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www.ildialogo.org Dalla solidarietà allo status di feudatario,di Perry Anderson

Le Monde Diplomatique, dicembre 2012
Dalla solidarietà allo status di feudatario

  L’Europa di fronte all’egemonia tedesca


di Perry Anderson

(traduzione dal francese di José F. Padova)


Nel 1925 Herr Hitler annunciava col suo Mein Kampf ciò che avrebbe fatto, se ne avesse avuto la possibilità - avrebbe dominato il mondo: sappiamo come è andata, malissimo per tutti. Ora Herr Christoph Schönberger annuncia che la Germania diventerà l’egemone “involontaria” (a sua insaputa?) nell’Unione Europea. Allora ci vollero otto anni perché Hitler andasse (democraticamente!) al potere. Oggi forse all’egemonia tedesca ci siamo già arrivati, sotto la guida della Cancelliera di Ferro, Otta von Merkel.
Anche se forse ormai ce ne siamo resi conto, la lettura dell’articolo del solito Le Monde Diplomatique può confermarlo, con argomentazione difficilmente contestabile.
Auguri per il Nuovo Anno, anzi: Beste Glückwünsche für ein gutes neues Jahr!
JFPadova

Minacce, discorsi agrodolci: la negoziazione sul bilancio 2014-2020 dell’Unione Europea divide i Ventisette. Se la volontà britannica di ottenere uno «sconto» focalizza l’attenzione, in realtà è l’insieme del progetto europeo che vacilla. Protesi sull’obiettivo di ridurre un budget già ristretto all’1% del PIL dell’Unione, i Paesi del Nord affrontano quelli del Sud i quali, nel nome della solidarietà, reclamano più mezzi. Una volta di più Berlino conduce le danze.

Perry Anderson, storico, autore del saggio Le Nouveau Vieux Monde. Sur le destin d’un auxiliaire de l’ordre americain, Argon, Marseille, 2011.

(traduzione dal francese di José F. Padova)

Vedendo i nomi dei neolaureati del Premio Nobel per la Pace – Menahem Begin, Henry Kissinger e Barack Obama – si pensa alle parole del romanziere Gabriel García Márquez, per il quale questa ricompensa dovrebbe essere più appropriatamente chiamata Premio Nobel per la Guerra. Quest’anno che viviamo, pur essendo un po’ meno bellicoso, offre ugualmente la presa alla satira. Felice Unione Europea, gratificata da quello che potrebbe essere chiamato il Premio Nobel del Narcisismo. Tuttavia si può contare su Oslo perché superi sé stesso. Occorre sperare che l’anno prossimo il Comitato Nobel faccia quello che conviene: attribuisca il premio a sé stesso.

Eppure l’onorificenza conferita a Bruxelles e a Strasburgo [ndt.: si tratta del Premio Nobel per la Pace] – che non mancano di disputarsela – arriva sicuramente a proposito. I primi anni del nostro secolo hanno visto intensificarsi le vanità europee. Esse si facevano sentire nell’affermazione che l’Unione offriva all’umanità il «modello» dello sviluppo sociale e politico, secondo la formula lanciata dallo storico britannico Tony Judt e ripresa da tante altre colonne della saggezza europea. Dal 2009 le lacerazioni nella zona euro hanno portato un disconoscimento crudele a questi profluvi di autocompiacimento. Ma questi ultimi sono per questo scomparsi? Sarebbe prematuro pensarlo, riferendosi a un augusto esempio: il recente libro del filosofo tedesco Jürgen Habermas sull’Unione Europea (1), che fa seguito al suo Ach, Europa [Ohimè, Europa] (2008). Il pezzo forte di quest’opera, un capitolo intitolato «La crisi dell’Unione Europea alla luce di una costituzionalizzazione del diritto internazionale» illustra, come meglio non si potrebbe, ciò che è l’introversione intellettuale. Le sue circa sessanta pagine contengono un centinaio di riferimenti, tre quarti dei quali rimandano ad autori tedeschi, fra i quali egli stesso e tre suoi colleghi – ringraziati per la loro collaborazione – emergono per una buona metà.

