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www.ildialogo.org A CHE STA LAVORANDO FRANCESCO? ALLA RESTAURAZIONE DEL POTERE DEL "DOMINUS IESUS" PER MOLTI  O  ALLA RESTITUZIONE DEL "LUMEN GENTIUM" A TUTTI?! Il papa è demagogo? Un commento  di Jean Mercier - con note,a c. di Federico La Sala

A CHE GIOCO GIOCA LA GERARCHIA CATTOLICO-ROMANA?! Cristo è la luce delle genti ("Lumen Gentium", 21 novembre 1964); "Il Signore Gesù, prima di ascendere al cielo, affidò ai suoi discepoli il mandato" (J. Ratzinger, "Dominus Iesus", 6 Agosto 2000). Dio ("Deus charitas est") o Mammona (Benedetto XVI, "Deus caritas est", 2006)?!
A CHE STA LAVORANDO FRANCESCO? ALLA RESTAURAZIONE DEL POTERE DEL "DOMINUS IESUS" PER MOLTI  O  ALLA RESTITUZIONE DEL "LUMEN GENTIUM" A TUTTI?! Il papa è demagogo? Un commento  di Jean Mercier - con note

Sì, il papa è demagogo. Può essere davvero diversamente? I cardinali, il 13 marzo 2013, hanno scelto una personalità forte, su un programma di riconquista di fiducia nella Chiesa, sia della base cattolica che dell'opinione pubblica internazionale. (...)


a c. di Federico La Sala

NOTE PRELIMINARI:

COSTANTINO, SANT’ELENA, E NAPOLEONE. L’immaginario del cattolicesimo romano.

Papa Francesco risponde a Eugenio Scalfari e ai non credenti e rispiega la sua ratzingeriana "Lumen fidei". Il testo della lettera - con note 

PENSARE UN ALTRO ABRAMO: GUARIRE LA NOSTRA TERRA. Una lettera aperta a Israele (già inviata a Karol Wojtyla),di Federico La Sala

VIVA L’ITALIA. LA QUESTIONE "CATTOLICA" E LO SPIRITO DEI NOSTRI PADRI E E DELLE NOSTRE MADRI COSTITUENTI. Per un ri-orientamento antropologico e teologico-politico. 

AI CERCATORI DEL MESSAGGIO EVANGELICO. Una nota sulla "lettera" perduta. (fls)

___________________________________________________

Il papa è demagogo?

di Jean Mercier

in “www.lavie.fr” del 18 settembre 2013 (traduzione: www.finesettimana.org)

Carismatico e popolare, Francesco non esita a porre dei gesti che fanno centro e a lanciare formule che attirano l’attenzione. Non esagera un po’ troppo?

La doxa mediatica ha deciso. Papa Francesco è un tipo che va bene. Sei mesi dopo la sua elezione, le critiche che si sono riversate in quantità su Benedetto XVI sono solo un antico ricordo. Finalmente, i cattolici hanno un papa accettabile, cosa che non si era più vista da 30 anni... E se Francesco fosse un pochino demagogo, dal punto di vista culturale che è il nostro? L’idea mi solletica da qualche settimana... Anche se mi meraviglio della capacità di questo papa di parlarci con totale umanità, del suo contatto carnale con la “carne di Cristo” che sono i poveri, sono talvolta a disagio per la sua capacità di seduzione che è in un certo senso una forma di manipolazione, indipendentemente dal fatto che lui ne sia cosciente o meno.

Penso al suo modo di chiedere a quel giovane sconosciuto che chiama al telefono, di dargli del tu. Non c’è dubbio, è il genere di aneddoto che piace nelle redazioni francesi e del mondo intero! Il colmo del genere è la conferenza stampa improvvisata sull’aereo al ritorno dalla GMG. Alcune parole hanno scatenato un’eccitazione senza precedenti. Quando si chiede al papa di posizionarsi sull’omosessualità, risponde: “Chi sono io per giudicare...?”

Tutto sta nel “Chi sono io?”. Ebbene, molto semplicemente: il papa... Ed è per questo che gli viene posta la domanda. E per questo la sua risposta fa discutere.

