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www.ildialogo.org RAPPORTO CENSIS: L'ITALIA E IL GRUMO INCONSCIO. Giuseppe De Rita mette da parte gli attrezzi della sociologia e prova con quelli della psicoanalisi. Una nota di Ida Dominijanni, con alcuni appunti,a c. di Federico La Sala

PSICOANALISI, SOCIOLOGIA, E POLITICA ...
RAPPORTO CENSIS: L'ITALIA E IL GRUMO INCONSCIO. Giuseppe De Rita mette da parte gli attrezzi della sociologia e prova con quelli della psicoanalisi. Una nota di Ida Dominijanni, con alcuni appunti

(...) incassare intanto le molte fini decretate dal Censis: fine della leadership troppo personalizzata, fine del mito della governabilità e del decisionismo, fine della fede nei miracoli dell’unto dal Signore, fine della credenza nelle magnifiche sorti di un capitalismo che satura sfornando oggetti di consumo. E accogliere l’auspicio di una nuova forma di leadership politica, che sappia puntare sulla responsabilità diffusa (...)


a c. di Federico La Sala

L’ITALIA, IL VECCHIO E NUOVO FASCISMO, E "LA FRECCIA FERMA". La lezione sorprendente e preveggente di Elvio Fachinelli

Il desiderio del Censis

di Ida Dominijanni (il manifesto, 04.12.2010)

Dopo la sfiducia (annunciata) dei finiani e della diplomazia internazionale, su Silvio Berlusconi si abbatte ora anche quella del Censis. L’icona dell’individualismo, del consumismo, dell’uomo solo al comando si è rotta, annuncia Giuseppe De Rita; un lungo ciclo - economico, politico, sociale e psicologico - si è concluso, lasciando sul campo fragilità e depressione, nelle vite singolari e nella vita collettiva. Un’altra bufala, commenterà l’Immarcescibile. E invece, come al solito la diagnosi del Censis centra il punto, va presa sul serio e soppesata.

Dopo averci avvertito, negli ultimi anni, che eravamo diventati una cosa a metà fra una mucillagine malinconica e una compagnia di replicanti in apnea, De Rita mette da parte gli attrezzi della sociologia e prova con quelli della psicoanalisi.

Quello che ci paralizza, dice, è qualcosa di più profondo della contabilità economica o di un trend che va storto: è un grumo inconscio, che annoda il rapporto fra desiderio e legge producendo una società priva dell’uno e dell’altra, del desiderio e della legge, i quali o vivono in una tensione reciproca o muoiono entrambi. Fonte evidente ma non dichiarata la letteratura post-lacaniana sull’eclissi dell’Edipo - in particolare il lavoro di Massimo Recalcati, ben noto a lettori e lettrici del manifesto -, De Rita riconduce a questo grumo la «sregolazione pulsionale», così la chiama, di una società priva di bussola, in cui al desiderio si sostituisce il godimento immediato e all’autorità della legge simbolica si sostituisce la frammentazione inefficace dei poteri e delle norme. Consumismo - degli oggetti e dell’altro ridotto a oggetto, delle merci e del sesso ridotto a merce: ricorda qualcuno? -, edonismo, narcisismo, egoismo, e insieme illegalità diffusa, criminalità, investimento immaginario su una leadership tanto personalizzata quanto impotente: il catalogo è questo, la fotografia del berlusconismo è calzante, e anche il grumo inconscio individuato è quello giusto.

Tuttavia il discorso è scivoloso. Lo sa lo stesso De Rita, quando passa dalla diagnosi alla terapia e scongiura la scorciatoia di una risposta che consista solo in un rafforzamento della legge (o nella litania «più legge, più merito»): la caduta della legge simbolica non si arresta con la stretta delle leggi repressive; non è di autoritarismo che ci sarebbe bisogno ma di autorità, e «non esistono in Italia quelle sedi di auctoritas che potrebbero o dovrebbero ridare forza alla legge». Per De Rita infatti è piuttosto sul secondo tasto che bisognerebbe battere, cioè sul rilancio del desiderio: «tornare a desiderare è la virtù civile necessaria per riattivare la dinamica di una società troppo appagata e appiattita». Senonché anche il desiderio non si lascia rilanciare da un’esortazione, e tantomeno da un dovere civile. E in una situazione politica come la nostra, in cui allo stato di illegalità permanente instaurato da Berlusconi si tende a contrapporre solo la parola d’ordine di una legalità-feticcio, è più che probabile che l’analisi del Censis porti a battere non sul secondo tasto ma sul primo.

