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www.ildialogo.org LA LEGGE DELLA CASA, IL DONO,  E L'INTERPRETAZIONE EROTICA DELL'AMORE. Il nome perduto della condivisione. Una riflessione di Jean-Luc Marion - con note,a c. di Federico La Sala

AL DI LA’ DEL DIO "VALORE" ("CARITAS") DEL CATTOLICISMO ECONOMICO, IL PARADIGMA DEL DONO DELLA GRAZIA ("CHARIS") E DELLA SOLIDARIETA’ DELL' AMORE ("CHARITAS")
LA LEGGE DELLA CASA, IL DONO,  E L'INTERPRETAZIONE EROTICA DELL'AMORE. Il nome perduto della condivisione. Una riflessione di Jean-Luc Marion - con note

(...) l’interpretazione erotica dell’amore. In questo caso si tratta di donare senza aspettarsi in risposta lo scambio, persino senza sperarlo, né desiderarlo. È ciò che fa la grandezza di Dio, quando crea cose che non sono in condizione di amarlo, poiché non esistono ancora; o il fascino di don Giovanni che dice a una donna «Sei bella, ti amo» e che, di colpo, fa sì che lei lo diventi, bella. Chi è primo ad amare si assume il rischio dell’assenza di reciprocità, è questa la logica del dono.


a c. di Federico La Sala

LA LEGGE DELLA CASA DI DIO assoggettata a LA LEGGE DELLA CASA DI MAMMONA. La Grazia (greco: "Charis") di Dio ("Charitas") assoggettata al "caro (prezzo)" del Dio Mammona (latino:"Caritas")?!

IL NOME DI DIO, SENZA GRAZIA ("CHARIS")! L’ERRORE FILOLOGICO E TEOLOGICO DI PAPA BENEDETTO XVI, NEL TITOLO DELLA SUA PRIMA ENCICLICA. Nel nome della "Tradizione"

SAN PAOLO, IL ’PARTITO’ SACERDOTALE RICOSTITUITO E LA NASCITA DEL CATTOLICESIMO ROMANO

IL VANGELO DI PAPA RATZINGER E DI TUTTI I VESCOVI E IL "PANE QUOTIDIANO" DEL "PADRE NOSTRO", VENDUTO A "CARO PREZZO".

IL PRESIDENTE SARKOZY E IL FILOSOFO J.-L. MARION: DALL’ACCOGLIENZA DELLA DIVERSITA’ ALLA DIFESA DELL’IDENTITA’, ’NAZIONALE’ E ’CATTOLICA’. (fls)

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Il nome perduto della condivisione

di Jean-Luc Marion (il manifesto, 30 gennaio 2013)

L’economia che, letteralmente significa la «legge che regna in casa», è interpretata come scambio economico. Ma quest’ultimo dev’essere considerato come un aspetto dell’economia che si può discutere, e non come sinonimo di economia.

Che cosa, all’interno dell’economia, può contrapporsi allo scambio? Non l’abolizione del sistema di mercato, non l’opposizione del capitalismo al socialismo, ma il dono. Quando si oppone il dono allo scambio, apparentemente si va contro la più celebre definizione di scambio, quella formulata da Marcel Mauss negli anni Venti, e sulla quale continua a basarsi la maggioranza degli studi sul dono. Secondo Mauss, il dono è un caso particolare di scambio, vale a dire uno scambio gratuito. Se guardiamo alla storia di certi gruppi etnici rimasti estranei alla rivoluzione economica, troviamo un sistema di scambio in cui una tribù che ne incontra un’altra le fa un dono in segno di benevolenza, costringendo così l’altra tribù, per mantenere la pace, a uno scambio reciproco che è uguale al precedente +1.

In nome di Mauss

Grazie allo scambio gratuito, ma che comporta una logica di reciprocità, è mantenuta la pace. È il sistema del dono di potlatch. Il dono è di fatto uno scambio, senza la mediazione della moneta. Si dirà che vi sono scambi gratuiti, il dono, e scambi non gratuiti, il commercio, mediato dal valore di scambio e dalla moneta.

Vorrei mostrare che le cose non stanno così: la gratuità e il dono non sono un caso particolare dello scambio; la logica del dono è irriducibile alla logica dello scambio e del commercio.

