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www.ildialogo.org La denuncia delle disuguaglianze<br />Thomas Piketty o la scommessa di un capitalismo dal volto umano,di Russell Jacoby

Le Monde Diplomatique – agosto 2014 – pagg.18-19
La denuncia delle disuguaglianze
Thomas Piketty o la scommessa di un capitalismo dal volto umano

di Russell Jacoby

(traduzione dal francese di Jose' F. Padova)


Russell Jacoby è professore di Storia all’Università di California, Los Angeles.
 
A giudicare dal suo immenso successo negli Stati Uniti, l’ultimo libro di Thomas Piketty arriva al momento giusto. Prendendo a prestito il suo titolo da quello di Karl Marx esso descrive dettagliatamente un fenomeno – il decollo delle disuguaglianze nei Paesi occidentali – che suscita crescente disapprovazione. Ma là dove Marx sperava che una rivoluzione sociale avrebbe trasformato il mondo, Piketty immagina che lo riformerebbe un’imposta mondiale sul capitale.
L’opera di Thomas Piketty Il Capitale nel XXI secolo (Le Capital au XXI siècle, Seuil, Paris, 2013) è un fenomeno tanto sociologico quanto intellettuale. Esso cristallizza lo spirito della nostra epoca come, a suo tempo, “The Closing of the American Mind”, di Allan Bloom (1). Questo libro, che criticava gli studi sulle donne, sui generi e le minoranze nelle università americane, opponeva la «mediocrità» del relativismo culturale alla «ricerca dell’eccellenza» associata, nello spirito di Bloom, ai classici greci e romani. Nonostante sia stato poco letto (era un libro particolarmente ampolloso) suscitava sentimenti circa la distruzione di un sistema educativo americano e perfino dell’America stessa, per colpa dei progressisti e della sinistra. Questi sentimenti non hanno perduto nulla del loro vigore. Il Capitale nel XXI secolo s’inserisce nel medesimo registro inquieto, tranne che Piketty viene dalla sinistra e che il terreno di scontro si è spostato dall’educazione al settore economico. Anche in materia d’insegnamento il dibattito si focalizza ormai sul peso dell’indebitamento degli studenti e sulle barriere in grado di spiegare le disuguaglianze scolastiche.
L’opera rende così palpabile un’inquietudine: la società americana, come l’insieme delle società del mondo, sarebbe sempre più iniqua. Le diseguaglianze si aggravano e fanno presagire un avvenire oscuro. Il Capitale nel XXI secolo si sarebbe dovuto intitolare Le disuguaglianze nel XXI secolo.
Sarebbe sterile criticare Piketty per il suo insuccesso nel raggiungere obiettivi che non erano i suoi. Tuttavia non ci si può accontentare di tessergli corone di alloro. Un buon numero di commentatori si sono interessati al suo rapporto con Karl Marx, a ciò che egli gli deve, alla sua mancanza di fedeltà, mentre si dovrebbe piuttosto chiedersi in che cosa quest’opera mette in luce la nostra miseria attuale. E allo stesso tempo, trattandosi della preoccupazione per l’uguaglianza, non è inutile ritornare a Marx. Avvicinando questi due autori si constata effettivamente una divergenza: l’uno e l’altro contestano le disparità economiche, ma lo fanno prendendo direzioni opposte. Piketty inserisce la sua proposta nel settore dei salari, delle entrate e della ricchezza: egli spera di sradicare le disuguaglianze estreme e di offrirci – per prendere a prestito lo slogan della «primavera di Praga» - un «capitalismo dal volto umano». Marx si pone al contrario sul terreno delle merci, del lavoro e dell’alienazione: intende abolire questi rapporti e trasformare la società.