Anche se sono pienamente d’accordo con ciò che Francesco ha detto sull’atteggiamento della Chiesa nei confronti dei gay, non posso far a meno di storcere il naso. La sua risposta è o un modo di non assumere il suo stato, o una piroetta destinata a sedurre la totalità del pianeta mediatico per la sua umiltà - e fare pensare ad una “rivoluzione” sull’atteggiamento della Chiesa.

Il massimo è stato raggiunto nella famosa lettera ai non-credenti pubblicata su la Repubblica, destinata a Eugenio Scalfari. Magnifico colpo mediatico. Tuttavia, quando il papa spiega che il non- credente può trovarsi libero da debiti davanti a Dio perché è stato fedele alla sua coscienza, non posso fare a meno di trovare l’argomentazione molto debole da tutti i punti di vista. Perché l’inferno è lastricato di buone intenzioni. I torturatori senza fede né legge vi dicono di avere la coscienza tranquilla. Senza dubbio sarebbe stato necessario che il papa entrasse un po’ più addentro alla complessità dell’argomento...

Penso anche alla sua retorica contro il clericalismo, la ricchezza, i cristiani che tengono il broncio, l’ipocrisia dei cattolici, la banca del Vaticano (“San Pietro non aveva un conto in banca”, ecc...). Tutto ciò che dice è vero, ma accarezza il lato “anti-istituzione” di diversi cattolici e non-credenti. Lungi da me l’idea di ridurre il papa ad una sorta di saltimbanco che ci dice solo quello che vogliamo sentire. Ha parole esigenti, del genere che impedisce di dormire, come a Lampedusa, sul nostro egoismo. Lo chiamo addirittura il “defibrillatore”.

Sì, il papa è demagogo. Può essere davvero diversamente? I cardinali, il 13 marzo 2013, hanno scelto una personalità forte, su un programma di riconquista di fiducia nella Chiesa, sia della base cattolica che dell’opinione pubblica internazionale. Un papa capace di attirare l’attenzione in maniera positiva. Partendo da questa realtà, è normale e legittimo che Francesco stia al gioco esercitando una seduzione a 360 gradi.

Stare al gioco, disposto a giocare con i suoi interlocutori... Sull’aereo dell’andata a Rio, Francesco spiega che ha paura dei giornalisti e non concederà loro interviste. Al ritorno, si offre loro come nessun papa aveva mai osato fare, per 1h20, rispondendo a tutte le loro sollecitazioni. Manovra calcolata? Impossibile saperlo. In ogni caso, il successo di comunicazione è stato totale: la Chiesa, sembra, non è più omofoba. Bravo Francesco! E pazienza per la manipolazione del “Chi sono io?”

Allo stesso modo non servirebbe a niente voler ritrovare la stima degli atei, degli agnostici, delle persone “del dubbio” senza dir loro subito che sono brave persone e che Dio li benedice se sono fedeli alla loro coscienza. Perché se dovesse spiegar loro che devono illuminarla con la Rivelazione cristiana, cioè introdurre dei bemolle ed una batteria di condizioni, il potenziale di simpatia sarebbe intaccato, e l’operazione sarebbe annullata.

Il papa è quindi di una coerenza temibile. Bisogna pur mettere dalla propria parte le persone - in particolare quelli che costituiscono la doxa mediatica - prima di sollecitare la loro apertura del cuore su questioni cruciali. Ecco perché sono a favore della demagogia papale. Almeno all’inizio del pontificato.

Ricordiamoci che Bergoglio viene “dall’altro capo del mondo”, e più particolarmente dall’Argentina, un paese la cui cultura è caratterizzata dal populismo. Senza sorpresa, è normale che il papa approfitti della riconquista delle periferie esistenziali basandosi su quella cultura. Tanto più che quella strategia populista si basa su qualcosa di vero, di tangibile. Non si tratta di una “comunicazione pura”. Il papa non seduce solamente con discorsi choc, ma con gesti concreti e rotture reali (nella semplicità della vita).

Come si dice in Inghilterra: “He can talk the talk, but also walk the walk” . Cioè: il papa non è una persona che si accontenta di parlar bene, traccia la strada e la percorre fino in fondo, riconquistando una credibilità che l’uomo della strada non riconosceva al suo predecessore.