Per stabilire questo punto, bisogna capire che c’è anche una difficoltà del dono, sottolineata da Jacques Derrida il quale, per rafforzare la riduzione da parte di Marcel Mauss del dono alla gratuità, diceva che il dono è sempre un’illusione e che la realtà del dono è sempre implicitamente la logica dello scambio. Se faccio un dono a qualcuno, egli mi deve qualcosa, anche se io non gli chiedo nulla. In uno scambio economico, è chiarissimo che devo qualcosa. Nel dono, apparentemente, non ho nient’altro da fare.

In verità, colui al quale è stato fatto il dono, anche se glie è stato fatto per niente, deve qualcosa, almeno la riconoscenza dalla quale cercherà di sbarazzarsi facendo un giorno un contro-dono. Se non dona niente in cambio, lo riterranno tutti un ingrato, avrà perso la reputazione di uomo generoso perché gli è stato fatto un regalo che lui non avrà reso.

Apparirà come un uomo roso dall’ingratitudine, dall’avarizia, si sentirà colpevole. Colui che riceve dovrà dunque pagare, in termini reali o simbolici.

Chi entra nel deficit simbolico, pagherà con gli interessi. Il dono è sempre sospetto, non solo di ipocrisia, ma prosegue implicitamente in uno scambio tanto più radicale in quanto sarà fatto in modo sotterraneo e forse morboso. Il dono è sempre solo uno scambio taciuto - e di fatto non taciuto poi così tanto.

È questo un modo per conservare la posizione di Mauss.

È possibile avere un dono pur riducendone il beneficiario, il donatario. È un’esperienza che facciamo spesso - donare non sapendo a chi doniamo - ad esempio alle Ong: è proprio perché non sappiamo a chi doniamo che possiamo donare in modo efficace. La scomparsa del donatario non impedisce il dono. Proviamo a essere cinici: a volte preferiamo non doverci occupare del fine della distribuzione, che lasciamo a professionisti. L’anonimato del donatario può essere una soluzione comoda. Ma ci sono doni più degni di ammirazione che si basano sulla scomparsa del donatario.

Quando doniamo a qualcuno che non ci ha chiesto niente o di cui sappiamo che conserverà la sua ingratitudine e la sua incapacità di ringraziarci, quando sappiamo che ci faremo rimproverare di aver fatto un dono e lo facciamo comunque: in queste situazioni il nostro dono diviene ancor più chiaro.

Ma si può anche fare un dono senza che nessuno lo doni e senza che appaia come un dono. L’esempio più evidente del dono che nessuno dona è quello fatto da chi è morto. Il morto dona nel momento in cui nessuno dona: è la questione dell’eredità. Diventa il prototipo del dono anonimo.

Come nel romanzo dove il capitano Nemo fa ai naufraghi dell’isola misteriosa il dono di cui hanno un bisogno vitale; o nei romanzi popolari, dove un misterioso donatore si nasconde e veglia sulla salvezza della povera orfana. Il donatore migliore è il donatore assente. Nel caso dell’eredità, è necessario che il donatore sia assente perché essa abbia luogo; qui l’assenza è la condizione stessa del dono; e non ci sarà scambio perché non ci sarà un ritorno in vita del donatore.

L’eredità è un dono perfettamente ingiusto: può capitare a qualcuno che non ne ha bisogno o a qualcuno che il defunto detestava o viceversa. Non è legato all’interesse, è senza interesse in tutti i sensi del termine. Viene in mente l’immagine biblica di Dio che dispensa i suoi benefici tanto sul cattivo quanto sul buono.

In altri termini, il dono non è legato all’interesse e una delle forme del disinteresse è che non c’è donatore. È questo il motivo per cui gli antichi dicevano che gli dèi non provano invidia, formula ripresa dai primi cristiani: Dio dona senza invidia, senza fare calcoli, in perdita. Di fatto, il donatore deve sparire, nel senso che egli dona sempre in perdita, e più dona in perdita più il suo è un dono.

Arriviamo alla terza riduzione. Sant’Agostino, per spiegarla, fa l’ipotesi di una donna che riceve dal suo futuro sposo un anello e dice: «Grazie, mi tengo il gioiello e non ci sposeremo». Ragionando così, ella si comporta come se il giovane le avesse donato l’anello e niente di più; ma non è così che la pensava il giovane: egli pensava che, mettendole l’anello al dito, si sarebbe dato a lei e, reciprocamente, lei a lui. Per quanto il gioiello abbia un valore, ciò che ne costituisce il valore profondo è ciò che procede con la persona amata. Nella maggior parte dei doni che facciamo, non è mai ciò che doniamo effettivamente a costituire il dono, ma è ciò che «procede con».

