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www.ildialogo.org Capitalismo e pipistrelli Creare ricchezza, non valore,di Jean-Marie Harribey

Le Monde Diplomatique – dicembre 2013, pag. 3
Capitalismo e pipistrelli Creare ricchezza, non valore

di Jean-Marie Harribey

(traduzione dal francese di José F. Padova)


Ricchezza e valore, due termini incomparabili, la cui contraddizione sta alla base del grande equivoco capitalista. Evidentemente il tramonto di un'illusione collettiva ha tempi lunghissimi, quello del capitalismo durerà quanto quello del comunismo? JFPadova
Le Monde Diplomatique – dicembre 2013, pag. 3
Capitalismo e pipistrelli
Creare ricchezza, non valore
Con una totale capacità di recupero il capitalismo cerca di appropriarsi delle conoscenze e di ampliare i limiti dello sfruttamento della natura. Un credo: tutto si può trasformare in moneta. Così alcuni economisti hanno calcolato che i «servizi resi dalla Natura» valevano fra i 16.000 e i 54.000 miliardi di dollari all’anno. Essi confondono valore e ricchezza.
Jean-Marie Harribey – Professore incaricato presso l’Università Bordeaux IV. Ultima opera pubblicata: “La ricchezza, il Valore e l’Inestimabile: fondamenti di una critica socio-ecologica dell’economia capitalista” (La Richesse, la Valeur et l’Inestimable. Fondements d’une critique socio-écologique de l’économie capitaliste), Les Liens qui libèrent, Paris, 2013
(traduzione dal francese di José F. Padova)

“Il lavoro quindi non è l’unica fonte dei valori d’uso che esso produce, della ricchezza materiale. Esso ne è il padre e la terra ne è la madre. Come dice William Petty”. Karl Marx, Le Capital [1867], in Œuvres, tome I, Gallimard, Paris, 1965.

Lo sapevate? I servizi resi dai pipistrelli negli Stati Uniti valgono 22,9 miliardi di dollari l’anno. Come si arriva a questa bella sommetta? Valutando la quantità d’insetticidi che essi permettono di economizzare, distruggendo gli insetti nocivi. I servizi resi dagli insetti impollinatori rappresentano, da parte loro, 190 miliardi all’anno, dei quali 153 dalle sole api. Quanto al valore della fotosintesi operata dalla foresta in Francia, è stimato al prezzo di mercato della tonnellata di carbone (1).

Da dove viene questa pratica che consiste nell’attribuire alla Natura un valore economico basato sull’utilizzo dei suoi benefici a favore dell’uomo? Il degrado dell’ambiente e l’esaurimento delle risorse hanno raggiunto un punto tale che gli economisti liberisti, colti dal panico di fronte all’entità del disastro e presi da nuovo zelo, intendono introdurre nei modelli neoclassici il dato ambientale, che fino a poco tempo fa avevano completamente ignorato, perché la Natura era stata dichiarata inesauribile.

La crisi del capitalismo globalizzato è passata da lì. Lungi dall’essere una questione di congiuntura, essa affonda le sue radici nelle contraddizioni sociali ed ecologiche spinte all’estremo limite nella fase neoliberista. Da una parte, la svalutazione della forza-lavoro rispetto alla sua produttività provoca una situazione di sovrapproduzione in gran parte dei settori industriali. Le classi abbienti malgrado ciò si arricchiscono in misura scandalosa, grazie agli sgravi fiscali di cui beneficiano e ai loro esorbitanti redditi finanziari. Ne consegue disoccupazione endemica, precarietà, diminuzione della protezione sociale e crescente disuguaglianza. Dall’altra parte, l’accumulazione infinita del capitale preme sui limiti del Pianeta: minaccia l’equilibrio degli ecosistemi, esaurisce una grande quantità di risorse naturali, impoverisce la biodiversità, causa inquinamenti multipli e sconvolge il clima.

Da queste due serie di contraddizioni nascono la difficoltà e, a un certo punto, l’impossibilità d’imporre alla forza-lavoro di produrre sempre più valore economico e di monetizzarlo sul mercato. Con altre parole il capitalismo non può andare di là di un certo limite di sfruttamento dell’essere umano senza mandare in rovina le sue possibilità d’espansione e non può nemmeno superare una certa soglia nello sfruttare la natura, senza deteriorare o distruggere la base materiale dell’accumulazione. Con la crisi finanziaria apertasi nel 2007 svanisce l’illusione che la finanza avrebbe potuto liberarsi dalla costrizione sociale e materiale e diventare una fonte di valore endogena e autosufficiente. Queste due costrizioni sono insuperabili.

La trama, smagliata, della vita
In questo contesto di globalizzazione e di crisi del capitale due importanti trasformazioni hanno contribuito a riaprire la discussione teorica sulla ricchezza e il valore. L’una conduce alla generalizzazione su scala planetaria di un modo di sviluppo produttivistico devastante. L’altra riguarda lo spazio sempre più vasto delle conoscenze nel processo produttivo.

Due fenomeni, due domande: che tipo di ricchezza è messa a repentaglio nel primo caso? E in che cosa è modificata la fonte del valore nel secondo?