Un’altra cosa che rafforza il profilo di leader populista di Francesco: il suo lato leggermente autocratico. Nessuno si è agitato oltremisura quando il papa ha deciso di sopprimere il premio generalmente devoluto ai dipendenti del Vaticano in seguito alla sua elezione, né al modo con il quale ha deciso di canonizzare Giovanni XXIII senza il miracolo che sarebbe stato necessario, trascurando le regole vigenti.

Si potrebbe anche disquisire sul modo in cui ha deciso di rompere con la tradizione della lavanda dei piedi liturgica a San Pietro a Roma, con 12 preti che simboleggiano gli apostoli, ossia il memoriale dell’istituzione del sacerdozio da parte di Cristo, per trasferirlo alla prigione (includendo della donne). È molto forte, perché il papa “riapre” il gesto di Cristo sotto l’angolatura profetica, il che mi ha molto colpito personalmente. Ma sarebbe stato normale che un papa appena eletto (solo da 15 giorni) spiegasse questa rottura. Dei commentatori hanno allora sottolineato il rischio dell’arbitrario in materia liturgica... (A partire da questo, tutti i nostri preti hanno sufficiente possibilità di interpretare a loro modo il messale romano).

Bergoglio, nonostante la sua reputazione di “papa aperto” - per opposizione all’ “oscurantista” Benedetto XVI! - era conosciuto, come vescovo di Buenos Aires, per fare sempre di testa sua. Come fa notare Andrea Gagliarducci in un articolo, gestisce ormai le cose in maniera diretta, poco collegiale, avendo la tendenza a evitare le mediazione...

Alcuni esempi. I cardinali che si ritroveranno per discutere del futuro della Chiesa all’inizio di ottobre a Roma sono stati scelti da lui e riferiranno solo a lui. Stessa cosa per la “pulizia” della Banca del Vaticano o l’audit finnziario e amministrativo. Si può capire che il papa non desideri che dei collaboratori “ben intenzionati” soffochino gli scandali scoperti man mano. Ma la verità è che impone un potere regale scomparso dalla fine del regno di Giovanni Paolo II, e sotto Benedetto XVI.

Nel suo articolo, Gagliarducci considera le recenti nomine del papa. Sottolinea che è andato al di là della legge scritta secondo la quale un segretario di Stato deve essere un cardinale, e il segretario generale dello Stato del Vaticano un arcivescovo. Il problema non è sapere se il papa ha torto o ragione, ma constatare che si prende delle libertà con il codice. “La riforma si fa per gradi, ma Francesco occupa la torre di controllo, e tutti seguono. Questo mostrerebbe che ascoltare le persone non implica un modo decisionale collegiale”. Così succede che la segreteria di Stato si trovi scaricata di un certo numero di dossier che andrebbero sulla scrivania del papa. E che incentri il suo lavoro sulla sua missione displomatico-statale, perdendo una grande parte del potere acquisito sotto Benedetto XVI.

Autocrate, in maniera gentile ma certa, Francesco tiene fermamente le leve del comando. Chi mai se ne lamenterebbe? Nelle speculazioni prima del conclave, numerosi osservatori confidavano che la Chiesa aveva bisogno di un papa energico. “Il Panzer Kardinal” Ratzinger era stato troppo gentile con i cattivi, e il caos aveva avuto il sopravvento. Avevamo bisogno di un nuovo Pio XI, capace di far “paura” a coloro che, in Vaticano, volevano che niente cambiasse. Ma ce l’abbiamo, anche se con caratteristiche di Francesco d’Assisi. Lo Spirito Santo farà il resto.



Giovedì 19 Settembre,2013 Ore: 12:25
 
 
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Autore Città Giorno Ora
Federico La Sala Milano 19/9/2013 21.00
Titolo:Francesco ai vescovi. Saper accogliere tutti gli uomini e le donne...
Papa Francesco ai vescovi: "Non cadete nel carrierismo"

"Non cercate promozioni e viaggi in aereo", ha detto Bergoglio ai 120 vescovi ricevuti in Vaticano. E ancora: "Vi invito a saper accogliere tutti gli uomini e le donne che incontrate e lasciate aperta la porta della vostra casa" *

CITTA’ DEL VATICANO - Saper accogliere tutti gli uomini e le donne, lasciare aperta la porta della propria casa e non usare le diocesi per fare carriera. E’ il messaggio rivolto da Papa Francesco nell’incontro con 120 vescovi di recente nomina, ricevuti in udienza oggi nella sala Clementina del Palazzo apostolico.