Si scivola facilmente anche su un altro punto del discorso, quando De Rita riconduce il «soggettivismo» di Berlusconi alla scoperta della soggettività operata dal 68 e dal femminismo: non che siano la stessa cosa, ma «la libertà di essere se stessi» allora conquistata «ha trovato in Berlusconi colui che l’ha cavalcata». Cavalcata, o rovesciata nel suo contrario, traducendo la libertà politica in libero mercato e la soggettività in individualismo? La domanda cruciale è questa, e anche qui non sono ammissibili scorciatoie del discorso, salvo avallare reazioni come quella di Sacconi, il quale infatti coglie la palla al balzo per sentenziare che sì, emerge «un certo nichilismo» dal rapporto del Censis, ma «nasce dai cattivi maestri, figli degli anni Settanta, e va contrastato con i valori tradizionali».

Sono i rischi di un’applicazione troppo meccanica del discorso psicoanalitico al discorso sociale e politico. Meglio incassare intanto le molte fini decretate dal Censis: fine della leadership troppo personalizzata, fine del mito della governabilità e del decisionismo, fine della fede nei miracoli dell’unto dal Signore, fine della credenza nelle magnifiche sorti di un capitalismo che satura sfornando oggetti di consumo. E accogliere l’auspicio di una nuova forma di leadership politica, che sappia puntare sulla responsabilità diffusa. E che più che della dinamica desiderio-legge, che non è nelle sue mani, si occupi di arrestare il piano inclinato su cui il Censis, di anno in anno e ogni anno di più, fotografa impietosamente il paese.



Domenica 05 Dicembre,2010 Ore: 10:46
 
 
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Autore Città Giorno Ora
Federico La Sala Milano 05/12/2010 13.30
Titolo:De Rita, Cultura cattolica: il rischio del declino ...
Cultura cattolica: il rischio del declino

di Giuseppe De Rita (Corriere della Sera, 05.12.2010)

Nulla disturba la psiche di noi mortali quanto la sensazione di essere irrilevanti. E si può presumere
che il disturbo sia ancora più spiacevole per le istituzioni collettive e per chi le abita e governa. Mi
incuriosisce in questa luce, e in parte mi coinvolge, la realtà attuale della Chiesa cattolica che,
malgrado la sua persistenza millenaria, è da più parti indicata come grande icona dell’irrilevanza
rispetto alla convulsa attualità delle dinamiche culturali e dei dibattiti politici. E confesso che
anch’io provo frustrazione per come la Chiesa spesso cada «sua sponte» nel rischio dell’irrilevanza:
troppi documenti ad alta genericità, troppi appelli di puro volontarismo, troppi sconfinamenti su
argomenti su cui non si ha molto da dire, troppe rivendicazioni valoriali e di principio, troppi eventi
che non riescono a farsi notare fuori dei propri recinti.

Si è creata così un’aura di pericolosa non significanza nel campo della comunicazione e
dell’opinione pubblica, quali che siano le colpe che in assoluta reciprocità si rinfacciano gli
esponenti del mondo ecclesiale («le cose che diciamo non sono adeguatamente valorizzate») e gli
esponenti della comunicazione di massa («non ci dicono niente di significativo»). In una
progressiva lontananza che non fa bene a nessuno e che forse è possibile superare partendo dalla
focalizzazione della sua ragione profonda, cioè l’evasione congiunta e parallela da un confronto
culturale doverosamente radicale: da un lato la Chiesa conta prevalentemente sull’omogeneità del
proprio mondo, fatto di milioni di fedeli raccolti nelle parrocchie e nelle associazioni; e dall’altro
lato i protagonisti della comunicazione e della politica sanno di poter contare sul fatto che sono
comunque loro a dettare l’agenda.