Piketty redige un’implacabile requisitoria contro le disuguaglianze: «È già tempo, scrive nell’introduzione, di rimettere la questione delle disuguaglianze al centro dell’analisi economica». Come epigrafe del suo libro pone la seconda frase della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino del 1789: «Le distinzioni sociali non possono essere fondate se non sull’utile comune». (Ci si chiede d’altra parte perché un libro tanto prolisso lasci da parte la prima frase: «Gli uomini nascono e restano liberi e uguali nei diritti»). Basandosi su una profusione di cifre e di tabelle dimostra che le disuguaglianze economiche aumentano e che i più fortunati accaparrano una parte sempre più crescente della ricchezza. Alcuni si sono messi in testa di contestare le sue statistiche, ma egli ha ridotto a nulla le loro accuse (2).
Egli colpisce forte e bene quando tratta dell’esacerbarsi delle disuguaglianze che deformano la società, quella americana in particolare. Per esempio, osserva che l’educazione dovrebbe essere ugualmente accessibile a tutti e favorire la mobilità sociale. Ora, «il reddito [annuo] medio dei genitori degli studenti di Harvard è attualmente sull’ordine dei 450.000 dollari [345.000 euro]», che li classifica nel 2% delle famiglie americane più ricche. E conclude la sua argomentazione con questo eufemismo caratteristico: «Il contrasto fra il discorso meritocratico ufficiale e la realtà (…) sembra essere qui particolarmente estremo».
Per qualcuno di sinistra non c’è niente di nuovo. Per altri, stanchi del fatto che si spieghi loro in continuazione che è impossibile aumentare il salario minimo, che non bisogna tassare i «creatori di posti di lavoro» e che la società americana rimane la più aperta del mondo, Piketty rappresenta l’alleato provvidenziale. Di fatto, secondo uno studio (non citato nel libro), i venticinque gestori dei fondi d’investimento più remunerati hanno guadagnato, nel 2013, 21 miliardi di dollari (16 miliardi di euro), ovvero più di due volte il reddito cumulativo di centocinquantamila insegnanti di scuola materna negli Stati Uniti. Se la retribuzione finanziaria corrisponde al valore sociale, allora un gestore di hedge fund vale diciassettemila maestri di scuola… Tutti i genitori (e gli insegnanti) potrebbero non condividere questo parere.
Tuttavia, la fissazione esclusiva di Pikettu sulle disuguaglianze presenta limiti teorici e politici. Dalla Rivoluzione francese al movimento americano per i diritti civili, passando per il cartismo (3) [ndt.: vedi treccani.it ], l’abolizione della schiavitù e le suffragette, l’aspirazione all’uguaglianza ha di certo suscitato numerose sollevazioni politiche. In un’enciclopedia della contestazione l’articolo che gli sarebbe consacrato occuperebbe senza dubbio parecchie centinaia di pagine e rimanderebbe a tutte le altre voci, svolgendo, e continuando a svolgere, un essenziale ruolo positivo. Ancora di recente il movimento Occupy Wall Street e le mobilitazioni per il matrimonio omosessuale ne hanno fornito la prova. Ben lungi dall’essere scomparsa, questa rivendicazione ha trovato un nuovo respiro.

 
Eppure l’egualitarismo implica anche una parte di rassegnazione: accetta la società come essa è e cerca solamente di riequilibrare la ripartizione dei beni e dei privilegi. Gli omosessuali vogliono ottenere il diritto di sposarsi allo stesso titolo degli eterosessuali. Molto bene; ma ciò non tocca per niente l’imperfetta istituzione del matrimonio, che la società non può né abbandonare né migliorare. Nel 1931 lo storico britannico di sinistra Richard Henry Tawney metteva già in luce questi limiti in un libro che d’altra parte perorava per l’egualitarismo (4). Il movimento operaio, scriveva, crede nella possibilità di una società che accorda più valore alle persone e meno al denaro. Ma questo orientamento ha i suoi limiti: «Allo stesso tempo aspira non a un ordine sociale diverso, nel quale il denaro e il potere economico non siano più il criterio [di giudizio] della riuscita, ma a un ordine sociale del medesimo tipo, nel quale il denaro e il potere economico siano ripartiti in modo un po’ diverso». Qui si tocca il cuore del problema. Accordare a tutti il diritto di inquinare rappresenta un progresso per l’eguaglianza, ma indubbiamente non per il Pianeta.
