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www.ildialogo.org Papa Francesco «non si rende conto dei danni che sta facendo». Intervista al filosofo cattolico americano Michael Novak di Paolo Mastrolilli - con note,

CEDIMENTO STRUTTURALE DELL'IMPERO CATTOLICO-ROMANO E RINASCITA DEL CRISTIANESIMO. "DIO NON E’ CATTOLICO" (Carlo Maria Martini, Conversazioni notturne a Gerusalemme).
Papa Francesco «non si rende conto dei danni che sta facendo». Intervista al filosofo cattolico americano Michael Novak di Paolo Mastrolilli - con note

«Cristo ha portato anche elementi di contraddizione, forse non è possibile farne a meno. Forse è un bene che questo Papa, riconducendo la Chiesa alle radici della sua missione, ci spinga a riflettere»


NOTE PRELIMINARI:

"è troppo tardi per cambiare ora: avremmo bisogno di dieci Francesco d’Assisi" (Lenin)

VATICANO: CEDIMENTO STRUTTURALE DEL CATTOLICESIMO-ROMANO. Benedetto XVI, il papa teologo, ha gettato via la "pietra" su cui posava l’intera Costruzione ... e anche la maschera!

A CHE GIOCO GIOCA LA GERARCHIA CATTOLICO-ROMANA?!... A CHE STA LAVORANDO FRANCESCO? ALLA RESTAURAZIONE DEL POTERE DEL "DOMINUS IESUS" PER MOLTI O ALLA RESTITUZIONE DEL "LUMEN GENTIUM" A TUTTI?! Il papa è demagogo? Un commento di Jean Mercier - con note (fls)

_________________________________________

«Non si rende conto dei danni che sta facendo»

intervista a Michael Novak

a cura di Paolo Mastrolilli (La Stampa, 21 settembre 2013)

«Un amico mi ha chiesto se il Papa si rende conto dei danni che fa, con questi commenti estemporanei. Di certo usare la parola ossessione nei confronti di chi lavora da sempre per la difesa della vita è una cosa che ferisce». In oltre venti anni che lo conosciamo, non era mai capitato prima di sentire parole così dubbiose verso il Papa da Michael Novak, forse il più noto filosofo cattolico americano, molto legato a Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.

Cosa pensa dell’intervista rilasciata da Francesco a Civiltà Cattolica?

«Ho visto due tipi di reazioni: quella del mio amico, che vi ho descritto; e quella di George Weigel, secondo cui dobbiamo abituarci ai comportamenti di un pontefice evangelico, che non si rivolge a noi come accademico, ma come predicatore. Weigel ha ragione, però, usare parole come “ossessione” ferisce fedeli che hanno rischiato anche la vita, per proteggerla».

Francesco vuole cambiare la dottrina o il tono della Chiesa?

«Il tono. Però l’effetto rischia comunque di essere dannoso».

Perché?

«Mette molti cristiani sulla difensiva, proprio quando sono attaccati. Nello stesso tempo incoraggia le critiche contro la Chiesa, da parte dei suoi avversari dichiarati, che non aspettavano altro».

A cosa si riferisce?

«Le sue parole lo espongono alla strumentalizzazione da parte di chi vuole colpire la Chiesa. Basta guardare come le ha usate il New York Times».

C’è il rischio che una parte dei fedeli americani lasci la Chiesa?

«Non credo. Forse i più fragili estremisti, ma sarà un fenomeno molto limitato. La sinistra, però, si sentirà incoraggiata a spingere per modifiche della dottrina».

Non esiste anche la possibilità inversa, quella che un «Papa evangelico» riavvicini i fedeli?

«Cristo ha portato anche elementi di contraddizione, forse non è possibile farne a meno. Forse è un bene che questo Papa, riconducendo la Chiesa alle radici della sua missione, ci spinga a riflettere»



Sabato 21 Settembre,2013 Ore: 15:37
 
 
Commenti

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Autore Città Giorno Ora
Federico La Sala Milano 21/9/2013 15.44
Titolo:Ora la Chiesa italiana dovrà cambiare, e non poco
- Ora la Chiesa italiana dovrà cambiare, e non poco

- di Domenico Rosati ex presidente delle associazioni cattoliche dei lavoratori italiani

- l’Unità, 21.09.2013

DOPO L’EMOZIONE LA RIFLESSIONE. L’INTERVISTA DI PAPA FRANCESCO ALLE RIVISTE DEI GESUITI chiarifica in modo ormai inequivocabile il suo atteggiamento fondamentale. Contrariamente a quel che traspare da qualche entusiasmo, egli non innova, e non intende innovare, nell’insegnamento della Chiesa. In chiaro: la sua non è un’apertura... al peccato. È invece, e fortemente, una diversa considerazione del peccatore. Diversa da quella che nei secoli si è stratificata in una sequenza di condanne e di diffide, e anche scomuniche.

