di rinnovato significato per il mondo attuale. In realtà, ogni autentica azione evangelizzatrice è sempre ‘nuova’” (n.11).
A prescindere da considerazioni spirituali o esami di coscienza dei singoli, emerge dal discorso complessivo di Papa Francesco la visione dello stato pastorale della chiesa, fatto oggetto di discernimento critico. Richiamandosi al Sinodo dei vescovi del 2012, ricorda che “la nuova evangelizzazione chiama tutti e si realizza fondamentalmente in tre ambiti”: quello della pastorale ordinaria, in cui rientrano “anche i fedeli che conservano una fede cattolica intensa e sincera, esprimendola in diversi modi, benché non partecipino frequentemente al culto”.
In secondo luogo troviamo l’ambito delle “persone battezzate che però non vivono le esigenze del Battesimo”, per cui la “Chiesa, come madre sempre attenta, si impegna perché essi vivano una conversione che restituisca loro la gioia della fede e il desiderio di impegnarsi con il Vangelo”. Ma è chiaro che - ed è il terzo ambito - “l’evangelizzazione è essenzialmente connessa con la proclamazione del Vangelo a coloro che non conoscono Gesù Cristo o lo hanno sempre rifiutato”. E se tutti hanno il diritto di ricevere il Vangelo, i cristiani hanno il dovere di annunciarlo senza escludere nessuno, ricordando che la Chiesa non cresce per proselitismo ma ‘per attrazione’”.
In ogni caso è necessaria una pastorale di conversione o una conversione della pastorale che non può lasciare le cose come stanno: “Non ignoro che oggi i documenti non destano lo stesso interesse che in altre epoche, e sono rapidamente dimenticati. Ciononostante, sottolineo che ciò che intendo qui esprimere ha un significato programmatico e dalle conseguenze importanti. Spero che tutte le comunità facciano in modo di porre in atto i mezzi necessari per avanzare nel cammino di una conversione pastorale e missionaria, che non può lasciare le cose come stanno. Ora non ci serve una «semplice amministrazione». Costituiamoci in tutte le regioni della terra in un «stato permanente di missione»”(n. 25)
E sempre su questa linea: “Sogno una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’autopreservazione. La riforma delle strutture, che esige la conversione pastorale, si può intendere solo in questo senso: fare in modo che esse diventino tutte più missionarie, che la pastorale ordinaria in tutte le sue istanze sia più espansiva e aperta, che ponga gli agenti pastorali in costante atteggiamento di ‘uscita’ e favorisca così la risposta positiva di tutti coloro ai quali Gesù offre la sua amicizia” (n.27).
Riforma delle strutture e la ricaduta “parrocchia”
Quindi, riforma delle strutture in chiave missionaria e in atteggiamento di “uscita” per creare attrazione e risposta positiva. Anche qui si potrebbe osservare che questa riforma delle strutture è intesa come opera autogena di efficacia finalizzata alla assimilazione, mentre non è motivata e specificata dal rapporto col “mondo” degli altri, beneficiario ma non protagonista di evangelizzazione e misura di ristrutturazione interna: “il Vangelo per i non circoncisi” sembra diverso da quello “per i circoncisi”! (cfr Gal 2,7). Fatta questa osservazione per capire meglio l’impostazione di Papa Francesco, interessa sentire da lui come avviene l’aggiustamento o il cambiamento interno “in corpore ecclesiae”, attraverso quale dinamismo e attraverso quali chiarimenti, se è vero che per unire bisogna distinguere.
Di fatto, l’invocata riconversione pastorale riparte dall’esistente, e cioè dalla centralità della struttura-parrocchia, che sembra insostituibile anche se inadeguata: la si riconosce infatti dotata di “una grande plasticità”, per quanto richieda “la docilità e la creatività missionaria del pastore e della comunità”; si afferma che non è l’unica istituzione evangelizzatrice, ma la si vede come “comunità di comunità e centro di costante invio missionario”; la parrocchia insomma rimane centrale, nonostante che “l’appello alla revisione e al rinnovamento delle parrocchie non ha ancora dato sufficienti frutti perché siano ancora più vicine alla gente, e siano ambiti di comunione viva e di partecipazione, e si orientino completamente verso la missione”. È innegabile che ci troviamo davanti ad un’impasse di una riforma di strutture che non può andare oltre possibili modificazioni e adattamenti comportamentali, senza poter pensare a cambiamenti strutturali veri e propri!