Evitare di pagare troppo gli universitari
Marx non concede alcuno spazio all’eguaglianza. Non soltanto non ha mai considerato che i salari dei lavoratori potessero aumentare in misura significativa, ma, se pure si fosse dato il caso, ai suoi occhi la questione non era quella. Il capitale impone i parametri, il ritmo e la definizione stessa del lavoro, di ciò che porta profitto e di quello che non lo fa. Perfino in un regime capitalistico che riveste forme «ampie e liberali», nel quale il lavoratore può vivere meglio e consumare di più perché riceve un salario migliore, fondamentalmente la situazione non è diversa. Che l’operaio sia rimunerato meglio non cambia nulla alla sua dipendenza, «non più che un miglioramento dell’abbigliamento, del nutrimento, del trattamento e l’aumento del loro peculio annullino il rapporto di dipendenza e di sfruttamento degli schiavi». Un aumento del salario significa tutt’al più che «la lunghezza e il peso della catena d’oro che il salariato si è già forgiato da solo permettono che la si stringa un po’ meno forte (5)».
Si potrà sempre obiettare che queste critiche datano dal XIX secolo. Eppure Marx ha per lo meno il merito di concentrarsi sulla struttura del lavoro, mentre Piketty non ne fa parola. Non si tratta di sapere chi dei due ha ragione circa il funzionamento del capitalismo, ma di afferrare il nocciolo delle loro rispettive analisi: la ripartizione per Piketty, la produzione per Marx. Il primo vuole ridistribuire i frutti del capitalismo in modo da ridurre la distanza fra i redditi più alti e quelli più bassi, mentre il secondo auspica la trasformazione del capitalismo e la fine della sua influenza.
Fin dalla sua giovinezza Marx documenta la miseria dei lavoratori; consacra centinaia di pagine de Il Capitale alla giornata-tipo del lavoro e alle critiche che questa suscita. Anche su questo argomento Piketty non ha niente da dirci, anche quando evoca uno sciopero, all’inizio del suo primo capitolo. Nell’indice dell’edizione inglese, alla voce «Lavoro», si può leggere: «Vedi “Divisione capitale-lavoro”». Questo è comprensibile, perché l’autore s’interessa non già al lavoro propriamente detto ma alle disuguaglianze che derivano da questa divisione.
Nel testo di Piketty il lavoro si riassume soprattutto nell’ammontare dei redditi. Gli scatti di collera che affiorano qua e là sotto la sua penna mirano contro i molto ricchi. Così egli nota che il patrimonio della signora Liliane Bettencourt, ereditiera de L’Oréal, è passata da 4 a 30 miliardi di dollari (da 3 a 22 miliardi di euro) fra il 1990 e il 2010: «Liliane Bettencourt non ha mai lavorato. Ma questo non impedisce al suo patrimonio di aumentare esattamente tanto in fretta quanto quello di Bill Gates». Quest’attenzione rivolta ai più fortunati corrisponde del tutto alla sensibilità della nostra epoca, mentre Marx, con le sue descrizioni del lavoro dei panettieri, dei lavandai e dei tintori pagati a giornata appartiene al passato. La manifattura e l’assemblaggio scompaiono dai Paesi capitalisti avanzati e prosperano nei Paesi in via di sviluppo, dal Bangladesh alla Repubblica Dominicana. Ma un argomento non è obsoleto per il solo fatto di essere antico e Marx, focalizzandosi sul lavoro, mette in evidenza una dimensione quasi assente ne Il Capitale nel XXI secolo.
Piketty documenta l’«esplosione» delle disuguaglianze, in particolare negli Stati Uniti, e critica gli economisti ortodossi, che giustificano gli enormi divari fra le retribuzioni mediante le forze razionali del mercato. Egli prende in giro i suoi colleghi americani, che «spesso hanno tendenza a considerare che l’economia degli Stati Uniti funziona piuttosto bene e in particolare che essa ricompensa il talento e il merito con giustizia e precisione». E aggiunge che non vi è nulla di sorprendente in ciò, poiché quegli economisti fanno parte loro stessi del 10% di più ricchi. Dato che il mondo della finanza, al quale capita loro di offrire i propri servigi, spinge i loro compensi verso l’alto, essi manifestano una «spiacevole tendenza a difendere i loro interessi privati, nascondendosi dietro un’improbabile difesa dell’interesse generale».