Non siate carrieristi - Il papa torna poi a fustigare il carrierismo ecclesiastico: "Noi pastori - ha detto - non siamo uomini con la ’psicologia da principi’, uomini ambiziosi, che sono sposi di una chiesa, nell’attesa di un’altra più bella, più importante o più ricca. State bene attenti di non cadere nello spirito del carrierismo!". Francesco ha anche invitato i vescovi alla "stabilità", cioè a "rimanere nella diocesi", "senza cercare cambi o promozioni". "Evitate lo scandalo di essere ’Vescovi di aeroporto’! Siate Pastori accoglienti, in cammino con il vostro popolo". "Il nostro - ha detto - è un tempo in cui si può viaggiare, muoversi da un punto all’altro con facilità, un tempo in cui i rapporti sono veloci, l’epoca di internet. Ma l’antica legge della residenza non è passata di moda!".

La metafora del vescovo - Il papa è partito dalla metafora del vescovo come pastore che, secondo costituzione apostolica conciliare Lumen gentium, ha "abituale e quotidiana cura del gregge". Per Francesco, il vescovo "è in cammino con e nel suo gregge", il che vuole dire "mettersi in cammino con i propri fedeli e con tutti coloro che si rivolgeranno a voi, condividendone gioie e speranze, difficoltà e sofferenze, come fratelli e amici, ma ancora di più come padri, che sono capaci di ascoltare, comprendere, aiutare, orientare". Un vescovo che vive in mezzo ai suoi fedeli "ha le orecchie aperte per ascoltare ’ciò che lo spirito dice alle chiesè e la ’voce delle pecore’, anche attraverso quegli organismi diocesani che hanno il compito di consigliare il vescovo, promuovendo un dialogo leale e costruttivo. Questa presenza pastorale vi consentirà di conoscere a fondo anche la cultura, le usanze, i costumi del territorio, la ricchezza di santità che vi è presente. Immergersi nel proprio gregge!".

I pastori - I pastori devono avere "l’odore delle pecore", ha peraltro ricordato Bergoglio, ricordando ciò che aveva detto più volte in Argentina e nell’omelia della messa crismale e poi: "siate pastori con l’odore delle pecore, presenti in mezzo al vostro popolo come gesù buon pastore". Per il Papa, infine, "non è mai tempo perso quello passato con i sacerdoti! riceverli quando lo chiedono; non lasciare senza risposta una chiamata telefonica; essere in continua vicinanza, in contatto continuo con loro".

Affetto per i sacerdoti - Francesco richiama anche i nuovi vescovi alla necessità di avere "affetto per i vostri sacerdoti: sono il primo prossimo del vescovo, indispensabili collaboratori di cui ricercare il consiglio e l’aiuto e di cui prendersi cura come padri, fratelli e amici". Esorta il Papa: "Non dimenticate le necessità umane di ciascun sacerdote, soprattutto nei momenti più delicati e importanti del loro ministero e della loro vita".

Scendete in mezzo ai fedeli - Da qui, l’appello del Papa: "Non chiudetevi! Scendete in mezzo ai vostri fedeli, anche nelle periferie delle vostre diocesi e in tutte quelle periferie esistenziali dove c’è sofferenza, solitudine, degrado umano. Presenza pastorale - spiega ancora Francesco - significa camminare con il popolo di Dio: davanti per indicare la via, in mezzo per rafforzarlo nell’unità, dietro perché nessuno rimanga indietro ma soprattutto per seguire il fiuto che ha il popolo di Dio per trovare nuove strade".

* la Repubblica, 19 settembre 2013
Autore Città Giorno Ora
Federico La Sala Milano 20/9/2013 10.07
Titolo:Francesco: “La mia chiesa è come un ospedale da campo”.
Francesco: “La mia chiesa è come un ospedale da campo”.
- Apertura su gay, divorzio e aborto

- di Marco Ansaldo (la Repubblica, 20 settembre 2013)

«Vedo la Chiesa come un ospedale da campo dopo una battaglia». Dove ci vogliono cambiamenti e riforme». Ma non subito, perché questo «è il tempo del discernimento ». Soprattutto, «non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale e metodi contraccettivi». Dopo la lettera indirizzata al fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari, Papa Francesco mette a segno un altro colpo mediatico. E concede la sua prima intervista al direttore de La Civiltà Cattolica, gesuita come lui, padre Antonio Spadaro. Un colloquio lungo oltre 6 ore, svolto in 3 giorni alla fine di agosto, saltando dall’italiano allo spagnolo, e che si dipana in 30 pagine della rivista. Un testo zeppo di novità e di spunti interessantissimi. Bergoglio parla di sé personalmente e di come intende procedere nel suo pontificato. Ecco una sintesi della conversazione.