Viene allora da chiedersi se una riconversione missionaria sia possibile grazie ad appelli e raccomandazioni o non debba derivare da un ribaltamento dell’idea stessa di comunità di fede: da entità giuridicamente e gerarchicamente costituita a realtà di comunione. In altre parole è da dire quale si vuole che sia il baricentro, che per Papa Francesco rimane la parrocchia in quanto tale, per quanto intesa come “comunità evangelizzatrice”. Tant’è che “le altre istituzioni ecclesiali, comunità di base e piccole comunità, movimenti e altre forme di associazione, sono una ricchezza della Chiesa che lo Spirito suscita per evangelizzare tutti gli ambienti e settori. Molte volte apportano un nuovo fervore evangelizzatore e una capacità di dialogo con il mondo che rinnovano la Chiesa. Ma è molto salutare che non perdano il contatto con questa realtà tanto ricca della parrocchia del luogo, e che si integrino con piacere nella pastorale organica della Chiesa particolare. Questa integrazione eviterà che rimangano solo con una parte del Vangelo e della Chiesa, o che si trasformino in nomadi senza radici” (n.29).
Il primato del “giuridicamente corretto” viene rispettato, mentre la centralità della comunione rimane un giudizio di valore. Senza nulla togliere al grande passo avanti che il Papa invita a fare, è giocoforza chiedersi se per trasformazioni radicali ed epocali bastino correttivi, aggiustamenti marginali e pressanti inviti, o non si debba arretrare in territorio dottrinale e mettere mano a questioni di fondo. È in questo senso che mi sembra si debba raccogliere un preciso invito: “Invito tutti ad essere audaci e creativi in questo compito di ripensare gli obiettivi, le strutture, lo stile e i metodi evangelizzatori delle proprie comunità. Una individuazione dei fini senza un’adeguata ricerca comunitaria dei mezzi per raggiungerli è condannata a tradursi in mera fantasia. Esorto tutti ad applicare con generosità e coraggio gli orientamenti di questo documento, senza divieti né paure. L’importante è non camminare da soli, contare sempre sui fratelli e specialmente sulla guida dei Vescovi, in un saggio e realistico discernimento pastorale”.
In questo lavoro di ripensamento è da vedere se non sarebbe necessario anteporre la “chiesa nascente” alla “chiesa esistente”, la chiesa-comunione alla comunione nella chiesa, una chiesa-laicale alla chiesa-clericale: se non ci sarebbe da eliminare quella anomalia per cui “si parla più della legge che della grazia, più della Chiesa che di Gesù Cristo, più del Papa che della Parola di Dio” (n.38). La vera rivoluzione sarebbe questa e porterebbe ad un reale cambiamento d’epoca, altrimenti siamo ai ritocchi, ai maquillage, ai restauri.
Sì, è vero, “l’importante è non camminare da soli, contare sempre sui fratelli e specialmente sulla guida dei Vescovi, in un saggio e realistico discernimento pastorale”. Ma è inevitabile chiedersi se camminare insieme vuol dire solo formalmente unità del gregge con i Pastori o debba voler dire anche materialmente unità dei pastori col gregge. Certo, se si facesse un bilancio del genere, una carenza si avvertirebbe più in questo secondo caso che nel primo.