Ora viceversa l’accento cade sull’esigenza di rifiutare la pratica dell’«ingerenza spirituale nella vita delle persone», ciò che avviene quando le libere coscienze dei singoli s’imbattono non nell’abbraccio misericordioso di un Dio che «gioisce quando perdona», ma nell’accigliata asprezza ecclesiastica di una richiesta di ossequio a una regola uniforme.

Ha ragione chi osserva che tutto questo era già scritto nel messaggio del Concilio Vaticano II. Ma è altrettanto vero che decenni di polvere hanno offuscato la luce. Tant’è che in molti s’è addirittura fiaccata l’aspettativa di vederne realizzato il disegno. La riflessione dovrà quindi concentrarsi sull’osservazione dell’impatto del ritorno evangelico di Francesco su una prassi di tipo clericale invalsa nelle comunità cattoliche e, parallelamente, su un giudizio sul mondo contemporaneo inteso come una «cosa altra», un pericolo da fronteggiare piuttosto che una realtà evolutiva in cui immergersi per decifrarla ed umanizzarla.

La questione si pone in modo diversificato nelle molteplici realtà in cui vivono i cattolici, in rapporto alle differenti storie e tradizioni. Ma se c’è un luogo in cui è presumibile che il «fatto nuovo» della pastorale francescana produrrà qualche effetto questo luogo è l’Italia. Da noi, infatti, più che altrove ha attecchito l’applicazione del metodo dottrinale-deduttivo, dai principi alla prassi, fino alla concatenazione tra principi, valori ed... emendamenti legislativi non negoziabili, previa selezione di temi sensibili rispetto ad altri reputati, arbitrariamente, meno degni di tutela.

C’è quindi da immaginare che qualcosa accadrà nella realtà cattolica italiana, a partire dall’episcopato. Ma che cosa? È scontato il fenomeno classico dell’allineamento diffuso al dettato papale, con le annesse disinvolture argomentative. Più problematico, ma più desiderabile, è un mutamento che corrisponda ad una reale assimilazione del carattere impegnativo di questa «strategia della misericordia» anche nelle sue conseguenze rispetto alla realtà sociale e politica.

È lecito domandarsi se siano in campo o possano esprimersi adeguatamente le energie necessarie per reggere un simile processo di riconversione. Perché queste possano sprigionarsi è necessario però che ad ogni livello si trovi il modo di dare diritto di parola effettivamente a tutti coloro che ne abbiano titolo e vocazione. Si ritrovi cioè quel coraggio che, ad esempio, consentì negli anni Settanta, dopo il trauma del referendum sul divorzio, di convocare un’assemblea di credenti nella quale poterono confrontarsi, senza diaframmi, i sostenitori delle due posizioni in conflitto.

Tanti negli ultimi anni hanno rinunciato a parlare, tanti si sono collocati nel perimetro dell’acqua bassa. Tanti, tra i laici cristiani, hanno smesso di aiutare i vescovi a comprendere il mondo e si sono accontentati di svolgere un compito di trasmissione. Ma anche a quelli che, non senza sofferenza, hanno continuato a coltivare la speranza si rivolge oggi la provocazione di Francesco: che non credano, come dopo il Concilio, di aver ottenuto una vittoria definitiva. Reclamino lo spazio dovuto, ma poi si diano da fare ha detto: immischiarsi nella chiesa e nella società.
Autore Città Giorno Ora
Federico La Sala Milano 21/9/2013 22.20
Titolo:Il magistero sui «principi non negoziabili» però non si incrina ...
Bergoglio ai medici: «Diffondete la cultura della vita»


di Luca Kocci (il manifesto, 21 settembre 2013)

Dopo aver letto l’intervista di Bergoglio pubblicata giovedì da Civiltà cattolica, molti hanno parlato
di un papa rivoluzionario («Le parole rivoluzionarie del Papa», titolava in prima pagina il Corriere
della sera). Ascoltando invece il discorso che ieri Francesco ha rivolto ai ginecologi cattolici
ricevuti in Vaticano – tutte incentrate sul tema della difesa della vita e della lotta contro l’aborto –,
sembrava di sentire le parole di Ratzinger, pacate nei toni, identiche nei contenuti.