UN PECCATORE

Chi è Jorge Mario Bergoglio? «Sì, posso forse dire che sono un po’ furbo, so muovermi, ma è vero che sono anche un po’ ingenuo. Sono un peccatore al quale il Signore ha guardato. Sono un indisciplinato nato».

IL CONCLAVE

Francesco rivela a Spadaro che quando si rese conto di rischiare l’elezione, il mercoledì 13 marzo a pranzo, sentì scendere su di lui una profonda e inspiegabile pace e consolazione interiore, insieme a un buio totale. Questi sentimenti lo accompagnarono fino all’elezione.

«Ho bisogno di comunità. E lo si capisce dal fatto che sono qui a Santa Marta. L’appartamento pontificio nel Palazzo Apostolico non è lussuoso. È antico. Ma alla fine è come un imbuto al rovescio. È grande e spazioso, ma l’ingresso è davvero stretto. Si entra col contagocce, e io no, senza gente non posso vivere».

RIFORME

«Molti pensano che i cambiamenti e le riforme possano avvenire in breve tempo. Io credo che ci sia sempre bisogno di tempo per porre le basi di un cambiamento efficace. E questo è il tempo del discernimento. Diffido delle decisioni prese in maniera improvvisa. Devo attendere, valutare interiormente, prendendo il tempo necessario».

MAI STATO DI DESTRA

Da superiore provinciale della Compagnia di Gesù «il mio modo autoritario e rapido di prendere decisioni mi ha portato ad avere seri problemi e ad essere accusato di essere ultraconservatore. Ma non sono mai stato di destra».

CONSULTAZIONI REALI

«I Concistori, i Sinodi sono luoghi importanti per rendere vera e attiva la consultazione. Bisogna renderli però meno rigidi nella forma. Voglio consultazioni reali, non formali. La Consulta degli otto cardinali, questo gruppo consultivo outsider, non è una decisione solamente mia, ma è frutto della volontà dei cardinali, così come è stata espressa nelle Congregazioni Generali prima del Conclave. Il popolo è soggetto. E l’insieme dei fedeli è infallibile nel credere».

CURARE LE FERITE

«Vedo con chiarezza che la cosa di cui la Chiesa ha più bisogno oggi è la capacità di curare le ferite e di riscaldare il cuore dei fedeli. Io vedo la Chiesa come un ospedale da campo dopo una battaglia. È inutile chiedere a un ferito grave se ha il colesterolo e gli zuccheri alti! Si devono curare le sue ferite. Poi potremo parlare di tutto il resto. I ministri del Vangelo devono saper dialogare. Il popolo di Dio vuole pastori e non funzionari o chierici di Stato. Io vedo la santità nel popolodi Dio paziente: una donna che fa crescere i figli, un uomo che lavora per portare a casa il pane, gli ammalati».

GAY, ABORTO E DIVORZIATI

«A Buenos Aires ricevevo lettere di persone omosessuali, che sono “feriti sociali” perché mi dicono che sentono come la Chiesa li abbia sempre condannati. Dio nella creazione ci ha resi liberi. Una donna che ha avuto alle spalle un matrimonio fallito, si è risposata e vorrebbe andare avanti nella vita cristiana. Cosa fa il confessore? Non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale e uso dei metodi contraccettivi. Questo non è possibile. Io non ho parlato molto di queste cose, e questo mi è stato rimproverato. Ma quando se ne parla, bisogna parlarne in un contesto».

NO A TROPPA DOTTRINA

«Una pastorale missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine da imporre con insistenza. L’annuncio di tipo missionario si concentra sull’essenziale, ciò che appassiona e attira di più. Dobbiamo trovare un nuovo equilibrio, altrimenti l’edificio morale della Chiesa rischia di cadere come un castello di carte».