C’è da dare atto a Papa Francesco di aver portato questa istanza alle alte sfere e di proporla ora alla chiesa intera, ma è chiaro che si tratta di un processo epocale, per cui “nel suo costante discernimento, la Chiesa può anche giungere a riconoscere consuetudini proprie non direttamente legate al nucleo del Vangelo, alcune molto radicate nel corso della storia, che oggi ormai non sono più interpretate allo stesso modo e il cui messaggio non è di solito percepito adeguatamente. Possono essere belle, però ora non rendono lo stesso servizio in ordine alla trasmissione del Vangelo. Non abbiamo paura di rivederle. Allo stesso modo, ci sono norme o precetti ecclesiali che possono essere stati molto efficaci in altre epoche, ma che non hanno più la stessa forza educativa come canali di vita… Dovrebbe essere uno dei criteri da considerare al momento di pensare una riforma della Chiesa e della sua predicazione che permetta realmente di giungere a tutti” (n. 43).
Siamo sempre sul filo di una possibile ambiguità da risolvere in partenza: riforma della chiesa e della predicazione per giungere a tutti tatticamente o perché il messaggio del Vangelo è proponibile e accessibile a tutti?
Chiesa in uscita ma sempre aperta: i Sacramenti
La Chiesa dunque è “in uscita”, ma lasciando le porte sempre aperte perché “è chiamata ad essere sempre la casa aperta del Padre”. Andando però al concreto, siamo portati al problema della partecipazione ai sacramenti, a proposito della quale si dice: “Tutti possono partecipare in qualche modo alla vita ecclesiale, tutti possono far parte della comunità, e nemmeno le porte dei Sacramenti si dovrebbero chiudere per una ragione qualsiasi. Questo vale soprattutto quando si tratta di quel sacramento che è ‘la porta’, il Battesimo. L’Eucaristia, sebbene costituisca la pienezza della vita sacramentale, non è un premio per i perfetti ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli. Queste convinzioni hanno anche conseguenze pastorali che siamo chiamati a considerare con prudenza e audacia. Di frequente ci comportiamo come controllori della grazia e non come facilitatori. Ma la Chiesa non è una dogana, è la casa paterna dove c’è posto per ciascuno con la sua vita faticosa” (47).
Si tratta di riportare in primo piano la dimensione sacramentale della chiesa, “segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” (LG n.1). Tutto sta a vedere se questa sacramentalità di fondo – vivere ed agire “in persona Christi” – è vissuta nel versante del vangelo e della evangelizzazione o nel versante della pura e semplice sacramentalizzazione, quando cioè diventa gestione del sacro ed esercizio di potere gerarchico.
Ecco un altro punto critico decisivo per un cambiamento epocale. Ma anche qui il problema è posto e riconosciuto, non risolto. Al n.102 si dice: “I laici sono semplicemente l’immensa maggioranza del popolo di Dio. Al loro servizio c’è una minoranza: i ministri ordinati. È cresciuta la coscienza dell’identità e della missione del laico nella Chiesa… Ma la presa di coscienza di questa responsabilità laicale che nasce dal Battesimo e dalla Confermazione non si manifesta nello stesso modo da tutte le parti… a causa di un eccessivo clericalismo che li mantiene al margine delle decisioni”. Ma questa chiara affermazione di principio trova riscontro o non piuttosto smentite nelle situazioni di fatto?
Il nodo viene al pettine quando si parla della donna e delle sue “responsabilità pastorali insieme con i sacerdoti”, e quindi dei ministeri. Al n. 104 leggiamo: “Il sacerdozio riservato agli uomini, come segno di Cristo Sposo che si consegna nell’Eucaristia, è una questione che non si pone in discussione, ma può diventare motivo di particolare conflitto se si identifica troppo la potestà sacramentale con il potere. Non bisogna dimenticare che quando parliamo di potestà sacerdotale «ci troviamo nell’ambito della funzione, non della dignità e della santità». Il sacerdozio ministeriale è uno dei mezzi che Gesù utilizza al servizio del suo popolo, ma la grande dignità viene dal Battesimo, che è accessibile a tutti. La configurazione del sacerdote con Cristo Capo – vale a dire, come fonte principale della grazia – non implica un’esaltazione che lo collochi in cima a tutto il resto. Nella Chiesa le funzioni «non danno luogo alla superiorità degli uni sugli altri». Di fatto, una donna, Maria, è più importante dei vescovi. Anche quando la funzione del sacerdozio ministeriale si considera ‘gerarchica’, occorre tenere ben presente che «è ordinata totalmente alla santità delle membra di Cristo». Sua chiave e suo fulcro non è il potere inteso come dominio, ma la potestà di amministrare il sacramento dell’Eucaristia; da qui deriva la sua autorità, che è sempre un servizio al popolo. Qui si presenta una grande sfida per i pastori e per i teologi, che potrebbero aiutare a meglio riconoscere ciò che questo implica rispetto al possibile ruolo della donna lì dove si prendono decisioni importanti, nei diversi ambiti della Chiesa”.