Si fronteggiano così due mondi autoreferenziali, dove la distanza fenomenologica delle
affermazioni di principio è quasi funzionale a mantenere la autoreferenzialità, spesso addirittura
accentuandola: proclamando da una parte valori «non negoziabili», e sottolineando dall’altra la
inarrestabilità storica della modernità e dei suoi strumenti. Ma l’autoreferenzialità troppo replicata
alla fine stanca e si esaurisce ed è probabile che ci sia spazio per un dialogo pur radicale.
Nel mettere a fuoco tale dialogo ed i campi più delicati e ambigui che esso si trova di fronte, si può
constatare che il primo riguarda il rapporto fra dimensione ecclesiale e potere sociopolitico. È
chiaro che quest’ultimo è propenso, in nome della modernità, a favorire una crescente espulsione
della dimensione religiosa dallo spazio pubblico, ma ciò alla fine crea certo una diminutio parallela:
la Chiesa è costretta o si adatta a far politica ecclesiastica, di realistico adattamento al potere e
quindi senz’anima ecclesiale; mentre lo spazio pubblico diventa sempre più troppo prigioniero delle
dinamiche istituzionali (la laicità dello Stato, la esaltazione della legalità, il primato delle procedure
decisionali, ecc.) con l’effetto che proprio lo spazio pubblico, quello di tutti, finisce per diventare
privo di senso collettivo e di adesione partecipativa.

Il secondo ambiguo campo di dialogo è quello del rapporto con la modernità e la post-modernità. La
Chiesa certamente soffre la crescita della secolarizzazione e della riduzione della religione a fatto
privato, residuale e premoderno, ma ancora più soffre la crescita del politeismo dei valori e del
conseguente relativismo culturale ed etico. Va però notato che tale politeismo ha effetti devastanti
anche sulle ambizioni di una modernità che, essendo sempre meno governata, lascia il campo
valoriale alla mercé del primato della soggettività (culturale ed etica) con effetti di egoismo,
particolarismo, cinismo, che all’occhio critico appaiono più guicciardiniani che moderni.

Il terzo campo di dialogo, proprio a proposito di soggettività, è quello della variazione dello statuto
antropologico dell’uomo. La Chiesa avverte che nella società attuale i suoi basamenti di lungo
periodo (la creaturalità dell’uomo, il primato dell’anima nel corpo, la scansione fra speranze terrene
e destino ultraterreno) hanno meno udienza che nel passato; ma anche la cultura del secolo avverte
lo squilibrio fra le sue ambizioni di autopoiesi e di autodeterminazione dell’uomo (il suo farsi da sé,
il primato della libertà di coscienza, la moltiplicazione dei diritti, ecc.) e la quotidiana vita deisingoli, presuntivamente potentissima, ma che nei fatti si consuma in difficoltà e disagi di «senso,
divenendo fragile e troppo prigioniera del variare delle contingenze.

Ed infine esiste un quarto ambiguo campo di confronto, quello relativo al ruolo della Chiesa nella
storia del mondo. La sua funzione antica di motore della storia è andata declinando e non solo per
effetto della secolarizzazione di stampo occidentale (che nega anche le radici cristiane dell’Europa)
ma anche e specialmente per effetto della crescita combinata del fondamentalismo islamico e
dell’empirismo continuato dei Paesi emergenti. Tale combinata crescita mette però in crisi
quell’«orgoglio degli umani» che è diventata ideologia tipica dell’Occidente, ma che non può vivere
senza il recupero dell’apporto di uno spirito religioso inverato nella storia, come è per secoli stato lo
spirito giudaico-cristiano; e senza il quale anche il citato orgoglio rischia l’irrilevanza storica.
Ce n’è abbastanza per dare senso ad un confronto serio fra la cultura cattolica e la cultura
sociopolitica dominante, due culture che ove si accentuassero i pericoli sopra richiamati
rischierebbero un parallelo declino di incidenza collettiva. E siccome i pericoli maggiori li corre
oggi la cultura cattolica, è forse opportuno che i primi passi del confronto vengano proprio da quella
parte.

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