LA CURIA E IL SINODO

«I dicasteri romani sono al servizio del Papa e dei Vescovi: meccanismi di aiuto. Quando non sono bene intesi corrono il rischio di diventare organismi di censura. Forse è il tempo di mutare la metodologia del Sinodo, perché quella attuale mi sembra statica. Dai fratelli Ortodossi si può imparare di più sul senso della collegialità episcopale».

LA DONNA

«È necessario ampliare gli spazi di una presenza femminile più incisiva nella Chiesa. Temo la soluzione del “machismo in gonnella”. La sfida oggi è riflettere sul posto specifico della donna ».

I PROMESSI SPOSI.

Bergoglio si sofferma a lungo sulle sue passioni artistiche. La letteratura con Dostoevskij, Hoelderlin, Cervantes, Borges, Manzoni. «Ho letto I Promessi Sposi trevolte e ce l’ho adesso sul tavolo per rileggerlo». La pittura: Caravaggio e Chagall. La musica: «Mozart mi riempie. Beethoven mi piace ascoltarlo, ma prometeicamente. E poi lePassioni di Bach. A un livello diverso, non intimo allo stesso modo, amo Wagner». Il cinema: «La stradadi Fellini è il film che forse ho amato di più. Mi identifico con quel film, nel quale c’è un implicito riferimento a san Francesco. Credo poi di aver visto tutti i film con Anna Magnani e Aldo Fabrizi».
Autore Città Giorno Ora
Federico La Sala Milano 20/9/2013 21.58
Titolo:Il fascino pericoloso del postsecolarismo ...
- Il fascino pericoloso del postsecolarismo
- In Italia siamo in presenza di una religione predominante. Non esiste nella cultura etica quel pluralismo che fa da contenimento
- Il rischio è quello di un maggioritarismo potenziato da un credo religioso
- Parla Nadia Urbinati, autrice con Marco Marzano di un saggio su Stato e Chiesa

- di Simonetta Fiori (la Repubblica, 14.09.2013)

IL LIBRO Missione impossibile di Marco Marzano e Nadia Urbinati, l Mulino pagg. 144 euro 14

«Papa Francesco rappresenta la realizzazione compiuta del postsecolarismo di Habermas», dice Nadia Urbinati, al telefono dalla Columbia University dove ha la cattedra di Teoria politica. «Ma proprio per questo occorre ancor più distinguere tra diritto e morale, Stato e religione, ristabilendo quelle paratie che sono necessarie in democrazia». All’indomani della lettera «scandalosamente affascinante» scritta dal pontefice a Eugenio Scalfari, e a pochi giorni dall’appello alla pace che ha raccolto in piazza San Pietro cattolici, musulmani, atei e perfino anticlericali, esce dal Mulino uno stimolante saggio di Nadia Urbinati e Marco Marzano dal titolo provocatorio: Missione impossibile. La riconquista cattolica della sfera pubblica.Ma è davvero una missione impossibile? La rivoluzione introdotta da papa Francesco, anche il suo nuovo stile di dialogo, non costringe a rovesciare i termini della questione? «Il suo stile e il suo linguaggio certo scompaginano il progetto culturale inseguito per sedici anni dal cardinal Ruini: è su questo schema che abbiamo costruito molti dei no-stri ragionamenti. Ma restano in piedi tutti i rischi della democrazia postsecolare».

Professoressa Urbinati, che cosa è il postsecolarismo?

«Designa il superamento del secolarismo, ossia dell’esclusione della religione dalla sfera pubblica. Secondo Jürgen Habermas, che ne è il principale teorico, la religione - avendo accettato le regole del gioco democratico - non deve essere più tenuta in un recinto, ma al contrario deve essere accolta nel dibattito pubblico perché porta un prezioso nutrimento morale. E qui interviene l’argomento di un importante teologo tedesco, Böckenförde, secondo il quale la democrazia ha bisogno di religione proprio perché è un metodo di decisione, privo della sostanza etica che lo può tenere in vita. Questo è l’aspetto più preoccupante. Secondo la teoria postsecolare, la democrazia diventa un guscio vuoto, mentre sappiamo che le regole democratiche sono dense di principi morali».

