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www.ildialogo.org Per farla finita con l’Unione dei tecnocrati e dei banchieri,di Etienne Balibar

Le Monde Diplomatique – marzo 2014, pagg. 16-17
Per farla finita con l’Unione dei tecnocrati e dei banchieri

Un nuovo slancio, ma per quale Europa?


di Etienne Balibar

Dapprima appoggiata all’egemonia americana, poi incorporata nel capitalismo finanziario globalizzato, d’ora in poi l’Europa minaccia di esplodere. L’aggravarsi delle disparità fra i Paesi e le regioni che la costituiscono, fra il Nord e il Sud, ha effettivamente sostituito la divisione di un tempo fra Est e Ovest. La Germania troneggia nel cuore di questo spazio, in cui ogni Stato diventa il predatore potenziale dei suoi vicini. Allora che fare?


(traduzione dal francese di José F. Padova)
L’Europa è morta, viva l’Europa? Dall’inizio di questo anno, che vedrà le elezioni al Parlamento europeo – per la prima volta investito del potere di eleggere il Presidente della Commissione – i paradossi e le incertezze della costruzione comunitaria non sono più usciti dall’attualità.
Da un lato, le cassandre annunciano che la paralisi e la dissoluzione continuano a minacciare, poiché nessuno dei rimedi applicati ha risolto la contraddizione inerente a una costruzione politica il cui principio direttivo implica l’antagonosmo degli interessi fra i suoi membri. Le contraddizioni hanno perpetuato la recessione, accentuali le disuguaglianze fra le nazioni, le generazioni e le classi sociali, bloccato i sistemi politici e generato una diffidenza radicale delle popolazioni verso le istituzioni e la costruzione europea in quanto tale.
Dall’altro, i sostenitori del metodo Coué [ndt.: profezia autorealizzante fondata sulla suggestione e l’autoipnosi] s’impadroniscono di ogni segnale «non negativo» per annunciare che una volta di più il progetto europeo approfitta delle sue crisi per rilanciarsi, facendo prevalere l’interesse genrale sulle divergenze. Ciò che, senza dubbio, costituisce la debolezza di simili proclami è il fatto che, osservando più da vicino, tutti i segnali invocati (come l’Unione bancaria) riguardano misure a metà, cariche tanto di limitazioni quanto d’innovazioni.
Nondimeno, ciò che ha impedito di metterle in ridicolo è l’argomento sotteso della necessità: le economie delle nazioni europee sono troppo interdipendenti, le loro società troppo assoggettate ai meccanismi comunitari, per non temere la catastrofe che per tutti rappresenterebbe uno smantellamento dell’Unione. Questo argomento a sua volta si fonda sul presupposto che nella storia e nella politica la continuità la spunta sempre, il che vorrebbe anche dire che la crisi avrebbe un carattere semplicemente congiunturale.
La partita decisiva si gioca in Germania
In definitiva, questi giudizi si annullano e non danno luogo che a tenzoni retoriche. Ciò che manca loro è una maggiore profondità storica, in modo da comprendere che svolta marchia la «grande crisi» attuale, in un processo vecchio di più di mezzo secolo. Manca una maggiore esigenza di analisi delle contraddizioni che si rivelano nel centro della costruzione istituzionale, in particolare l’interconnessione delle strategie politiche e delle logiche economiche. Infine, manca più radicalismo nella valutazione dei cambiamenti che già sono avvenuti, non solamente a livello della distribuzione dei poteri, ma anche della definizione dei protagonisti e del terreno di confronto far progetti alternativi. Non sarei in grado di realizzare un simile programma, ma traccerò ciò che mi sembra formi le tre dimensioni principali di analisi della crisi e della sua soluzione in un senso o nell’altro.