Quando volete far piacere a qualcuno, gli donate qualcosa, ma il regalo è solo il portavoce, l’accessorio dell’affetto che così gli testimoniate. E più quel che si dona è importante, più il dono deve essere irreale, irrealizzato e simbolico.

Pensiamo a quando si prende possesso di un immobile o di una società che si è acquistata. Per farlo, si va da un notaio e si firmano dei documenti. Ma la presa di possesso non ha alcun rapporto con l’effettività di quello che si sta per possedere.

Quando viene eletto, il presidente degli Usa riceve i codici nucleari, ma non qualcosa come «il potere», che resta invisibile. Ciò che si dona non è mai proporzionale a ciò che accompagna il dono. Più il dono è considerevole, più diviene immateriale.

Quando c’è gente che muore di fame e noi diamo loro da mangiare, da bere, un alloggio, doniamo certo qualcosa, ma è la vita che diamo, al di là di pane, acqua e coperte. Non doniamo medicinali, ma la possibilità di sopravvivere a una malattia; non prodotti agricoli, ma la possibilità di mangiare, insomma la vita. La vita si dona donando qualcos’altro insieme ad essa, e quest’altra cosa non avrebbe alcun valore se non ne avessimo bisogno per restare in vita. Quando donate il vostro tempo, la vostra vita, il vostro amore, in senso stretto, non donate niente.

Compite un gesto o un altro, ma i gesti non sono oggetti. Donate ciò che non è una cosa, perché la differenza tra la vita e la morte non è reale, il morto è reale tanto quanto il vivo. Il tempo che donate non è reale, è anzi la sola cosa che il denaro non possa comprare. Con il tempo si fa denaro, ma con il denaro nessuno ha mai comprato del tempo. Quindi, quando si perde il proprio tempo a fare denaro, non è affatto sicuro che ci si guadagni nel cambio. Più quel che donate è essenziale, meno è reale. Dire che più il dono è fondamentale meno è reale, significa dire la verità. Sono soltanto i doni di pochissimo valore a essere reali, come offrire una sigaretta a qualcuno per la strada.

Il contratto erotico

La questione del dono è davvero paradossale, poiché esso non ha bisogno dei termini dello scambio per apparire come un dono; al contrario, appare come tale solo se si fa a meno dei termini dello scambio. Cosa si produce nel dono? Si produce una logica dell’avanzo - in senso economico - che io ho chiamato altrove la logica dell’esperienza erotica.

Anche nell’esperienza erotica, infatti, si può ragionare secondo la logica dell’economia e dello scambio, seguendo il principio: «Io ti amo solo se tu hai iniziato ad amarmi, ti amerò solo in cambio del primo investimento che tu avrai fatto per amarmi, e non sperare che sia il primo a giocare le mie carte». È un’interpretazione economica dell’amore.

Ma ce n’è un’altra: l’interpretazione erotica dell’amore. In questo caso si tratta di donare senza aspettarsi in risposta lo scambio, persino senza sperarlo, né desiderarlo. È ciò che fa la grandezza di Dio, quando crea cose che non sono in condizione di amarlo, poiché non esistono ancora; o il fascino di don Giovanni che dice a una donna «Sei bella, ti amo» e che, di colpo, fa sì che lei lo diventi, bella.

Chi è primo ad amare si assume il rischio dell’assenza di reciprocità, è questa la logica del dono. Egli crea le condizioni eventuali della risposta, ma non è orientato sulla possibilità dello scambio e della risposta. Ha un potere creatore, come non accade per lo scambio. Lo scambio mira alla giustizia, alla reciprocità e si accorda sulla crescita o sull’interesse del rimborso del debito. Lo scambio segue l’uguaglianza in senso matematico e politico. Quel che è proprio del dono, invece, è di essere sempre nel principio dell’anticipo senza risposta, quindi nella logica della crescita.