Non vorrei che fosse un escamotage! Sembra infatti che per risolvere il dilemma tra potestà sacerdotale e potere si giochi al ribasso della “dignità sacerdotale”: la dignità come valore intrinseco e inalienabile delle persone deriverebbe solo dal Battesimo, mentre il ministero sacerdotale avrebbe il puro ruolo di funzione, e quindi non darebbe luogo alla superiorità degli uni sugli altri. Per cui un eventuale sacerdozio alle donne non sarebbe affatto una promozione! Ma se così stanno le cose, si capisce ancora meno come la dignità battesimale e sacerdotale del Popolo di Dio non possa prevedere funzioni sacerdotali rappresentative – anche provvisorie e limitate nel tempo - da parte di battezzati in quanto tali e quindi anche di donne, ugualmente a servizio del popolo. Stando elle parole del Papa, il ministero non è più inteso come fatto organico e strutturale, anche se “la funzione del sacerdozio ministeriale si considera ‘gerarchica’”.
Questa è davvero “una grande sfida per i pastori e per i teologi”, e non è possibile rimanere all’impatto delle parole. Se in linea di principio c’è uno spostamento dell’asse sacramentale-ministeriale verso la centralità del Vangelo, una ricaduta sulle strutture di ministero, su cui è imperniata del resto la chiesa cattolica, è estremamente laboriosa. È come dover passare dal moto di rotazione a quello di rivoluzione, con la difficoltà di coordinarli e armonizzarli. È forse qui che deve avvenire una mutazione genetica dell’intera chiesa, perché acquisisca la “forma evangelii” e diventi richiamo immediato al vangelo prima che ad altro, in qualche modo come nella estimazione pubblica l’Islam si immedesima col Corano.
Il punto critico sta allora nel rapporto Parola-Sacramento, che va ricreato e rivissuto in maniera nuova come sintesi e non solo come giustapposizione, come quando si parla di mensa della Parola e mensa eucaristica. Non a caso poco sopra si parlava di “riforma della Chiesa e della sua predicazione”, un po’ come di causa ed effetto. Il problema non è ignorato, tanto è vero che della predicazione se ne parla in lungo e in largo e al n. 174 leggiamo: “La Chiesa non evangelizza se non si lascia continuamente evangelizzare. È indispensabile che la Parola di Dio «diventi sempre più il cuore di ogni attività ecclesiale». La Parola di Dio ascoltata e celebrata, soprattutto nell’Eucaristia, alimenta e rafforza interiormente i cristiani e li rende capaci di un’autentica testimonianza evangelica nella vita quotidiana. Abbiamo ormai superato quella vecchia contrapposizione tra Parola e Sacramento. La Parola proclamata, viva ed efficace, prepara la recezione del Sacramento, e nel Sacramento tale Parola raggiunge la sua massima efficacia” (n.174). Ma davvero ci troviamo davanti ad una chiesa che brilla di luce evangelica più che per la sacralità dei suoi apparati religiosi e posizioni di potere, e cioè per il suo clericalismo imperante, anche se corretto?