Prendendo un esempio che non figura nell’opera di Piketty, un recente articolo pubblicato sulla rivista dell’American Economic Association (6) si prefigge di dimostrare, cifre alla mano, che le forti disuguaglianze derivano dalle realtà economiche. «Chi percepisce redditi più alti ha competenze rare e uniche che gli permettono di negoziare ad alto prezzo il valore crescente del suo talento», conclude uno degli autori, Steven. N. Kaplan, professore d’Imprenditorialità e di finanza alla School of Business dell’Università di Chicago. Kaplan ha visibilmente bisogno di mettere burro nei suoi spinaci [ndt.: = insaporire la polpetta]: una nota a piè di pagina ci fa sapere che lui «siede nei consigli d’amministrazione di parecchi fondi comuni d’investimento» e che è stato «consulente per società di capitale d’investimento e di capitale di rischio». Ecco l’insegnamento umanistico del XXI secolo! Piketty spiega all’inizio del suo libro di aver perso le sue illusioni sugli economisti americani insegnando al Massachusetts Institute of Technology (MIT) e che gli economisti delle università francesi hanno il «grande vantaggio» di non essere molto considerati né molto ben pagati: cosa che permette loro di tenere i piedi per terra.
Eppure la contro-spiegazione che egli propone è per lo meno banale: gli enormi divari fra le remunerazioni deriverebbero dalla tecnologia, dall’educazione e dai costumi. Le retribuzioni «stravaganti» dei «super-quadri», «potente meccanismo» di accrescimento delle disuguaglianze economiche, in particolare negli Stati Uniti, non possono essere spiegate mediante la «logica razionale della produttività». Essi riflettono le attuali norme sociali, originate da politiche conservatrici che hanno ridotto la tassazione sui più fortunati. Gli alti dirigenti delle grandi imprese si attribuiscono stipendi enormi perché ne hanno la possibilità e perché la società giudica accettabili queste pratiche, per lo meno negli Stati Uniti e nel Regno Unito.
Marx propone un’analisi molto diversa. Egli cerca meno di dimostrare disuguaglianze economiche abissali e più di dimostrarne le radici nell’accumulo capitalista. Certamente, Piketty spiega che queste disuguaglianze sono dovute alla «contraddizione centrale del capitalismo»: la disgiunzione fra il tasso di rendimento del capitale e il tasso di crescita economico. Nella misura in cui prende necessariamente il sopravvento sul secondo, favorendo la ricchezza esistente a detrimento del lavoro esistente, il primo conduce a «terrificanti» disuguaglianze nella ripartizione delle ricchezze. Forse Marx sarebbe d’accordo su questo punto ma, una volta ancora, egli s’interessa al lavoro, che ritiene essere il luogo d’origine e di spiegamento delle disuguaglianze. A suo avviso l’accumulazione di capitale produce necessariamente disoccupazione, parziale, occasionale o permanente. Ora queste realtà, delle quali difficilmente si potrebbe contestare l’importanza nel mondo attuale, sono totalmente assenti nell’opera di Piketty.
Marx parte sicuramente da tutt’altra idea: è il lavoro che crea la ricchezza. L’idea potrà sembrare antiquata. Tuttavia essa segnala una tensione irrisolta del capitalismo: esso ha bisogno della forza di lavoro e, allo stesso tempo, cerca di farne a meno. Tanto i lavoratori sono necessari alla sua espansione, altrettanto il capitale se ne sbarazza per ridurre i costi, per esempio automatizzando la produzione. Marx studia lungamente il modo in cui il capitalismo produce una «popolazione operaia eccedentaria relativa (7)». Questo processo presenta due forme fondamentali: o si licenziano lavoratori, o si smette di assumerne nuovi. Conseguentemente il capitalismo fabbrica impiegati «usa e getta» o un’armata di riserva di disoccupati. Più capitale e ricchezza si accrescono, più aumentano il sottoimpiego e la disoccupazione.