Mercoledì 30 Gennaio,2013 Ore: 20:26
 
 
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Autore Città Giorno Ora
Federico La Sala Milano 31/1/2013 10.05
Titolo:Lo scandalo economico del dono ...
Lo scandalo economico del dono

di Carlo Formenti (Corriere della Sera/La Lettura, 04.12. 2011)

Natale incombe e l’incubo della corsa ai regali si avvicina. Quest’anno contribuiranno a renderlo ancora più angoscioso le tasche svuotate dalla crisi, tuttavia, anche in tempi di vacche magre, il vero problema non sono i soldi, bensì quell’obbligo alla reciprocità che ci induce ogni volta a divinare da chi potremmo ricevere regali, per non trovarci nella penosa condizione del debitore (magari per avere ricevuto qualcosa di cui avremmo volentieri fatto a meno).

Sull’ambiguità del dono, sul fondo di aggressività che l’atto del donare inevitabilmente nasconde, antropologi, filosofi, psicologi e sociologi hanno versato fiumi d’inchiostro (vedi, fra l’altro, la recente uscita della raccolta di saggi Oltre la società degli individui. Teoria ed etica del dono, editore Bollati Boringhieri, curata da Francesca Brezzi e Maria Teresa Russo) convergendo su un concetto largamente condiviso e cioè che il donatore acquisisce sempre potere nei confronti del donatario: nella migliore delle ipotesi il potere di costringerlo alla reciprocità, nella peggiore, che si realizza quando il donatario non è in grado di ricambiare, quello di metterlo in uno stato permanente di soggezione.

Questa ambivalenza non impedisce al tema del dono e delle relazioni umane «gratuite» di assumere un peso crescente nel dibattito economico, politico e culturale sulle possibili alternative al modello «mercatista», largamente egemone negli ultimi decenni e oggi oggetto di dure critiche per la tragica crisi in cui è sprofondato il mondo. A favorire la riapertura di un orizzonte utopico, che il crollo del socialismo reale sembrava avere definitivamente chiuso, sono stati, fra gli altri, due fattori: da un lato, quella cultura del. gratuito che accomuna la grande maggioranza dei miliardi di utenti della Rete, dall’altro l’impegno della Chiesa cattolica sul fronte della «economia sociale di mercato», concetto che ha trovato una formulazione particolarmente efficace nell’enciclica Caritas in Veritate di Benedetto XVI.

Le pratiche fondate sulla cooperazione spontanea e gratuita fra comunità e individui interconnessi via Internet - sviluppatori di software libero, blogger, redattori di Wikipedia, movimenti politici e sociali, ecc. - hanno confermato una verità che gli antropologi avevano intuito da tempo: il dono non connota necessariamente uno spazio «altro» rispetto all’economia, una messa fra parentesi assoluta dell’interesse individuale.

La novità consiste nel fatto che, mentre i fondatori dell’antropologia come Marcel Mauss concepivano il dono come una prefigurazione arcaica dello scambio economico, i teorici del dono in Rete sostengono che sulle inedite forme di reciprocità «gratuita» mediate da Internet è possibile fondare una nuova economia in grado di produrre innovazione e valore a ritmi assai più elevati di quella tradizionale, evitando nel contempo di sacrificare sull’altare del profitto i principi e i valori della solidarietà e della reciprocità umane.

L’attenzione della Chiesa nei confronti di questo approccio è testimoniato dai molti scritti che uno studioso come padre Antonio Spadaro, da poco alla direzione della «Civiltà Cattolica», ha dedicato all’argomento. Ma il punto di vista cattolico sul tema sporge ampiamente dall’orizzonte culturale tracciato dalla cosiddetta «etica hacker»: nell’enciclica sopra citata, per esempio, viene contestata la visione smithiana del mercato come unica istituzione in grado di garantire democrazia e libertà, mentre si insiste sulla necessità di fare spazio alla logica del dono e della reciprocità in una economia di mercato che, ove abbandonata ai suoi automatismi, rischia di distruggere se stessa, come la crisi in corso sta dimostrando. Imboccare la «terza via» di una economia sociale di mercato potrebbe aiutare il mondo a superare le attuali difficoltà attraverso lo sviluppo di un nuovo welfare, proiettato oltre l’alternativa fra statalismo e mercatismo.

A obiettare contro queste visioni, tuttavia, non sono solo i teorici integralisti del libero mercato. Sul piano filosofico, vengono riproposte le argomentazioni sulla «dismisura» del dono, sulla sua natura «scandalosa», irriducibile a ogni razionalizzazione logica: dalla concezione del dono come dissipazione energetica, perdita, pura dé p e n s e , già sostenuta da Georges Bataille, alla tesi di Jacques Derrida sulla «impossibilità» del dono, sul fatto che il dono, per essere «puro» per sottrarsi cioè al sospetto di una implicita aspettativa di scambio, dovrebbe auto-cancellarsi in quanto tale, divenire invisibile. Per chi assume tale punto di vista, ogni tentativo di «addomesticare» il dono, di neutralizzarne la natura scandalosa, è votato allo scacco.