Gli altri riferimenti comprendono unicamente autori anglo-americani, con al primo posto (un terzo dei rimandi) il suo ammiratore britannico, il politologo David Held, che si è distinto nel caso Gheddafi (2). Nessun’altra cultura europea ha diritto di cittadinanza in questa ingenua esibizione di provincialismo.

Il soggetto dell’articolo è ancor più sorprendente. Nel 2008 Habermas aveva duramente criticato il Trattato di Lisbona perché non apportava alcun rimedio al deficit democratico dell’Unione Europea e non offriva alcun orizzonte morale e politico. La sua adozione, scriveva, non poteva altro che «rafforzare l’abisso esistente fra le élite politiche e i cittadini (3)», senza fornire all’Europa alcuna sorta di orientamento positivo. Ciò di cui c’era bisogno, al contrario, era un referendum su scala europea che dotasse l’Unione di un’armonizzazione sociale e fiscale, di mezzi militari e, soprattutto, di una presidenza eletta direttamente, la quale soltanto salverebbe il continente da un futuro «dettato dall’ortodossia neoliberista». Notando quanto questo entusiasmo di Habermas a favore di un’espressione democratica della volontà popolare (della quale egli non aveva indicato alcun segno nel proprio Paese) risaltava sulle sue vedute tradizionali, avevo stimato che, una volta ratificato il Trattato di Lisbona, avrebbe senza dubbio finito avallandolo con discrezione (4).

Verso un Eden insuperabile

Questa previsione si è rivelata inferiore alla realtà. Non solamente Habermas si è intascato il Trattato, ma se ne è fatto per di più l’araldo. Ora ha scoperto che, lungi dal consolidare ogni genere di frattura fra élite e cittadini, il Trattato è nientemeno che la Carta di un progresso senza precedenti sul cammino verso la libertà umana, che accresce i fondamenti di una sovranità europea che sta allo stesso tempo nei cittadini e nei popoli (e non negli Stati), che è una matrice luminosa dalla quale nascerà il Parlamento del mondo futuro. L’Europa di Lisbona, portando avanti un «processo di civiltà» che rende pacifiche le relazioni fra gli Stati, limitando l’uso della forza alla repressione di coloro che violano i diritti umani, traccia la via che conduce dalla nostra attuale «comunità internazionale» - indispensabile, benché ancora imperfetta – alla «comunità cosmopolita» di domani, una sorta di Unione allargata che includerà fino all’ultima anima sulla terra.

Con simili slanci estatici, il narcisismo dei trascorsi decenni, ben lungi dall’indebolirsi, ha raggiunto un nuovo parossismo. Che il Trattato di Lisbona parli non dei popoli ma degli Stati d’Europa; che sia stato adottato per circuire la volontà popolare espressa in tre referendum; che consacri una struttura che non ha la fiducia di coloro che le sono sottoposti; e che, lungi dall’essere un santuario dei diritti umani, l’Unione che esso codifica abbia preso parte ad atti di tortura e a occupazioni, senza che i suoi più illustri rappresentanti aprano bocca: tutto ciò scompare in una beata autocelebrazione.

Nessuno spirito individuale equivale mai a una mentalità collettiva. Adesso, decorato di Premi europei quanto un maresciallo breshneviano lo era di nastrini, Habermas è senza dubbio la vittima in parte della propria eminenza: rinchiuso, come prima di lui il filosofo americano John Rawls, in un universo mentale popolato quasi esclusivamente di ammiratori e di discepoli, sempre meno in grado di dialogare con posizioni che s’allontanano dalle sue più di qualche millimetro. Spesso salutato come il successore contemporaneo d’Emmanuel Kant, rischia di diventare un moderno Gottfried Wilhelm Leibniz, che costruisce a colpi d’imperturbabili eufemismi una teodicea nella quale i mali della deregulation finanziaria partecipano ai benefici portati dal risveglio del cosmopolitismo (5) e nella quale l’Occidente apre la strada della democrazia e dei diritti umani verso l’ultimo eden di una legittimità universale.

A questo punto Habermas rappresenta un caso particolare, allo stesso tempo a causa della sua distinzione e del deterioramento che l’ha afflitto. Ma l’abitudine di fare dell’Europa il punto di mira del mondo, senza sapere gran cosa della vita culturale e politica che vi si svolge, non è scomparsa e non saranno le tribolazioni della moneta unica che basteranno a scuoterla.