La prima dimensione riguarda la storia, senza la quale noi non capiremo né a qiuali tendenze reali – irriducibili a una «progetto» o a un «piano» - corrisponde la trasformazione dell’Europa in un sistema post-nazionale, né perché la sua realizzazione e la sua stessa forma rimangano a questo punto incerte. Insistiamo qui su due fatti, l’uno ben noto agli storici, l’altro sottostimato nei dibattiti fra sostenitori e avversari del federalismo, in particolare quando si accantonano sul piano dell’architettura giuridica.
La storia della costruzione europea è abbastanza lunga per aver attraversato numerose fasi distinte, strettamente legate alle trasformazioni del «sistema-mondo» (1). È agevole reperirle con la corrispondenza fra le estensioni succesive del sistema europeo e la crescente complessità delle istituzioni che ne assicurano l’integrazione, gestendo equilibri instabili fra sovranità nazionale e governo comunitario. Si concorderà quindi nel distinguere tre fasi: una, quella della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA) dopo gli avvenimenti del 1968 e la crisi petrolifera (senza dimenticare il colpo di forza di Richard Nixon contro il regime di Bretton Woods [2]); l’altra, dall’inizio degli anni ’70 alla caduta del sisetema sovietico e alla riunificazione tedesca, nel 1990; l’ultima, infine, dell’allargamento a Est fino al momento di crisi aperto dall’esplodere della bolla americana nel 2007 e, per quanto riguarda l’Europa, dal default del debito sovrano greco, riparato in extremis nel 2010 nelle condizioni ben note.
Questo momento segna l’ingresso in una nuova fase? Penso che sì, anche se le tensioni che osserviamo dipendono dall’entrata a marce forzate nella globalizzazione, che ha dominato la politica comunitaria da vent’anni – o proprio per questa ragione, perché queste tensioni, sia nazionali che sociali, hanno proprio raggiunto un punto di rottura. Si è aperto un periodo d’incertezze e di fluttuazioni e con questo la possibilità di una biforcazione dai termini ancora imprevedibili.
Da tutto questo deriva l’importanza del secondo punto. È un errore credere che l’evoluzione della costruzione europea segua una via lineare, le cui sole variabili sarebbero l’avanzamento o il ritardo in rapporto al «progetto». Al contrario, ogni fase ha comportato un conflitto fra molte direzioni.
La fase iniziale, dopo il 1945, s’inserisce nel contesto della Guerra fredda, ma anche della ricostruzione dei sistemi industriali e dell’istituzione di regimi di previdenza sociale in Europa orientale. Essa comprende una forte tensione fra l’integrazione alla sfera d’influenza americana e la ricerca di un rinascimento geopolitico e geoeconomico dell’Europa (che, di fatto, va di pari passo con il perfezionamento del modello sociale europeo) – ed è questa seconda tendenza che, in pratica, la spunta, beninteso in un quadro politico capitalista.
Lo stesso vale, con un risultato invertito, nella fase recente, non già a pro di un’egemonia americana, ormai in declino, ma dell’aggregazione al capitalismo finanziario globalizzato. La partita decisiva si è giocata in Germania, decisa dall’adesione del cancelliere Gerhard Schröder (1998-2005) alla competitività industriale mediante i bassi salari.
Tuttavia la questione determinante è comprendere come si sono effettuate le scelte e come si è trasformato il rapporto di forza nella fase intermedia, quelal del condominio franco-tedesco e della «Grande Commissione» presieduta da Jacques Delord (1985-1995). In effetti, in questo momento è stato formulato il progetto di una doppia progressione sovranazionale, mediante la creazione della moneta unica e lo sviluppo dell’«Europa sociale», ritenuti come costitutivi dei due pilastri del «grande mercato». Si sa che di fatto l’una è diventata l’istituzione centrale dell’Unione (anche se non tutti gli Stati membri vi partecipano), mentre l’altra si è relegata in disposizioni formali di diritto del lavoro. Sarebbe necessaria una storia dettagliata di questo uso improprio, mettendo in evidenza non solatnto responsabilità individuali, ma cause politiche obiettive – fra le quali, a fianco della pressione del neoliberismo, non si dovrebbe dimenticare l’incapacità del movimento sindacale europeo nel pesare sulle decisioni comunitarie, radicata nel provincialismo dei suoi componenti come nello squilibrio di forze, mentre si moltiplicavano le delocalizzazioni. Importante lezione per l’avvenire.