Le critiche politico sociali, viceversa, addebitano tanto ai teorici dell’economia del dono in Rete quanto a quelli dell’economia sociale di mercato l’intenzione di espungere ogni valenza sovversiva e rivoluzionaria dalla pratica del gratuito: i primi perché mirano a dimostrarne l’assoluta compatibilità con i modelli della New Economy, i secondi perché negano l’esistenza di un rapporto di antagonismo fra relazioni di reciprocità e ricerca del profitto.

Chi ha ragione? Le critiche liberiste al gratuito rispecchiano un’antica fobia nei confronti dell’economia informale: Adam Smith vedeva nelle relazioni impersonali di mercato il presupposto dell’emancipazione dai rapporti di dipendenza personale («non è dalla benevolenza del macellaio che devo attendere la soluzione dei miei bisogni»). Ma l’obiezione suona anacronistica in un’epoca in cui, grazie alle nuove tecnologie, le relazioni di gratuità si sono a loro volta spersonalizzate, estendendosi ben al di là delle sfere della reciprocità familiare o della beneficenza.

Più convincenti le critiche sulla «non addomesticabilità»: l’incompatibilità fra mercato e dono appare confermata dalla rapidità con cui il primo ha saputo sottomettere alla propria logica la cultura internettiana della condivisione e della cooperazione gratuite, l’ipotesi di «terza via» formulata dalla Chiesa sembra dunque difficilmente praticabile. In conclusione: l’orizzonte del gratuito sembra inscindibile da quello dell’utopia, e l’utopia tende inevitabilmente a evocare scenari rivoluzionari.

- «Oltre la società degli individui. Teoria ed etica del dono» è una raccolta di saggi da poco pubblicata da Bollati Boringhieri (pagine 220, € 16,50).
- Il Saggiatore ha appena mandato in libreria «Il dono. Storia dimenticata di un miracolo americano» di Ted Gup (traduzione di Clementina Liuzzi e Daniele Parisi, pagine 316, € 17,50): un viaggio autobiografico nella grande depressione americana.
Autore Città Giorno Ora
Federico La Sala Milano 03/2/2013 18.31
Titolo:Cristo dice alla Samaritana: “Ho sete”. Ha mai sentito un vescovo dire questo...
Ritrovare la fede primaria

intervista a Albert Rouet,

a cura di Jérôme Anciberro e Philippe Clanché

in “www.temoignagechretien.fr” - supplemento al n° 3524 del 24 gennaio 2013 (traduzione: www.finesettimana.org)

Superando il divario tra credenti e non credenti, l’arcivescovo emerito di Poitiers propone di scrutare quella che lui chiama la fede primaria, quelle “ragioni intime di agire che orientano l’esistenza” presenti in ciascuno. Di fronte all’indifferenza religiosa, le sole risposte possibili per Mons. Rouet sono la povertà e la richiesta fatta alla Chiesa cattolica di esprimere il suo disaccordo su certi elementi, senza cadere nella condanna.

Alcuni osservatori lamentano un aumento dell’ostilità nei confronti delle religioni. Lei sembra invece più sensibile all’indifferenza religiosa. Ma in che cosa è preoccupante questa indifferenza?

La Francia ha vissuto in 120 anni un’evoluzione che altri paesi cattolici (il Canada, la Svizzera...) hanno conosciuto in 40. Un’evoluzione avvenuta in tre tempi. Il primo è stato quello della laicità, della separazione delle coscienze dei cittadini e dello Stato dal sistema religioso. Era la fine della teocrazia. Il secondo tempo è stato quello della secolarizzazione. Si è deciso di risolvere i problemi al loro livello: quando si è malati, non si va più in pellegrinaggio, ma all’ospedale. Quell’epoca aveva ancora una conoscenza reale della religione. Nel 1974, quando viene chiesto al presidente Pompidou se è credente, risponde: “Mia moglie va a messa”. Nel mondo rurale, all’epoca, il consigliere generale “radical-socialista” e massone è anche un ex chierichetto, e sa che avrà il funerale in chiesa. Oggi - è il terzo tempo -, questa realtà è superata. Le persone non sanno più che accanto a loro esiste un mondo religioso. Non sono contro, sono altrove. Non capiscono perché quel mondo religioso esista, a che cosa serva e quale sia il suo valore. Ma, al contempo, accanto al mondo a-religioso, che si pensa retto dalla scienza e dalla tecnica, sussiste una credulità totale. È assolutamente immaginabile partecipare ad un pellegrinaggio senza essere veramente credenti. I “pardons” bretoni [feste religiose con messa solenne e processione in abiti tradizionali] hanno molto successo, e i cattolici se ne rallegrano. Ma non è qualcosa che entra in profondità. Tra lo zoo e la spiaggia, c’è anche il turismo religioso. Ma è un religioso asettico.