Inutile insistere sullo smarrimento nel quale la crisi dell’euro ha precipitato l’Unione. L’Europa è in preda alla più profonda recessione, la più lunga mai patita dopo la Seconda guerra mondiale. Per comprenderne le origini occorre prendere la misura della soggiacente dinamica che agisce nella crisi della zona euro. Per dirla con semplicità, essa è la risultante di due fatalità, indipendenti l’una dall’altra, che si sono intersecate. La prima è l’implosione generalizzata del capitale fittizio per mezzo del quale i mercati finanziari hanno funzionato in tutto il mondo sviluppato nel lungo ciclo di finanziarizzazione iniziato negli anni ’80, quando la redditività nell’economia reale si contraeva sotto la pressione della competizione internazionale e i tassi di crescita si indebolivano da un decennio all’altro.

I meccanismi di questa decelerazione, interni allo stesso capitalismo, sono stati magistralmente descritti da Robert Brenner nella sua imponente Storia del capitalismo evoluto dopo il 1945 (6). Da parte loro, i suoi effetti nella crescita esponenziale del debito privato e pubblico, che puntellava non soltanto le percentuali del profitto ma anche la vitalità elettorale, sono stati recentemente analizzati da Wolfgang Streeck (7). L’economia americana illustra questa traiettoria con chiarezza paradigmatica. Ma la sua logica vale anche per il sistema nel suo complesso.

In Europa, tuttavia, si è messa in atto un’altra logica con la riunificazione della Germania e il progetto di unione monetaria del Trattato di Maastricht, poi del Patto di stabilità, entrambi ritagliati secondo le esigenze tedesche. La moneta comune sarebbe posta, secondo i concetti di Hayek (8), sotto la tutela di una banca centrale, che non dovrebbe rendere conto né agli elettori né ai governi, ma che terrebbe di mira l’unico obiettivo della stabilità dei prezzi. In posizione dominante sulla nuova zona monetaria vi sarebbe l’economia tedesca, ormai allargata ai Paesi dell’Est, con un enorme bacino di mano d’opera a buon mercato proprio alle sue frontiere. I costi della riunificazione sono stati elevati e hanno trascinato verso il basso la crescita della Germania. Per compensarlo, il capitalismo tedesco ha messo in opera una politica di repressione salariale senza precedenti, che i sindacati tedeschi hanno dovuto accettare sotto la minaccia di una delocalizzazione accresciuta verso la Polonia, la Slovacchia o oltre ancora.

Nessuna comunità di destini

Per l’Europa del Sud le conseguenze economiche erano totalmente prevedibili (9): da una parte, con l’aumento della produzione manifatturiera e la relativa diminuzione dei costi del lavoro, le industrie esportatrici tedesche sono diventate più competitive che mai, arraffando una parte crescente dei mercati della zona euro. Dall’altra parte, alla periferia di quest’ultima, la corrispondente perdita di competitività delle economie locali fu anestetizzata da un afflusso di capitali a basso costo a tassi d’interesse fissati in misura virtualmente uniforme in tutta l’unione monetaria, conformemente alle regole imposte dalla Germania.

Quando la crisi generale dell’eccessiva finanziarizzazione, nata negli Stati Uniti, colpì l’Europa, la credibilità di quel debito periferico crollò, facendo temere bancarotte di Stato a catena. Tuttavia, mentre negli Stati Uniti piani massicci di salvataggio pubblico potevano scongiurare il fallimento di banche, compagnie d’assicurazione e società insolventi e l’emissione di moneta da parte della Riserva Federale poteva frenare la contrazione della domanda, due ostacoli rendevano impossibile l’attuazione nella zona euro di una simile soluzione provvisoria. Non soltanto gli statuti della Banca centrale europea, consacrati nel Trattato di Maastricht, le impedivano formalmente di ricomprare il debito dei Paesi membri, ma per di più non vi era alcuna Schicksalsgemeinschaft [Schicksal= destino, Gemeinschaft=comunità] – quella «comunità di destini» delle nazioni secondo Weber (10) – che legherebbe governanti e governati in un ordine politico comune, nel quale i primi pagherebbero cara la loro totale ignoranza dei bisogni esistenziali dei secondi. Nel simulacro europeo di federalismo non poteva esserci «unione dei trasferimenti» sul modello americano. Così, quando la crisi colpì, la coesione della zona euro poteva venire solamente non dalla spesa sociale, ma dal diktat politico: l’attuazione da parte della Germania, alla testa di un blocco di piccoli Stati nordici, di draconiano programmi di austerità – impensabili per i suoi propri cittadini – in direzione dei Paesi del Sud ormai incapaci di ritrovare competitività grazie alla svalutazione.