La strumentalizzazione della natura è diventata tale che, perfino entro la corrente dominante neoclassica, gli economisti si sono messi a difendere l’ambiente, considerato come un «capitale naturale». La «valorizzazione di ciò che vive», il «valore economico intrinseco della natura» e il «valore dei servizi resi dalla natura» sono oggetto di studio prioritario da parte della Banca Mondiale, del programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (PNUA), dell’Organizzazione di cooperazione e di sviluppo economico (OCSE), dell’Unione Europea, ecc.

Tutti credono sia possibile sommare elementi la cui misura dipende dai costi della produzione realizzata dall’uomo, come anche da elementi che non sono prodotti e che inoltre si riferiscono alla qualità o a valori etici non valutabili. Se tutto è valutato economicamente, tutto può essere considerato come capitale. Gli economisti neoclassici definiscono allora la ricchezza come la somma di ciò che essi chiamano capitale economico, capitale umano, capitale sociale e capitale naturale, che tutti derivano da un’analoga procedura di calcolo.

Cosa ancor più grave, quest’analisi non può tenere conto del metabolismo interno agli ecosistemi naturali. Isolando ogni elemento per calcolarne il costo, il prezzo, perfino l’utilità, essa non ne può afferrare il più importante: le interazioni che costituiscono la trama della vita e la cui preservazione condiziona la sua riproduzione.

Quest’ approccio è stato inaugurato nel 1997 con lo studio diretto dallo specialista dell’ambiente Robert Costanza: i servizi resi dalla Natura rappresentavano allora fra 16.000 e 54.000 miliardi di dollari, quotazione 1994 (2). In seguito gli studi si sono moltiplicati. Ma il prezzo sulla stima del quale è valutata, per esempio, la foresta della Francia costituisce una categoria intrinseca alla sfera finanziaria, caratterizzata dalla volatilità e dalla speculazione; nella sfera naturale non esiste. Quindi non vi è unità di misura che sia comune alle due sfere. L’economia e la natura sono incommensurabili.

Così conviene riallacciarsi alla distinzione di Aristotele, Adam Smith, David Ricardo e Karl Marx fra valore d’uso e valore di scambio, per dire che le risorse naturali sono una ricchezza, ma senza valore economico intrinseco, e che la Natura è indispensabile a tutta la produzione di valore economico, che proviene solamente dal lavoro umano. In breve, la parte di ricchezza che proviene dalla Natura non è in sé un valore economico, perché questa categoria è sociale e non naturale. Se per mettere in moto una strategia di sostenibilità dello sviluppo si attribuisce un prezzo a questo o a quel bene naturale, questo avrà una condizione di prezzo politico e non economico, fissato al livello della norma ecologica che si è scelto di rispettare.

Il valore del complesso di risorse naturali non si può stimare in termini economici – vale a dire è infinito, perché le risorse naturali condizionano la vita della specie umana. Perciò essa non può essere ridotta a una categoria economica. Di contro, la misura del valore economico creato dallo sfruttamento di queste risorse può essere ridotto al lavoro, ma non ha nulla a che vedere con uno pseudo valore economico intrinseco alle risorse. Si tratta di un paradosso incomprensibile al di fuori dall’economia politica e dalla sua critica marxista. Senza la natura l’uomo non può produrre nulla, né in termini fisici, né in termini di valore economico. L’attività economica si inserisce inevitabilmente nei rapporti sociali e nella biosfera. Non si può quindi fare a meno della Natura per produrre collettivamente valori d’uso e non si può sostituirla indefinitamente con manufatti. Ma non è la Natura che produce valore, categoria socio-antropologica per definizione.

D’altra parte, la rivoluzione delle tecniche dell’informazione e della comunicazione integra le conoscenze come fattore decisivo della creazione di ricchezza. Così nasce e si sviluppa un capitalismo qualificato come «cognitivo», o di «economia della conoscenza», o di «economia dell’informazione» o ancora come «economia dell’immateriale», che prende slancio dall’antico capitalismo fordista dell’industria di massa del dopoguerra (3). L’evoluzione sarebbe tale da condurre progressivamente siaa eliminare il lavoro come fonte del valore, secondo alcuni, siaa inglobarvi tutti gli istanti della vita, secondo altri. In ogni caso, questa evoluzione obbligherebbe ad abbandonare la legge marxista del valore, detta del «valore-lavoro», che avrebbe avuto il suo apogeo nell’epoca del fordismo.

Ormai il lavoro non produrrebbe più il valore, che «si forma principalmente nella circolazione (4)» del capitale. La sola via d’uscita sarebbe di guidare la trasformazione del capitalismo, che promette a ogni lavoratore la possibilità di «produrre sé stesso» e, simultaneamente, di versare un reddito di sopravvivenza a tutti coloro che il sistema mette comunque in disparte, invece di volere un pieno impiego ormai definitivamente fuori dalle previsioni e soprattutto contrario all’obiettivo dell’emancipazione dal lavoro.