- Perché?

La nostra società ha tolto agli uomini la responsabilità della loro storia. Non siamo più immersi negli scontri ideologici. I bambini vengono orientati presto. Le fabbriche chiudono, senza che si sappia esattamente chi lo ha deciso e perché. Il gioco politico si è ridotto ad una guerra di statimaggiori. Che cosa resta alla gente? Solo la sua pelle. Questo individualismo è pesante da portare, allora ci si protegge. L’indifferenza religiosa non è un rifiuto materialista, ma una protezione. Eppure, la fortezza delle persone non è vuota. Anzi, conservano nel più profondo di se stesse ciò a cui tengono. Tenteranno delle esperienze individuali.

- E meno esperienze collettive?

Sì, e questo vale anche per i partiti politici e per i sindacati. Eppure, il desiderio è presente. Ma siccome il timore di essere spossessati della propria storia è forte, più un sistema religioso vorrà dettare un certo comportamento, meno sarà credibile.

- Lei attribuisce ai nostri contemporanei indifferenti alle religioni una “fede primaria”. Che cosa significa?

Non si può ridurre l’uomo ad un istinto meccanico, come la caccia in certi animali. Nell’uomo, c’è del gioco, c’è dell’incompiutezza. Un individuo non è mai solo ciò che pretende di essere o che dà l’impressione di essere. Questo gioco lo obbliga a prendere delle decisioni, non solo secondo dei processi tecnici, ma come un impegno della sua libertà. La fede primaria orienta le ragioni intime di agire, che dominano l’esistenza. Questo va oltre le preoccupazioni come mangiare o vestirsi. È un minimo esistenziale. Senza questo minimo non c’è vita umana, l’uomo è soffocato, perché solo due volte nell’esistenza quello che è coincide con ciò che appare: allo stadio di feto, quando è nel ventre materno, e a quello di cadavere nella sua bara. Tra i due, siamo quello e anche qualcos’altro. È precisamente in questa indecisione che bisogna decidersi... ed affidarsi.

- Il discorso consumistico classico evoca anche i “margini di libertà” dell’individuo. In che cosa questa libertà del consumatore è diversa dalla libertà che lei evoca?

Le persone non sono così succubi della pubblicità come si crede... Anche quando si fanno piacere, il loro gesto va al di là del consumo. A Natale, sappiamo che certe spese sono inutili. Quando persone che prendono un sussidio RSA [Revenu de Solidarité Active, sussidio per persone senza lavoro o con un salario troppo basso] comprano ai figli una macchinina telecomandata da 400 euro, si può certo condannare questo gesto in nome dell’economia familiare. Ma vi si può anche vedere una maldestra rivendicazione di dignità: “Perché non ne abbiamo diritto? Ci è forse proibito?”. Dietro l’aberrazione economica, il gesto è forse indispensabile dal punto di vista della fede primaria. Questo tipo di comportamento è strano per le persone sensate, quelle che hanno tutto ciò di cui hanno bisogno...

- Il suo modo di considerare il consumismo attuale può sembrare molto benevolo...

Il fatto è che bisogna distinguere il disaccordo e la condanna. Cristo, nel Vangelo di Giovanni, esprime il suo disaccordo. Ma non condanna la persona. Affermando di essere in disaccordo, si discute, e l’altro è un interlocutore. Condannando, al contrario, si prende l’altro per un oggetto che si mette da parte. Eppure, questo mondo ha bisogno che gli si dica di no. Ad esempio per il consumismo.

- Quando la Chiesa cattolica esprime un disaccordo a proposito di un tema riguardante la società, la cosa viene spesso sentita come una semplice condanna e non viene percepita la distinzione che lei ha appena espresso.