Sotto questa pressione i governi dei «piccoli» Paesi sono caduti come birilli; in Irlanda, in Portogallo e in Spagna i regimi al governo all’inizio della crisi sono stati spazzati via con elezioni che hanno installato successori convinti ad aumentare la dose di rimedi drastici. In Italia l’erosione interna e gli interventi esterni si sono combinati per sostituire un governo uscito dal Parlamento con un governo di «tecnici», senza ricorrere a elezioni. In Grecia un governo imposto da Berlino, Parigi e Bruxelles ha ridotto il Paese in condizioni che ricordano quelle dell’Austria nel 1922, quando un Alto commissario venne imposto a Vienna dall’Intesa – sotto il vessillo della Società delle Nazioni – per gestire a loro gradimento l’economia del Paese. L’uomo scelto per quel posto era il sindaco di destra di Rotterdam, Alfred Zimmerman, un sostenitore della repressione in Olanda di un tentativo di seguire le orme della rivoluzione tedesca del 1918. A Vienna, dove rimase in funzione fino al 1926, «criticò instancabilmente il governo, sottolineò le sue insufficienze, pretese sempre più economie, sempre più sacrifici, da tutte le classi della popolazione» e, premendo sul governo perché «stabilizzasse il suo bilancio a un livello notevolmente più basso», affermò che «il controllo sarebbe continuato fino a giungere a quel risultato (11)».

In tutti i Paesi ai quali sono state somministrate, le misure miranti a ristabilire la fiducia dei mercati finanziari nell’affidabilità dei governi locali sono state accompagnate dalla riduzione delle spese sociali, dalla deregolamentazione dei mercati e dalla privatizzazione dei beni pubblici: ovvero dal repertorio neoliberista standard, abbinato a un’accresciuta pressione fiscale. Per bloccarle col catenaccio Berlino e Parigi hanno deciso d’imporre l’esigenza dell’equilibrio di bilancio nella Costituzione dei diciassette membri della zona euro – un concetto da tempo considerato negli Stati Uniti come un’idea fissa di una destra rincretinita.

Una nuova «relazione speciale»

Le pozioni escogitate nel 2011 non guariranno i malanni della zona euro. I differenziali dei tassi d’interesse sui debiti sovrani non ritorneranno ai livelli di prima della crisi. E il debito che si accumula non è unicamente pubblico, tutt’altro: secondo stime, i crediti in sofferenza delle banche raggiungerebbero i 1.300 miliardi di euro. I problemi sono più profondi, i rimedi più deboli e coloro che li amministrano più fragili di quanto gli ambienti ufficiali ammettano. Quando è chiaro che lo spettro dei default dei pagamenti non si è per niente attenuato, gli espedienti raffazzonati dalla signora Angela Merkel e dal signor Nicolas Sarkozy rischiano di non durare.

La loro partnership, è vero, non fu mai equilibrata. «Ci si può aspettare che la potenza tedesca si eserciti con forme più brutali, non per intervento dell’alto comando o della Banca centrale, ma per tramite del mercato», scrivevamo prima che la crisi irrompesse (12). La Germania che, più di ogni altro Stato, è stata la più grande responsabile della crisi dell’euro, con la sua politica di repressione salariale all’interno e di capitali a buon mercato all’esterno, è stata anche il principale architetto dei tentativi di fare pagare la fattura ai più deboli. In questo senso è arrivata l’ora di una nuova egemonia europea. Con essa è apparso, puntualmente, il primo sfrontato manifesto di una nuova signoria feudale della Germania sull’Unione.