Vangelo normalità della Chiesa
Siamo portati a dire che forse non basta che il vangelo sia la norma ideale della chiesa se non diventa la sua normalità nella prassi, il suo stile e il suo modo di essere. È questa la sfida che rilancia Papa Francesco, come se la chiesa dicesse per bocca sua al proprio Signore: “Tu devi crescere e io devo diminuire”. Deve diminuire di valore e di peso la chiesa come “corpo gerarchico” e deve crescere la chiesa di popolo “Corpo di Cristo”. Per ritenere possibile questa operazione basterebbe ricordare che qualcosa di simile è già avvenuto nel versante della evangelizzazione: ci sono stati tempi in cui la stessa funzione di predicazione del vangelo e di magistero – il ministero della Parola - era esclusiva prerogativa gerarchica, mentre oggi è quasi un luogo comune dire che la chiesa intera è di suo comunità missionaria ed evangelizzante, fino ad avere una sua responsabilità di magistero quanto alla fede, in quanto è infallibile in credendo.
Papa Francesco del resto, intenzionalmente o meno, ci offre gli elementi per compiere questa operazione, che però può avvenire solo “in corpore vivo” della chiesa, e cioè dentro di noi e attraverso di noi: “L’evangelizzazione è compito della Chiesa. Ma questo soggetto dell’evangelizzazione è ben più di una istituzione organica e gerarchica, poiché anzitutto è un popolo in cammino verso Dio. Si tratta certamente di un mistero che affonda le sue radici nella Trinità, ma che ha la sua concretezza storica in un popolo pellegrino ed evangelizzatore, che trascende sempre ogni pur necessaria espressione istituzionale. Propongo di soffermarci un poco su questo modo d’intendere la Chiesa, che trova il suo ultimo fondamento nella libera e gratuita iniziativa di Dio” (n.111).
Questo popolo pellegrino ed evangelizzatore esercita a suo modo una funzione sacramentale, in quanto “la Chiesa è inviata da Gesù Cristo come sacramento della salvezza offerta da Dio. Essa, mediante la sua azione evangelizzatrice, collabora come strumento della grazia divina che opera incessantemente al di là di ogni possibile supervisione… Il principio del primato della grazia dev’essere un faro che illumina costantemente le nostre riflessioni sull’evangelizzazione” (n.112).
Si torna a riscoprire la chiesa come sacramento primario ed originario e più che concepire la Parola in funzione dei sacramenti, è vitale intendere questi come frutto e integrazione della Parola nella fede: “Essere Chiesa significa essere Popolo di Dio, in accordo con il grande progetto d’amore del Padre. Questo implica essere il fermento di Dio in mezzo all’umanità. Vuol dire annunciare e portare la salvezza di Dio in questo nostro mondo, che spesso si perde, che ha bisogno di avere risposte che incoraggino, che diano speranza, che diano nuovo vigore nel cammino. La Chiesa dev'essere il luogo della misericordia gratuita, dove tutti possano sentirsi accolti, amati, perdonati e incoraggiati a vivere secondo la vita buona del Vangelo” (n.114).
È chiaro che questo Popolo di Dio viene preso qui in concreto quale bacino o laboratorio per quel necessario rimpasto generale che dovrebbe dare un volto unitario ad una chiesa di uomini e donne del popolo: “Il criterio di realtà, di una Parola già incarnata e che sempre cerca di incarnarsi, è essenziale all’evangelizzazione. Ci porta, da un lato, a valorizzare la storia della Chiesa come storia di salvezza, a fare memoria dei nostri santi che hanno inculturato il Vangelo nella vita dei nostri popoli, a raccogliere la ricca tradizione bimillenaria della Chiesa, senza pretendere di elaborare un pensiero disgiunto da questo tesoro, come se volessimo inventare il Vangelo. Dall’altro lato, questo criterio ci spinge a mettere in pratica la Parola, a realizzare opere di giustizia e carità nelle quali tale Parola sia feconda. Non mettere in pratica, non condurre la Parola alla realtà, significa costruire sulla sabbia, rimanere nella pura idea e degenerare in intimismi e gnosticismi che non danno frutto, che rendono sterile il suo dinamismo” (n. 233).