Sì, è una difficoltà molto grande. Condannare, lo si può fare molto in fretta. Ma per dire di no, devo aspettare che l’altro mi abbia espresso le sue ragioni che lo spingono ad agire in un percorso che io non prenderei. Finché non avrò percepito che in quel desiderio, anche sbagliato, si trova una parte buona di desiderio di vivere meglio, non posso dire di no. Bisogna scorticare questo desiderio. La condanna, in quanto verdetto, fa a meno di questa analisi. La differenza è essenziale.

- Di fronte alla “non credenza”, la Chiesa cattolica, fino al Vaticano II, è stata a lungo in un atteggiamento di condanna. Del resto, solo pochi anni fa i vescovi francesi hanno soppresso il servizio nazionale “Non credenza e fede”, ufficialmente per ragioni economiche. I non credenti non interessano più alla Chiesa, così come la Chiesa non interessa più ai non credenti?

Sono convinto che Cristo non ha creato un sistema religioso, ma un tipo diverso di relazione. Non si tratta di approvare tutto, ma almeno, in una logica di dialogo, di cammino comune e di rispetto reciproco, di esprimere la nostra fede primaria. Se no, il rischio è di rinchiudersi in se stessi. Conosciamo il percorso: “Siamo minoritari, siamo i puri, gli ultimi fedeli...” A coloro che la pensano così, cito san Matteo: “Siate perfetti come è perfetto il padre vostro che è nei cieli” (Mt 5,48). La perfezione del Padre consiste nel far sorgere il sole sui giusti e sugli ingiusti, e a far piovere sui buoni e sui cattivi. “Se salutate soltanto i vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani?” (Mt 5,47). La perfezione di cui parla Matteo è l’equità di Dio, che tratta ogni uomo in funzione del suo bisogno esistenziale. E non un idealismo morale, che a priori condanna delle posizioni, senza aver visto le persone che le vivono. Questo cambia tutto.

- Questo atteggiamento è difficile da vivere per un’istituzione che deve difendere delle posizioni che ritiene minacciate.

Un sistema religioso non può rispondere alla sfida dell’indifferenza. La sola risposta, è la povertà e l’umiltà della fede. “So in chi ho creduto”, dice Paolo (2Tm 1,12). I cristiani hanno solo questo. Dobbiamo procedere senza protezioni, senza nulla da difendere.

- La religione cristiana pretende tuttavia di detenere un accesso privilegiato alla verità, grazie alla Rivelazione. Non è illusorio far finta di essere poveri in materia, mentre si sa - o si pretende di sapere - che cos’è la verità?

La modernità ci porta a rivisitare tutti i sistemi creati. Perché l’augustinismo è durato così a lungo, perché la scolastica torna oggi a riprendere vigore? I cristiani devono interrogarsi su questo bisogno tutelare di pensieri già pensati. Si sono confuse teologia e fede. Nelle lingue semitiche, verità e fedeltà sono la stessa parola. Cristo non ha detto “ho la verità”, ma “sono la verità” (Gv 14,6). Se la fede è relazione con Cristo, entriamo in un mondo non concorrenziale, senza esclusività.

Dobbiamo testimoniare la nostra capacità di vivere con Gesù, restando persone in piedi e libere. “Chi fa la verità viene alla luce” (Gv 3,21). Se il credente non partecipa all’elaborazione della verità che professa, non è la verità del Vangelo. La verità non può essere scritta una volta per tutte. Non è qualcosa. È qualcuno. Questa confusione tra il sistema e l’esistenza è anche il risultato della controversia modernista tra scienza e fede, tra naturale e soprannaturale, tra temporale ed eterno. Non se ne esce. Ma la vera domanda è: che cosa fa vivere e rende liberi?

- Non si può costringere una persona che non vuole credere. Eppure, molte persone “di fede” sono tentate di dire ai loro amici non credenti: “Un giorno ci arriverai, sei un credente che si ignora”.