In un articolo pubblicato sul Merkur, la più importante rivista di opinione della Repubblica Federale, il giurista di Costanza Christoph Schönberger [ndt.: vedi Hegemon wider Willen. Zur Stellung Deutschlands in der Europäischen Union, 2012/01: Egemone involontaria. Sulla posizione della Germania nell’Unione Europea - http://www.klett-cotta.de/autor/Christoph_Schoenberger/23633 ] spiega che la specie di egemonia che la Germania è destinata a esercitare in Europa non ha niente a che vedere con il deplorevole «slogan di un discorso antimperialista alla Gramsci». Essa deve essere capita nel senso costituzionale, rassicurante, indicato dal giurista Heinrich Triepel, vale a dire con la funzione di guida devoluta allo Stato più potente in seno a un sistema federale, sull’esempio della Prussia nella Germania dei secoli XIX e XX.

L’Unione Europea corrisponde precisamente a questo modello: un consorzio essenzialmente intergovernativo riunito in un Consiglio europeo le cui deliberazioni sono necessariamente «insonorizzate» e del quale soltanto la fantascienza potrebbe immaginare che divenisse un giorno «il fiore romantico della democrazia, pura di ogni residuo istituzionale terrestre (13)». Eppure, poiché gli Stati rappresentati nel Consiglio europeo sono fra i più dissimili in dimensioni e in peso, sarebbe irrealistico pensare che essi possano coordinarsi su un piede di eguaglianza. Per funzionare l’Unione richiede che lo Stato prevalente in popolazione e ricchezza gli dia coesione e direzione. L’Europa ha bisogno dell’egemonia tedesca e i tedeschi devono smettere di mostrarsi timidi esercitandola. La Francia, il cui arsenale nucleare e il seggio permanente al Consiglio di Sicurezza dell’ONU non contano più granché, dovrebbe rivedere di conseguenza le sue pretese. La Germania dovrebbe trattare la Francia come Otto von Bismarck faceva con la Baviera in quell’altro sistema federale che fu il II Reich, gratificando il partner sottoposto con favori simbolici e consolazioni burocratiche (14).

La Francia accetterà facilmente di essere abbassata allo status che fu quello della Baviera in seno al III Reich? È tutto da vedere. L’opinione di Bismarck sui bavaresi è molto nota: «A metà strada fra un austriaco e un essere umano». Sotto la presidenza di Sarkozy l’analogia non sarebbe forse potuta apparire insolita, quando Parigi stava appiccicata alle priorità di Berlino. Ma oggi converrà forse meglio un altro parallelismo, più contemporaneo. L’ansietà che la classe politica francese dimostra di non essere mai separata dai progetti tedeschi nell’Unione, ma di esservi sempre associata, ricorda sempre più un’altra «relazione speciale»: quella dei britannici che si aggrappano disperatamente al loro ruolo di aiutanti di campo degli Stati Uniti.

Ci si può chiedere per quanto tempo l’auto-subordinazione francese potrà durare senza la minima reazione. Le fanfaronate di Volker Kauder, segretario generale dell’Unione democristiana tedesca (CDU), che dice «L’Europa parla ormai tedesco», sono fatte più per suscitare risentimenti anziché docilità. Rimane il fatto che, ormai da molti anni, in particolare a causa della notevole distorsione insita nel sistema elettorale francese, non vi è classe politica nell’Unione Europea che sia più unanimemente conformista nelle sue visioni di quella della Francia. Aspettarsi da François Hollande un po’ più d’indipendenza economica o strategica sarebbe la vittoria della speranza sull’esperienza. Per il medesimo motivo non vi è altro Paese nel quale il baratro fra l’opinione popolare e le esortazioni ufficiali è rimasto tanto profondo.

Hollande è giunto al potere nello stesso modo di Mariano Rajoy in Spagna, senza alcun fervore da parte dei suoi elettori, come unica soluzione a portata di mano; potrebbe essere indebolito altrettanto rapidamente, una volta arrivata l’austerità. All’interno del sistema neoliberista europeo, del quale egli è diventato il commissario francese, per il momento soltanto in Grecia si sono effettuati tumulti popolari importanti – anche se la Spagna conosce scosse premonitrici. Altrove le elite devono ancora ascoltare le masse. Non vi è garanzia, è vero, che perfino le più dure esperienze facciano scoppiare le reazioni dei popoli piuttosto che le paralizzino, come lo ha dimostrato la passività dei russi sotto il catastrofico governo di Boris Eltsin. Ma i popoli dell’Unione sono meno abbattuti e, per poco che le loro condizioni di vita si deteriorino, la loro pazienza rischia di essere più limitata. Sullo sfondo di tutti gli scenari vi è una lugubre realtà: anche se la crisi dell’euro potesse essere risolta senza che i più deboli ne patiscano – ciò che è fortemente improbabile – rimarrebbe la sottostante contrazione della crescita.