Centinaia di economisti hanno tentato di correggere o di rifiutare queste analisi, ma l’idea di un accrescimento della forza-lavoro eccedentaria sembra essersi avverata: dall’Egitto al Salvador e dall’Europa agli Stati Uniti la maggior parte dei Paesi soffrono per livelli elevati o critici di sottoimpiego o di disoccupazione. In altre parole, la produttività capitalista eclissa il consumo capitalista. Per quanto siano spendaccioni, i venticinque gestori di hedge fund non riusciranno mai a consumare i loro 21 miliardi di dollari di reddito annuo. Il capitalismo è gravato da ciò che Marx chiama i «mostri» della «sovrapproduzione, della sovrappopolazione e dell’eccesivo consumo». Già di per sé la Cina può certamente produrre merci in quantità sufficiente ad alimentare i mercati europei, americani e africani. Ma che ne sarà della forza-lavoro nel resto del mondo? Le esportazioni cinesi di tessili e di mobilio nell’Africa sub sahariana si traducono in una riduzione del numero di posti di lavoro per gli africani (8). Dal punto di vista del capitalismo vi è lì un esercito in espansione di disoccupati, composto da lavoratori sotto impiegati e da disoccupati permanenti, incarnazione delle disuguaglianze contemporanee.
Poiché Marx e Piketty vanno quindi in direzioni differenti, è logico che essi propongano soluzioni divergenti. Piketty, preoccupato di ridurre le disuguaglianze e di migliorare la redistribuzione, propone un’imposta mondiale e progressiva sul capitale, per «evitare una divergenza senza limiti delle diseguaglianze patrimoniali». Se, come egli stesso riconosce, questa idea è «utopica», la stima tuttavia utile e necessaria: «Molti rifiuteranno l’imposta sul capitale come un’illusione pericolosa, allo stesso modo con cui l’imposta sul reddito era rifiutata un poco più di un secolo fa». Mentre Marx non propone alcuna soluzione vera e propria: il penultimo capitolo del Capitale allude alle «forze» e alle «passioni» che nascono per trasformare il capitalismo. La classe operaia inaugurerà una nuova era nella quale regneranno «la cooperazione e la proprietà comune della terra e dei mezzi di produzione (9)». Nel 2014 questa proposta è anch’essa utopica – e anche inaccettabile, per come s’interpreta l’esperienza sovietica.
Non vi è da scegliere fra Piketty e Marx. Per esprimersi come fa il primo si tratterebbe piuttosto di mettere in luce le loro differenze. L’utopismo di Piketty, ed è uno dei suoi punti di forza, riveste una dimensione pratica, nella misura in cui parla con il linguaggio familiare delle imposte e della regolamentazione. Egli fa assegnamento su una cooperazione mondiale, e perfino su un governo mondiale, per mettere in atto l’imposta anch’essa mondiale che eviterà una «spirale di diseguaglianze senza fine». Propone una soluzione concreta: un capitalismo alla svedese, che ha dato buona prova di sé eliminando le disparità economiche estreme. Egli non accenna né alla forza-lavoro eccedentaria, né al lavoro alienante, né a una società che ha per motore il denaro e il profitto; le accetta, al contrario, e vorrebbe che noi facessimo la medesima cosa. In cambio ci dà una cosa che già conosciamo: il capitalismo, con tutti i suoi vantaggi e con meno inconvenienti.