La cotruzione europea presenta sempre alternative. Ma la possibilità di coglierle dipende da forze e progetti che non si presentano sempre all’appuntamento.
La seconda dimensione è l’economia, purché la si intenda nell’integralità delle sue determinazioni. Il che significa che, da una parte, non vi è economia al di fuori di una dimensione sociale e dei partiti presi che questa implica: per o contro quella tale struttura di disuguaglianze e di investimenti, per questo o quel sistema di relazioni sociali nell’impresa e nel consumo, per o contro la protezione dei lavoratori e delle loro qualificazioni professionali contro le alee della flessibilità. E di conseguenza non vi è separazione fra economia e politica: non soltanto perché nessuna poltica può definirsi indipendentemente da costrizioni economiche, cosa che tutti sono pronti ad ammettere, ma soprattutto perché non vi è economia che non sia anche un insieme di scelte (collettive) e il risultato di un rapporto di forze.
Comprimere i redditi, precarizzare il lavoro
Evidentemente il discorso neoliberista non smette di negare proprio questa reciprocità, in nome dell’idea che «non vi sono alternative» alle esigenze della redditività finanziaria. Ma questo ragionamento è precisamente lo strumento del rapporto di forze. Qualche decennio dopo la sua attuazione, sotto la pressione dei mercati, della conversione dei governi alla «politica dell’offerta» e dell’azione concertata della Commissione europea, se ne possono osservare gli effetti. Questa idea trascina la società europea sull’orlo della disgregazione e le sue popolazioni alla disperazione, senza per questo procurare, alla sua economia considerata nel suo insieme, alcun vantaggio reale nella concorrenza internazionale.
Cerchiamo di essere più precisi. Una delle fonti di redditività dei capitali in Europa deriva oggi da una forma particolare di ciò che alcuni marxisti hanno chiamato l’«accumulo per espropriazione (3), ovvero che più o meno le risorse che ne sono l’oggetto non provengono più da «beni comuni» tradizionali o da proprietà individuali, ma consistono in un insieme di diritti e di accessi a servizi pubblici, che formano una sorta di «proprietà sociale» (4).
Dalla fine del XIX secolo in poi, le lotte di classe e le politiche sociali avevano garantito alle classi opearie un livello di vita che si elevava sopra il minimo definito dalla «concorrenza libera e non distorta» e che supponeva anche una certa limitazione delle disuguaglianze nella società. Oggi si assiste, nel nome della competitività e del controllo del debito pubblico, a un doppio movimento in senso contrario. Occorre comprimere i redditi reali del lavoro e renderlo precario, per farlo diventare più «concorrenziale», pur continuando a sviluppare il consumo di massa, sfruttando il potere d’acquisto dei salariati o, in mancanza, sulla loro capacità d’indebitarsi. Si può indubbiamente immaginare che strategie di «zonizzazione» e di differenziazione sociale o generazionale permettano di differire la deflagrazione della contraddizione fra questi obiettivi. Ma alla fine essa non può che aggravarsi, senza parlare dei rischi sistemici che l’economia del debito porta con sé.
L’integrazione europea così orientata sulla via di un neoliberalismo quasi costituzionale trascina con sé un altro effetto, che scalza le sue condizioni politiche e morali. Mentre la possibilità di superare gli antagonismi storici nell’ambito di una costruzione post-nazionale, nella quale la sovranità è condivisa, presupponeva una convergenza almeno tendenziale degli Stati, sotto il triplioce asoetto della complementarietà delle loro capacità, del livellamento delle loro risorse e del mutuo riconoscimento dei diritti, il trionfo del principio della concorrenza ha causato un continuo aggravamento delle disparità. Invece che a uno sviluppo comune alle regioni dell’Europa, si assiste a una polarizzazione, che la crisi ha accentuato drammaticamente. La distribuzione delle capacità industriali, degli impieghi e delle chance di successo, delle filiere dell’educazione, è sempre più disuguale. Al punto che si potrebbe dire, osservando la traiettoria del Continente dopo il 1945, che una grande divisione fra il Nord e il Sud ha sostituito la divisione Est-Ovest, anche se la separazione non si materializza in un Muro, ma invece in un drenaggio unilaterale delle risorse.