(1) Jürgen Habermas, Zur Verfassung Europas, Suhrkamp, Francfort, 2011. Traduit en français sous le titre La Constitution de l'Europe, Gallimard, Paris, 2012.

(2) Held était le patron et directeur de thèse de M. Saif Al-Islam Kadhafi à la London School of Economics (LSE). Ce dernier reçut un doctorat pour une thèse qu'il n'avait pas écrite, alors que la Libye avait fait une grosse donation à l'école. Au lendemain du scandale, Held dut quitter la LSE et le directeur démissionner.

(3) Jürgen Habermas, Ach, Europa. Kleine politische Schriften XI, Suhrkamp, 2008, p. 105.

(4) Cf. Le Nouveau Vieux Monde, Agone, Marseille, 2011, p. 651-655. En 2005, l'intervention passionnée de Habermas dans la campagne du référendum français sur le traité constitutionnel européen, sa prédiction d'une catastrophe s'il était rejeté, s'était accompagnée d'un silence absolu quant à l'absence de toute consultation populaire en Allemagne, comme d'ailleurs des années plus tôt pour le traité de Maastricht.

(5) « The cunning of economic reason», Zur Verfassung Europas, op. cit., p. 77.

(6) Robert Brenner, The Economics of Global Turbulence, Verso, New York, 2006. Pour prolonger cette histoire jusqu'à la crise de 2008, cf, du même auteur, «L'économie mondiale et la crise américaine», dans Agone, n°49, «Crise financière globale ou triomphe du capitalisme?», Marseille, 2012. Cf, dans la New Left Review, n°54, Londres, novembre-décembre 2008, p. 49-85, les actes d'un symposium sur les travaux de Brenner par ces autorités de l'«anglosphère», de l'Europe et du Japon que sont Nicholas Crafts, Michel Aglietta et Kozo Yamamura.

(7) Lire Wolfgang Streeck, «La crise de 2008 a commencé il y a quarante ans », Le Monde diplomatique, janvier 2012.

(8) NDLR. Du nom de l'économiste libéral autrichien Friedrich Hayek (1899-1992). En 1974, il a reçu le prix de la Banque royale de Suède en sciences économiques en mémoire d'Alfred Nobel.

(9) Pour des chiffres sur les coûts salariaux allemands entre 1998 et 2006 et une prévision de leur incidence sur les économies de l'Europe du Sud, cf. Le Nouveau Vieux Monde, op. cit., p. 81-82.

(10) NDLR. Concept utilisé notamment par le sociologue allemand Max Weber (1864-1920).

(11) Cf Charles A. Gulick, Austria from Habsburg to Hitler, University of California Press, Berkeley, 1948, vol. I, p. 700.

(12) Le Nouveau Vieux Monde, p. 82.

(13) Empruntée au poète Novalis, qui en faisait une métaphore de l'aspiration humaine à l'infini, la formule de la « fleur bleue» est devenue proverbiale en Allemagne.

(14) Christoph Schönberger, «Hegemon wider Willen. Zur Stellung Deutschlands in der Europäischen Union », Merkur, n°752, Stuttgart, janvier 2012, p. 1-8. Triepel, qui fournit un modèle conceptuel à Schönberger, n'était pas seulement un fervent admirateur du gouvernement de l'Allemagne sous domination prussienne que Bismarck exerça. En 1933, il salua la prise de pouvoir d'Adolf Hitler, qu'il qualifia de «révolution légale», et il termina son ouvrage sur l'hégémonie (1938) par un éloge du Führer comme l'homme d'Etat qui, par l'annexion de l'Autriche et des Sudètes, avait enfin réalisé le vieux rêve allemand d'un Etat pleinement réunifié (Die Hegemonie. Ein Buch von führenden Staaten, Kohlhammer, Stuttgart, 1938, p. 578).




Domenica 30 Dicembre,2012 Ore: 20:00
 
 
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