Eppure il pensiero di Bergoglio non è sdoppiato ma unico, e fino ad ora tiene insieme i due aspetti:
l’addio ai toni da crociata dei suoi predecessori contro gli infedeli relativisti e la conferma degli
aspetti fondamentali della dottrina cattolica («Pop e conservatore» titolava il manifesto all’indomani
dell’elezione al soglio pontificio).

Una pastorale meno rigida e più inclusiva nei confronti dei
“lontani” sembra essere la vera novità di questi primi mesi. Insieme ad una riforma della Curia e
degli organismi finanziari che forse verrà nei prossimi mesi. E c’è da aspettarsi che entrambe
saranno ostacolate dai settori più conservatori.

A questo proposito, oggi potrebbe essere annunciata
la nomina del prefetto della Congregazione per il clero (il dicastero che si occupa dei preti di tutto il
mondo): va via il cardinale ratzingeriano e ultraconservatore Mauro Piacenza (molto legato al card.
Bertone, segretario di Stato uscente), che andrà alla Penitenzieria apostolica, il tribunale che si
occupa di indulgenze e confessioni.

Al suo posto arriva l’arcivescovo Beniamino Stella, un
diplomatico come il nuovo segretario di Stato entrante Pietro Parolin, in passato nunzio a Cuba e in
Colombia, ora presidente della Pontificia accademia ecclesiastica, la scuola di formazione dei
diplomatici della Santa sede. Lo spoil system continua.
Il magistero sui «principi non negoziabili» però non si incrina, come dimostra il discorso di ieri ai
ginecologi: la battaglia contro l’aborto resta la “linea del Piave”.

Constatiamo «i progressi della
medicina», ma «riscontriamo il pericolo che il medico smarrisca la propria identità di servitore della
vita», ha detto Bergoglio. Colpa del «disorientamento culturale» che «ha intaccato» anche «la
medicina», per cui «pur essendo per loro natura al servizio della vita, le professioni sanitarie sono
indotte a volte a non rispettare la vita stessa». «Si attribuiscono alla persona nuovi diritti, a volte
anche presunti diritti», aggiunge, e «non sempre si tutela la vita come valore primario». «Ogni
bambino non nato ma condannato ingiustamente ad essere abortito – affonda Bergoglio – ha il volto
di Gesù Cristo».

C’è poi l’appello ai medici ad essere «testimoni e diffusori di questa cultura della
vita» all’interno delle strutture sanitarie: «I reparti di ginecologia sono luoghi privilegiati di
testimonianza e di evangelizzazione».

Il papa non la nomina, ma l’invito all’obiezione di coscienza
pare evidente. E a ribadire l’inamovibilità dei principi non negoziabili è anche il convegno
internazionale sulla famiglia che si conclude oggi in Vaticano.

Mons. Paglia, “ministro” della
famiglia, auspica la redazione di una Carta internazionale dei diritti della famiglia per difenderla
dalle «usurpazioni» e dagli «attacchi violentissimi» cui è sottoposta. E il presidente dei giuristi
cattolici, D’Agostino bolla come «famiglia sintetica» tutti i tipi di unione che non siano quelle fra
uomo e donna fondate sul matrimonio: frutto di uno «spirito malato», non basate su un progetto
«ma sull’immediatezza dei sentimenti», senza futuro.


In mattinata, nella quotidiana messa a Santa Marta, Bergoglio ha avuto un’uscita delle sue, a
testimonianza della sua capacità di tenere insieme dottrina e popolo. «L’avidità del denaro è la
radice di tutti mali», ha detto nella breve omelia, aggiungendo subito: «E questo non è comunismo,
è Vangelo». E così ha riequilibrato quanto aveva detto a Civiltà cattolica: «Non sono mai stato di
destra».
Autore Città Giorno Ora
Federico La Sala Milano 28/9/2013 10.20
Titolo:LA CONCEZIONE DEL POTERE. «G8» vaticano e viaggio ad Assisi
«G8» vaticano e viaggio ad Assisi Settimana di svolta per la Chiesa

di Alberto Melloni (Corriere della Sera, 28 settembre 2013)

Con il primo incontro del «consilium» degli otto cardinali e il pellegrinaggio ad Assisi in calendario la prossima settimana papa Francesco attraverserà due appuntamenti decisivi per la fisionomia del suo pontificato. È vero, infatti, che Bergoglio ha già segnato con tratto sicuro i binari spirituali del proprio ministero. Trasformare lo Stato della Città del Vaticano in una parrocchia e diventarne parroco ha già legato il suo papato a quella cura animarum rimasta in ombra negli anni che egli stesso ha definito della «ingerenza spirituale».