Che posto occupa la Germania in questo sistema fondato sullo sviluppo disuguale? Era prevedibile che la riunificazione del Paese dopo un mezzo secolo di lacerazione comportasse il risorgere del nazionalismo, come era prevedibile che la ricostituzione di una Mitteleuropa, nella quale le imprese tedesche e i loro subappaltatori hanno potuto trarre il massimo profitto delle risorse di mano d’opera «a bassi salari e alta capacità tecnologica» (5), generassero un vantaggioo concorrenziale in raporto agli altri Paesi europei. Ma non era inevitabile che questi due fattori si trasformassero in un’egemonia politica (anche se «controvoglia», seondo la formula in voga [6]).
Tutto questo diepnde dalla posizione di anello di congiunzione che la Germania è riuscita a occupare fra l’utilizzo delle risorse dell’economia europea o persino delle sue debolezze (com’è il caso per la possibilità di spuntare sui mercati finanziari tassi negativi, compensati dai tassi elevati di altri Paesi europei) e la specializzazione della sua industria nell’esportazione extra-europea. La Germania si trova così –momentaneamente – nel punto in cui si concentrano i vantaggi nazionali dello sviluppo disuguale, tanto più che essa è – relativamente – meno impegnata di altri (in particolare della Francia) nella finanziarizzazione di tipo neoliberista (7).
L’effetto d’egemonia ha tuttavia altre ragioni, che vanno dall’inesistenza di meccanismi deliberativi e di elaborazione collettivi delle politiche economiche «comunitarie» alla stupidità degli atteggiamenti difensivi degli altri governi (in particolare di quelli francesi, che non considerano per nulla di impegnarsi in formule alternative di sviluppo delle istituzioni sovranazionali). Resta il fatto che questo effetto d’egemonia si aggiunge alla differenziazione fra l’«Europa dei ricchi» e l’«Europa dei poveri»: ormai fa parte degli ostacoli strutturali che si oppongono alla costruzione europea. E non sarà certo la preoccupazione di «rilanciare l’Europa». Periodicamente attribuita alla cancelliera Angela Merkel, che cambierà le cose. In Europa vi sarà a lungo una «questione tedesca».
Sovranità o federalismo, un falso dibattito
Vi è nondimeno qualcosa di paradossale nella situazione attuale, sotto l’aspetto dell’ideologia e degli obiettivi del neoliberismo. Nel momento in cui si abbozzano inversioni della congiuntura e gli economisti del Fondo Monetario Internazionale aggiungono le loro voci alle critiche dell’austerità – che causa la recessione e aggrava l’insolvibilità dei Paesi indebitati –, sembrerebbe che l’Europa come unità economica sia una delle regioni del mondo peggio situate per rilanciare la sua attività. Per questo paradosso non c’è di certo alcuna spiegazione semplice, ma si possono prospettare alcune cause ideologiche.
Alcune rimandano alla proiezione sulla moneta unica del modello “ordo-liberale” dell’indipendenza assoluta della Banca centrale in rapporto agli obiettivi della politica economica «reale». Altre rimandano a una specie di cattiva coscienza delle classi dirigenti europee, le quali, dopo aver dovuto concedere più di altre alle politiche pubbliche di tipo keynesiano, percepiscono ogni rilancio dell’economia mediante la domanda e l’elevazione del livello di vita delle classi popolari come un pericolo mortale di ricaduta nelle logiche del capitalismo «sociale».