È frequente e perfettamente illusorio. Come se avessimo da un lato i credenti e dall’altro quelli che non hanno niente! Si elimina completamente la fede primaria. Posso forse definire non credente il mio amico militante sindacale comunista che, in tutta la sua carriera, ha rifiutato un salario superiore a quello più basso praticato nell’impresa? Aveva una fede primaria più sviluppata di certe persone dotate di un sistema religioso nella testa, ma senza granché nelle viscere. Per la teologia più classica, la fede che viene da Dio entra nell’uomo tramite la fede primaria. L’opposizione non è tra credenti e non credenti, ma tra diversi radicamenti e contenuti di fede. Nel nostro mondo secolarizzato, l’indifferenza ci obbliga a precisare il nucleo della nostra fede. Sono sorpreso che ci si stupisca quando dico questo. Il centurione del Vangelo (Lc 7, 1-10), buon pagano, chiede a Gesù, di primo acchito un guru dell’epoca, di guarire il suo servo. Non vale niente in teologia e in catechismo, ma la sua fede esistenziale è totale. E Gesù dice che non ha mai visto una fede simile in Israele. Ciò che Cristo vede prima di tutto, è l’autenticità del progetto esistenziale. Tutto possiamo pensare, salvo di essere circondati dalla non credenza.

- Di questo passo, qualcuno potrebbe tacciarla di relativismo...

Si sono costruiti dei sistemi senza radicamento esistenziale, e li si fa combattere tra di loro. Non sono un anti-intellettuale. Si possono costruire delle teorie, ma anche la più bella, soprattutto se è religiosa, deve ad un certo momento manifestarsi nel reale, nel concreto, nell’esistenza di una persona che la professa. È a questo che è attento Cristo! La controversia del relativismo, siamo noi a crearla. È solo un dibattito per borghesi dei salotti parigini del XVIII e del XIX secolo, tra un sigaro e un cognac.

- Sembrerebbe che si possa andar d’accordo tra credenti di confessioni diverse e perfino con agnostici o atei su valori ampiamente condivisi. Ma in che cosa si può credere?

Le beatitudini ricordano esigenze vitali, espressione che preferisco a “valori”. È in questo quadro che appare la seduzione di Cristo. Mi sono convertito a vent’anni per questo. Non ho mai ritrovato una tale autenticità. Per Matteo, la croce ha senso solo tra le beatitudini. Allora, si passa da queste esigenze vitali, da questi valori, ad una persona che dà loro un volto e che le ha vissute fino in fondo.

- Allora, lei pensa che si cominci col credere in qualche cosa prima di credere in qualcuno?

Sì. Perché mai credere in qualcuno se non si cerca in lui la realizzazione dei propri desideri profondi?

Per rassicurarsi, ad esempio.

È una parola pericolosa. Vorrei dire che la fede non è fatta per rassicurare. Ma chi non ha mai bisogno di essere rassicurato, di essere riconosciuto? Chi non ha mai paura, a parte gli incoscienti? Se l’essere rassicurati è vissuto come una copertura di tipo materno, è catastrofico. Se invece lo si prende come la necessità di essere riconosciuti, non se ne può fare a meno. La purezza totale è disumana. La fede deve rispondere a dei bisogni primari. Senza la gioia di credere, senza sicurezza della fede, non si può vivere. Il limite tra i due è tenue, ma non gettiamo via il bambino con l’acqua sporca.

- Quale sarebbe l’atteggiamento giusto dell’istituzione nei confronti della non credenza?

Una Chiesa che sa tutto non interessa. Cristo dice alla Samaritana: “Ho sete”. Ha mai sentito un vescovo dire questo a un non credente o a una persona “mal credente”? In questa relazione si deve poter dare solo se si riceve. È la logica dello scambio, della comunione e dell’alterità. Per essere io, ho bisogno dell’altro. La nostra Chiesa, purtroppo, dà l’impressione di non cercar di ricevere. Il Vaticano II non ha detto che era necessario che tutti fossero cristiani, ma che ci siano dei cristiani nel mondo. Non è la stessa cosa. Se la Chiesa cattolica, per salvarsi, si accontenta di contabilizzare il numero dei fedeli che vanno a messa, come ne XIX secolo, va a sbattere contro il muro. Deve vivere con le persone, sostenerle nella loro fede primaria, essere testimone di ciò che ha vissuto Cristo. Facendo solo del culto, i preti diventano insignificanti. Siamo alla fine di un’epoca religiosa. Bisogna cambiare logica: o si crea del sacro, della religione per continuare le nostre vecchie abitudini, nel qual caso si resterà nell’insignificanza e si continuerà a far aumentare l’indifferenza, o ci si posiziona in una relazione di dialogo e di scambio, e forse, allora, si sarà ascoltati.

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