Papa Francesco è consapevole di lasciarsi andare ad affermazioni dirompenti, tanto che sente il bisogno di precisare: “Questa non è l’opinione di un Papa né un’opzione pastorale tra altre possibili; sono indicazioni della Parola di Dio così chiare, dirette ed evidenti che non hanno bisogno di interpretazioni che toglierebbero ad esse forza interpellante. Viviamole ‘sine glossa’, senza commenti. In tal modo sperimenteremo la gioia missionaria di condividere la vita con il popolo fedele a Dio cercando di accendere il fuoco nel cuore del mondo” (n.271).
E noi che cosa aspettiamo?”
Ma ecco dove l’appello ad operare e “soffrire insieme per il vangelo” diventa diretto per ciascuno: “In virtù del Battesimo ricevuto, ogni membro del Popolo di Dio è diventato discepolo missionario (cfr Mt 28,19). Ciascun battezzato, qualunque sia la sua funzione nella Chiesa e il grado di istruzione della sua fede, è un soggetto attivo di evangelizzazione e sarebbe inadeguato pensare ad uno schema di evangelizzazione portato avanti da attori qualificati in cui il resto del popolo fedele fosse solamente recettivo delle loro azioni. La nuova evangelizzazione deve implicare un nuovo protagonismo di ciascuno dei battezzati. Questa convinzione si trasforma in un appello diretto ad ogni cristiano, perché nessuno rinunci al proprio impegno di evangelizzazione, dal momento che, se uno ha realmente fatto esperienza dell’amore di Dio che lo salva, non ha bisogno di molto tempo di preparazione per andare ad annunciarlo, non può attendere che gli vengano impartite molte lezioni o lunghe istruzioni. Ogni cristiano è missionario nella misura in cui si è incontrato con l’amore di Dio in Cristo Gesù; non diciamo più che siamo ‘discepoli’ e ‘missionari’, ma che siamo sempre ‘discepoli-missionari’... E noi che cosa aspettiamo?” (n.120).
Per essere evangelizzatori non c’è bisogno di altre investiture oltre quella che nasce dalla fede in Cristo e dal battesimo, ed in fondo è una impresa già in atto di cui farsi parte attiva. Infatti “possiamo pensare che i diversi popoli nei quali è stato inculturato il Vangelo sono soggetti collettivi attivi, operatori dell’evangelizzazione. Questo si verifica perché ogni popolo è il creatore della propria cultura ed il protagonista della propria storia… Ciascuna porzione del Popolo di Dio, traducendo nella propria vita il dono di Dio secondo il proprio genio, offre testimonianza alla fede ricevuta e la arricchisce con nuove espressioni che sono eloquenti. Si può dire che «il popolo evangelizza continuamente sé stesso». Qui riveste importanza la pietà popolare, autentica espressione dell’azione missionaria spontanea del Popolo di Dio. Si tratta di una realtà in permanente sviluppo, dove lo Spirito Santo è il protagonista” (n.122).
È il Popolo di Dio il soggetto portatore unitario della Parola di vita. Ed è vitale che tutte le sue componenti abbiano o ritrovino un loro amalgama ed interazione, a cominciare dalla pietà popolare, che è “vita teologale presente nella pietà dei popoli cristiani, specialmente nei poveri” (n.125), vero “luogo teologico a cui dobbiamo prestare attenzione, particolarmente nel momento in cui pensiamo alla nuova evangelizzazione” (n.126). Ancora una volta si lascia capire che una riforma o è di tutto e di tutti o non lo è!
È qui che i vari carismi devono mettersi al servizio della comunione evangelizzatrice, comunione dinamica che deve portare a convergere le diverse espressioni interne al Popolo di Dio: catecumeni, battezzati, praticanti, pastori, ministri, teologi, compagnie, congregazioni, movimenti, associazioni, aggregazioni varie, che hanno ragion d’essere solo se a servizio della totalità ed integrità del vangelo, la cui “ricchezza piena incorpora gli accademici e gli operai, gli imprenditori e gli artisti, tutti. La ‘mistica popolare’ accoglie a suo modo il Vangelo intero e lo incarna in espressioni di preghiera, di fraternità, di giustizia, di lotta e di festa... Il Vangelo possiede un criterio di totalità che gli è intrinseco: non cessa di essere Buona Notizia finché non è annunciato a tutti, finché non feconda e risana tutte le dimensioni dell’uomo, e finché non unisce tutti gli uomini nella mensa del Regno. Il tutto è superiore alla parte” (n. 237).