Infine, credo non si debba escludere un calcolo d’altro genere, più sinistro, illustrato dall’ostinazione con la quale si è proceduto allo smantellamento e alla colonizzazione dell’economia greca, col pretesto di «riforme strutturali». Si tratta dell’idea che, per quanto negativi siano in termini di prosperità generale, i risultati dell’austerità e del monetarismo preparano almeno le condizioni per una redditività accresciuta a favore di certi investimenti (o certi capitali): quelli che, «europei» o non, sono già largamente deterritorializzati e possono all’istante delocalizzare le loro attività da un posto all’altro. Evidentemente questo calcolo è sostenibile soltanto finché la «distruzione creatrice» non intacca in profondità il tessuto sociale e la coesione delle nazioni dominanti, cosa che non è garantita.
Applicato all’Europa, il progetto neoliberista non conduce alla trasformazione del suo oggetto: tende verso la sua sparizione.
Quanto precede spiega già come le dimensioni della crisi si combinino per condurre la costruzione europea a un punto di cambiamento che comporta la virtualità di una nuove fase, ma secondo orientamenti radicalmente incompatibili fra loro. Eppure né la cristallizzazione del conflitto né la sua evoluzione possono realizzarsi al di fuori di uno spazio politico di confronto e di rappresentazione. In parole povere, essi dipendono dal modo con cui si risolverà un doppio problema di legittimità e di democrazia. Si tratta della terza dimensione, sulla quale voglio insistere. Come abbordarla in maniera realistica?
In primo luogo, occorre uscire dallo scontro fra il discorso «sovranista» e il discorso «federalista», che si fonda sull’opposizione fra situazioni ugualmente immaginarie: da un lato, l’idea di comunità nazionali in certo qual modo naturali, alle quali sarebbe sempre possibile ritornare per stabilire la legittimitò delle istituzioni mediante l’espressione della volontà collettiva; dall’altro, l’idea di un demos europeo virtuale, convocato per costituirsi ed esprimersi per il fatto stesso che esiste una struttura rappresentativa a livello sovranazionale.
La prima idea non soltanto prescinde dalle condizioni nelle quali la sovranità nazionale trduce il potere, per la maggioranza del popolo, di influenzare le scelte dei governanti: conserva anche la finzione di una legittimità immutata dello Stato-nazione come sola intelaiatura nella quale i cittadini fanno valere i loro diritti. Al contrario, la seconda si rifersice a un concetto procedurale di legittimità. Non si chiede per niente quali processi politici hanno effettivamente investito la rappresentazione democratica di una funzione costituente nela storia degli Stati-nazione.
Bisogna prendere atto del fatto che il sistema politico europeo, per quanto appaia incoerente, fin da ora è già un sistema misto, nel quale esistono molti livelli di responsabilità e d’autorità: è molto più federale di quanto percepisce la maggioranza dei cittadini, ma meno democratico di quanto pretende essere, perché la divisione dei poteri fra le istanze comunitarie e nazionali permette a ognuno di loro di organizzare la sua irresponsabilità e blocca la formazione di contro-poteri.
Questo sistema non è mai stato stabile, ma la crisi attuale l’ha ancor più destabilizzato, facendo sorgere al suo interno un’istanza quasi sovrana: la Banca centrale «indipendente», posta all’articolazione delle finanze pubbliche degli Stati e del mercato finanziario internazionale. Ora l’aumento della sua potenza non riflette né il semplice sviluppo della tecnocrazia, né soltanto l’influenza del capitale privato. Si tratta piuttosto di un tentativo di «rivoluzione dall’alto», nell’epoca in cui il potere politico non si separa più da quello economico e soprattutto finanziario (8). La questione è sapere se può giungere a un nuovo regime di sovranità e quali soluzioni di ricambio possono essere proposte.