L’aver indossato con lieta eleganza l’abito della povertà ha già oscurato i disastri che negli anni scorsi avevano disgustato la Chiesa. L’aver scelto Gesù come registro del suo discorso l’ha già reso invulnerabile sia alla stizza di chi s’inchina solo al suo «ruolo» sia alle patetiche adulazioni che punteggiano questi mesi.

Eppure nella prossima settimana Francesco si misura (e per sua scelta) con «la» questione del cattolicesimo romano dell’ultimo mezzo secolo: quella della collegialità. Questo è il senso del «G8» dei porporati che comincia il 1° ottobre. Essi si adunano senza una bolla, una lettera, un’omelia che ne definisca lo statuto.

Uno scarno comunicato istitutivo evocava una loro funzione di consiglio «ad gubernandam ecclesiam», che andava nella direzione della collegialità conciliare. In predica Francesco ha alluso al bisogno di sinodalità di cui sono la risonanza. Un accenno agostano sugli otto come outsider lasciava intendere che non era per cavar da lì dei prefetti di curia che il Papa li aveva scelti. Ma di specifico null’altro.

Quasi che Francesco volesse fare «con» gli otto e non «prima» di loro un passo che avrebbe, quello sì, una portata storica. Perché quando il Papa dice in aereo le cose che tutti i parroci dicono in confessionale, colpisce un immaginario e soprattutto quell’immaginario incolto che vede nella Chiesa l’ottusa custode di un assolutismo della verità. Ma quando si misura - e con gli otto ha deciso di misurarsi - con «la» questione della collegialità scrive davvero la sua pagina di storia: quella che deciderà se Francesco vuol obbedire ora al concilio, rinviare questa obbedienza o delegarla al successore.

Chi per interesse o diffidenza vuol minimizzare Francesco dice che gli otto saranno soltanto l’analogo dei consultori che i superiori gesuiti si mettono accanto. Cioè uno strumento vuoto, reso amabile dalla personalità di Francesco, ma incapace di esprimere la comunione. Chi ha fiducia pensa che convocando un organo con atto primaziale il Papa ha mostrato che non ha in mente di mettersi attorno dei potenti chiamati a diluire «democraticamente» un potere monarchico, ma dei vescovi, capaci di far sentire nella Chiesa universale la voce delle chiese locali, «nelle quali e dalle quali esiste la Chiesa una e cattolica». Come già sognavano i gesuiti, padre Tucci e padre Bertuletti alla fine del Vaticano II e poi Martini.

Da questa «obbedienza» dipenderà anche la riforma della curia. Una riforma della curia che migliori gli standard etico-culturali del personale (come il Papa ha iniziato a fare) o che ottimizzi le procedure decisionali, ma che rimanga all’interno di una ecclesiologia universalista sarà effimera come quelle che l’hanno preceduta nel secolo XX. Se la curia, come ha detto papa Francesco, deve servire le chiese locali e le conferenze episcopali, bisogna cambiarne la posizione, l’atteggiamento, la mentalità. In altri termini la concezione del potere.

Ed è qui che si inserisce l’andata del Francesco papa da Francesco mendicante, il 4 ottobre. Bergoglio è cristiano troppo limpido per salire ad Assisi con l’intento di appropriarsi del dialogo interreligioso, di polemizzare con le fantasie antiche e recenti sulla nazione cattolica, di elogiare «il più italiano dei santi» o di usare il palcoscenico di Assisi per un ennesimo exploit.

Se Francesco va da Francesco è per dire che quel papato che aveva cercato di imbrigliare nella «forma della santa Chiesa romana», come scrive il testamento del Poverello, la chiamata dell’Altissimo a vivere «secondo la forma del santo Vangelo», cerca oggi di compiere la sua spoliazione: sull’onda di una profezia di papa Giovanni XXIII sulla chiesa dei poveri del 1962, di un paragrafo della «Lumen Gentium» del 1964, del Patto delle catacombe del 1965 con il quale i vescovi promettono le cose di cui Bergoglio vive, dopo il compromesso con il povero dell’assemblea di Medellín del 1968 - un papa di nome Francesco porta ad Assisi nel 2013 col suo nome, col suo stile il riconoscimento che la povertà si oppone e cura l’idolatria del potere, cura e sbriciola la persuasiva seduzione dei mezzi di potere.

È questo che disegnerà il profilo di una settimana difficile e la fisionomia di un pontificato che ha già segnato un tempo: il nostro.

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La chiesa di Papa Francesco

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