Tuttavia questa tesi del capitalismo cognitivo solleva numerosi interrogativi. Il più importante conduce alla distinzione fra ricchezza e valore, o fra valore d’uso e valore di scambio. A mano a mano che aumenta la produttività del lavoro e diminuisce il lavoro che Mrax chiama «vivo» - e per lui si tratta di una «affermazione tautologica (5)» - il valore di scambio delle merci regredisce anch’esso, in conformità alla legge del valore. Così s’instaura un distacco sempre più grande fra il lavoro e le ricchezze create, vale a dire fra il lavoro e i valori d’uso, senza che ciò significhi un distacco fra lavoro e valore di scambio.

La nuova contraddizione del capitalismo è di voler trasformare la conoscenza in capitale da valorizzare. Due ostacoli almeno sorgono dinanzi a quest’ assunto. Il primo è il carattere difficilmente appropriabile della conoscenza in sé, poiché essa nasce dallo spirito umano e non può esserne tolta. Soltanto l’uso della conoscenza è facilmente appropriabile e il brevetto lo segna con la sua esclusiva o lo sottopone al pagamento di una rendita. Al di fuori da questo caso la conoscenza è un bene collettivo o comune per eccellenza, addirittura nel senso in cui lo definiscono gli economisti neoclassici: essa soddisfa le regole di non esclusione (non si può, per esempio, escludere chiunque dall’uso dell’illuminazione notturna delle strade) e di non-rivalità (l’uso da parte di qualcuno non impedisce l’uso da parte di qualcun altro).

Il secondo ostacolo all’appropriazione delle conoscenze da parte del capitale è il rischio che ciò fa correre alla loro diffusione e alla loro estensione. La socializzazione della produzione e della trasmissione delle conoscenze entra in contraddizione con la loro appropriazione privata. Questa contraddizione sta al centro della crisi del capitalismo contemporaneo, che ha difficoltà nel fare funzionare il sapere come capitale, ossia nel farne oggetto di profitto. Essi vi si dedica, ma non può per questo fare a meno della forza-lavoro che porta il sapere.

Dal momento in cui si riconosce che è possibile decidere un prezzo che sfugge all’obbligo di procurare una redditività sufficiente al capitale per rispettare una norma d’altra natura, si entra in un registro che, pur essendo monetario, diventa non commerciale. A questo proposito la produzione di servizi non commerciali, come l’educazione e la sanità pubblica, deve essere considerata come risultato di un lavoro produttivo di persone assegnate a questi compiti (6). La ricchezza non commerciale non è quindi un prelievo sull’attività commerciale: è un di più proveniente da una decisione pubblica di utilizzare a fini non lucrativi le forze-lavoro e le attrezzature e risorse disponibili. Essa è socializzata a doppio titolo: dalla decisione di utilizzare collettivamente le capacità produttive e da quella di ripartire socialmente il carico dei costi, attraverso le imposte.

La teoria liberale confonde ricchezza e valore e tende a ridurre ogni valore a quello destinato al capitale. Da un lato, il valore della produzione commerciale resta governato dal lavoro necessario, che è convalidato dal mercato. Ma, dall’altro, il riconoscimento del carattere produttivo del lavoro effettuato nella sfera non commerciale partecipa alla ridefinizione della ricchezza e del valore, indispensabile per contenere il processo di commercializzazione della società.

Questo lavoro risponde a bisogni sociali fuori dal campo delle merci; contribuisce inoltre al benessere, quest’altra specie di ricchezza che supera il quadro del valore in senso economico. A questa stregua la ricchezza socializzata non è meno ricchezza di quella privata; al contrario. Limitare lo spazio delle merci rende possibile l’allargamento di quello della gratuità costruita in senso sociale, ovvero delle attività umane che, benché abbiano un costo, non hanno prezzo nel senso del mercato. Questo permette infine di preservare i beni naturali e i legami sociali i quali, da parte loro, sono inestimabili.

(1) Cf. Annabelle Berger et Jean-Luc Peyron, « Les multiples valeurs de la forêt française », Institut français de l’environnement (IFEN), Les Données de l’environnement, n o 105, Orléans, août 2005.
(2) Robert Costanza (sous la dir. de), «The value of the world’s ecosystem services and natural capital », Nature, vol. 387, n o 6630, Londres, 15 mai 1977.
(3) Christian Azaïs, Antonella Corsani et Patrick Dieuaide (sous la dir. de), Vers un capitalisme cognitif. Entre mutations du travail et territoires, L’Harmattan, Paris, 2000 ; Michael Hardt et Antonio Negri, Empire, Exils, Paris, 2000 ; André Gorz, L’Immatériel. Connaissance, valeur et capital, Galilée, Paris, 2003.
(4) Yann Moulier Boutang, L’Abeille et l’Economiste, Carnets Nord, Paris, 2010.
(5) Karl Marx, Manuscrits de 1857-1858. Grundrisse, tome II, Editions sociales, Paris, 1980.
(6) Lire « Les vertus oubliées de l’activité non marchande », Le Monde diplomatique, novembre 2008.


Domenica 29 Dicembre,2013 Ore: 20:53
 
 
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