Da qui la seconda confusione che è importante dissipare, concernente i rapporti fra legittimità e democrazia. Se ci si attiene a una definizione realista, non ideologica, della legittimità dei sistemi politici, non si può pretendere che la sola legittimità effettiva sia quella che conferiscono le procedure democratiche: tutta la storia dimostra il contrario. Si sa che in situazioni dette d’eccezione strutture autoritarie di tipi diversi tendono a rivendicare e a ottenere la delega del potere da parte delle popolazioni, con o senza procedure costituzionali. Ciò che tuttavia colpisce, nell’attuale congiuntura, è il fatto che l’urgenza di proteggersi dagli attacchi speculativi contro la moneta unica e, correlativamente, di regolare almeno un poco un sistema finanziario sfuggito a ogni controllo, non ha apportato alcuna nuova legittimità alla Commissione di Bruxelles. Conseguentemente, di fronte alle iniziative «straordianrie» della Banca centrale europea (BCE) e del suo presidente, i governi o i capi di Stato hanno potuto presentarsi come i soli che incarnano la sovranità popolare e i diritti dei popoli a disporre di loro stessi. La democrazia è stata tarpata su due versanti allo stesso tempo e il sistema politico nel suo insieme ha fatto un passo in più sulla strada della «de-democratizzazione».
Questa esperienza impone di tornare sui meccanismi e le cause storiche che erano sottesi al privilegio degli Stati-nazione in materia di legittimazione del potere. Per dirlo in poche parole, una parte di queste cause rimanda alla poetnza affettiva del’ideologia nanzionale o allo stesso nazionalismo, in particolare – ma non soltanto – nelle società che hanno forgiato la loro coscienza collettiva nella resistenza a imperialismi successivi, che tendevano all’annientamento della loro identità e alla cancellazione della loro storia.
Tuttavia, guardando le cose in prospettiva, un altro fattore acquista un significato strategico, nella misura in cui dimostra allo stesso tempo perché la forma nazione non possiede una capacità di legittimazione assoluta e perché la legittimazione democratica dello Stato-nazione rimane sospesa a condizioni sociali ed economiche, e non semplicemente alle forme della procedura rappresentativa o all’idea della «sovranità del popolo». Questo fattore – in particolare nei Paesi dell’Ovest europeo – indica che la trasformazione dello Stato-gendarme in Stato sociale ha preso la forma della costituzione di uno Stato nazioanle sociale, nel quale la conquista dei diritti sociali si combina strettamente con la ricostruzione periodica dell’appartenenza nazionale (come è accaduto in particolare al termine delle due guerre mondiali e, in Francia, delle guerre coloniali [9]). Questo spiega al tempo stesso perché la massa dei cittadini ha visto nella nazione il solo spazio di riconoscimento e d’integrazione nella comunità e perché questa dimensione civica della nazionalità si corrode (o degenara in «populismo» fondato sull’esclusione degli «stranieri») quando lo Stato si mette a funzionare, di fatto, non come l’involucro della cittadinanza sociale, ma come lo spettatore impotente del suo degrado o lo strumento zelante del suo smantellamento.
La crisi della legittimazione democratica in Europa, oggi, è quindi allo stesso tempo il fatto che gli Stati nazionali non hanno più né i mezzi né la volontà di difendere o di rinnovare il «contratto sociale» e il fatto che le istanze dell’Unione Europea non hanno alcuna predisposizione a ricercare le forme e i contenuti di una cittadinanza sociale a livello superiore. Salvo poi a esservi costrette un giorno da un’insurrezione delle popolazioni o dalla presa di coscienza dei pericoli politici e morali che minacciano l’Europa. La minaccia del connubio di una dittatura esercitata «dall’alto» da parte dei mercati finanziari e di un malcontento antipolitico alimentato «dal basso» dalla precarizzazione delle condizioni di vita , dal disprezzo per il lavoro e dal saccheggio delle prospettive di futuro.