È questo in sostanza il processo di trasformazione evangelica che deve avvenire all’interno del Popolo di Dio presente nella storia e per il quale è necessario il concorso di tutti, tenendo presente che diventare un popolo “è un lavoro lento e arduo che esige di volersi integrare e di imparare a farlo fino a sviluppare una cultura dell’incontro in una pluriforme armonia” (n.220); e che “l’autore principale, il soggetto storico di questo processo, è la gente e la sua cultura, non una classe, una frazione, un gruppo, un’élite. Non abbiamo bisogno di un progetto di pochi indirizzato a pochi, o di una minoranza illuminata o testimoniale che si appropri di un sentimento collettivo” (n.239).
Se ora ci chiediamo quale tipologia di chiesa debba rinascere dalla vitalità e fecondità di un Popolo di Dio in stato di conversione e di riforma, sarà quella chiesa per la quale “l’opzione per i poveri è una categoria teologica prima che culturale, sociologica, politica o filosofica… Questa opzione – insegnava Benedetto XVI – «è implicita nella fede cristologica in quel Dio che si è fatto povero per noi, per arricchirci mediante la sua povertà». Per questo - dice ancora il Papa - desidero una Chiesa povera per i poveri. Essi hanno molto da insegnarci. Oltre a partecipare del sensus fidei, con le proprie sofferenze conoscono il Cristo sofferente. È necessario che tutti ci lasciamo evangelizzare da loro. La nuova evangelizzazione è un invito a riconoscere la forza salvifica delle loro esistenze e a porle al centro del cammino della Chiesa. Siamo chiamati a scoprire Cristo in loro, a prestare ad essi la nostra voce nelle loro cause, ma anche ad essere loro amici, ad ascoltarli, a comprenderli e ad accogliere la misteriosa sapienza che Dio vuole comunicarci attraverso di loro” (n. 198).
Le fattezze e la sensibilità di questa chiesa vengono fuori da altre parole: “Dal momento che questa Esortazione è rivolta ai membri della Chiesa Cattolica, desidero affermare con dolore che la peggior discriminazione di cui soffrono i poveri è la mancanza di attenzione spirituale. L’immensa maggioranza dei poveri possiede una speciale apertura alla fede; hanno bisogno di Dio e non possiamo tralasciare di offrire loro la sua amicizia, la sua benedizione, la sua Parola, la celebrazione dei Sacramenti e la proposta di un cammino di crescita e di maturazione nella fede. L’opzione preferenziale per i poveri deve tradursi principalmente in un’attenzione religiosa privilegiata e prioritaria” (n. 200).
Una prova del nove di ciò l’abbiamo invece in queste parole: “Qualsiasi comunità della Chiesa, nella misura in cui pretenda di stare tranquilla senza occuparsi creativamente e cooperare con efficacia affinché i poveri vivano con dignità e per l’inclusione di tutti, correrà anche il rischio della dissoluzione, benché parli di temi sociali o critichi i governi. Facilmente finirà per essere sommersa dalla mondanità spirituale, dissimulata con pratiche religiose, con riunioni infeconde o con discorsi vuoti” (n. 207).
Concluderei dicendo che siamo avvertiti, mentre possiamo ripeterci: “E noi che cosa aspettiamo?”.
Alberto B.Simoni op

Articolo tratto da:

FORUM Koinonia 376 (18 gennaio 2014)

http://www.koinonia-online.it

Convento S.Domenico - Piazza S.Domenico, 1 - Pistoia - Tel. 0573/22046


Sabato 18 Gennaio,2014 Ore: 20:03
 
 
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