Lei e Marzano denunciate gli “effetti perversi” del postsecolarismo, soprattutto in una cultura monoreligiosa come quella italiana.

«Una delle pecche più gravi di questa teoria è la sua astrattezza, che non tiene conto dei contesti storici e sociali specifici. In Italia siamo in presenza di una religione nettamente predominante. Non esiste nella società e nella cultura etica quel pluralismo che fa da contenimento naturale. Il rischio per la nostra democrazia è quello di un maggioritarismo potenziato da un credo religioso. E le leggi possono diventare laiche al rovescio: non perché distanti da tutte le fedi religiose, ma perché vicine alla fede della maggioranza».

Marco Marzano insiste sullo scarso fondamento in Italia della teoria postsecolare, essendo profondo il divorzio tra fede dichiarata e pratica di vita. Una divaricazione denunciata pochi giorni fa dall’arcivescovo di Milano.

«Sì, è in gioco non solo la riconquista della società liberale, ma della stessa Chiesa dei cristiani. Marzano mostra in modo molto dettagliato anche lo scollamento tra la religione rappresentata dalle gerarchie e la religione vissuta dai credenti. La Chiesa del potere e la Chiesa della fede».

Questo schema però viene rovesciato da papa Francesco, che introduce una rottura netta rispetto ai simboli e alle pratiche di potere della precedente curia romana, anche nei suoi rapporti con la politica italiana. E si propone come cerniera tra Chiesa istituzionale e Chiesa missionaria.

«Se mi si consente il termine, è un papa grillino. Egli salta tutto il corpo intermedio per arrivare direttamente all’incontro con i fedeli: basti pensare alla frequenza delle sue telefonate o al suo quotidiano uso del twitter. Questo è un dato interessante perché riflette un fenomeno diffuso in tutte le istituzioni generatrici di autorità, religiose o politiche che siano: i cittadini non si sentono più rappresentati da questi corpi intermedi, sia che si chiamino prelati o rappresentanti politici, clero o partiti. Papa Francesco avverte questo divorzio, e riesce a colmarlo con straordinaria abilità».

Per le sue idee e per le sue azioni Francesco appare come l’incarnazione esemplare del postsecolarismo di Habermas: non introduce mai nella sfera pubblica uno stile dogmatico o una prevaricazione sullo Stato. Ma così operando non rischia di demolire le vostre critiche a quella teoria?

«Non credo. Semmai il contrario. Grazie alla sua efficace predicazione, che arriva dalla grande tradizione gesuita, con la rievangelizzazione l’infiltrazione religiosa rischia di diventare ancora più dilagante e capillare. E questo rende ancor più necessario preservare le staccionate per distinguere le varie sfere, quella civile e quella religiosa per esempio».

Nel libro non mancano critiche al «postsecolarismo all’italiana», da Giuliano Amato a Giancarlo Bosetti e Alessandro Ferrara. «Habermas riflette nelle sue idee la democrazia dell’Europa protestante e degli Stati Uniti, ossia realtà caratterizzate da pluralismo effettivo, mentre questi studiosi provengono da una tradizione che è imbevuta in modo egemonico di una sola religione. Quando si parla del rapporto tra Stato e fede religiosa, la teoria dovrebbe prestare più attenzione al contesto».
Autore Città Giorno Ora
Federico La Sala Milano 28/9/2013 10.18
Titolo:«G8» vaticano e viaggio ad Assisi ...
«G8» vaticano e viaggio ad Assisi Settimana di svolta per la Chiesa

di Alberto Melloni (Corriere della Sera, 28 settembre 2013)

Con il primo incontro del «consilium» degli otto cardinali e il pellegrinaggio ad Assisi in calendario la prossima settimana papa Francesco attraverserà due appuntamenti decisivi per la fisionomia del suo pontificato. È vero, infatti, che Bergoglio ha già segnato con tratto sicuro i binari spirituali del proprio ministero. Trasformare lo Stato della Città del Vaticano in una parrocchia e diventarne parroco ha già legato il suo papato a quella cura animarum rimasta in ombra negli anni che egli stesso ha definito della «ingerenza spirituale».