Nondimeno la descrizione di questo vicolo cieco comporta anche qualche lezione, anche se molto aleatoria, circa i mezzi per venirne fuori. Quali che siano la lunghezza dei tempi e l’amarezza per le occasioni mancate, si può sperare che il pessimismo dell’esperienza non cancelli integralmente le risorse dell’immaginazione - che scaturiscono anche da una migliore comprensione degli eventi. L’introduzione di elementi democratici nelle istituzioni comunitarie costituir enne già un contrappeso alla «rivoluzione conservatrice» in corso (10). Ma essa non fornisce peorpie condisioni politiche. Queste verranno soltanto da una spinta simultanea delle opinioni pubbliche a favore di un rovesciamento delle priorità dell’Europa, facendo prevalere l’occupazione, l’inserimento delle giovani generazioni nella società, la riduzione delle disuguaglianze e l’equa ripartizione dei carichi fiscali sulla redditività finanziaria. Questa spinta esisterà solamente se i movimenti sociali o le «indignazioni» morali, attraverso le frontiere, si rafforzeranno abbastanza per ricostituire una dialettica del potere e dell’opposiizone nell’insieme della società europea. La «contro-democrazia» deve venire in soccorso della democrazia (11).
Nazioni alla ricerca della loro identità perduta
Questa legittimità delal costruzione europea non può essere decretata e nemmeno inventata mediante un’argomentazione giuridica. Può soltanto tendenzialmente risultare dal fatto che l’Europa divenga la posta e il quadro dei conflitti sociali, ideologici, passionali, in breve, politici che riguardano il suo avvenire. Paradossalmente è quando l’Europa sarà contestata – perfino violentemente – non più in nome del passato ch’essa ha relegato, ma in nome del presente ch’essa divide e del’avvenire che può aprire o chiudere, che diventerà una costruzione politica durevole. Un’Europa suscettibile di governarsi è senza alcun dubbio un’Europa democratica piuttosto che un’Europa oligarchica e tecnocratica. Ma un’Europa democratica non è l’espressione di un demos astratto: è un’Europa nella quale le lotte popolari abbondano e fanno da ostacolo alla confisca del potere di decidere.
Resistere alla «de-democratizzazione» non basta per cristallizzare una leadership storica, ma è una condizione necessaria per «rifare l’Europa».
La crisi dell’Europa attuale, spesso e volentieri definita come esistenziale perché mette i suoi cittadini di fronte a scelte radicali e alla fine a «essere o non essere», senza dubbio è stata preparata dal fatto che le sue istituzioni e i suoi poteri sono stati sistematicamente squilibrati a detrimento delle possibilità di partecipazione dei popoli alla loro storia. Eppure, ciò che l’ha fatta precipitare è che si è messa deliberatamente a funzionare non come un’area di solidarietà fra i suoi membri e d’iniziative contro i rischi della globalizzaizone, ma come uno strumento di penetrazione della concorrenza mondiale nel cuore dello spazio europeo, impedendo i trasferimenti fra territori e scoraggiando le imprese comuni, rifiutando ogni armonizzazione «dall’alto» dei diritti e dei livelli di vita, facendo sì che ogni Stato fosse il predatore potenziale dei suoi vicini.
Evidentemente non si può uscire da questa spirale autodistruttiva sostituendo una concorrenza con un’altra – per esempio, sostituendo alla concorrenza dei salari, dei regimi d’imposizione e dei tassi dei prestiti una concorrenza mediante la svalutazione, come propongono certi fautori del ritorno alle monete nazionali (12). Non si può uscirne se non con l’invenzione e la proposta ostinata di un’Europa altra da quella dei banchieri, dei tecnocrati e di chi vive di rendita con politica. Un’Europa di conflitto fra modelli di società antitetiche e non fra nazioni alla ricerca della loro identità perduta. Un’Europa capace di altra mondializzazione, in grado d’inventare per sé e di proporre al mondo strategie rivoluzionarie di sviluppo e forme allargate di partecipazione collettiva – ma anche di adattare al proprio uso quelle proposte altrove. Un’Europa dei popoli, ovvero dei popoli e dei cittadini che li compongono.



Mercoledì 02 Aprile,2014 Ore: 19:52
 
 
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