La catena d’oro e il fiore vivo
In fondo Piketty è un economista ben più convenzionale di quanto egli stesso non creda. Il suo elemento naturale sono le statistiche relative ai livelli di reddito, i progetti di tassazione, le commissioni incaricate di esaminare questi problemi. Le sue raccomandazioni per ridurre le diseguaglianze si riassumono in politiche fiscali imposte dall’alto. Egli si dimostra perfettamente indifferente ai movimenti sociali che, nel passato, hanno potuto rimettere in discussione le diseguaglianze e potrebbero nuovamente svolgere questo ruolo. Sembra perfino più preoccupato per il fallimento dello stato nell’attenuare le diseguaglianze che per le diseguaglianze propriamente dette. E benché citi spesso, di proposito, romanzieri del XIX secolo come Honoré de Balzac e Jane Austen, la sua definizione del capitale resta troppo economica e riduttiva. Egli non tiene alcun conto del capitale sociale, delle risorse culturali e del saper fare accumulati, dei quali beneficiano i più abbienti e che facilitano la riuscita della loro progenie. Un capitale sociale limitato condanna all’esclusione altrettanto di quanto fa un conto in banca vuoto. Ora anche su questo argomento Piketty non ha alcunché da dirci.
Marx ci dà a un tempo più e meno di questo. La sua requisitoria, benché più profonda e più vasta, non apporta alcuna soluzione pratica. Lo si potrebbe definire come utopista antiutopista. Nella postfazione alla seconda edizione tedesca de Il Capitale egli schernisce coloro che vogliono scrivere «ricette per le bettole del futuro (19)». E una visione, per quanto si sublimi dai suoi scritti economici, non ha un grande rapporto con l’egualitarismo. Marx ha sempre combattuto l’uguaglianza primordiale, che decreta la povertà per tutti e la «mediocrità generale (11)». Se riconosce la capacità del capitalismo di produrre ricchezza, rifiuta il suo carattere antagonista, che subordina l’insieme del lavoro – e della società – alla ricerca del profitto. Maggiore egualitarismo non farebbe altro che democratizzare questo malanno.
Marx conosceva la forza della «catena d’oro», ma riteneva possibile spezzarla. Che succederebbe se ci si riuscisse? Impossibile a dirsi. La migliore risposta che Marx ci abbia offerto si trova forse in un testo giovanile nel quale affronta la religione e, già allora, la catena che i suoi «fiori immaginari» ricoprono: «La critica ha saccheggiato i fiori immaginari che ornano la catena, non perché l’uomo porti una catena senza sogno né consolazione, ma perché scuota la sua catena e colga il fiore vivo (12)».

 
(1) Allan Bloom, The Closing of the American Mind, Simon & Schuster, New York, 1987. Son obsession conservatrice d’une décadence de l’enseignement a inspiré en France l’essayiste Alain Finkielkraut.
(2) Cf. Chris Giles, « Data problems with Capital in the 21st century », Financial Times, Londres, 23 mai 2014, et la réponse de Thomas Piketty, «Technical appendix of the book. Response to FT », 28 mai 2014, http://piketty.pse.ens.fr
(3) Mouvement politique ouvrier du milieu du XIXe siècle au Royaume-Uni.
(4) Richard Henry Tawney, Equality, Allen & Unwin, Londres, 1952.
(5) Karl Marx, Le Capital. Livre I, traduction dirigée par Jean-Pierre Lefebvre, Presses universitaires de France, Paris, 1993, p. 693.
(6) Steven N. Kaplan et Joshua Rauh, « It’s the market : The broad-based rise in the return to top talent », Journal of Economic Perspectives, vol. 27, n° 3, Nashville, 2013.
(7) Karl Marx, Le Capital, op. cit., p. 706. (8) Cf. Raphael Kaplinsky, «What does the rise of China do for industrialization in Sub-Saharan Africa ? », Review of African Political Economy, vol. 35, n° 115, Swine (Royaume-Uni), 2008.
(9) Karl Marx, Le Capital, op. cit., p. 855-857. (10) Ibid, p. 15. (11) Ibid, p. 854. (12) « Pour une critique de la philosophie du droit de Hegel », dans Karl Marx, Philosophie, Gallimard, coll. « Folio Essais », Paris, 1994, p. 90.
(10) Ibid. pag. 15
(11) Ibid. pag. 854
(12) «Pour une critique de la philosophie du droit de Hegel», Karl Marx, Philosophie, Gallimard.



Venerdì 26 Settembre,2014 Ore: 16:14
 
 
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