L’aver indossato con lieta eleganza l’abito della povertà ha già oscurato i disastri che negli anni scorsi avevano disgustato la Chiesa. L’aver scelto Gesù come registro del suo discorso l’ha già reso invulnerabile sia alla stizza di chi s’inchina solo al suo «ruolo» sia alle patetiche adulazioni che punteggiano questi mesi.

Eppure nella prossima settimana Francesco si misura (e per sua scelta) con «la» questione del cattolicesimo romano dell’ultimo mezzo secolo: quella della collegialità. Questo è il senso del «G8» dei porporati che comincia il 1° ottobre. Essi si adunano senza una bolla, una lettera, un’omelia che ne definisca lo statuto.

Uno scarno comunicato istitutivo evocava una loro funzione di consiglio «ad gubernandam ecclesiam», che andava nella direzione della collegialità conciliare. In predica Francesco ha alluso al bisogno di sinodalità di cui sono la risonanza. Un accenno agostano sugli otto come outsider lasciava intendere che non era per cavar da lì dei prefetti di curia che il Papa li aveva scelti. Ma di specifico null’altro.

Quasi che Francesco volesse fare «con» gli otto e non «prima» di loro un passo che avrebbe, quello sì, una portata storica. Perché quando il Papa dice in aereo le cose che tutti i parroci dicono in confessionale, colpisce un immaginario e soprattutto quell’immaginario incolto che vede nella Chiesa l’ottusa custode di un assolutismo della verità. Ma quando si misura - e con gli otto ha deciso di misurarsi - con «la» questione della collegialità scrive davvero la sua pagina di storia: quella che deciderà se Francesco vuol obbedire ora al concilio, rinviare questa obbedienza o delegarla al successore.

Chi per interesse o diffidenza vuol minimizzare Francesco dice che gli otto saranno soltanto l’analogo dei consultori che i superiori gesuiti si mettono accanto. Cioè uno strumento vuoto, reso amabile dalla personalità di Francesco, ma incapace di esprimere la comunione. Chi ha fiducia pensa che convocando un organo con atto primaziale il Papa ha mostrato che non ha in mente di mettersi attorno dei potenti chiamati a diluire «democraticamente» un potere monarchico, ma dei vescovi, capaci di far sentire nella Chiesa universale la voce delle chiese locali, «nelle quali e dalle quali esiste la Chiesa una e cattolica». Come già sognavano i gesuiti, padre Tucci e padre Bertuletti alla fine del Vaticano II e poi Martini.

Da questa «obbedienza» dipenderà anche la riforma della curia. Una riforma della curia che migliori gli standard etico-culturali del personale (come il Papa ha iniziato a fare) o che ottimizzi le procedure decisionali, ma che rimanga all’interno di una ecclesiologia universalista sarà effimera come quelle che l’hanno preceduta nel secolo XX. Se la curia, come ha detto papa Francesco, deve servire le chiese locali e le conferenze episcopali, bisogna cambiarne la posizione, l’atteggiamento, la mentalità. In altri termini la concezione del potere.

Ed è qui che si inserisce l’andata del Francesco papa da Francesco mendicante, il 4 ottobre. Bergoglio è cristiano troppo limpido per salire ad Assisi con l’intento di appropriarsi del dialogo interreligioso, di polemizzare con le fantasie antiche e recenti sulla nazione cattolica, di elogiare «il più italiano dei santi» o di usare il palcoscenico di Assisi per un ennesimo exploit.

Se Francesco va da Francesco è per dire che quel papato che aveva cercato di imbrigliare nella «forma della santa Chiesa romana», come scrive il testamento del Poverello, la chiamata dell’Altissimo a vivere «secondo la forma del santo Vangelo», cerca oggi di compiere la sua spoliazione: sull’onda di una profezia di papa Giovanni XXIII sulla chiesa dei poveri del 1962, di un paragrafo della «Lumen Gentium» del 1964, del Patto delle catacombe del 1965 con il quale i vescovi promettono le cose di cui Bergoglio vive, dopo il compromesso con il povero dell’assemblea di Medellín del 1968 - un papa di nome Francesco porta ad Assisi nel 2013 col suo nome, col suo stile il riconoscimento che la povertà si oppone e cura l’idolatria del potere, cura e sbriciola la persuasiva seduzione dei mezzi di potere.

È questo che disegnerà il profilo di una settimana difficile e la fisionomia di un pontificato che ha già segnato un tempo: il nostro.

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